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28.08.06
Un esercizio di lettura di Giulio Mozzi e alcune mie note in calce
[Riprendo per intero un esercizio di lettura che Giulio Mozzi ha pubblicato qualche giorno fa sul suo bollettino. Il laboratorio che si terrà a Tortona tra il 14 e il 15 Ottobre tratterà di questo modo di leggere i testi - e di comporli. Con una battuta: se non un ars retorica, un ars logica ]
Una questione di discorsi (a proposito dell'articolo Sinistra e antisemitismo di Sergio Baratto)
di giuliomozzi
Premetto che, almeno nelle intenzioni, questo articolo non concerne opinioni, ma solo il modo di dichiararle.
In Il primo amore è apparso l'altro ieri un articolo di Sergio Baratto intitolato: Sinistra e antisemitismo. Nella prima pagina del Primo amore l'articolo è così sintetizzato (presumo dallo stesso Baratto):
Se possa esistere una sinistra antisemita nel mondo delle idee e in quello sensibile.
L'articolo comincia con la tesi da argomentare:
Io sono convinto che l'antisemitismo sia ontologicamente incompatibile con la sinistra.
Dopo aver specificato che per "sinistra" intende "la sinistra italiana odierna", e in particolare "la sinistra radicale", Baratto scrive:
Do qui per scontati i valori fondamentali – il minimo comune denominatore – di ciò che oggi si definisce "sinistra": antimilitarismo, impegno contro ogni forma di oppressione e discriminazione, tensione etica verso l'eguaglianza dei diritti per tutti gli esseri umani indipendentemente dal sesso, dalla nazionalità, dal colore della pelle e dalla religione... Basta questo breve elenco a dimostrare che il razzismo è ontologicamente incompatibile con la sinistra. Da qui, il sillogismo si completa con facilità: l'antisemitismo è una forma di razzismo. L'antisemitismo è ontologicamente incompatibile con la sinistra.
Questo sillogismo mi lascia un po' perplesso. Si potrebbe riscriverlo così:
Definita "di sinistra" quella visione del mondo che è ontologicamente incompatibile con l'antisemitismo, ne consegue che la sinistra è ontologicamente incompatibile con l'antisemitismo.
In somma, più che di sillogismo qui parlerei di tautologia. Che, in quanto tale, credo sia inevitabilmente vera; ma, in quanto tale, come argomento vale pochino. Una tautologia non dice niente sul mondo; dice qualcosa sulla retorica del linguaggio di chi parla, questo sì.
Poco dopo Baratto scrive ancora:
Tutto ciò, mi rendo conto, appartiene al campo della pura logica. Il fatto che, nello specifico, esistano razzisti (e antisemiti) di sinistra, dimostra semplicemente l'inveterata tendenza umana al comportamento illogico.
E questo, secondo me, si potrebbe riscrivere provocatoriamente, ma non credo erroneamente, in questo modo:
Se il discorso che faccio sul mondo non risulta adeguato come descrizione del mondo, allora il mondo è sbagliato.
Ma, secondo me, un discorso che non risulti adeguato come descrizione di ciò di cui parla dovrebbe essere sospettato di falsità.
Poi Baratto scrive:
L'esistenza di un razzismo (antisemita) di sinistra non annulla la verità dell'assioma secondo cui i valori di sinistra e il razzismo (antisemitismo) sono incompatibili.
E qui la parola chiave è: assioma. Ciò che prima risultava essere frutto di un sillogismo, è ora presentato come un assioma. Ma se un'affermazione è un assioma, non può essere frutto di un sillogismo. Quello che è stato presentato prima come un sillogismo, dovrà essere inteso come una illustrazione, una spiegazione nel dettaglio o un'amplificazione retorica dell'assioma.
Qui, o Baratto fa confusione, oppure - più probabilmente - ho sbagliato io fraintendendo la frase d'apertura dell'articolo:
Io sono convinto che l'antisemitismo sia ontologicamente incompatibile con la sinistra.
