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16.02.06
E stop
Sul blog Perceber di Leonardo Colombati nei commenti al post intitolato I migliori romanzi americani di tutti i tempi – la situazione, ho scritto la mia classifica. Riproduco qui di seguito il commento:
Allora, la mia classifica è:
1) It, Stephen King;
2) Fiesta, Ernest Hemingway;
3) Martin Eden, Jack London;
4) Addio alle armi, Ernest Hemingway;
5) Per chi suona la campana, Ernest Hemingway;
6) Moby Dick, Herman Melville;
E stop.
Posted by: Marco C*ndida at 15.02.06 19:03
In questo intervento vorrei cercare di commentare non tanto la classifica così come l’ho composta (cosa che in parte farò), quanto soprattutto quel finale “E stop”.
Perché ho aggiunto “E stop” sotto la classifica? Perché in quel “E stop” è contenuta tutta la mia fermezza nel sacrificare alcuni titoli per me molto importanti, e che tuttavia non considero tanto importanti al punto da inserirli in una classifica di questo genere, e che nemmeno hanno rappresentato per me qualcosa di più di un semplice “ottimo libro” o di un semplice “bellissimo libro”.
It di Stephen King l’ho messo al primo posto, perché quello è stato un libro che mi ha aiutato a vivere, e che credo, tra l’altro, abbia aiutato a vivere non so quanti altri ragazzi come me (quando ho letto It la prima volta avevo quattordici anni). C’è un fumo magico che si sprigiona dalle pagine di quel volume di oltre mille e duecento pagine tutte le volte che lo apro (anche adesso, a ventisette anni): un fumo colorato (blu o arancione), e un po’ dolciastro (come gli sboffi delle case stregate o degli autoscontri al Luna Park), però in un modo tutt’altro che sgradevole.
Il terrore che sarebbe durato per ventotto anni, ma forse di più, ebbe inizio, per quel che mi è dato di sapere e di narrare, con una barchetta di carta di giornale che scendeva lungo un marciapiede in un rivolo gonfio di pioggia. La barchetta beccheggiò, s’inclinò, si raddrizzò, affrontò con coraggio i gorghi infidi e proseguì per la sua rotta giù per Witcham Street, verso il semaforo che segnava l’incrocio con la Jackson. Le tre lampade disposte in verticale su tutti i lati del semaforo erano spente, in quel pomeriggio d’autunno del 1957, e spente erano anche le finestre di tutte le case. Pioveva ininterrottamente da ormai due settimane e da due giorni si erano alzati i venti. Allora quasi tutti i quartieri di Derry erano rimasti senza corrente e l’erogazione ancora non era stata ripristinata. Un bambino in impermeabile giallo e stivaletti rossi correva allegramente dietro alla barchetta di carta.
E mi fermo, anche se la voglia di ricopiare tutto il capitolo (14 pagine; 4 sotto-capitoli) fino alla descrizione dei cavalletti dipinti d'arancione che sbarrano la strada, e la parte della fabbricazione della barchetta di carta con la paraffina (o “p-p-pparaffina” come dice Bill Denbrough), e l’incontro di Georgie (il fratello di Bill Denbrough) con il clown nello scarico della fognatura (il clown è un incrocio tra Bozo e Clarabella e Ronald MacDonald: il Signor Bob Gray, signori, altrimenti noto come Pennywise, il Pagliaccio Ballerino...!) che tiene in una mano un mazzo di palloncini, di tutti i colori, “come succulenti frutti maturi”, e nell’altra tiene la barchetta di Georgie e gli dice: “Vuoi la tua barca, Georgie?” e Georgie che allunga il braccio dentro all'impermeabile giallo e…
Fiesta l’ho messo perché l’ho letto sei o sette volte, e anche adesso, come dicono tutti, trovo i dialoghi impressionanti… Li leggo ogni volta e mi dico: “Ma questa roba che cos’è?” e poi mi ci ritrovo dentro e non posso più uscirci.
