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05.08.06

Non voglio storie

Mi trovo in un bar di Tortona. E’ mattino presto. Sto sorseggiando il mio bicchiere di latte caldo.
Mi si avvicina il proprietario del bar. Ha pochi anni più di me. Di vista, ci conosciamo.
“Tu sei Marco Candida?”. Ha l’espressione seria.
Io mi pulisco le labbra con un tovagliolino di carta. “Sì” rispondo.
“Ho letto sul tuo blog che hai firmato un contratto con una casa editrice per pubblicare un romanzo” mi dice il proprietario del bar. Preferisco non descriverlo.
“Sì, è così”. Vorrei sorridergli, ma la sua espressione seria mi induce a non farlo. Poso sul tavolino il tovagliolo con un angolo macchiato di latte.
“Vorrei che finissi il latte e che poi non tornassi più” mi dice il proprietario del bar. “Il latte te lo offro io” aggiunge.
“Posso sapere perché?” chiedo. Parliamo a mezza voce.
“Perché non voglio storie nel mio locale” dice il proprietario del bar. Nel dirlo diventa rosso ai lati del collo.
Poi va.
Io finisco il latte. Non pago. Vado anch’io.
Non credo che tornerò in quel bar.

Posted by Marco Candida at 05.08.06 08:22

Comments

Cavoli! Quasi quasi mi invento che ho firmato un contratto con una casa editrice, così poi faccio il giro di tutti i bar che conosco e mi becco colazioni gratis per un mesetto buono...

Un saluto Marco ;-)

Posted by: Nevio at 05.08.06 11:35

Non l'avevo vista sotto questa prospettiva, Nevio. :)

Posted by: Marco at 05.08.06 12:17

.. scritto così è bellissimo. Quello che non c'è scritto voglio dire. Sai, io non mi vergogno a chiedere quando non capisco (forse dovrei). Ma cazz vuol dire che non vuole storie?
Chiara

Posted by: Chiara at 07.08.06 09:09

tipica frase da hard boiled, "non voglio storie qui dentro!", dato che Marco ora è un autore autorizzato a produrre storie...

Posted by: Tonino Pintacuda at 07.08.06 09:57

Molto divertente!
Emma

Posted by: emma locatelli at 07.08.06 12:46

Ciao Chiara, mah, l'espressione che ha usato il proprietario del bar di solito si rivolge a un guastafeste, a un rissomane, a una persona poco raccomandabile. "Non voglio storie nel mio locale!". Come se io per il solo fatto di esserci faccia accadere le storie, e non soltanto le riferisca. :-) Uno spione. :-) Un aizzatore, anche. :-)

Posted by: Marco at 07.08.06 13:50

Un narratore... dunque... razza adorabile!

Posted by: Ilaria at 08.08.06 07:53

Dunque narratore uguale rissomane..
Davvero fai accadere le storie per il solo fatto di esserci?
E che se poi è vero?

Posted by: Chiara at 08.08.06 08:48

No, ma, ehm, Chiara, rissomane secondo il proprietario del bar - che saluto - che mi ah rivolto un'espressione che di solito, mi pare, si usa con i rissomani, i guastafeste, gli aizzatori. :)

Posted by: Marco at 08.08.06 09:27

narratore è provocautore

Posted by: Ilaria at 08.08.06 09:57

No, Ilaria, semmai: narrautore è provocautore.

Posted by: Marco at 08.08.06 11:09

dovremmo discuterne con il Bregola.. ;)

Posted by: Ilaria at 08.08.06 12:33

La potenza dell'arte.