Questa non è la "tesi da argomentare", come mi pareva di aver capito. E', invece, l'assioma, ossia l'affermazione non argomentata alla quale si appoggia tutto l'argomentare del discorso. E', questa frase, un'affermazione per fede.
C'è qualcosa di male nel credere (e quindi nell'affermare) qualcosa per fede? Non sono sicurissimo, ma credo di no. Io stesso credo molte cose per fede: in qualche caso (ad esempio: che il mondo è stato creato) perché credo che non possano essere credute in altri modi che per fede; in molti altri casi (ad esempio: che Giuseppe è un brav'uomo) perché non ho né tempo né voglia (ossia: non credo che vi sia per me convenienza) di esercitare una critica di queste mie credenze (che Giuseppe sia un brav'uomo è l'opinione di Clotilde, della quale mi fido: ho fede, appunto).
Esiste una condivisibilità dei discorsi fondati su affermazioni per fede non condivise? L'esperienza mi suggerisce che sì, esiste una tale condivisibilità. Sempre l'esperienza (nulla di più che l'esperienza) mi suggerisce che una precondizione importante per tale condivisibilità è la considerazione critica delle proprie affermazioni per fede. In altre parole: se io ritengo che ciò in cui credo fermamente, e su cui costruisco tutto il mio discorso, lo so per fede; e se penso il sapere per fede non come un sapere che, essendo per fede, è esaustivamente risolutorio, bensì come un sapere che, essendo per fede, è infinitamente problematico; e se riconosco e invito a riconoscere le stesse qualità anche al discorso, e al sapere per fede, dell'altro; e se l'altro riconosce queste stesse qualità al suo discorso e al suo sapere per fede, allora sì: allora può esisere una condividisibilità di discorsi fondati su un sapere per fede.
Il discorso di Sergio Baratto presenta la stessa affermazione una volta come risultato di un sillogismo (che a me pare più una tautologia che un sillogismo), cioè come frutto di lavoro deduttivo, e un'altra volta, a poche righe di distanza, come un assioma, cioè come origine e fondamento del lavoro deduttivo.
Mi viene in mente una celebre battuta di Silvio Berlusconi (la fonte):
Il presidente del Consiglio non può per definizione mentire. Io l'ho detto. Mi hanno sfidato ad andare a dimostrarlo, io sono andato a dimostrarlo. E' venuto fuori che era vero, come sempre, perché il presidente del Consiglio non può per definizione mentire.
In questa battuta, nella quale si sfrutta l'ambiguità del non può ("non è possibile che avvenga", "non deve avvenire") è evidente come vi sia una confusione retoricamente perfetta (perfetta dal punto di vista dell'effetto retorico) tra ciò che si afferma assiomaticamente e ciò che si afferma sulla base dell'esperienza. A chi critichi, sulla base dell'esperienza, la verità dell'affermazione: "Il presidente del Consiglio non mente", si opporrà l'assioma; a chi critichi la stessa affermazione in quanto data come assiomatica si opporrà l'esperienza.
L'affermazione di Sergio Baratto si potrebbe quindi formulare così:
Una persona "di sinistra" non può essere antisemita, per definizione.
Quello che possiamo aspettarci, a questo punto, è un lavoro del tipo: una volta affermato che per definizione l'antisemitismo è ontologicamente incompatibile con la sinistra, stabiliamo il modo in cui ogni persona "di sinistra" sorpresa a essere antisemita viene esclusa dall'insieme delle persone "di sinistra". Baratto:
Nella realtà, dunque, nonostante la logica, sembrerebbe che esistano antisemiti di sinistra. Poco sopra ho detto che si dovrebbe parlare in questi casi o di infiltrati o di squilibrati. Forse invece bisognerebbe parlare di "infiltrati inconsci". In ogni caso, nel momento in cui si ipotizza l'esistenza effettiva di questo tipo antropologico, si ha a che fare con un "pervertimento". Il neonazista, in quanto antisemita, è perfettamente coerente con i propri valori: non c'è nessuna contraddizione. Il militante di sinistra può essere antisemita solo tramite la perversione dei propri valori di riferimento.
