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16.11.05

Corso di Tortona (XVII) - il mio intervento

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[Ecco l'intervento completo che mi ero preparato per il corso di Tortona]

Quando Giulio mi ha chiesto di preparare un intervento per il corso di scrittura di Tortona, e per questo lo ringrazio, Giulio mi ha anche dato precise istruzioni: mi ha detto di concentrarmi su due testi: Le avventure di Gordon Pym di Edgar Allan Poe e Il suicidio di Angela B. di Umberto Casadei.

Siccome sto cercando lavoro e questo mi porta via del tempo (in questo senso il Don Chisciotte, che nel prologo si rivolge al desocupado lector, in questo momento sembra un libro fatto apposta per me) e siccome Giulio e io abbiamo deciso l’argomento del corso solo poche settimane fa, questi due testi mi facevano qualche problema. Le avventure di Gordon Pym è un testo di centosettanta pagine, nella mia edizione, scritte in corpo due. Il suicidio di Angela B. fa cinquecentosessantré pagine tutte quante scritte in corpo due. Inoltre non potevo non rileggermi il testo caratterizzante del corso, il Don Chisciotte di Cervantes, che è diviso in due volumi e che in tutto arriva a qualcosa come mille pagine. Allora, visto che non avevo tutto questo tempo, ho cominciato a pensare un metodo per non rileggere da cima a fondo, pagina per pagina, queste opere, e ho pensato che, in fondo, quando parliamo della distinzione tra Autore e Narratore, questa distinzione, molto spesso, si rende evidente nel cosiddetto apparato paratestuale.

Il paratesto, secondo una definizione che ho trovato in Gerard Genette, è l’insieme dei messaggi che precedono, accompagnano e seguono un’opera come i messaggi pubblicitari, il titolo, il sottotitolo, la seconda di copertina, la quarta di copertina, le recensioni, le prefazioni, le postfazioni, le avvertenze al lettore e via così. (Aperta parentesi. Qualche mese fa su Pordenonelegge, un blog multiautore aperto da un’associazione culturale di Pordenone, sono cominciate ad apparire una serie di recensioni – otto recensioni; forse anche dieci – intorno a un libro che avrei scritto io. Allora, potrei immaginare di affiancare alle recensioni, una prefazione di questo libro, poi una postfazione, poi un quarta di copertina, e via così, e insomma di allargare l’apparato paratestuale che si dispone tutto intorno a un testo fantasma, un testo che per il momento non esiste. Chiusa parentesi). In questo intervento mi concentrerò sul paratesto e in particolare sulle Prefazioni e sulle Postfazioni e probabilmente fornirò una descrizione superficiale dei libri di cui desidero parlare, e tuttavia si tratta di una descrizione che si presta per quello che voglio arrivare a dire.

Sfogliando i libri che mi sono capitati tra le mani mentre ero alla ricerca di qualche esempio, mi sono accorto che le Prefazioni sono, molto spesso, luoghi di paradosso. Tanto più una Prefazione è lunga e articolata (la Prefazione della Lettera Scarlatta di Natanhiel Hawthorne, un testo del 1850, fa quarantotto pagine), tanto più una Prefazione è moralmente alta, quanto più il testo che segue è scandaloso oppure affronta una storia di carattere inverosimile e fantastico. E’ questo, ad esempio, il caso de I Viaggi di Gulliver di Jonathan Swift.