Posted by: segnale orario at 08.08.06 13:34

Non voleva pubblicità. O la voleva. Avrebbe voluto non averne. Marco, potresti applicare un ultimo Post-it con scritto il nome del bar, sai quante storie poi, i lettori. Che i lettori si fanno un sacco di storie, e ne fanno. Il tipo del bar, però, davvero grande. Per essere hard-boiled, tonino...
"Era un'afosa mattina d'agosto, uno di quei mesi che con luglio e settembre la gente li chiamava estate, ora non più che è un marchio registrato e ci sono i diritti da pagare sopra, e sotto, e barauffete, come diceva quel vecchio cane di mio padre, pace all'anima sua, ed ora che ci penso anche la cagna di mia madre, pace idem, ed ora che ci penso chissà se era sul serio mio padre, ma non importa, visto che era un'afosa mattina d'agosto, di quelle in cui correndo per strada per andare a giocare con gli amichetti ai giardini i bambini spiaccicavano le merde dei cani, e queste si appiccicavano alle suole e macchiavano in varie guise i marciapiedi già sudici emanando profumi di campi concimati da poco che la pioggia ha appena finito di bagnare, di quelle che il camion della spazzatura non è ancora passato dalle strade che percorrevo usualmente per andare a fare colazione al mio bar, all'incrocio tra via Mozzi e via Arouet, di fronte piazza San Marco, di quelle che non si scordano facilmente perché Lei era impossibile da scordare, più di una Eko, che con le sue forme da violoncello nude e pure si presentò davanti a me, ma io la oltrepassai senza curarmene, la colazione mi attendeva. Entrai e dissi Il Solito al barista, che non sapeva chi fossi e che volessi, visto che era un sostituto e l'altro era in vacanza alle Tardive, mi disse così, e mi pregò, ma senza mettersi in ginocchio, di chiarire il significato del significante a lui insignificante, così glielo ficcai dritto in testa con poche parole, una volta e per sempre, Latte bianco caldo, e lo vidi appena sogghignare dietro il suo tupè nonostante la giovane età, dico, per il tupè, e me l'andò a preparare dietro il bancone, mentre le paste calde facevano a cazzotti con la merda spiaccicata dai bambini e l'inchiostro del giornale del giorno fragrante ed amaro sulla carta ruvida pastello. Mi godevo ancora questo delirio onnisenso che tornò, il barista che non conosceva Il Solito, e mi disse che aveva un messaggio per me, che ero la persona che si chiamava con il nome che mi disse, e che omettei nella risposta monosillabica Sì mentre mi asciugavo la bocca con il tovagliolino un po' in imbarazzo per via del fatto che mi ero tagliato radendomi poco prima per cui non ero pronto per un confronto con un fan, ma lui sembrò non farci caso, così neppure io ci feci caso, e Ho letto sul tuo blog che...vorrei che finissi il latte e poi non tornassi più. Il latte te lo offro io. Perché non voglio storie nel mio locale, e mentre pronunciava queste ultime parole le vene ai lati del collo si gonfiarono per lo sforzo di cacciarle fuori dalla bocca, i capillari si misero a funzionare freneticamente e i tendini si tesero, così che le parti si arrossirono in vario grado. Capii che non era un novellino qualunque, una qualsiasi altra persona, ovvero più normale di quella che avevo davanti, avrebbe mostrato esitazioni, e soprattutto non avrebbe utilizzato quel tono di voce, alto da farsi sentire da tutti gli altri clienti e astanti del locale addobbato in formica parecchio kitsch, lo capii certo dal tono di voce, e dallo spostamento d'aria causato dal movimento dei tendini, data la mia notoria sensibilità al riguardo di tutto, essendo chi sono. Mi guardò negli occhi. Una scarpa mi si era slacciata inusualmente, per cui ero sotto il tavolino a cercare di allacciarla, ma era molto basso, così ci picchiai la nuca, e lui dovette vedere il traballio del tavolino dovuto all'impatto con una parte della mia testa, invece dei miei occhi, ma sono sicuro che mi volesse guardare proprio lì. Finito di allacciarmi la scarpa fausta, mi tirai su e dissi Grazie per il latte accompagnando il tutto con un leggero movimento ondeggiante, tipo beccheggio di una nave con mare mosso, ma non in tempesta, e non sicuramente come ne La tempesta perfetta, piuttosto un rollio, una cosa del genere, sorprendendomi a tirare fuori dai ricordi una parola che è anche un titolo di un film di una ventina e passa di anni fa, uno di quei film americani scemi, commedia spy-college, che come protagonista aveva Goose, il dr. Green con una chioma bionda fluente e gli occhi che hanno fatto impazzire milioni di fringuelle a giro per questo pianeta, e questo titolo in inglese, la traduzione in italiano, avrei scommesso fosse l'ultima parola che quel barista, sicuramente l'addetto al licenziamento clienti indesiderati del bar, mandato lì appositamente per dirmi tali sgradevoli cose, e chissà se gente così ha un sindacato, dovrò informarmi, e la parola è Gotcha! Beccato! p.s. finito il latte bianco caldo sono uscito, ho tirato fuori la mia Castron digitale che fa foto a 3000000000000000000000 di pixel e ho fotografato la copertina del mio libro, che se il latte dev'essere bianco e caldo, la vendetta è...........i puntolini sostituiscono una parte blasfema". Logorrea notturna, notte.