Quindi: l'esperienza dice che "antisemiti di sinistra" ci sono, ma l'esperienza è a rischio di illusorietà ("sembrerebbe"); tali persone vengono descritte, in prima istanza, come "infiltrati" (non sono persone "di sinistra", in quanto fingono di essere "di sinistra") o "squilibrati" (cioè persone che non sanno quello che fanno, e perciò non sono - perché non possono esserlo - né "di sinistra" né "di destra", né "antisemiti" né nient'altro).
La categoria degli "infiltrati inconsci", consistente in pervertiti che non sanno di essere tali (se ho capito bene), è una categoria paradossale nella denominazione ma efficace nel suo impiego. Va applicata quando il soggetto da descrivere resista sia alla descrizione come "infiltrato" sia alla descrizione come "squilibrato". Serve a poter dichiarare "infiltrato" anche chi, sulla base dell'esperienza, non risulti esserlo, nonché a poter dichiarare colpevole anche chi non trovi, nell'esperienza che ha della propria coscienza, nessuna colpa.
Mi stupisce, a questo punto, che all'inizio dell'articolo Baratto abbia prese le distanze dal "comunismo staliniano". Perché questa categoria degli "infiltrati inconsci" mi ricorda intensamente proprio il "comunismo staliniano" e i suoi surreali processi.
Non intendo attribuire a Sergio Baratto l'intenzione di impiegare la categoria degli "infiltrati inconsci" per l'unico scopo al quale mi pare possa servire, cioè quello descritto qualche riga sopra. Né intendo attribuirgli l'intenzione di montare processi staliniani contro supposti antisemiti di sinistra. Intendo dire che certe cose, secondo me, nel suo testo ci sono.
I processi non ci saranno in ogni caso. Non ce ne sarà alcun bisogno. Infatti, spiega Baratto,
in questa perversione (generalmente inconscia) dei propri valori etici consiste la "banalità del male" nella versione "di sinistra". Si tratta il più delle volte di una banalità del male meschina, latente, parolaia, priva (fortunatamente) di effetti concreti. Non per questo è meno spregevole.
Se di un evento si dice che è "privo di effetti concreti", ecco che nuovamente lo si sospinge verso il non-evento. E' avvenuto qualcosa? Sì, ma è come se non fosse avvenuto. E' come se fosse avvenuto nulla, o appena un poco di più che nulla E il nulla, o quasi nulla, evidentemente, non si processa.
Alla questione:
Se possa esistere una sinistra antisemita nel mondo delle idee e in quello sensibile,
Sergio Baratto risponde, quindi, mi pare, alla fin fine, che una sinistra antisemita non può esistere nel mondo sensibile perché non può esistere nel mondo delle idee; se anche se ne trova traccia nell'esperienza, a guardar bene ciò che sembra una sinistra antisemita non è sinistra; quando ciò che sembra una sinistra antisemita continuerà a sembrare, anche dopo averla guardata bene, una sinistra antisemita, avremo che fare con nient'altro che infiltrati inconsci; e se pure proprio esistesse, un qualcosa descrivibile come sinistra antisemita, è praticamente inesistente in quanto privo di effetti concreti.
Mi sono applicato a leggere la prima parte di questo articolo di Sergio Baratto (c'è una seconda parte, ma qui non me ne occupo) perché mi sono domandato: con una persona il cui discorso è fatto in questo modo, io riuscirei a discorrere? Mi sono risposto: no, non ci riuscirei. Questo mio articolo è quasi una dichiarazione di impossibilità di discorso tra me (cioè il mio discorso, fatto in un certo modo) e una persona il cui discorso sia fatto in questo modo. Mi sono domandato ancora: è possibile individuare (non nel discorso di Baratto, non nel discorso mio, ma tra i discorsi) un punto nel quale si concentri l'impossibilità di discorso tra me e una persona il cui discorso sia fatto in questo modo? Se sì, qual è? E come posso affrontarlo?
