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17.11.05
Corso di Tortona (XVIII) - esercizio di Paola
[Dopo l'esercizio di Maura, dopo quello di Toni, dopo quello di Davide, dopo quello di Silvia, dopo quello di Marianna, dopo quello di Francesca, ecco quello di Paola]
Corso di Tortona: Scatole cinesi – Esercizio di domenica
La figlia del signor Renzi, Umberto Renzi, abitava a Venezia da molti anni ormai. Aveva frequentato l’università, beni culturali, e poi si era fermata là a lavorare. Aveva trovato un posto al museo diocesano: organizzava mostre, eventi, visite, cose del genere. Era sempre stata una ragazza indipendente, mentre loro, i genitori, dei tipi sedentari che da Torino a Venezia ci andavano mal volentieri: qualche visita, la festa di laurea. Ma era sempre lei tornare a casa, prima per studiare, di volta in volta con qualche amica, e poi sempre più di rado, nelle feste comandate. Il signor Renzi, Umberto, se ne rese conto quella mattina quando prese il treno e gli pareva la prima volta, mentre la preoccupazione dell’improvviso licenziamento della figlia si dissipava in una strana euforia, quella di andare a Venezia, dopo tanti anni, per andarla a trovare.
Quante cose da raccontarsi, immaginava. Arianna aveva sempre portato a casa poco della sua vita di Venezia, e lui e sua moglie rispettavano il suo riserbo. Finché aveva chiesto aiuto per il mutuo della casa, quando aveva deciso di andare a vivere con il fidanzato. Un uomo a modo, ma l’avevano visto una sola volta; tutti e due sembravano così presi dagli impegni di lavoro… Ma non era tanto questo il problema: era che certo se si fossero sposati a sua moglie sarebbe sembrato meglio. Ma guai parlare di queste cose ai giovani d’oggi. Umberto ci rideva sopra, alle rimostranze della moglie, le diceva che era all’antica. Ma sotto sotto anche a lui sarebbe piaciuto un bel matrimonio, vedere la figlia sistemata, come si dice.
Si aspettava sempre questa bella notizia e invece stavolta lei gli chiedeva i soldi del mutuo perché era stata licenziata. All’improvviso, senza motivo: sai, i tagli… Certo. Ma pure dal vescovo, non c’è un po’ di attenzione? Umberto, con la sua pensione in tasca dopo una vita da piccolo imprenditore, non la capiva proprio la politica del lavoro di oggi. Soprattutto con la figlia di mezzo. Lei lo aveva tranquillizzato: “un lavoro lo trovo”, e lui anche: “certo che i soldi te li presto”, le aveva detto. Ma voleva capirci qualcosa, ed era partito all’improvviso: era l’occasione di farle una visita, dopo tanto tempo. Il treno diretto del mattino, ce n’è uno solo comodo comodo, un bel libro che sperava di leggere per intero.
Lo scompartimento si era riempito di ragazzi chiassosi ma Umberto era concentrato sul suo poliziesco. Non si sarebbe nemmeno accorto che erano scesi a Milano se non fosse stato per il viaggiatore di fronte, accanto al finestrino come lui, col libro da treno come lui, con l’etichetta della biblioteca sopra la copertina rilegata; con la differenza il suo stava lì e non lo aveva ancora aperto. Gli sorrideva malinconico cercando una complicità che da sola non arrivava, allora azzardò una domanda:
- E’ incredibile quante cose si imparano in treno, li ha sentiti?
- Già – disse Umberto per non deluderlo e per evitargli un aggiornamento che non lo interessava affatto.
- La gente nei luoghi pubblici parla liberamente, nella certezza di non incontrare mai più quelle stesse persone, racconta i fatti propri come se fossero di dominio pubblico… D’altronde quando si parla di lavoro, sembrano tutte le stesse storie.
Umberto alzò gli occhi ma non rispose.
- Io sono abituato e un po’ mi diverto, sa, perché lavoro in una biblioteca e di persone ne incontro tante. Quando uno si abitua riconosce anche i gesti, gli sguardi… E per quanto riguarda il lavoro, anche io ho visto un bel licenziamento, di recente.
“Non lo dica a me”, pensò Umberto senza dirlo; doveva avere assunto tuttavia un’espressione conciliante, perché lo strano viaggiatore riprese senza aspettare la sua risposta:
- Una ragazza giovane, una bella ragazza che conoscevo già da quando frequentava l’università. La mia è una biblioteca di facoltà, di giovani ne vedo tanti, per qualche anno, e poi spariscono. Sapevo che sarebbe stato così anche per lei, e invece lei trovò un lavoro nel settore e aveva bisogno di restare aggiornata. Mi chiedeva libri specialistici, sa, quelli d’arte, illustrati, o andava nel settore periodici. Passava negli orari liberi, non era sempre impegnata in ufficio. Avevo imparato a conoscere i suoi tempi.