I Viaggi di Gulliver di Jonhathan Swift sono stati scritti nel 1726 da Jonathan Swift che, è bene ricordarlo, si era messo in luce tra i suoi connazionali per le sue grandi doti di polemista. I Viaggi di Gulliver contengono una Nota dell’editore al lettore e Una lettera del Capitano Gulliver a suo cugino Richard Sympson. Richard Sympson è l’editore del libro che Lamuel Gulliver ha consegnato a lui personalmente. Perciò I Viaggi di Gulliver di Jonathan Swift contengono un libro scritto non da Jonathan Swift ma da Lamuel Gulliver e l’editore di questo libro è suo cugino Richard Sympson. Nella Nota dell’editore al lettore si dichiara che il libro avrebbe potuto essere lungo due volte di più se non fossero stati operati dei tagli relativi alle descrizioni dei venti e delle maree, dei cambiamenti di rotta e di orientamento durante le traversate, della condotta della nave durante le tempeste, scritte tutte nel gergo dei marinai. Sono state poi fatte fuori tutte le annotazioni di latitudine e di longitudine, e la prosa è stata alleggerita dai termini del gergo marinaresco per adeguarla alla comprensione di un normale lettore. Segue a questa nota la lettera del Capitano Gulliver a suo cugino Richard Sympson. Si tratta di una lettera di “vibrante protesta”, dove Lamuel Gulliver dichiara che non soltanto sono stati operati dei tagli, ma sono stati inseriti dei paragrafi, come il discorso tenuto da Gulliver (nella terza parte) di fronte al suo padrone Huyhnhnm intorno agli usi e costumi della propria terra natìa, l’Inghilterra, discorso dove Gulliver, tra l'altro, si sarebbe pronunciato nei confronti della regina Anna con un tono troppo polemico - mostrando una certa parentela con il suo creatore Jonathan Swift. (La struttura de I viaggi di Gulliver rapidamente è questa: nella prima parte Gulliver naufraga nell’isola di Lilliput dove gli abitanti sono alti, per così dire, sette pollici; nella seconda parte Gulliver naufraga nell’isola di Brobdingnag dove gli abitanti sono alti, per così dire, sette pertiche; nella terza parte Gulliver arriva nell’isola di Laputa (e altri nomi impronunciabili) dove gli abitanti sono esseri a forma di cavallo, che fanno da padroni a esseri di forma umanoide, molto simili alla forma di Gulliver. Per tutte queste popolazioni Lamuel Gulliver fornisce una minuziosa descrizione di usi e costumi). Tornando alla lettera a suo cugino Richard Sympson, editore del resoconto dei suoi viaggi, più avanti Lamuel Gulliver si lamenta che la sua descrizione degli accademici progettisti è stata tutta stravolta e manipolata al punto che il senso è tutto un altro, e in generale per tutta la lettera (sei pagine) Gulliver si lamenta che suo cugino spesso gli ha fatto dire “la cosa che non era”.

Abbandoniamo per il momento Gulliver e adesso concentriamoci su un altro libro che narra una storia di carattere inverosimile e fantastico, e che in quanto a confondere i ruoli tra Autore e Narratore, risulta paradigmatico: Le avventure di Gordon Pym di Edgar Allan Poe. Le prime due puntate di questo libro apparvero nel 1837 sulla rivista Litterary Southern Messanger. La storia si apriva con le parole “Mi chiamo Arthur Gordon Pym” e era pubblicata sotto il nome di Poe; ma nel 1838, quando apparve il volume con la storia completa, questo volume non portava il nome di Poe nella copertina e conteneva al suo interno una Prefazione firmata da Arthur Gordon Pym. Quindi mentre nel primo caso abbiamo Mr. Poe Autore e Mr. Pym Narratore e Personaggio Principale, in questo secondo caso abbiamo Mr. Pym Autore, Narratore e Personaggio Principale, e Mr. Poe che si trasforma in un personaggio di fondo del paratesto. A complicare le cose ci si mette la nota finale del libro. In questa nota si dichiara che gli ultimi capitoli del libro sono andati perduti a causa “dell’improvvisa, recente e tragica morte di Mr Pym”. Questa nota non firmata non si può attribuire a Mr Pym perché parla della sua morte, ma non si può attribuire nemmeno a Mr Poe perché la nota fa riferimento proprio a Mr Poe come di un primo curatore dell’opera che non si era nemmeno accorto della natura crittografica di certe raffigurazioni inserite da Mr Pym nel corso della narrazione. A questo punto il lettore può ritenere che esista un Mr X che è l’autore della nota (che è il vero paratesto; mentre la prefazione firmata da Mr Pym è a questo punto un falso paratesto) che parla di Mr Pym e di Mr Poe nello stesso modo. Si crea, come è evidente, una situazione paradossale. Che cosa succede? Succede questo. Mr Poe si inventa un personaggio romanzescamente dato come reale, Mr X, che parla di un personaggio fintamente reale, Mr Pym, che narra una storia romanzesca. Il paradosso è: Mr Poe finisce per diventare l’abitante dell’universo fittizio di Mr X. [Eco, 1984]. Questa situazione assomiglia un poco al celebre paradosso di Rabelais: Alcofibras nel mezzo del libro che sta scrivendo viene inghiottito dal suo personaggio principale (il gigante Pantagruel), visita l’interno del suo corpo e quando rispunta fuori dalla sua bocca, Pantagruel lo vede e gli dice: “Da dove venite voi?” e Alcofribas risponde: “Dalla vostra bocca, sire”. Un paradosso, questo di Rabelais, che mostra bene quanto i ruoli dell’Autore, del Narratore e del Personaggio Principale tendano a sovrimprimersi e a confondersi.