E: come appare, il mio discorso, che è fatto in un certo modo, a Sergio Baratto? Baratto percepirà a sua volta il mio discorso come un discorso che non si dà disponibile a un discorrere? Ci sono errori nel mio discorso?
[Avvertenza. Ho scritta una prima versione di questo articolo tra le due e le tre di notte. Verso le otto e mezza di mattina l'ho messo off line, l'ho ampiamente riscritto e l'ho ripubblicato. A mezzogiorno ho inserita ancora una precisazione. Nessun commento era stato inserito prima di questi interventi. Devo smettere di scrivere articoli tra le due e le tre di notte. gm]
[Due notazioni a margine.
Ho scritto in un commento a questo esercizio di lettura, tra altre, queste parole:
La sola obiezione che ho da fare a questo modo di "discorrere" é: tu, quando parli con me, stai parlando con me oppure stai parlando con le mie parole?.
Ho scritto questo perché l'approccio strutturale ad un testo, che pure ha tutta la mia attenzione, mi pare che qualche volta finisca per dimenticare il portato dell'esperienza dell'autore del testo. Sottoposto a una critica a maglie tanto strette credo che si finirebbe per decolorare e livellare qualsiasi testo. Depauperando un testo del portato esperienzale ed emozionale del suo autore, che si manifesta con "strappi", "coloriture", "forzature di senso", "iperbole", "generalizzazioni", mi chiedo se non rimanga appunto un testo appiattito su una soglia troppo neutra. Questo modo di leggere un testo, forse, tra i tanti pregi, ha il difetto di voler cancellare l'autore (la sua biografia, la sua esperienza diretta o indiretta in relazione all'argomento), in favore di una certa qual volontà di perfezionamento del testo come se per ogni testo esistesse un "testo ideale" e quel "testo ideale" fosse precisamente quello dettato dalle regole della logica.
Ricordandomi che la regola fondamentale di questo modo di leggere un testo o di dialogare con una persona - ossia il modo della logica - è tentare, comunque, di capire quel che l'autore sta cercando di dire - regola che tra l'altro mi pare contenga una risposta alla nota precedente -, mi domando se questo modo di leggere un testo alla luce della logica in modo tanto scoperto e cogente, direi: scientifico - ossia affermare: "questa affermazione che tu poni su un piano logico, è però logicamente errata" -, non sia messo in scacco proprio da uno delle sue maggiori nemiche: ossia il principio di autorità. Questo esercizio di lettura afferma: "Quel che dice Sergio Baratto è sbagliato, perché, in realtà, così dice la logica". Questo mi pare un atteggiamento fideistico. Quanto al fatto, affermato in apertura dell'esercizio, se si tratti di criticare "il modo di dichiarare le opinioni" e non "le opinioni", mi sembra irrilevante vista la conclusione a cui arriva l'esercizio stesso. Lo riporto: "Mi sono applicato a leggere la prima parte di questo articolo di Sergio Baratto (c'è una seconda parte, ma qui non me ne occupo) perché mi sono domandato: con una persona il cui discorso è fatto in questo modo, io riuscirei a discorrere? Mi sono risposto: no, non ci riuscirei. Questo mio articolo è quasi una dichiarazione di impossibilità di discorso tra me (cioè il mio discorso, fatto in un certo modo) e una persona il cui discorso sia fatto in questo modo". Come affermare: poiché tu non sai discorrere secondo logica, quando dici che stai parlando logicamente, io con te non ci parlo. Mi domando: se una persona ritiene erroneamente di essere nel giusto, è necessario punirla una volta che si sia dimostrato che non è nel giusto? La mia risposta è: no - e aggiungo: almeno in un caso come questo; e per quel che so, lo scopo del formare logicamente un testo non è punitivo; è anzi prima di tutto un esercizio di civiltà]
Posted by Marco Candida at 28.08.06 10:27
Comments
Premetto che quel che segue è abbastanza confuso, di modo che chi legge possa comportarsi di conseguenza.