Fece una pausa, e Umberto chiuse il libro. Poiché era impossibile leggere, decise di fare una pausa e dare retta al vicino. Che, peraltro, aveva solo voglia di parlare e non chiedeva che d’essere ascoltato, forse stufo di essere sempre lui ad ascoltare gli altri e restare in disparte. Umberto era incuriosito e insieme tentato di raccontare anche la sua, di storia, così fece più attenzione. Il racconto diventava sempre più ricco di particolari da sembrare inventati, sproporzionati in una situazione di lavoro così ricco di incontri e di contatti. Forse quella ragazza la conosceva davvero bene, ci teneva: in quella storia c’era qualcosa di più che il signore non voleva raccontare, e questo divenne un altro elemento in sintonia con l’esperienza di Umberto e di sua figlia, i problemi comuni spesso fanno aumentare la disponibilità reciproca.
- Il reparto periodici, deve sapere, è l’unico in cui è permesso parlare. E’ quindi il più indicato per gli incontri. E’ facile notarlo: le persone ritornano, gli orari si fanno sempre più precisi così ci si rivede… Lei parlava spesso con un uomo. All’inizio pensavo fosse un nuovo ricercatore, invece era un esterno.
La storia andò snocciolandosi nei particolari del corteggiamento, e all’altezza di Verona già i due si trovavano abitualmente nella sua biblioteca in giorni quasi stabiliti. La malinconia del viaggiatore si fece più acuta quando raccontò che a un certo punto quell’uomo smise di andare in biblioteca, ma la veniva a prendere… era come se ormai la relazione si fosse consolidata, magari vivevano insieme, e lui ne provava un vero dolore. A Umberto fece tenerezza.
- Non li vedevo più insieme ma lo sentivo presente lo stesso, lei aveva l’espressione della donna felice, innamorata… era più gentile anche con me, e intanto mi aggiornava brevemente della sua carriera al museo, diventava sempre più importante e curava le mostre. Il museo organizza anche mostre. Il museo diocesano, intendo.
Questa precisazione quasi casuale risvegliò Umberto, che si lasciava cullare dal treno. Ma il viaggiatore non ci fece caso, anche lui era preso dal racconto e aveva riferito un dato nient’affatto casuale, per la continuazione della storia.
- Finché poco tempo fa si è fermata tutto il giorno. Aveva un’espressione diversa, preoccupata. Ha trascritto indirizzi dai periodici, ha preso appunti. E poi mi ha lasciato un biglietto da visita, non senza imbarazzo. Era stata licenziata. E sa perché? Non è che io mi faccia i fatti degli altri, è che vedo le persone, le persone parlano… Sono passato dal museo, capirà, le voci corrono.
Lo sguardo di Umberto a questo punto era avido di curiosità.
- Era un prete.
Umberto non capì subito. Un prete chi? Che scoperta che nel museo diocesano ci sono i preti. La sua immaginazione andava lentamente, secondo binari stabiliti, non si aspettava il vero significato della rivelazione:
- Quell’uomo, dico. La ragazza aveva una relazione con un prete, un personaggio di un certo rilievo, e al direttore del museo la cosa non è piaciuta, il vescovo lo ha saputo…
Il viaggiatore andava avanti a disquisire sulla legittimità del licenziamento mescolando commenti su cosa porta una bella ragazza a intrecciare una relazione con un prete…
“Ma cosa glie ne importa a lui” pensava Umberto al quale ormai le idee andavano insieme e la dolce visita alla figlia diventava sempre più impegnativa. “Perché non mi ha detto niente?”, e poi subito si immaginava la scena con sua moglie: “Ciao mamma, ti presento il mio fidanzato: don Alberto. Già, chissà perché non ce l’ha detto. Ma certo si è cacciata in un bel pasticcio, e adesso cosa devo fare?”
Scese alla stazione senza quasi salutare il suo compagno di viaggio, abituato peraltro a viaggiatori distratti, e corse verso la vecchia casa della figlia, quella che aveva condiviso con una compagna di studi. Era l’unica persona che conosceva perché più volte avevano studiato insieme a Torino, erano andate anche in vacanza. Sperava che fosse ancora lì per chiederle una conferma.
E’ così che il signor Renzi, Umberto Renzi, bussò a casa mia quella sera. Era confuso, preoccupato, e mi raccontò i suoi dubbi.
