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22.01.06

Critico

Giacomo Sartori ha scritto cose interessanti qui; Roquetin ha espresso contenuti che invitano a riflettere qui; Giulio ha stimolato la riflessione e puntualizzato la situazione come lui sa fare qui e qui. Sto parlando del dibattito che è stato avviato da Giulio Mozzi su Vibrisse con l’articolo Che cosa chiedo alla critica letteraria. Ho cercato di seguire tutto quanto, e l’idea che mi sono fatto è che nessuno tra quanti hanno preso la parola è arrivato a scagliarsi contro i critici, questo no; e tuttavia tutti quanti hanno manifestato un garbato disagio.

Tutti quanti mi hanno fatto l’impressione di sostenere che i critici, si sa, ci sono: e i critici se non tutti, quasi tutti, non hanno una percezione proprio chiara delle opere che vanno criticando. Questo può succedere per molte ragioni. Ci sono critici straordinari, che però non saprebbero nemmeno da che parte cominciare se dovessero mettersi a produrre un’opera letteraria, e questo, agl’occhi degli scrittori, un poco li squalifica. Ci sono i critici che tengono in macchina romanzi molto belli, romanzi che contengono incroci di opere straordinarie (e se un romanzo è l’incrocio di opere straordinarie, perché mai non dovrebbe essere a sua volta un’opera straordinaria?), però per qualche ragione, qualche ragione imperscrutabile, ma che pure c’é, non riescono a essere pubblicati, e allora tutti questi si sono messi a fare i critici, e quando parlano loro, ammazzano. Ci sono gli scrittori che fanno anche i critici, e per i critici di professione e per i professori delle Università, quelli sono i peggiori (Leopardi stesso era un critico letterario terrificante e marchettaro), perché pretendono di leggere un’opera non per quel che cerca di essere, ma imponendo la loro di lettura, appiccicando le loro di ossessioni, e finendo per travisare tutto quanto – magari in un modo sublime –; non così la pensano gli scrittori, che dicono “Zitto tu, noi siamo dei pratici, siamo dei vincenti; non ci perdiamo noialtri nel tuo vagheggiare critico, noi sappiamo che cos’è la scrittura, e sappiamo che per scrivere bisogna mentire, così come se vuoi farti strada nella scala sociale devi mentire, e che non si tratta altro che convincere il lettore che noi non stiamo mentendo, proprio per niente, e noi ci riusciamo, ogni volta; certo però che quando ci alziamo dalla sedia, e abbiamo levato le mani dalla tastiera o rimesso la penna nel taschino, non è che continuiamo a credere nella menzogna, perché noi siamo dei pratici, dei vincenti, a noi interessa il risultato, e sappiamo che la freccia se ti colpisce buona notte, e che i fantasmi non esistono, o che se uccidi finisci in galera perché la legge è lenta ma metodica e prima o poi, sta sicuro, quella ti piglia. Mentre tu stai lì e ti spremi per capire, se dico la verità, se mento, se ci faccio o ci sono, se mi sono documentato abbastanza oppure no, se mi devi seguire o non mi devi seguire… io sto già scrivendo un altro libro, sono già al lavoro io”. Ci sono i critici che sono banderuole. Poi adesso ci sono i blogger, questa massa che viene da chissà dove, e che sembra che sappia tutto lei (la massa), e invece non sa niente, perché la massa non sa mai niente, ma ha sempre ragione. Ce n’è per tutti i gusti. E comunque, per il diritto o per il rovescio, in profondità o in superficie, i critici ci sono, e se uno scrittore scrive, sa che deve fare i conti con i critici, e non è che può battere i piedi e mettersi a urlare che non capiscono niente i critici, e con questo sperare di cambiare lo stato delle cose. Questa, grosso modo, è l’impressione che mi ha fatto lo spirito generale degli interventi su Vibrisse.

Adesso dico quel che penso: se c’è una categoria di critico che ha tutto il diritto di parlare e di criticare questa è proprio quella del critico letterario. La critica che i critici letterari rivolgono agli scrittori, in fatti, avviene ad armi pari.

