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02.01.06
Virgolette
[Virgolette si può leggere anche qui su Nazione Indiana. Qui per discutere il pezzo]
Il centoquarantacinquesimo commento al post A cena (e a colazione, se possibile) con Eva pubblicato su Nazione Indiana da Giovanni Choukhadarian, è firmato da Emma e tra altre cose dice:
[...]
Per me gli asterischi sono come due puntine o due mollette poste ai margini di un post-it in carta riciclata.
Servono per appendere il post-it da qualche parte, anzi possibilmente davanti agli occhi di chi legge.
Il corsivo è parente stretto, le “…” probabilmente pure, il TUTTO MAIUSCOLO è il cugino maleducato, ma siccome corsivo, “…” e TUTTO MAIUSCOLO per ora hanno un aspetto più familiare dei *…*, si finisce col notarli di meno.
[...]
Che si tratti di "..." o di *...* o del corsivo o del TUTTO MAIUSCOLO (da qualche tempo come sostitutivo di "..." per personalizzare di più i miei testi, ho adottato //...//) non si sa mai proprio bene che cosa ci stia in mezzo a quei due segnetti.
Una volta aperte le virgolette (...o gli asterischi, o le apostrofi, o le doppie barrette...) si spalanca davanti a chi legge un territorio senza regole dove sembra proprio che tutto valga. Avete qualche dubbio su quel che ho appena scritto? Allora provate a rileggere la frase così: una volta aperte le virgolette "si spalanca" davanti a chi legge un "territorio" senza "regole" dove sembra proprio che "tutto" valga. Non vi sembra che messe così le cose qualche dubbio in meno adesso vi infastidisca? Io credo proprio di sì. O se volete: io "credo proprio" di sì.
Forse gli studiosi del linguaggio dovrebbero considerare di più e meglio questo strano fenomeno che sono le virgolette. Questi quattro trattini che si applicano ai lati delle parole le proiettano in una dimensione dove non si può decidere del loro reale significato; e scommetto che se proprio adesso avessi scritto accanto alla parola "significato" la parola "reale" con le virgolette, di sicuro avrei ottenuto l'approvazione di chi tra voi è più pignolo; e in ogni caso, se non altro, avrei ottenuto di farvi entrare anche soltanto per un micro-secondo dentro a questa (terza? quarta? quinta?) dimensione dove il significato di ogni parola si fa indecifrabile, avrei ottenuto di farvi precipitare per un micro-secondo in un piccolissimmo stato di trance catatonica, come se tutta quanta la vostra attenzione fosse stata risucchiata e compressa da quei quattro trattini messi in fila sopra la parola "reale".
Sembra essere proprio questo il potere di questo segnetto apparentemente così "insignificante" (...non sembra molto più vistoso un punto di domanda?; o un punto esclamativo?; e che cosa dire di un punto fermo?...) ed è un potere mica da riderci, un potere, se ci si pensa, che manda all'aria moltissime tra le questioni più importanti che ci sono. Già: Il Potere Delle Virgolette!
Che cosa ne dite, infatti, se un giorno a qualcuno venisse l'idea di mettere la parola "Dio" tra virgolette? (Magari tanto per essere più chiari: di mettere la parola "Dio" tra virgolette in un trattato di teologia). E quante parole ormai sono state intrappolate dalle virgolette? Che ne dite della parola "famiglia"? E della parola "lavoro", che cosa ne dite? Della parola "Destra"? Della parola "Sinistra"? E della parola "Centro"? Che cosa ne dite della parola "democrazia"? (...ma forse questa ci è proprio nata tra le virgolette...)
Le virgolette sono un segnetto insignificante, sì, e forse proprio per questo sono tenute in grande considerazione da chi fa un uso della ragione sottile. Usare le virgolette è segnalare che colui o colei che è dotato o dotata di una ragione sottile sa molto bene che quel che sta dicendo, che il termine che sta usando, non è completamente adatto, e che per una qualche ragione, lui o lei è costretto o costretta a usare quella parola (perché manca il tempo; per farsi capire da tutti; perché sia chiaro che il tema trattato è così importante che non se ne può parlare se non usando solo parole inadeguate; e via così), ma che in un'altra circostanza, se proprio si dovesse mettere d'impegno e usarla tutta la sua ragione sottile, allora quelle virgolette sparirebbero.
Il Dizionario Enciclopedico De Agostini definisce così le virgolette:
Segno d'interpunzione formato da due coppie di virgole (""), usato per aprire e chiudere il discorso diretto, anche quando si tratta di parole espresse solo con la mente; per riportare citazioni; per dare evidenza speciale a una parola o a un concetto.