E’ singolare che le due opere più importanti della prima metà dell’Ottocento nascano attorno allo stesso avvenimento. Le avventure di Gordon Pym di Poe e Moby Dick di Melville infatti nascono attorno alla vicenda dell’avventuriero Jeremiah Reynolds, che partito per l’Antartico per dimostrare una teoria per la quale i Poli erano bucati e si sarebbe potuto passare da lì per arrivare al Centro della Terra, non avendo trovato nessuna prova, si inventò storie le più incredibili per rientrare nelle spese del viaggio. Una di queste storie riguarda l’avvistamento di una straordinaria balena bianca al largo delle coste del Cile, che i marinai chiamarono Mocha Dick dal nome del più vicino promontorio; l’altra, invece, di un misterioso abisso bianco che è tutta la parte conclusiva del Gordon Pym. Le Avventure di Gordon Pym è uno straordinario libro d’azione e, tra altro, ha rappresentato una pietra angolare per moltissime opere successive. Non soltanto Moby Dick si apre con le stesse parole del Gordon Pym (“Chiamatemi Ismaele” è un calco di “Mi chiamo Arthur Gordon Pym”) ma il personaggio Queequeg è un calco del Dirk Peters del Gordon Pym. Il Silver dell’Isola del Tesoro di Stevenson è un calco del cuoco del Grampus (“un vero demonio”) del Gordon Pym. Verne scrisse addirittura la continuazione del Gordon Pym (La Sfinge dei Ghiacci) e Lovecraft, infine, ambientò il suo capolavoro (Le montagne della follia) proprio dove Gordon Pym scompare. [Mari, 2004]

Le avventure di Gordon Pym è un libro d’azione e quindi di azioni. Succedono cose. Gordon Pym si imbarca sul Grampus con la falsificazione di una lettera (Robinson Crusoe fa lo stesso, prima cercando di convincere il padre, poi scappando di casa e imbarcandosi alla ricerca di avventure e di una grande impresa); si nasconde nella stiva della nave per molti giorni (con molte provviste – tre carretelli di gallette, una brocca piena d’acqua, quattro o cinque mortadelle di Bologna), e viene sfamato dal suo amico Augustus; poi si scatena un ammutinamento e un contro-ammutinamento coronato dal successo grazie a un travestimento di Pym; i sopravvissuti arrivano a bordo di un altro vascello, il Jane Guy, nell’isola di Tsalal dove gli abitanti sono mostri di doppiezza (come gli Yahoos di Gulliver); fino al finale dove tutto il paesaggio sembra sfaldarsi in un biancore generale e la narrazione si interrompe di fronte a un monumentale essere di sembianze umanoidi luminosissimo. Tutta la narrazione è misteriosa (nota: ciò che in poesia si definisce “vago e indefinito”, in narrativa spesso si può definire “misterioso”). Tutti gli avvenimenti sono sprofondati nel colore nero, che si può considerare un non colore, e si dissolvono via via in un altro non colore, il bianco. Questo confondersi delle forme delle cose (che continuamente sfumano dal nero al bianco) porta a pensare che con quest’opera scritta a vent’otto anni Poe abbia voluto anche far riflettere sui confini incerti delle forme delle cose e sulla loro identità, a cominciare forse dall'identità dell'autore dell’opera stessa.