Ho come l’impressione che questa affermazione sia provocatoria, e che dovrò sudare sette camicie per spiegare e rendere se non convincente, almeno evidente, questo pensiero, e so già che non sarò capace di farlo, non completamente almeno, e per questo chiedo fin da adesso pazienza a chi sta leggendo, e che si sforzi di comprendere la mia posizione che non è né garbata né sgarbata, e non è neutrale: è una posizione che cerca una collocazione.

Vediamo di analizzare le mie parole:

se c’è una categoria di critico che ha tutto il diritto di parlare e di criticare questa è proprio quella del critico letterario.

Andiamo con ordine. “categoria di critico” è un’espressione accettabile? Dire “categoria di critico”, è lo stesso che usare “categoria di professori”, “categoria di notai”, “categoria di avvocati”, “categoria di ingegneri”? No, non è lo stesso. Le categorie dei professori, dei notai, degli avvocati, degli ingegneri sono categorie legali; la categoria dei critici, invece, è una categoria di fatto. E’ per modo di dire che diciamo, se e quando lo diciamo, “categoria di critici”: un modo di dire che si fonda sull’uso (l’uso della parola “categoria”, e a questa parola corrisponde tutto un preciso modo di vedere il mondo) e sulla consuetudine (la tal persona si comporta come un critico – Roquetin direbbe “agisce da critico” –, e noi cominciamo a considerarlo un critico, e poco per volta, quella tal persona è un critico).

“il diritto di parlare e di criticare”. Se c’è un diritto allora è necessario che ci sia qualcosa che permetta di fondarlo. E qui sta tutto il cuore del discorso. Esiste un diritto a parlare dei critici? Questo diritto può essere contestato? Sì, lo può essere, ma su quale piano? Si tratta di stabilire qual è il piano più importante che fonda il diritto di parlare di un critico. A un avvocato nessuno si sognerebbe di dire “Zitto tu, che non puoi parlare!” se stesse parlando di argomenti giuridici, perché lui è un avvocato, ed ha tutto il diritto di parlare, a meno che non si trovi in particolari condizioni, che limitino questo diritto. Lo stesso per un notaio quando parla della sua materia. Lo stesso per un ingegnere quando parla della sua materia. Lo stesso per un professore quando parla della sua materia. Lo stesso si può dire per un critico? Su che cosa si fonda il suo diritto a parlare? Non su un titolo legalmente riconosciuto, ma questo non importa, e non sto certo qui a sostenere che ci vorrebbe un titolo per riconoscere il diritto di parlare a un critico (anzi: tutt’altro). Io credo che un critico fondi il suo diritto di parlare e di criticare quanto più riesca a mettersi sullo stesso piano di chi stabilisce di criticare.

Questo, ovviamente, non fa che spostare tutto su un altro piano, e proprio qui sta quello che voglio dire e che intendevo quando nel primo paragrafo ho scritto “La critica che i critici letterari rivolgono agli scrittori, in fatti, avviene ad armi pari”. Che cosa diavolo mai significherà “ad armi pari”? Significa, intanto, duellare non solo nello stesso terreno, ma con le stesse armi. Si può incrociare una spada e una lancia? Oppure un machete e una pistola? Oppure una lama rotante e una motosega circolare? Oppure una carabina e una cerbottana? Sì che si può, perché, di fatto, avviene, lo possiamo non solo immaginare, ma fare, e senz’altro, se andiamo a cercare, da qualche parte è stato già fatto, questo non significa però che siamo di fronte a un duello ad armi pari. Allo stesso modo (ma forse la materia della discussione è proprio questa: è allo stesso modo?) si può incrociare una penna e una chitarra? O una macchina per scrivere e una corda vocale? O un articolo di giornale e un pennello? Sì, che si può, e di fatto avviene proprio questo, ma si tratta di un duello ad armi pari? I contendenti hanno gli stessi diritti? No, non sempre, tranne in un caso…