Pagina 83, un dialogo qualsiasi, (lo metto in orizzontale, non in verticale):
“Salve, tesoro” Brett gli porse la mano. ”Salve, Jake” disse Mike “Ieri sera, temo, dovevo essere un po’ sbronzo”. “Lo eri e come” disse Brett “Una cosa vergognosa. “Ehi” disse Mike “quando vai in Spagna? Ti dispiacerebbe se venissimo con te?”. “Sarebbe magnifico”. “Davvero non ti dispiacerebbe? Io a Pamplona ci sono già stato, sai? E Brett è impaziente di andarci. Sei sicuro che non ti daremo fastidio?”. “Non dire stupidaggini”. “Devi sapere che sono un po’ brillo. Se no non te lo chiederei in questo modo. Ma davvero non ti dispiace?”. “Oh, smettila, Michael” disse Brett “Come può dire che gli dispiace in questo momento? Glielo chiederò io dopo”. “Ma a te non dispiace, vero?”. “Non chidermelo più se non vuoi farmi arrabbiare. Bill e io partiremo la mattina del 25”.
Ora, che cosa c’è che ancora funziona tremendamente in questo dialogo? (E l’ho scelto a caso). E’ la rappresentazione dell’insistenza di Mike nei confronti di Jake. Mike e Jake sembrano due macchiette, e tutto il dialogo sta a un passo dal comico demenziale. Perché mai, ci domandiamo, Mike è così insistente – d’accordo: sostiene di essere brillo –, ma perché insiste così tanto? Sembra tutto molto gratuito e per questo demenziale. Per di più il ventiseienne Hemingway non ci dice una parola al di fuori delle virgolette per spiegarci gli stati d’animo di Mike e di Jake. Il giovane Hemingway ci invita a raccapezzarci da soli, e non ci dà altro indizio che le parole che escono di bocca dalle due persone (non ci aiuta nemmeno con le espressioni del viso o con certi movimenti del corpo). Dobbiamo cavarcela da soli, messi in mezzo a questa situazione che ci suona comico-demenziale ma che è anche così asciutta che ci rendiamo ben conto che l’intenzione dell’autore è tutt'altro che quella di metterci in una situazione comico-demenziale. E’ la rappresentazione delle cose nude che porta alla luce gli aspetti grotteschi delle cose stesse e delle loro relazioni. Ma appena una pagina più in là tutto quadra, e sempre senza che il giovane Hemingway ci metta il becco.
Mike uscì. Brett e io restammo seduti al bar. “Ne vuoi un altro?”. “Forse”. “Ne avevo bisogno” disse Brett. Salimmo a piedi la Rue Del ambre. “Non ti ho visto da quando sono tornata” disse Brett. “No. “Come stai, Jake?”.
Ecco qua: Brett, l’accalappiatrice di uomini, e il povero Mike Campbell (ex pugile) è il merlo di turno. Ecco spiegata tutta quell’insistenza del povero Mike. Quel dialogo rappresenta tutti i sospetti di Mike nei confronti di Jake ma soprattutto di Brett che non è proprio quel tipo di donna che ti fa vivere un idillio quando decidi di stare con lei. Quel che più conta è che tutto questo viene reso solo sul piano linguistico come se per il giovane Hemingway quel che contassero di più fossero le parole che escono dai personaggi. Sono le parole che diciamo e un certo uso delle parole che tirano fuori nel modo più potente e privilegiato i nostri stati d’animo. Fiesta, Addio alle Armi, e Per Chi Suona La Campana (tutti inseriti nella classifica) funzionano così. Il linguaggio che Hemingway crea è una linguaggio speciale sempre fortemente allusivo dell’interno dei personaggi. Hemingway rappresenta le anime, il subconscio e tutto quel che più di nascosto si agita negli uomini e nelle donne, e lo fa solo attraverso quel che di loro possiamo vedere e sentire. Dispone sulla pagina le tracce e gli indizi che molto presto si costituiscono come prova dell’interiorità del personaggio. In questo senso Hemingway è realista: si affida alle parole che puntano di più alla cose e non alle parole che puntano soltanto verso altre parole ancora, ossia quelle parole che non si possono spiegare se non per mezzo di altre parole e per mezzo di altre rappresentazioni precostituite e per questo non completamene adatte per rappresentare le particolarità del singolo evento.