"Questo mio articolo è quasi una dichiarazione di impossibilità di discorso tra me (cioè il mio discorso, fatto in un certo modo) e una persona il cui discorso sia fatto in questo modo" ovvero, tra me e questa persona. Qui Mozzi, per come la vedo io, risponde alla tua domanda, "me (cioè il mio discorso, fatto in un certo modo)". Io sono il mio discorso (le mie parole) fatto in un certo modo. Io sono le mie parole. Se parli con me, parli con le mie parole. Ma noi non siamo solo parole, credo. "Questo mio articolo è quasi una dichiarazione di impossibilità di discorso...", Mozzi non scrive che è impossibile discorrere con una persona il cui discorso sia fatto in quel modo (anche perché, in una certa maniera, discorre con lui mentre ne passa al vaglio il testo), ma "quasi". Questo uso del "quasi" mi sembra simile a "nella grandissima maggioranza dei casi" che Baratto usa in un brano all'inizio del suo articolo: "Per la sinistra si può certamente parlare di "anti-israelismo", intendendo con questo un fenomeno analogo all'antiamericanismo, cioè una ostilità o un pregiudizio negativo verso una entità socio-culturale intesa monisticamente tramite la fusione in un unicum monolitico di strategie politiche, valori, elementi caratteristici della sotto-cultura ecc. Si tratta – come ogni riduzione della complessità – di un atto profondamente stupido e certamente autoritario, ma nella grandissima maggioranza dei casi del tutto privo di connotati razzisti.". Con questa "grandissima maggioranza dei casi" Baratto non esclude che ci sia una minoranza a connotati razzisti, ma la mette in un angolo. Con "quasi una dichiarazione di impossibilità", Mozzi non esclude la possibilità di dialogo, ma la mette in un angolo. Poi si chiede se ci sia un punto nel quale si concentri tale impossibilità. Sente che questa impossibilità c'è, ma non sa esattamente dove. La sente. Baratto non riesce a dire che non ci sono casi di razzismo, e scrive nella "grandissima maggioranza dei casi", Mozzi non riesce a scrivere che c'è impossibilità di dialogo, così scrive che la sua è "quasi una dichiarazione...". Ma scrivere di essere incapaci a discorrere con qualcuno perché il suo discorso è diverso dal mio, cosa vuol dire? Ma possiamo capire un discorso, comprenderlo? Una volta ho letto che "Ti capisco" è un luogo comune, e che è impossibile capire una persona, l'aveva scritto Mozzi nel primo dei Luoghi Comuni. Ma se io sono il mio discorso, fatto in un certo modo, e tu sei il tuo discorso, fatto in un altro modo, e io e te non possiamo capirci, possiamo capire i nostri discorsi? Ma torno indietro. Dicevo dell'uso del "quasi" e di "grandissima maggioranza di casi", per quel che mi riguarda, qui è la resa dei conti di chi scrive i due pezzi. Lo scarto tra quel che si vuole dire, o si sente di dover dire, e l'esperienza di ogni giorno, l'impossibilità di comunicazione, l'esistenza del razzismo nella sinistra. Magari tutto quel che ho scritto è un po' confuso, e me ne dispiace. In ogni caso, ormai l'ho scritto. Ciao a tutti!
Posted by: andrea branco at 30.08.06 15:30
Caro Andrea, grazie del commento ottimo. Premetto che l'esercizio di lettura mi sembra riuscito, infatti l'ho ricopiato per intero e l'ho utilizzato come "spottone" per il laboratorio prossimo di scrittura, ho aggiunto qualche considerazione su questo modo di far discorsi. Ammetto di non aver colto questa simmetria tra il discorso di Mozzi costruita sul discorso di Baratto, che tu evidenzi così bene. Mi domando però, se proprio questa simmetria del discorso - e del comportamento nel formare il discorso - non ribadisce, più che contraddire, quel che ho scritto nella mia seconda nota. Dimostrato che il discorso di Baratto non regge dal punto di vista logico, perché mettersi sul suo stesso piano usando quel "quasi" esattamente nello stesso modo come si usa "nella maggioranza dei casi"?