Quando Dario Salvadori o Alessandra Comazzi o Marinella Venengoni (per fare i nomi che conosco) fanno le loro critiche ai cantanti della canzone italiana, non lo fanno cantando, lo fanno parlando oppure scrivendo articoli di giornale. Oppongono alle corde vocali, la penna o la macchina per scrivere o il foglio o la parola. Si lamentano che Celentano è trash, che Drupi è scomparso, che i cantanti del Festival di Sanremo sono lì perché il pubblico si è dimenticato di loro o perché non li conosce nessuno. Rimpiangono quelli che non ci sono (Guccini! Guccini! Guccini!), e va bene, guardano ai testi delle canzoni, hanno ascoltato molta musica, e sanno riconoscere un movimento di ricerca, da un movimento di, chiamiamolo così, puro affarismo; ma si dà per scontato che se Dario Salvadori o Alessandra Comazzi o Marinella Venengoni salgano su un palco e comincino a cantare… proprio non possano competere con Celentano, Drupi e i cantanti del Festival di Sanremo.

Quando Giorgio Tosatti o Toni Damascelli o Maurizio Pistocchi fanno le critiche ai giocatori di calcio non lo fanno giocando a calcio, lo fanno parlando oppure scrivendo. Oppongono ai piedi e alle gambe, la penna o la macchina per scrivere o il foglio o la parola. D’altra parte, lo sappiamo, che quando in studio vengono invitati i calciatori, e cominciano a parlare, da loro vengono fuori solo delle frasi fatte, e delle sgrammaticature, perché loro sono bravi in campo e non negli studi televisivi… perché, lo sappiamo, certo… fare i calciatori è una cosa e fare i giornalisti è tutta un’altra cosa.

Molto bene; ma lo stesso si può dire per i critici letterari? Si può proprio dire: lo sappiamo, certo, fare lo scrittore è una cosa e fare il critico letterario è tutta un’altra cosa? Io credo proprio di no. Oddio, ci saranno delle differenze, più o meno come ci sono differenze tra Rino Gattuso e Alessandro Del Piero, e tra Maurizio Pistocchi e Marino Bartoletti, e tra Adriano Celentano e Don Backy, e tra Alessandra Comazzi e Alessandro Cattelan; ma dobbiamo ammettere che tutte queste coppie si affrontano ad armi pari.

Non credo con questo di uscire dal dominio della provocazione e di entrare nel dominio della ragionevolezza, perché ci sono i fatti là fuori che mi smentiscono, c’è tutto un mondo che si muove e produce, ci sono le università, e tutte le facoltà (migliaia di facoltà), e dire questa cosa, dire “tra critico letterario e scrittore”, “tra filosofo e giornalista”, “tra poeta e critico musicale” non c’è tutta questa differenza, a ben guardare, mi sembra una provocazione persino a me che la dico e la sostengo. E allora, visto che ancora non riesco a uscire dal dominio della provocazione, mi viene in mente che cosa diceva Carmelo Bene riferendosi a Bruno Zevi: “Non esiste critica letteraria che non sia poesia. Non esiste critico che non sia artista”.

Questo non vuol dire che tutti i critici letterari siano artisti, per il fatto stesso di impugnare una penna e di agitarla contro gli scrittori; significa tutt’altro: significa che è difficile, ma orribilmente difficile, essere degli artisti, e che nemmeno gli artisti stessi (quelli che agiscono da artisti) molto spesso li sono, e che anzi artisti sono spesso quelli che artisti proprio non li consideriamo. Allora si tratta di stabilire (ma non esiste uno strumento di misura, come nelle scienze esatte;… o forse sì?) se lo scrittore che si mette contro i critici (garbatamente o meno; quello attiene solo ai modi, non alla sostanza), lo fa per partito preso (“partito preso” può voler dire anche “perché è convinto delle sue ragioni e per questo non solo non le discute, ma non le guarda nemmeno più”), perché il ruolo dello scrittore è quello di lamentarsi del critico letterario e quello del critico letterario di rimpiangere il passato, di annoiarsi del presente e di avere orrore del futuro (…cos’altro mai potrà succederci di leggere…?): oppure se, invece, lo fa per una percezione precisa.

Lo dico ancora: lo scrittore e il critico letterario si scontrano ad armi pari, e questo fa sì che il critico abbia tutto il diritto di parlare e di criticare (con tutti i doveri che corrispondono a questo diritto) senza che nessuno garbatamente o non garbatamente possa mettere in discussione i presupposti di questo diritto (possa lasciare intendere: “Zitto tu, che non capisci, e non hai diritti”).

