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19.11.05

In risposta a Davide Bregola - Come sarà Il Grande Romanzo Del 21° Secolo

[Il testo risponde a questo.]

Qualche volta, prima di scivolare nel sonno, fantastico su come potrebbe essere Il Grande Romanzo del 21° Secolo. Immagino che trama potrebbe avere. Immagino schemi su schemi che si sovrappongono cascando dall’alto in forma di figure geometriche (...tetragoni, decagoni, tetraedi...) fatte di segmentini incandescenti (nella mia immagine di colore blu elettrico o rosa bubble gum) e che sovrapponendosi creano nuove figure. Immagino l'Odissea in forma di otto (8), l'Orlando Furioso in forma di asterischi (***)... Oppure immagino le trame in forma di rappresentazioni ad albero. Cosa verrebbe fuori se si incrociassero le rappresentazioni ad albero di tre trame? O di sette trame? O di nove trame? Sarebbe possibile farlo? Cosa verrebbe fuori in termini di rappresentazione ad albero se si incrociassero le trame delle Affinità Elettive, dei Promessi Sposi e di Guerra e Pace? Linee su linee (incandescenti; e blu elettrico o rosa bubble gum) segmentini su segmentini, split su split che si sovrapporrebbero o correrebbero a filo o che si incrocerebbero a metà o a un quarto o a un terzo…

[Il testo si può leggere anche in questa gabbia.] [Segnato anche nello spazio di Davide qui]

Immagino, poi, quali personaggi potrebbe avere questo Grande Romanzo del 21° Secolo… Ci sarebbero, prima di tutto, personaggi che funzionano da porte di passaggio verso un universo ancora inespresso? Oppure in questo romanzo i personaggi avrebbero la stessa consistenza di un suono – basterebbe solo il nome per fare tutto il personaggio, senza nessuna descrizione –, un suono che gira per il romanzo come la voce di uno spiritello o come già succede nei romanzi di William Faulkner che è forse tra i più grandi raccontatori di storie di fantasmi della Letteratura? Oppure immagino, presuntuosamente, tipi umani che la letteratura non ha ancora mostrato, e alla fine, ogni volta, non riesco a farlo se non prendendo a prestito un pezzo di qua e uno di là di personaggi che la letteratura ci ha già mostrato. Che dire di un personaggio che sia un incrocio tra Oblomov e Faust? O tra Zeno Cosini e Il Barone Rampante? O, perché no?, tra Freddy Krueger e Maria Teresa d’Avila? Quali mostruosità si potrebbero configurare giocando a questo gioco degli infiniti incroci? E forse non è proprio soltanto questo che è ancora possibile: pensare mostruosità? Ma no, non devo fare pensieri che mi possano scoraggiare – da qualche parte una perla tra le conchiglie è rimasta, deve esserci, altrimenti non scriverei o non desidererei così tanto farlo. Poi, mi dico, in fondo si può parlare dell’oblomovismo o del faustismo (ossia della Pigrizia e della Volontà) costruendo nuovi personaggi, dove azioni e pensieri si trovano dentro logiche completamente diverse. Forse quando si crea un personaggio bisogna concentrarsi sulle sue motivazioni, sulla sua //anima//; mentre quando si crea un mondo bisogna concentrarsi sulle parti esteriori di questo mondo. Per esempio: nessuno ha mai scritto un libro che abbia come eroina un esperta di naming; ma se scrivo un libro dove il mio personaggio principale è un’esperta di naming, se sono bravo, posso illuminare una porzione di mondo che, in letteratura, è ancora rimasta nell’ombra (cioè il mondo delle esperte di naming; che vita fa un’esperta di naming? che cosa pensa prima di scivolare nel sonno un’esperta di namig?), e tuttavia non illuminare in nessun modo un nuovo tipo umano – per farlo probabilmente ho bisogno di lavorare sulla sua logica interna, sull'intreccio di motivazioni che lo spingono a comportarsi in un certo modo, a "essere il tipo che è"… però come si fa ormai, oggi come oggi, a estrarre dal lago un nuovo archetipo? Ecco che torna un pensiero di sconforto. E potrei andare avanti per almeno altre quaranta pagine soltanto a farmi queste domande sul Grande Romanzo Del 21° Secolo. Come sarà, ad esempio, la lingua di questo Grande Romanzo? Quel linguaggio tanto trasparente da sembrare allucinatorio come augurava Calvino? Oppure un linguaggio cianotico, esasperato come quella lingua impossibile - un castello di fiamme senza ponti - delle pagine di Carmelo Bene? E poi perché ho portato l’esempio di questi due nomi? E perché ho portato l’esempio di tutti quegli altri nomi che ho fatto prima? L’ho fatto, mi rispondo, perché nel parlare in astratto del Grande Romanzo del 21° Secolo, io sto parlando in concreto di me e di come io lo vorrei, addirittura di come lo scriverei. Ecco, in fondo, che funzione ha un esempio: non solo di chiarire meglio, ma di segnalarci che tutto quel che c’è in un discorso, non //c’è in un discorso//, ma lo sto dicendo io, io che lo scrivo o che lo pronuncio, e che per quanto mi sforzo di non farlo apparire così, questo qualcosa è arbitrario, proviene da me, da quel coagulo di suggestioni, immagini, idee, opinioni e via così che si è indurito dentro di me attorno a un argomento, e tutto questo rispunta fuori, inevitabilmente, attraverso gli esempi. Infatti spesso a un esempio si ribatte: “Sì, ma perché fai proprio questo di esempio?”. E’ l’esempio il cuore pulsante di un discorso. L’esempio parla di me. Tutto ciò che sta attorno all’esempio è solo una gigantesca forma di accaparramento delle simpatie dell’interlocutore o di giustificazione razionale attorno a un punto irrazionale del discorso, solo arbitrario e viscerale. Allora, tanto vale dire come lo scriverei io il Grande Romanzo del 21° Secolo o che idea ho io di questo romanzo.