I viaggi di Gulliver e Le avventure di Gordon Pym sono due esempi di storie che confondono i ruoli tra Autore, Narratore e che affrontano un argomento di carattere inverosimile e fantastico; ma c’è un’altra opera, scritta nel 2003, da Umberto Casadei, per la Casa Editrice Sironi, che confonde questi ruoli, e lo fa in maniera più che "esemplare" si potrebbe dire "estremizzata", e che affronta un argomento non inverosimile e fantastico, ma assai verosimile e dotato di una (sconcertante) quotidianità. Quest’opera si chiama il Suicidio di Angela B e parla del suicidio di una ragazza di diciassette anni, Angela Burzo, o meglio delle reazioni dei compagni di classe e di tutte le persone che stavano attorno a Angela quando la notizia della sua scomparsa è stata appresa. All’inizio di quest’opera ci sono quattro pagine intitolate Note istituzionali intorno al Suicidio di Angela B. dove si descrive la struttura dell’opera stessa. Ci sono volute perciò quattro pagine solo per descrivere come è fatto questo libro. Cosa che adesso farò brevemente.

Il suicidio di Angela B. di Umberto Casadei pubblicato dalla casa editrice Sironi per la Collana Indicativo Presente a cura di giulio mozzi, contiene un libro (come I Viaggi di Gulliver di Jonathan Swift) il cui autore non è Umberto Casadei e la Casa Editrice non è la Sironi. Questo libro si chiama Il suicidio di Angela B., l’autore è Gianni Dezanni e la Casa Editrice si chiama Monopolio. Gianni Dezanni è un compagno di classe di Angela e oltre ai suoi testi, dentro al Suicidio di Angela B. sono stati ammessi altri contributi di altri compagni di classe. La casa editrice Monopolio è formata da due editor: Mario Parecchio e Rinaldo Qualcosa. A loro due (più o meno come al Richard Sympson ne I Viaggi di Gulliver) si deve l’assetto formale dell’opera, ossia come l’opera è stata montata. E com’è stata montata quest’opera? Così: il Suicidio di Angela B. di Gianni Dezanni contiene due testi: Il suicidio di Angela B. nella parte intitolata dai curatori “Le ore” e una Lettera prefatoria posticipata nella parte intitolata dai curatori “I giorni”. Alla fine di ogni capitolo che compongono questi due blocchi ci sono articoli di giornale (di cronaca e interviste) che sono stati inseriti dai due curatori e da Filippo Dezanni, il padre di Gianni. A questo si aggiunge quello che la nota istituzionale chiama “cornice”. Tutto il libro di Gianni Dezanni, infatti, può essere letto come uno scambio di e-mail tra i due editor che allegano ad ogni e-mail consistenti blocchi di testo. A questi si aggiungono “contributi a statuto speciale” come “i fiori” sorta di web-omaggio a Angela, un referto medico, poi una postfazione di Rinaldo Qualcosa e una lettera di Piergiorgio Izza, un altro compagno di classe di Angela. E poi c’è ancora altro, ma per farsi un’idea della complessità della struttura di quest'opera credo basti questo.