Dico ancora questo: il fatto che lo scrittore e il critico letterario si scontrino ad armi pari, non significa che i due ruoli si sovrappongano, semmai complica in tutto e per tutto le cose. Perché è pacifico che un critico musicale non ci abbia la voce del cantante che critica, è pacifico che il critico cinematografico non ci abbia la presenza dell’attore che critica, è pacifico che gli strumenti di espressione siano diversissimi, ma non è pacifico proprio per niente che una persona che scrive sia uno scrittore (sia, e non venga considerata soltanto) e un’altra persona che scrive non sia uno scrittore (sia, e non venga considerata soltanto). In fondo si tratta di mettere tutte in fila delle parole, no?, e questa è una convinzione dura a morire, e da qui, credo proprio, nascono tutte le illusioni, e doppie viste, e incomprensioni.

Posted by Marco Candida at 22.01.06 21:33

Comments

Avevano paura che i critici li criticassero )
Ciao Marco!

Posted by: Cano at 24.01.06 12:06

Marco: "Io credo che un critico fondi il suo diritto di parlare e di criticare quanto più riesca a mettersi sullo stesso piano di chi stabilisce di criticare."

Sono perplesso. Il piano di parità è necessario in ogni discorso (un discorso che non sia equilibrato non si concluderà mai con uno scambio, ma con mottetti o sentenze unilaterali; intendendo per scambio anche il caso in cui il destinatario di un messaggio si limiti a leggere); che sia necessario non significa di per sè che possa fondare un diritto.

Visto che utilizzi un metodo quasi aristotelico, ti propongo una soluzione aristotelica: fondare il diritto sulla capacità di argomentare le affermazioni ti sembra sbagliato? Ovviamente, niente certifica in anticipo questa abilità, ma gli incompetenti stanno ovunque, e non me ne curerei. E' necessario che un'opinione sia motivata e discutibile (breviter: non soggetta al principio di falsificazione, glossando Andrea Cortellessa, visto che la critica non ha e non avrà mai uno statuto scientifico); perciò comprensibile; non è neppure necessario che sia "persuasiva", ed è bene che non lo sia: è una caratteristica dei messaggi pubblicitari, e quando leggo che qualcuno ritiene che compito del critico sia di "orientare le scelte" mi domando, subito dopo, se sia nel pieno possesso delle facoltà intellettuali. L'opinione non deve essere persuasiva, a meno che un generale non debba convincere un esercito di ammutinati: deve essere interessante, e persuasiva solo per sbaglio, in certi casi, e come conseguenza (al limite)

Un'altra nota: mi manca, dal punto di vista della comprensione, il passaggio dall'analisi di "critica" e "critico" e lo scontro, le armi pari. Ti riferisci a una delle domande poste nella recente inchiesta di origine sul diritto di replica dell'autore al critico?

P.S.: manca proprio la mia, di argomentazione; seguirà, anche per un motivo: ho scritto, prima di leggere "origine", esattamente l'opposto (o quasi) di ciò che ha scritto Carla, parlando di emergenza, individuando come problema ciò che qualcuno consiglia come soluzione (è del tutto un caso, ma un caso fortunato)

Posted by: Ivan Roquentin at 25.01.06 14:48

"Visto che utilizzi un metodo quasi aristotelico, ti propongo una soluzione aristotelica: fondare il diritto sulla capacità di argomentare le affermazioni ti sembra sbagliato?"

Oddio, Roquentin, non lo so.
Non lo so se Robespierre sia stato poi così abile ad argomentare; è certo che Kant fosse molto abile ad argomentare. Il principio di falsificazione, poi, mi sa tanto che si possa applicare a tutto. Tutto si può confutare, persino quel porto sicuro che è sempre stata considerata la scienza. Ancora pochi giorni fa sentivo una professoressa universitaria di bioetica che diceva: "E' la ragione che ce lo dice, quindi è vero". Non so. A me sembra, invece, e questa è una convinzione che ho maturato negli anni di frequentazione di Giulio, e anche di studio di autori completamente diversi da Giulio (Carmelo Bene, gli strutturalisti, i post-strutturalisti...), che la nostra sfida è: si può vivere la contraddizione e essere generosi e onesti? Si può vivere nell'incertezza, spofondati nelle sabbia mobili più disarmanti (ecco una parola che mi piace moltissimo: disarmante), eppure essere generosi e onesti e costruttivi (dico anche: in senso sociale, politico...). L'uomo può fare a meno di Dio? Può essere governato senza che ci sia nessuna Grande Sanzione e Nessun Grande Premio alla fine senza per questo sbandare?