Si dice spesso (anzi: spesso ho sentito dire) che ogni scrittore vorrebbe scrivere o ha pensato di scrivere l’opera mondo per eccellenza e cioè la Bibbia. Un’opera che ci dica tutto su tutto. Io, però, non credo che a uno scrittore interessi scrivere la Bibbia per cercare di ingoiare quanto più mondo possibile. Credo piuttosto che l’ambizione di uno scrittore – mi permetto di dire “la vera ambizione” – sia di riscrivere I Dieci Comandamenti. Ecco. Ecco che cosa vorrei che fosse il Grande Romanzo del 21° Secolo: la riscrittura dei Dieci Comandamenti, e vorrei anche che a partire da questi Nuovi Dieci Comandamenti si potesse predisporre una nuova coordinazione di tutto l’esistente. Si dice spesso (anzi: spesso ho sentito dire) che il compito di chi scrive è nominare le cose; invece io penso che il compito – mi permetto di dire “il vero compito” – di chi scrive è di rinominarle le cose, di cercare quel nome perduto o quel nome che non si è ancora trovato, di cercare di creare un linguaggio adamitico, o di creare le condizioni perché quel linguaggio adamitico possa esistere. E questo ha a che fare con i Dieci Comandamenti, con queste Dieci Regole delle Regole, con queste Dieci Logiche che si mettono in funzione e che creano la possibilità perché altre logiche, altre regole, altri linguaggi più piccoli e più piccole possano esistere. Se è questo che bisogna fare - e io lo credo - allora il Grande Romanzo del 21° Secolo non dovrà parlare di una cosa, ma quanto più astratto sarà, tanto più sarà grande.