Adesso però vorrei concentrarmi sull’“E stop” che ho scritto in fondo alla classifica. Ci sono libri che non ho letto, e libri che non riesco a leggere. Vineland di Pynchon proprio non riesco a leggerlo. Rumore Bianco di DeLillo o Cane che corre non riesco a leggerli. Ci provo, e mi diverto mentre li leggo, ma poi qualcosa rompe l’incanto, e non ho nessuna voglia di tornarci sopra, e non credo proprio che se leggessi i titoli che il carniere preparato da Leonardo Colombati propone le cose migliorerebbero. Ubik di Philip K. Dick è un libro bellissimo, ma non abbastanza da essere inserito in una classifica così apocalittica e pretenziosa – e proprio per questo molto divertente. Steinbeck è stato uno dei primi autori che ho letto. Ho letto tutto di Steinbeck (a dodici anni) e mi piaceva tantissimo perché era il primo scrittore ‘tecnico’ che leggevo. Le storie di Steinbeck avevano strutture perfette – purtroppo per Steinbeck poi ho letto Hemingway e Faulkner, e anche per me (come per molti altri) Hemingway e Faulkner hanno finito per mettere così tanto nell’ombra l’autore nato a Salinas in California da farmelo escludere del tutto. Di Faulkner ho letto solo Scendi, Mosè, che non è compreso nel carniere di titoli, e solo per questo non l’ho inserito nella classifica. Quanto a Bret Easton Ellis tenderei a congelare gli entusiasmi per questo autore. Tenderei a relegarlo sullo stesso piano di Stephen King e di Ken Follet per sottolineare la sua dozzinalità. Quando l’ho letto a diciassette anni American Psycho è stato un libro fichissimo per me, ma se devo essere serio e sincero l’appropriazione mitopoietica ellissiana fa piuttosto ridere. Insomma: l’idea che il simbolo di questa nostra società e di questo nostro mondaccio sia un serial killer che scopa, trita e sbudella, proprio ancora non mi torna. Per usare la ben nota metafora dell’occhiale, se dovessi idealmente inforcare gli occhiali firmati Bret Easton Ellis vedrei solo serial killer, sadici, nasi con le vene che scoppiano per la cocaina, prostitute d’alto bordo e… be’, tutta questa mi sembra una rappresentazione della realtà quantomeno parziale – e già che ci siamo parecchio “di cassetta”.
Non ho molto altro da aggiungere sulla letteratura americana: lettere scarlatte giovani holden bellissimi e dannatissimi ormai sono tutte cose che percepisco come troppo vicine e proprio per questo anche troppo distanti… L’immaginario americano ormai ce l’abbiamo tutto addosso e attorno (è un immaginario che è diventato un inventario?): mi basta uscire e fare due passi per sentirmi in America, non devo neanche più fare la fatica non dico di prendere un aeroplano ma anche solo di accendere la televisione… ma queste cose le sappiamo più o meno tutti e poi mi sembra di prendere una piega un poco troppo polimicuzza e allora mi fermo e stop.
Posted by Marco Candida at 16.02.06 18:40
Comments
"Hemingway rappresenta le anime, il subconscio e tutto quel che più di nascosto si agita negli uomini e nelle donne, e lo fa solo attraverso quel che di loro possiamo vedere e sentire."
o
"Hemingway rappresenta le anime, il subconscio e tutto quel che più di nascosto si agita negli uomini e nelle donne, e lo fa solo attraverso quel che di loro possiamo sentire."?
Posted by: monica at 17.02.06 08:31
D'accordissimo sui dialoghi di Fiesta. I migliori che abbia mai letto.
Posted by: Andrea M. at 17.02.06 08:44
Cara Monica, ho corretto aggiungendo quel "solo" perché Hemingway fa proprio "solo" questo - nella correzione volevo anche aggiungere che questo è il solo modo possibile... però mi sono fermato. In effetti non è il solo modo possibile per ottenere quel che Hemingway ottiene.
Ciao Andrea, sono molto belli anche i dialoghi di Per Chi Suona La Campana e di Addio Alle Armi.
Posted by: Marco at 17.02.06 09:32
Vero. Però per me quelli di Fiesta sono davvero i migliori. E poi Brett è una donna così moderna...
Posted by: Andrea M. at 17.02.06 13:06
Donna sola.
Posted by: Marco at 17.02.06 15:04
E comunque Brett è innamorata di Jake che è un drammatico caso di impotenza coeundi... :-)
Posted by: Marco at 17.02.06 15:49
I dialoghi di Hemingway ti svelano i personaggi a poco a poco. Eppure fin dall'inizio ti sembra di averli dentro. Non so spiegarmi granché. Il caso vuole che in questi giorni stia leggendo un libro in cui, al contrario, i dialoghi sono assenti. Nel senso che ogni cosa che i personaggi dicono viene raccontata in forma indiretta. Eppure...niente. Da poco che ti leggo, alcuni post davvero interessanti. grazie. ciao.
Posted by: andrea at 17.02.06 18:51