La crudeltà che ci circonda (per citare la quarta di Fiction) è ancora facoltativa?
Può ancora esserlo? Credo che questa sia la sfida: non tanto cercare di prendere i pezzi della propria vita e ricomporli iperrazionalmente e poi metterci la parola fine e il senso è trovato, no, ma viverla la contraddizione, vivere la dimensione frantumata dell'essere sapendo che non c'è metodo, non c'è consolazione, siamo disarmati, senza che questo ci faccia ammazzare tutti quanti selvaggiamente.

Posted by: Marco at 25.01.06 15:47

Marco, per evitare malintesi, parlavo di falsificabilità in senso stretto, ed è qualcosa che appartiene alla logica della scoperta scientifica, che è legata all'idea di teoria scientifica come teoria ad hoc, et cetera (cito Popper):

"[...] Queste considerazioni suggeriscono che, come criterio di demarcazione, non si deve prendere la verificabilità, ma la falsificabilità di un sistema. In altre parole: da un sistema scientifico non esigere che sia capace di esser scelto, in senso positivo, una volta per tutte, ma esigere che la sua forma logica sia tale che possa essere messo in evidenza, per mezzo di controlli empirici, in senso negativo: un sistema empirico deve poter essere confutato dall’esperienza[...]"

In parole povere, ha ragione Andrea: la critica non può essere falsificata, perché la falsificazione pretende prove empiriche che, nel campo delle opinioni, non sono previste. Mi sembrava implicito il riferimento, forse non lo era. Valeva solo come premessa, in ogni caso.

Quando dici che tutto si può falsificare, persino quel porto sicuro, la scienza, centri il bersaglio a metà: "solo" la scienza si può falsificare, e la falsificabilità è ciò che fa di una teoria una teoria scientifica; una teoria scientifica non falsificabile non è affatto una teoria, oppure non è scienza.

"Ancora pochi giorni fa sentivo una professoressa universitaria di bioetica che diceva: "E' la ragione che ce lo dice, quindi è vero"

Mi dici il nome e il riferimento esatto, anche in privato (nel caso, ti spiego perché; qui sarebbe OT)?

"la nostra sfida è: si può vivere la contraddizione e essere generosi e onesti? Si può vivere nell'incertezza, spofondati nelle sabbia mobili più disarmanti (ecco una parola che mi piace moltissimo: disarmante), eppure essere generosi e onesti e costruttivi (dico anche: in senso sociale, politico...). L'uomo può fare a meno di Dio?

Se non ho capito male, parli di relativismo etico. Si può e si deve, personalmente non conosco altri modi. A parte il piano della discussione personale, in cui mi fermo alle dichiarazioni, a parte le tortuosità del pensiero debole, potresti trovare interessante la lettura dei "quaderni per una morale" di Sartre (temo siano quasi irreperibili in edizione integrale); si affronta esattamente lo stesso problema, con riferimento alla letteratura; lo stesso problema accennato in "esistenzialismo è un umanismo", risultato di una conferenza in cui Sartre spiegò come e perché (in maniera chiara e geniale) l'esistenzialismo non era una filosofia della morte, ma una filosofia della vita (le premesse sono identiche alle tue, non badare al fatto che l'esistenzialismo sia passato di moda: è passato di moda il termine, le questioni non mutano, da Kierkegaard, Heidegger, Camus, Sartre in poi)

"La crudeltà che ci circonda (per citare la quarta di Fiction) è ancora facoltativa?"

Non ho capito. In che senso dici "facoltativa"? Forse (dico forse) è la domanda di Ivan Karamazov?
(esiste anche un'ontologia della libertà scritta da un autore non ateo, cioè Luigi Pareyson, e devo ammettere che è interessantissima: le domande di partenza sono sempre le stesse).