Posted by: andrea branco at 09.08.06 01:59

Scusa, sai se il barista oltre a non volere storie non vuole neppure "storia"? Sai, tra poco mi laureo in storia contemporanea, e un cappuccino gratis a Tortona me lo berrei volentieri. Io sono uno di quelli che portano avanti L'Idea: "anche un clistere, purchè sia gratis". Mi fai sapere? Grazie.

Posted by: Sauro Sandroni at 09.08.06 14:55

Ilaria, mi sfugge l'allusione... :-) segnale orario, :-)))) :-) Andrea, sì potrebbe essere un'idea...; il pezzo tra le virgolette che cos'è? :-D Sauro, io lì non ci vado più; se vuoi, vieni a Tortona e chiediglielo direttamente. Ti ci accompagno io. ;-)

Posted by: Marco at 09.08.06 18:01

Ci vedremo con Davide (spero) e vi starò ad ascoltare... :) parleremo di narrautore provocautore... bacio

Posted by: Ilaria at 09.08.06 20:37

Il pezzo tra le virgolette è una versione quasi hard-boiled del tuo pezzo, dovuta all'intervento di Tonino e alla mia insonnia. E anche a James Cain. Ma non è così hard boiled, infine. Ci dovrò tornare sopra perché ne esca fuori una roba appena decente. Pinketts ha il mio stesso nome, ma non centro niente. Un divertimento. Mi diverto così. Tu dammi una virgola, e se ne ho voglia faccio sortire fuori qualcosa. è che poi mi annoio, a continuare sullo stesso tono, e probabilmente non sono capace di eccedere come vorrei. l'eccesso è un lavoro da professionista, ed io sono un dilettante scarso. Spero di venire un giorno a Tortona. Ciao, e buonanotte. e buonafortuna.

Posted by: andrea branco at 10.08.06 01:03

Andrea, "Tu dammi una virgola, e se ne ho voglia faccio sortire fuori qualcosa". Ti va se metto sul blog un mio racconto che non ho finito e tu lo continui? Il racconto si presta... :-)

Posted by: Marco at 10.08.06 10:01

eh...com'era? "Tizio ordina..." Una pallottola spuntata, hai presente? Ma, sìsì. Quel "se ne ho voglia" mio mi preoccupa un po', ma sì. Io domani parto e torno il 15 sera, se lo metti su prima magari riesco a lavorarci tra una pausa e l'altra di "Considera l'aragosta", che spero di riuscire finalmente a leggere come merita. E...Grazie. Ho scritto da un'altra parte che sono sempre in imbarazzo in certe situazioni, come questa, anche se sì, in somma forse non dovrei, ma boh. Grazie, aspetto di vederlo. E vedo se mi viene la voglia (sarà perché non ne ho, di voglie, che è difficile farmele venire? e chi ha una o più voglie, sarà certo meno svogliato. argh.-) andrea l'orbo

Posted by: andrea branco at 10.08.06 10:13

Caro Marco,
se quanto racconti
è successo veramente,
che io muoia,
adesso.

Ma Marco,
se quanto raccoti
è frutto della tua mente,
che pippe!
- da far invidia al sesso.

Posted by: carlo at 10.08.06 11:38

Ultime volontà:
prima che io muoia,
correggi il commento
e fai di raccoti racconti.
E sia.

Posted by: carlo at 10.08.06 11:40

Benvenuto nella vita pubblica. Hai capito perchè usavo un pseudonimo? Adesso non ne ho più bisogno perchè la mia vita è tutta pubblica. Molto comodo: appena fai qualcosa che non va te ne accorgi subito.
Sei disposto ad essere tutto pubblico compreso anche il tuo personalissimo privato?
in bocca al lupo.