Quanto al "ti capisco" dei Luoghi Comuni, io credo che una critica a ranghi strettissimi di certi modi di dire funzioni quando si vuole far notare che questi modi di dire vengono usati a sproposito. Faccio un esempio. Se una persona mi racconta la sua vicenda che la vede colpita da una grave malattia, e io le dico: "ti capisco", e scoppio di salute... forse potrei fare a meno di usare "ti capisco". Diverso è il caso di due persone con esperienze se non uguali almeno simili. Tu chiedi: possiamo capire un discorso, comprenderlo? Dobbiamo sforzarci di farlo - così insegna anche la logica in una dei suoi presupposti fondamentali.
Quanto al fatto che "io sono le mie parole", "quando parli con me, parli con le mie parole", io non ne sono così sicuro. Credo che quando si parla con una persona si parla con un aggregato di organi che si agganciano uno all'altro, gas, liquidi, pruriti, neuroni, neurotrasmettitori, e quant'altro.
Posted by: Marco at 30.08.06 17:38
Ma, Marco: la discussione che c'è stata in vibrisse in calce a questa mia 'lettura' ha finito col mettere in luce due cose:
- che a chi condivide l'assioma su cui si regge tutto il discorso di Baratto scoccia sentirsi dire che quell'assioma, in quanto (è un assioma!) non può (e non deve) essere provato, è cosa che si crede "per fede" (Andrea Barbieri mi ha addirittura accusato di voler dare una svolta religiosa al discorso: il che, ahimè, è ridicolo);
- che il discorso di Baratto si regge su una logica che non è la logica aristotelica, bensì la logica hegeliana (e poi marxiana). La cosa importante della logica hegeliana non è la faccenda del procedere per tesi, antitesi, sintesi; bensì il suo proporsi come logica "reale".
Ciò che rende impossibile il dialogo tra me e Sergio Baratto è questo. Un discorso "logico" è, per Baratto, un discorso "reale". Per me, è al massimo un discorso "vero nei limiti della logica".
Poi: Baratto è una persona buona e gentile, io cerco di essere almeno gentile, e quindi un po' possiamo parlarci. Questa la ragione del "quasi".
Detto questo: ci sono molti modi di leggere un testo. Un modo è: considerarlo come *solo un testo*. E' un modo, e questo modo dà dei risultati utili all'interno dei propri limiti.
Posted by: giuliomozzi at 31.08.06 14:25
Caro Marco, riguardo a "Io sono le mie parole", non è così per me. Scrivevo solo che Mozzi aveva scritto "me (cioè il mio discorso...)", per me il discorso si esprime in parole, un discorso è fatto di parole, un discorso è parole, e quindi qui, mi sembra, Mozzi affermava di essere il suo discorso, le sue parole. Da qui, scrivevo che alla tua domanda, parli con me o con le mie parole, forse ti aveva già risposto. Per quanto riguarda me, una persona è anche le sue parole. Mi era venuto in mente poi quel Ti capisco, che mi aveva colpito.
Sul "quasi" e su "la grandissima maggioranza dei casi" stavo pensando alla diversa posizione che hanno nei due discorsi. Il primo alla fine, l'altro all'inizio. C'è differenza, in questo. Come se uno fosse più consapevole, della concessione che fa, e l'altro meno. Ma non lo so, insomma. Cerco solo di capire il gioco, se mai ci riuscirò. E magari essere chiaro quando espongo. ciao:-)
Posted by: andrea branco at 31.08.06 20:37
Andrea, Giulio, comunque, credo che il titolo di questo esercizio di lettura potrebbe essere: Nessun Baratto.
;-)
Posted by: Marco at 02.09.06 10:38
Sarebbe assai scortese verso Sergio.
Posted by: giuliomozzi at 03.09.06 10:42
Già.
Posted by: andrea branco at 03.09.06 14:40
La posizione attributiva dell'aggettivo mi pare sia sufficiente a segnalare l'ironia del titolo.
Posted by: Marco at 04.09.06 11:15