Quanto può valere una dichiarazione? Io sono ateo, "frammentato", relativista in etica, la mia morale è come minimo precaria...ma non c'è nulla che mi spinga alla scelta dell'omicidio indiscriminato. Se anche fossi nichilista (e non sono nichilista), uccidere un uomo mi risulterebbe irrilevante, e non lo farei per motivi logici, ossia il rischio sociale.

Ovviamente, il discorso è ben più complesso, me ne rendo conto

Posted by: Ivan Roquentin at 25.01.06 18:32

"non soggetta al principio di falsificazione, glossando Andrea Cortellessa, visto che la critica non ha e non avrà mai uno statuto scientifico"

Sì, hai ragione, ho considerato la frase in modo disattento... Non so perché pensavo avessi citato il principio di falsificazione, così, senza quell'ultima precisazione "visto che la critica non ha e non avrà mai uno statuto scientifico"... Chiedo scusa.

Il riferimento non lo ricordo. Ho visto l'Infedele, e si parlava dell'aborto.

La domanda non è di Ivan Karamazov ma di Mozzi: la crudeltà che ci circonda non è facoltativa. Non si può scegliere; c'è e bisogna farci i conti, e sopravvive il più crudele.
(A me sembra un'estremizzazione dello yuppismo anni ottanta... ma comunque... sbaglierò...)

Che cosa vuol dire "uccidere un uomo mi è irrilevante"? Che se fosse "rilevante" lo uccideresti?

Posted by: Marco at 25.01.06 19:31

Roquentin chiede: fondare il diritto sulla capacità di argomentare le affermazioni ti sembra sbagliato?
A me sembra l'unico modo per distinguere chi è critico da chi non lo è.
Un lettore comune può dire di un libro: "Non mi è piaciuto", "E' bruttissimo", "Fa schifo", "Mi ha fatto cagare".
Un critico non può fare questo. Un critico deve argomentare quello che dice, e giustificarlo. Dando per scontata (magari!) una certa preparazione, il critico avrà gli strumenti per valutare un'opera diversamente da quelli di un lettore comune. Il critico dovrebbe avere un livello in più di comprensione.
Ma come si fa a valutare il lavoro di un critico? A chi spetta questo compito?
Io ho sonno, quindi vado a dormire...

Posted by: Maura at 25.01.06 23:26

Riporto un mio intervento:

L'interpretazione deve essere considerata, come del resto le appartiene in via di definizione, una complessa ricognizione del testo che parte dal livello denotativo del messaggio per ricostruirne le varie isotopie a livelli sempre più complessi, sino alla connotazione globale del senso (del resto sappiamo che il testo nasce dalla intersezione di due piani, quello del contenuto e quello dell'espressione, attestandone così la sua natura biplanare). Nella nostra fattispecie, la decifrazione del senso, nel testo poetico, non si limita soltanto alla enervazione delle strutture dei significati, ma alla piena comprensione dei segni e quindi nella fitta interazione ed interrelazione dei significati e significanti; oltre a ciò va tenuta in stretta considerazione la retroazione semantica generata dagli elementi fonoprosodici, fonosimbolici, metrici e ritmici che instaurano un sotto strato naturale su cui si inseriscono in generale le manipolazioni stilistico strutturali delle articolazioni melodiche della scrittura letteraria. Ma il problema si rivela più delicato di quanto si possa pensare (senza però volendo instaurare un complesso e lunghissimo dibattito sulla comunicazione letteraria che ci impegnerebbe molti anni delle nostra vita), concentrando tendenzialmente la nostra attenzione sul destinatario che in questo caso è il lettore. Spesso si parla dell’autore ma si tralascia come un qualsiasi estraneo e sconosciuto il diretto interessato.
Nell'analisi di un testo dobbiamo tenere in conto sia il rapporto fra mittente e il destinatario, sia i modi storicamente determinati con cui i destinatari leggono un dato messaggio, ed infine aggiungerei anche i modi vissuti di analoghe esperienze. Per cui assistiamo principalmente ad un problema di interferenza, intesa come sovrapposizione dei codici e sotto-codici del lettore (socialmente determinati) con i codici e sotto-codici dell'autore. Da qui nasce indirettamente la questione della divisione tra lettore per diletto e lettore ideale. Ben sappiamo che la lettura ha due tipi di approccio: uno che definiamo “intersoggettivo”, in cui l'utente si immedesima nell'opera, si appassiona per la trama, ne esce arricchito emotivamente e culturalmente pieno, e basta. Fino a qui ci siamo. Ora, in quanto l'opera è anche considerata un sistema semantico chiuso, il lettore avrà il dovere di recuperare con la massima approssimazione possibile i codici dell'emittente; cioè il “lettore ideale” è colui che aiuta il testo a funzionare, colui che realizza tutte le potenzialità semantiche ed espressive del testo. Ma la dimensione di lettore ideale e della lettura in genere devono fare fronte ad alcune irresponsabilità dell'utente e cioè, quella della libertà interpretativa: per cui o il lettore interpreta il testo con l'intenzione di cogliere significati assolutamente immutabili come se fosse la giusta o la migliore interpretazione, o si verifica, ciò che abbiamo chiamato libertà interpretativa, in cui il lettore assume a proprio uso e consumo il testo, accettando l'infinita libertà della lettura, sino al punto di farne un momento di creazione pari a quello che ha dato vita all'opera, processo questo che tende a ricondurla al gusto e alle necessità del lettore. Pratica comune del lettore moderno (non tutti, certo) è elevarsi a critico o a lettore ideale senza averne i mezzi o la sensibilità per poter tentare un approccio sensato (cioè il lettore per diletto applica una lettura ideale, un posto che non gli spetta).
Il problema è che il Lettore non si fa il Lettore, la sua libertà interpretativa che lo erge a tuttologo e utente ideale sfocia nella piena negazione e riscrittura dell'opera dell'autore stesso (si riveda il concetto di libertà interpretativa). Solo il lettore consapevole e disciplinato alla ricognizione del significato effettivo può avvicinarsi all'opera rilevando per intero il codice e sottocodice dell'autore, e soprattutto rispettandolo avvicinandosi con educazione (perché ostinarsi a trovarne risposta significa stuprarne la spontaneità poietica). Al lettore medio mancano i codici di decodifica e in tale mancanza ne crea altri che possano avvicinarsi a quello originale, ma gli incastri non coincidono ovviamente, così ne smussa gli angoli o ne modifica la forma per farceli entrare, ma sono solo surrogati concettuali. Se non hai potuto scriverlo tu, te ne appropri riforgiando i codici e sottocodici, vedendoci ciò che ci vuoi vedere. Un approccio abbastanza vantaggioso e semplice da percorrere, una via più facile ma anche indecorosa snaturandone così la sua Aura, intesa come quella irripetibile e ciclica individualità dell'opera connessa alla civiltà in cui vive e ai modi di fruizione tipici del tempo in cui è sorta; ed invece viene adesso omologata e suggellata dal linguaggio del lettore sprovveduto, che ne fa quasi un genere letterario a sé stante.

"Il Linguaggio si ricorda è Emulazione del pensiero".