Questo non vuol dire che il Grande Romanzo del 21° Secolo dovrà parlare di niente, tutt’altro. Dovrà affrontare, invece, i grandi temi, i più grandi, i più imbarazzanti. Dovrà essere discacciato da ogni tavolo di Ogni Piccola Casa Editrice e di ogni grande casa editrice; dovrà essere sbeffeggiato e ridicolizzato; dovrà essere esorcizzato; soprattutto, ecco, io penso che il Grande Romanzo del 21° Secolo dovrà essere, di primo aspetto, un Grande Romanzo Provinciale. Non nel senso di localismo, ma nel senso di provincialismo. Dovrà essere rigonfio delle ambizioni fuori misura che, molto spesso, un provinciale (o chi si comporta come un provinciale) ha. In questo senso allora, e qui divento radicale, poiché penso che l’Italia, essendo fatta principalmente di province e di piccoli centri (quante sono le cosiddette grandi città in Italia?), si possa considerare un Paese Provinciale, abitato da persone di provincia, penso che per questa ragione l’Italia sia al primo posto nel mondo come luogo adatto per partorire un’opera dalle ambizioni smisurate. Penso, anzi, che quest’opera proverrà dalla mente di qualche abitante nato e cresciuto in un piccolissimo centro, magari di seimila abitanti, magari di nome Sermide, o che addirittura di abitanti ne fa soltanto seicento, e che di nome fa Forotondo.

Posted by Marco Candida at 19.11.05 08:07

Comments

la ricerca sul nome delle cose è stata fatta dai filosofi, più che dagli scrittori..

Posted by: boh at 19.11.05 18:04

A me sembra un gioco fine a se stesso. Poco interessante per chi legge e ancora meno interessante per chi scrive e fa della scrittura il fulcro della propria vita. Il Grande Romanzo del ventunesimo secolo arriverà, ma come spesso capita quando ci si pone domande più grandi della riposta, io credo che sarà una come una tegola sulla testa. Ti accorgi del colpo, imprechi contro il cielo, e solo dopo, con aria ebete, capisci la ridicolaggine di tutta la situazione. Voglio dire che il Grande Romanzo è qualcosa che nasce da zone insospettate, a partire da una pulsione tutta interna al narratore, al di fuori di ogni pianificazione e riflessione profonda e salottiera sul tema del romanzo. In questo senso sono d'accordo sulla questione del provincialismo di cui parla Marco, provincialismo inteso però, a mio avviso, soprattutto come invisibilità dai grandi circuiti letterari e mondani. Voglio dire che per parlare di Grande Romnanzo di questo secolo dobbiamo sapere quali sono stati i Grandi Romanzi del secolo che ci siamo lasciati alle spalle. Per me sono stati "Viaggio fino al termine della notte", "Il Processo", "Ferdydurke", "Il male oscuro", "Perturbamento". I primi che mi vengono in mente, romanzi che sono nati a partire sempre da una necessità e un'urgenza impellente di dare forma a qualcosa che, fino all'attimo precedente in cui è stata scritta la prima parola dell'Opera, appariva solo come una nebulosa spaventosa e indescrivibile.
Per me un Grande Romanzo dovrà essere profondamente inattuale nelle sue intenzioni tanto quanto sarà attuale secondo le opinioni dei critici del momento che lo leggeranno.
Capacità di disorientare, poi. Perché disorientare è un verbo che mi piacerebbe vedere abbinato sulla quarta di copertina del suddetto romanzo. Questo è quanto. Ciao Marco e complimenti per l'ottima riuscita del corso!
Pietro

Posted by: Pietro at 19.11.05 18:17

Cara Orientalia4all, è vero, ma trattandosi del Grande Romanzo del 21° Secolo... ;-) Caro Pietro, sono d'accordo: è un gioco fine a se stesso; ma non di così scarso interesse ;-)