Ma io oramai non ero più amica nemmeno di Arianna, non ci frequentavamo da tanto tempo… Lo ascoltai con pazienza ma non sapevo aiutarlo. Un’idea però mi venne, perché una persona che sicuramente ne sapeva qualcosa la conoscevo. Era stato un suo grande spasimante e lei ci aveva solo giocato, ma lui le era rimasto addosso anche quando l’aveva lasciato... Ero certa che ne sapesse qualcosa, e almeno questa poteva essere per me la scusa per sentirlo. Sì, perché io ne ero innamorata, da quando Arianna me lo aveva portato via da sotto il naso. Per questo avevamo litigato e non ne avevo più voluto sapere. Tanto lui ormai vedeva solo lei. Se fosse stato solo per la tristezza che leggevo sul vostro di Umberto, del signor Renzi, avrei detto che non ne sapevo niente. Invece io ci provavo piacere, vedere tutta quella storia era un po’ il modo di vendicarmi con Arianna.
Chiamai Fausto. Con delle moine, per riuscire a convincerlo, che Umberto capì subito cosa provavo per lui. Provò compassione per me, fu tanto dolce che quasi mi incoraggiava dicendo: vedrai che viene e così io me ne vado e voi cenate insieme… Era così assurdo, che in mezzo a quella situazione riuscisse a darmi conforto come un’amica del cuore… quella che forse lui pensava fosse Arianna per me, invece io non pensavo che a trovare il modo di farle del male.
Quando Fusto arrivò Umbro rimase sconcertato. La scena fu velocissima e surreale.
- Mi dica che si è inventato tutto, - esordì Umberto.
- No, è tutto vero. – L’espressione di Fausto non era più quella del viaggiatore malinconico di che Umberto aveva conosciuto. Aveva gli occhi piccoli e un’espressione che rivelava la sofferenza troppo a lungo trattenuta per quella ragazza, che non solo lo aveva rifiutato ma che ora chiedeva il suo aiuto, sia pure nella persona del padre.
Continuò:
- Lo so perché l’ho seguita. Da quando mi ha lasciata il suo pensiero mi perseguita. Sapevo tutto, e sono stato io ad informare il Vescovo. Lui ha fatto solo ciò che è giusto.
Rimanemmo da soli. Umberto non sapeva cosa fare, cosa dire. Mi guardò, e vide in me ancora l’unica persona che rappresentasse per lui un punto fermo, un appiglio a quello che sapeva, che conosceva. Mi abbracciò come avrebbe abbracciato sua figlia e poi restammo così, uno accanto all’altra, e mi raccontò nei dettagli tutto quello che era successo sul treno e all’improvviso non sapeva più chi fosse sua figlia, sua moglie, o lui stesso. Ma io non ero un’amica né il suo unico appiglio, ero proprio l’opposto. Approfittai di quell’abbraccio e della sua debolezza, ricevetti il suo sfogo, le parole confuse di un uomo stanco al quale potevo prendere tutto. Lo so come si fa, e se non c’ero riuscita con Fausto, non ho fatto fatica a portarmi a letto Umberto. Il signor Renzi, sì, il padre della mia amica che mi ha rubato il fidanzato per andare con un prete.
Cominciò a venire più spesso a trovare la figlia, e passava sempre da me.
Questo è tutto, signor Vescovo. Non le chiedo l’assoluzione perché anche io, come lei, ho fatto solo ciò che era giusto. Umberto ha passato bene i suoi ultimi anni e io adesso ho una casa. Alla mia morte potrei lasciarla alla sua diocesi.
Posted by Marco Candida at 17.11.05 11:35
Comments
Perfetto. ;-) (Confermo che stavolta avevamo partecipanti "di qualità")
Posted by: Marco at 18.11.05 07:31
brava paola! come vedi (ma lo sapevi già) anche senza la tua personale musa te la cavi egregiamente... mi chiedo se non sia ora di un cambio di ruolo...
Posted by: Alessandra at 18.11.05 16:04
Alessandra, what are tou saying?!
Posted by: Marco at 18.11.05 17:28
"Tou"?!?!?!? Si da il caso che io sia la musa ispiratrice di Paola. Bene. A Tortona, pur essendo io assente, Paola ha saputo districarsi molto bene anche fra le scatole cinesi. Mi chiedevo se non fosse il caso per me di cercarmi un altro ruolo... (scusate, in effetti non sono molto abituata a scrivere in un luogo dove i sottintesi non si intendono)
Posted by: Alessandra at 21.11.05 10:16
Be, cara Alessandra, ma che discorsi sono? Non è che la musa ispiratrice debba per forza essere presente fisicamente... Anzi, la lontananza dalla persona ispiritratrice corrobora l'ingegno. Le Muse sono entità sopraterrene, non fisiche. Ciao!
Posted by: Marco at 21.11.05 18:23
alessandra sei musa?
ma una musa un po' diafana non trovi>?
se noon ti espliciti un pochino la tua musaggine
ne risentirà...
barbanera.rossa
Posted by: barbanera.rossa at 24.11.05 08:31