Ed un lettore medio, così come la maggior parte di tutti gli utenti di un forum o di un blog che giocano a trovare le verità assolute in poco tempo come fossero metafisici e filosofi delle verità prime della realtà, sfociano continuamente nella ostinazione a trovarne risposta...ma laddove non vi sono risposte poiché non sono mai state formulate le domande?
"Chi non è abituato ad argomentazioni teoretiche dà per assunto ciò che si è concluso"
Si ricorda che si dialoga per il piacere di dialogare, ed il dialogo euristico nasce con un difetto di fabbrica, in cui l’argomentazione intavolata o portata dall’interlocutore è suscettibile di conclusione; un dialogo che vede la persuasione vicendevole dell’altro senza un punto d’arrivo, apparentemente cieco... ma che diviene tale in senso assoluto in relazione all’ottusità d’intellezione dei partecipanti.
È un rischio che bisogna accettare, ma torno a dire non compete al Lettore (intersoggettivo).
Generalmente si parla come se fosse già asserito che è il lettore intersoggettivo a fare il lavoro del filologo o dell'ermeneuta. Così come alcuni su blog o altrove che giocano a fare i dententori della conoscenza assoluta. Mi spiace dirlo, ma vi sono categorie che hanno una loro ragione d'esistere, se no non vi sarebbe differenza tra critico e lettore (e parlo di Critico con la C maiuscola, laddove abbia competenze e sensibilità estetica tale da rilevare componenti immaginative di un certo spessore senza snaturare l’intento compositivo dell’artista). In quell'altro caso, parliamo di «Fruizione Estetica», senza passare a rotazione ad un altro campo più specifico se no iniziamo a generare all'infinito antinomie solo per il piacere di imburrare con termini e concetti cose che non coesistono tra di loro, nate solo per il piacere di essere assemblate in costrutti concettuali che sopprimono il semplice senso per cui sono nate.
La questione è che il Lettore, e ribadisco Lettore, può solo dire: mi piace o non mi piace (inteso in absentia, laddove non si generi un confronto di idee per il normale gusto del dialogo). Vantare altro anche sull'autore stesso è di per sé presuntuoso (specie se lo si fa senza mezzi). Molti autori e artisti hanno anche sviluppato nel tempo una capacità di auto analisi e consapevolezza di come operi la propria autocoscienza poietica in rapporto alla produzione artistica ma ciò nemmeno vuole dire che sanno spiegare tutto. Nessuno deve ostinarsi a interpretare tutto, degenerazione questa verso cui si sta avviando la semiotica moderna.

Posted by: Fabrizio Corselli at 11.02.06 17:41

Scusa Marco, torno in ritardo. Come ti ho detto ti risponderò per esteso, intanto:

"La domanda non è di Ivan Karamazov ma di Mozzi: la crudeltà che ci circonda non è facoltativa. "

Intendevo dire che Mozzi ripropone (in maniera ovviamente consapevole) una delle questioni dell'esistenzialismo, non solo ateo (per questo citavo Pareyson, ontologia della libertà).

Ho riportato solo la prima parte e secondo me non è yuppismo; non è neppure fatalismo: non credo che "fare i conti" implichi l'immobilità. Si tratta di una dolorosa presa di coscienza, ma non di una "rinuncia". Così la leggo.

Sull'uccidere: ho affermato che se fossi nichilista uccidere non mi farebbe né caldo né freddo, in parole povere (altro rimando a Dostoevskij, volendo); ma era un esempio.

Non ho capito la seconda parte della domanda, forse: "Che se fosse "rilevante" lo uccideresti?"

La risposta è ovviamente no, in ogni caso (tra parentesi: uccidere, per quello che mi riguarda, non è per nulla irrilevante, e infatti non sono nichilista)

@ Maura: "Un critico non può fare questo. Un critico deve argomentare quello che dice, e giustificarlo."

Ribaltando: puoi definire critico chi mantiene, con una certa coerenza, questo atteggiamento.

"Ma come si fa a valutare il lavoro di un critico? A chi spetta questo compito?"

Domanda strana, sembra il calco di "chi controlla i controllori?". Credo che il lavoro di un critico debba essere valutato come ogni altro lavoro, e con un certo grado di soggettività. A parte questo, posso immaginare una deontologia, seppur vaga, e osservare che i migliori critici la rispettano, senza neppure concordarla. Ma sono i migliori secondo me (ad esempio: non la rispetta chi usa la critica letteraria come forma di sponsorizzazione di un autore e di se stesso).

@ Fabrizio: d'accordo sull'interpretazione compulsiva (ma è anche un fatto che non c'è altro modo di rapportarsi a un testo che quello di interpretare); il discorso sul "lettore medio" non lo condivido, invece.

Posted by: ivan at 15.02.06 05:01

@ Roquetin. Aspetto la tua riflessione, quando la scrivi passa di qui e segnalala... :-)

Posted by: Marco at 17.02.06 10:26

"@ Roquetin. Aspetto la tua riflessione, quando la scrivi passa di qui e segnalala... :-)"

Una? Una te la segnalo adesso, appena postata, ma ne seguiranno delle altre, soprattutto considerando le questioni in ballo (leggendo i commenti, giorni fa, avevo davvero dimenticato il punto di partenza...)

Posted by: Ivan at 19.02.06 09:07