La domanda di fronte a questa costruzione è: c’è gratuità nel Suicidio di Angela B. di Umberto Casadei? Un gioco intellettualistico che ha il solo fine di confondere il lettore con doppie viste e illusioni ottiche? Oppure il Suicidio è, invece, l’espressione di una particolare percezione delle cose e del mondo, figlia, per dir così, dei nostri tempi? Una percezione che rende qualsiasi fatto ”inverosimile” e che lo colloca nella posizione del dubbio e del sospetto e che per diventare credibile ha bisogno di numerose testimonianze proprio come – e in parte lo abbiamo visto – ne hanno bisogno le più grandi fantasticherie? Questo è un circolo vizioso, una scatola cinese, da dove sembra difficile poter uscire. Paradossalmente ciò che serve per caricare di credibilità un evento (tutto l’apparato pseudo-scientifico e para e infra testuale) al tempo stesso ci segnala quanto incerti siano i confini tra credibilità e verità, tra finzione e realtà. Quando Hemingway – per fare un esempio che vale un intero argomento – ci descriveva un fatto ‘realisticamente’ non lo caricava di orpelli paratestuali. Che quel che raccontava fosse vero, venisse dalla sua esperienza, era dato. L’opera di Umberto Casadei, invece, come abbiamo in parte visto, mette in crisi tutto questo. E allora forse possiamo concludere che Il suicidio di Angela B. ci dice - proprio attraverso il suo radicale movimento di relativizzazione - che tutto in una narrazione può essere finto. Al contrario possiamo concludere che I Viaggi di Gulliver e le Avventure di Gordon Pym ci dicono che tutto in una narrazione, fatte le debite operazioni, può essere vero e credibile al punto che dopo un po' possiamo pensarlo (si pensi al Necronomicon di Lovecraft che, ammesso si possano paragonare le cose piccole a quelle grandi, come vicenda assomiglia al mio testo fantasma di Pordenonelegge) possiamo pensarlo, dicevo, come reale.

[Il pezzo si interrompe qui. Avrei previsto anche un contro-esempio di narrazione non a scatole cinesi, una narrazione che si presenta come una scatola unica, e che tuttavia, come avrei cercato di dimostrare, dopo poco sembra non essere più una sola scatola. Questo contro-esempio riguarda Supernivem contenuto nella raccolta di racconti Il male naturale di Giulio Mozzi [1998, Mondadori] – un libro scandaloso e superbo che ingiustamente è stato reso indisponibile nelle librerie. Avrei chiuso con un piccolo omaggio a chi mi ha dato la possibilità di parlare, quindi; ma non importa lo farò un'altra volta, magari già a Febbraio.]

Posted by Marco Candida at 16.11.05 17:03

Comments

Marco, era un intervento davvero molto bello, preciso e articolato. Ma perché mai non l'hai letto? Paura del palcoscenico? Non ci credo...

Posted by: emma locatelli at 17.11.05 14:42

Emma, io ti ringrazio... Non l'avrei letto, l'avrei ripetuto (in effetti questa è una trascrizione di quel che avevo in mente e che mi ero preparato nei quattro giorni prima del corso). Non l'ho letto perché mi son detto: be', ma adesso che faccio? Faccio quello che ti invita a casa sua per poi mettersi in mostra o che? Si era tutti lì per Giulio, io per primo, ovviamente (che scelgo appositamente di parlare di Giulio in toni pacati, perché è da due anni che lo esalto, e insomma, non è che posso andare avanti all'infinito con questo atteggiamento...), e ho pensato che fosse giusto goderselo fino in fondo. Giulio è stato atletico: avrà parlato dodici ore sulle sedici del corso... più a tavola. E poi mi è sembrato contento della qualità del pubblico (ma questa è un'opinione mia). Magari la prossima volta l' intervento lo farò. (Sempre questo, anche se il corso è un altro :-D) ;-)

Posted by: Marco at 17.11.05 14:59

Ho capito, vuol dire che la prossima volta ci metteremo d'accordo per urlarti in coro: "Discorso, discorso, discorso!".
Posso chiederti un favore? Saresti così gentile da spedire via e-mail le foto di Tortona che ho scattato a Tony, Francesca, Maura, Sabina, Marta e Sara? Pensavo le avresti pubblicate...erano davvero così orribili? Purtroppo non conosco le loro e-mail e mi piacerebbe che le vedessero.
Grazie! :)

Posted by: emma locatelli at 17.11.05 15:12

Ma no! Sai com'è... Ci vuole il consenso... ;-)

Posted by: Marco at 17.11.05 15:36


marco potevi leggerlo così era anche più comodo per noi....

non esser timido

tira fuori i tuo talenti!!!

Jack

Posted by: giaocmo at 23.11.05 12:09

Prossima volta :)

Posted by: Marco at 24.11.05 11:45