Posted by: marta t. at 10.08.06 16:22

L'episodio, se vero, assume connotati estremamente gravi. Anzitutto, come prevede la Legge 287/1991 i bar sono "pubblici esercizi" per la "somministrazione al pubblico di alimenti e bevande".
Nessun barista ha il diritto, in un regime democratico, di ordinare a tizio o caio di uscire dal bar solo perchè è uno scrittore, o magari sospetta che quello scrittore citi o meno il suo bar nel romanzo.
Il comportamento di quel barista non solo è esecrabile, ma merita di essere segnalato all'autorità competente (in questo caso, il Comune di Tortona) per gli accertamenti del caso.
Per sua definizione, il "pubblico esercizio" è aperto a chiunque. Il barista non può discriminare e cacciare dal locale caio o sempronio solo perchè di idee diverse dalle sue, anche di tipo calcistico.
E nessuno ti impedisce di citare questo o quel bar nel romanzo, senza chiedergli il permesso. Perchè è un prodotto di finzione, e i luoghi e i locali pubblici possono (eccome) essere rielaborati, descritti e inseriti in una trama di finzione. Esiste una giurisprudenza costante sull'argomento, ad esempio la celebre sentenza del Tribunale civile di Roma con cui venne assolto Nico Orengo per i contenuti de "Gli spiccioli di Montale" (uscito per Theoria, e ristampato, dopo l'assoluzione, da Einaudi), dove si è dimostrato, se ben ricordo, che il contenuto di un romanzo non si configura come informazione giornalistica, ma come prodotto di finzione, ed altri argomenti che ora non ricordo nel dettaglio.
Quindi stai tranquillo. Anzi, se fossi in te, inserirei in questo o in un futuro romanzo quel barista e quel bar, con un nome fittizio per il barista e caricaturarlo nel modo più beffardo che un bravo scrittore come te può permettersi di fare.
In bocca al lupo!

Posted by: Achille Maccapani at 10.08.06 19:38

@Achille Maccapani: "stai tranquillo ... " esistono anche le regole non scritte no? in questo caso conta il più forte e in questo caso il più forte è il barista.
@ "Se fossi in te...caricaturarlo nel modo più beffardo" e dopo? Se fossi in lui, invece, cercherei di non avere un volto legato ad un nome.
rimbocca al lupo

Posted by: marta t. at 11.08.06 13:57

Ciao Carlo, purtroppo è successo. :-) Ciao Andrea, bene: allora lo metterò :-) "Sei disposto ad essere tutto pubblico compreso anche il tuo personalissimo privato?". Ciao Roberta. Tengo un blog da tre anni e qualche mese, e nonostante abbia ripetuto più volte :"Sono un aspirante scrittore", moltissime persone hanno preso e ancora oggi continuano a prendere per "outing" tutto quello che scrivo, e quando mi avvicinano, pensano di conoscere anche i miei più inconfessati segreti, e spesso si comportano in modo da generare in me precise reazioni. Il punto è che non mi fanno nemmeno bah, e se ritengono di farmi o di avermi fatto bah, è solo perché io ho capito le loro intenzioni, ho persino capito a quale post o a quale serie di post si sono affidati, e mi sono calato in quel Marco Candida che loro credono di conoscere. Ho attraversato il deserto per riuscire a essere chi sono, per quattordici anni l'ho fatto, e adesso che ci sono, non credo che nessuna stella sia nei miei occhi. :-) Ciao Achille, conosco la Legge 287/1991, ma cosa dovevo fare? Eravamo lui e io, senza testimoni. :-)

Posted by: Marco at 11.08.06 17:54

Ciao Marco...