Posted by: Marco at 19.11.05 22:14

E poi, se devo essere sincero, capisco l'esigenza di Bregola, e la condivido. Di fronte agli Scarpa, di fronte ai Nove, di fronte allo yuppismo letterario, a questa ideologia della non-ideologia, del feroce disimpegno, Bregola si chiede: "Sì, ma noi, noi della nostra generazione, poi forse non siamo tutto questo concetrato di cinismo e ostentazione di superficialità, magari noi, della nostra generazione abbiamo ancora grandi aspirazioni, abbiamo ancora una qualche forma di idealismo - riveduta e corretta magari -, e vogliamo parlare di qualcosa di importante... O quantomeno, di che cosa vogliamo parlare noi della nostra generazione?". Parlare del Grande Romanzo del 21° Secolo, Pietro, significa desiderarlo, significa scommettere che ci possa ancora essere, giocare ha questo gioco, invece, ha molta importanza. Io non credo che Tiziano Scarpa giocherebbe a questo gioco e sono sicuro che se Aldo Nove ci giocasse ci direbbe che Il Grande Romanzo del 21° Secolo sarebbe un Trattato in Dodici Libri sulla Porporina. A me questo serve? E' questo che voglio? Non so. No. Non più.

Posted by: Marco Candida at 19.11.05 22:42

Vedo che Marco è appieno consapevole del discorso avviato. Ha capito l'attitudine e ne ha capito il senso. D.

Posted by: D.B. at 20.11.05 13:23

Tu, Marco, cosa intendi quando scrivi "vogliamo parlare di qualcosa di importante"? Cosa è importante scrivere oggi e cosa non lo è? Io sto ancora cercando di capirlo. Avere grandi ambizioni è naturale per qualunque artista, anche il più nichilista degli scrittori è di grandi ambizioni, grandissime ambizioni, giacché se io dico beckett penso a un nichilista che si misurava con Dante e Joyce, la cui ambizione, specie nella trilogia, è stata quella di costituire un opera mondo, un grande romanzo epocale, dunque non credo all'equazione nichilismo = nessuna grande ambizione.
Quando poi scrivo che è argomento di poco interesse per chi legge e per chi scrive non voglio certo dire che non se ne debba parlare e scrivere, ma soltanto di non farne un ritornello generazionale, ecco tutto.

Posted by: Pietro at 21.11.05 07:25

Ho guardato la versione in inglese del blog. Già il titolo è degno di nota: Candid Mark
Begun to read. You will not succeed to stop. [ giulio ship-boys ]

Posted by: Andrea at 21.11.05 15:27

Caro Pietro, credo che potrei risponderti dicendoti soltanto che cosa è importante scrivere per me. Questo significa che il mio discorso non ti parlerebbe delle figure della storia della letteratura, non "che cosa è importante in letteratura per me", ma "che cosa è importante per me", "che cosa voglio dire io qui oggi".

Posted by: Marco at 21.11.05 18:33

leggete lo zar non è morto della sironi

una bellissimo libro di avventure

avventura allo stato puro

jack

il grande romoanzo del 21° secolo è quello che non abbiamno ancora scritto...!!!

Posted by: giacomo l'avvocatodi marco at 23.11.05 08:28

leggete tutti la traduzione automatica del testo: fa sbellicare dal ridere

"corso" lo traduce: run!!

Posted by: barbanera.rossa at 24.11.05 08:13

Caro Jack e caro Pietro, mi pare però che il mio testo non affronti l'argomento in modo serissimo. Certo non è scherzoso; ma non è nemmeno serissimo. Il testo (e io che il testo l'ho scritto) parla di una fantasticheria. Mi chiedo perché vi spaventa tanto l'idea che qualcuno possa parlare di questo argomento al punto da non accettare nemmeno che se ne parli in modo non serissimo, giocoso.

Davide mi ha scritto una e-mail privata dove usa l'espressione "anche se le cose di cui parli sono troppo grandi per me, per noi, per loro...". Mi chiedo se, poi, esistano "argomenti troppo grandi" da non poter essere affrontati. Perché non posso parlare di un argomento se le premesse sono chiare e i toni si confanno (come io credo) alle premesse?

La pretesa di essere sempre dimostrativi, come se quando si prede la parola si debba sempre rivelare chissà cosa, non mi convince tanto.

Posted by: Marco at 24.11.05 14:30

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