Anche se lo fa meno simpaticamente, con quel "per dare un'evidenza speciale a una parola o a un concetto", il Dizionario Enciclopedico De Agostini dice la stessa cosa di Emma nel suo commento; per me, però, non c'è solo questo: c'è molto di più.
Le due coppie di virgole, gli asterischi, le apostrofi, le mie doppie barrette, e il corsivo, e il TUTTO MAIUSCOLO, e l'espressione "per dire" o "dico per dire" o "faccio per dire", e via così, rappresentano soltanto la polvere di un pensiero che forse andrebbe pulito meglio. Tutti questi segni d'interpunzione, e alcune incidentali che si inseriscono nel discorso, molto spesso segnalano soltanto che abbiamo deposto la ragione, che una certa qual pigrizia ci ha sopraffatti, e così finiamo per rifugiarci in un modo di dire le cose o di renderle evidenti senza sforzarci di ottenere che siano le cose a dire il modo e che siano le cose e le parole a rendersi evidenti.
Quando non sappiamo bene di che cosa stiamo parlando (intendo: proprio ciascuno di noi, uno per uno, ogni volta che decidiamo di prendere la parola) allora ci viene da usare dei modi precostituiti per dire le cose (e che siano recenti o meno recenti, vuoti o densi, non è che cambi tanto) forse perché siamo spaventati e ci accorgiamo che quel mostro che si risveglia quando si prende la parola (come gli antichi raccontavano), bene, tutto sommato, quel mostro c'è, e ci sta addosso, e che se poco poco ci proviamo a dirlo qualcosa, qualcosa di nostro, qualcosa che sentiamo, non è facile proprio per niente, anzi è pericoloso, e per riuscirci addirittura possiamo arrivare a vederlo in faccia il mostro.
Che cosa poi sia, effettivamente, fuor di metafora, questo mostro, non credo proprio che si possa stabilire; credo che di mostri, quando si cerca di dire una cosa, se ne risvegli più d'uno, e che ci sono mostri che vengono da dentro di noi (i nostri fantasmi), e mostri che vengono da fuori di noi (persone in carne e ossa che non la smetteranno di perseguitarci per il solo fatto che siamo cercando di dire la nostra cosa); credo anche, però, che il modo di dire e le virgolette e qualsiasi altro sostitutivo delle virgolette e dei modi di dire, segnalino il terrore per quel mostro che scopriamo ogni volta che cerchiamo di costruire un discorso e che si chiama Arbitrarietà - o se vogliamo: Follia.
Tutto tra virgolette e per modo di dire misteriosamente si giustifica, si fa giusto (Non ci credete? Ecco qua un esempio: (Oggi è il "2007". Mi sento un "marziano". Mi "sbalzo" in piedi. Fuori fa freddo ma c'è "il sole". Il cielo è "rosso". Mi "scompagno" verso la cucina...); da quei quattro segnetti messi in fila alla destra e alla sinistra di una parola, insomma, sembra proprio che esalino gli spifferi gelidi dell'abisso di ogni senso.
Poscritto: Un commento di Alessandra Lisini tratto ancora dal post A cena (e a colazione, se possibile) con Eva:
Certo, l’uso degil asterischi è nato come sostituto delle virgolette.
Ma mi pare anche vero che:
Gli asterischi vengano usati come indicatori di errata corrige: a volte, nello scritto-parlato del web (o parlato-scritto?: la chat) precedono e seguono la parola che sostituisce, correggendola esplicitamente, un’altra da poco digitata, [es. Ciao caga…opssss *raga* :))))) ] e supplendo quindi a posteriori alla poca pianificazione del discorso parlato-scritto.
A volte, come in parte già detto sopra da Giorgia, indichino un uso più marcato rispetto a quella delle virgolette, significando lo slancio extratestuale della parola indicata.
[es. *sorriso*
Come a dire: non scrivo sorriso e basta, questo è un sorriso, o il mio sorriso, o un sorriso per te, per la tua battuta, …]
In questa medesima direzione, mi pare poi che la coppia di asterischi sfoci in un altro gesto, quello che mima le virgolette con le dita a rampino; per quanto questa mimica sia di origine anglosassione, ormai si sta diffondendo anche in altre aree linguistiche (e paralinguistiche).
[Qui per discutere il pezzo]
Posted by Marco Candida at 02.01.06 13:38