Posted by: Ilaria at 11.08.06 21:45

Cara Marta, le "regole non scritte" presuppongono un minimo di rispetto nei confronti di coloro che (in questo caso, il barista) temono di essere svergognate dal futuro romanzo, pur non conoscendone una riga, se ho ben capito quanto vuoi dire (ma questo è il clima tipico di certi paesi di provincia, dove la grettezza e l'ignoranza cercano di sconfiggere l'intelligenza e il sapere di ognuno).
Un caso recente di rispetto (che invece condivido) è quello del romanzo "Milano solo andata" di Adele Marini: l'autrice ha chiesto espressamente all'autore televisivo Piergiuseppe Murgia di poter inserire nella trama la trasmissione tv "Chi l'ha visto?", da lui creata (durante l'era Guglielmi di RaiTre), e lo ha ringraziato nelle note. Ma in quel caso il riferimento (e cioè il format televisivo) era esplicito. Se avesse usato il nome di un altro format di fantasia, che so, "Dove sei finito?", non avrebbe avuto bisogno di scomodare e poi ringraziare Murgia nelle note al romanzo.
Ha fatto una scelta diversa, e fortemente rispettosa.
Vorrei allora citarti un aneddoto raccontato da Carlo Lucarelli, non so in quale occasione, ma di recente: un giornalista famoso stroncò un suo romanzo, lui per vendicarsi inserì in quello successivo una vittima potenziale del serial-killer di turno, descritta pari pari al giornalista, cambiandogli solo il nome e il cognome. Lo ha letteralmente ammazzato, strapazzato, ecc.ecc.. Ora non dico che Marco Candida debba fare a pezzi il barista nella finzione letteraria, in senso omicida. Ma può stravolgere il nome del Bar, cambiare i connotati al barista, nel senso del nome e del cognome. Farlo a pezzi sul piano strettamente umano. Ma il barista non potrà mai denunciarlo, non potrà dimostrare il collegamento diretto. Perchè il romanzo è un'opera di finzione. La finzione consente tutta la libertà possibile. Se tu leggessi "L'intagliatore di noccioli di pesca" di Nico Orengo, il romanzo non ti direbbe nulla, se non vivi nell'estremo ponente ligure: crederesti che tutti i personaggi siano finti. Invece (proprio perchè ambientato a Ventimiglia, e li conosco quasi tutti) essi sono veri, o al massimo col cognome stravolto, anche di poco. Intere persone viventi sono state inserite nella trama, pure Giovanni Choukhadarian. Ma era pur sempre un romanzo.
Perchè tutto questo? Perchè comunque lo scrittore si tutela, sul piano legale, con la clausola di avvertenza in apertura.
Ad esempio, Andrea De Carlo inseriva perfino una specificazione sui cognomi e nomi non coincidenti con quelli di persone vere e proprie, Giuseppe Genna utilizzava invece la clausola della "finzione letteraria al 100 %" (l'ha ripresa, di recente, Simone Sarasso nel "Confine di Stato").
Secondo il mio modestissimo parere, tutto sta nell'intelligenza e nella capacità descrittiva dell'autore che - di fronte al notebook o al pc da tavolo - dispone di una straordinaria libertà, di una tavolozza infinita, e può anche giocare con un io narrante totalmente opposto rispetto all'io reale e quotidiano.
Altro caso: pensa ai "Troppi paradisi" di Walter Siti, dove i riferimenti a personaggi pubblici viventi sono espliciti, duri. Ma è sempre un prodotto di finzione.
Caro Marco, il mio riferimento alla Legge 287 (che immaginavo conoscessi) era finalizzato solo ad incoraggiarti, a tener duro, a non farti spaventare dalle reazioni di certi personaggi come quel barista (di cui mi trattengo dall'esprimere giudizi, seppur amareggiato...). Ti prego, non farti condizionare, cerca di essere libero.
E' molto importante. Te lo dico, anche alla luce della mia esperienza vissuta prima in un paese della provincia milanese ed ora a Ventimiglia, città di provincia e di confine con la Francia.
Good luck!

Posted by: Achille Maccapani at 11.08.06 23:28

Quando una semplice provocazione...

Posted by: Ilaria at 12.08.06 08:15

Ciao Ilaria, quando ci vedremo con Davide? :-) Ciao Achille, "dispone di una straordinaria libertà, di una tavolozza infinita, e può anche giocare con un io narrante totalmente opposto rispetto all'io reale e quotidiano". Credo che la libertà sia anche una questione di concessioni. A quel che so non tutti concedono a un cosidetto scrittore di essere qualcosa di "totalmente opposto" rispetto all'io reale e quotidiano. ;-)

Posted by: Marco at 12.08.06 10:34

Caro Marco... chiedi a Davide... l'uomo che è ovunque... è imprendibile! Magari lo convinci! Bacio e se ti va vieni sul mio umile blog..

Posted by: Ilaria at 12.08.06 14:39

Ciao Marco, ti capisco. Sei sconvolto dall'episodio assurdo che ti è capitato. E giustamente ti senti osservato da chiunque.
Ma credo che il senso di libertà debba partire da noi stessi, dal nostro cammino esistenziale.
Me lo ripeto in continuazione: bisogna avere, questo è vero una forza interiore, tanta faccia tosta, voglia di documentarsi, di studiare tanto (so che lo fai), di applicarsi, di non smettere di buttare tutto quanto hai scritto e di rivedere tutto daccapo. Forse proprio in questo nasce il senso di libertà. Il senso di un modo di guardare le cose con spirito di osservazione, di scavo, di ricerca. Anche sforzandoci di andare oltre le apparenze. Secondo il mio modestissimo parere, il problema non è il fatto che "non tutti concedono (...) di essere qualcosa di "totalmente opposto" rispetto all'io reale e quotidiano", ma il come tu riesci a rapportarti rispetto allo schermo bianco del notebook, a scrivere, a riscrivere, a tirare fuori tutto quello che avevi dentro e non riuscivi a tirare fuori, forse per colpa dei tanti timori, dei complessi interiori, ecc.
Scusami, forse mi sto dilungando troppo. Ma sono solo le mie sensazioni che ti sto esprimendo. Un caro abbraccio. E coraggio! Tieni duro.

P.S. = certo che quel barista è proprio "out of zucca" (Franz Di Cioccio).

Posted by: Achille Maccapani at 12.08.06 16:40

Ilaria, come faccio a chiederglielo se Davide è imprendibile? Tra l'altro: spero proprio che questa caratteristica di Davide non si trasmetta ai suoi libri... :-DDD Achille, io non so se bisogna avere faccia tosta, eccetera. Non so da cosa nasca il senso di libertà. Però so che cosa dice una canzone di Adriano Celentano contenuta nell'albun La Pubblica Ottusità che si intitola Dolce rompi: "E se il prezzo della libertà è di stare soli ci si sta/ soli anche se penso ancora a te...". :-)

Posted by: Marco at 13.08.06 17:40

DDD Marco, me lo chiedo anch'io. Forse l'età (ho 42 anni), forse le esperienze passate ed accumulatesi, mi hanno aiutato a costruirmela giorno per giorno. Penso sia un fatto individuale, che cambia da persona a persona,
Ma una forza d'animo interiore cresce dentro di te giorno per giorno, acquisendo, appunto, esperienza. E pian piano ti fortifica, e cresce anche in te una forte autoironia. Almeno la penso così. Che strano, mi citi l'album "La pubblica ottusità", frutto contestuale di una contestatissima e dirompente edizione di "Fantastico" su Rai Uno, con cui Celentano distrusse - prima di chiunque altro in prima serata, ed eravamo alla fine degli anni '80, nell'epoca del duo Agnes-Manca - il varietà tradizionale, fece a pezzi in termini di audience il "Festival" di Baudo e Cuccarini (con Brigitte Nielsen!) in contemporanea su Canale 5.
Ma tornando al significato di quei versi, credimi, aiuta molto trovare le radici che ti sorreggono in una famiglia, in una moglie che condivide con te ansie, gioie, momenti di dubbio, preoccupazioni, angosce. :-)

Posted by: Achille Maccapani at 13.08.06 23:32

Caro Achille, mi piacerebbe avere una moglie, figli, e anche una famiglia. E mi piacerebbe la condivisione.

Posted by: Marco at 14.08.06 06:52

Ok Davide... ci penso io!!! Afferro Davide e organizziamo... ah... a vogliamo la stessa cosa... la condivisione...

Posted by: Ilaria at 14.08.06 07:22

Buon Ferragosto :-)

Posted by: Marco at 15.08.06 10:20

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