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14.11.05
Corso di scrittura (VII) - esercizio di Toni
Dopo l'esercizio di Maura, quello di Toni.
La lettera
"Da due lunghi anni sto pensando a quei giorni. Nonostante tutto riesco ancora a pensare. Nonostante tutto.
Ricevetti in una mattina di maggio una lettera. Era di Sara, il timbro di spedizione recava la data di una settimana prima.
"Davide, mio caro ed unico amore, sto scrivendo di nascosto questa lettera. Se i miei lo sapessero mi ammazzerebbero. Ormai sono due settimane, amor mio, ed ho perduto le speranze. Il ciclo non arriva ed in questo tormento non ho nemmeno la possibilità di parlarti, di appoggiarmi alle tue salde braccia; devo nascondere anche le mie lacrime, stare attenta ad ogni mia espressione del viso, che potrebbe tradirmi. Ormai è sicuro che avremo un figlio, ma come? Come potrò dirlo a mia madre? Lo sai come la pensano in proposito. Ho bisogno di te, amor mio.
Per sempre tua
Sara"
Presi in fretta e furia una sacca, nella quale riposi qualche cencio, una borraccia d'acqua due fette di pane ed due mele. Lasciai un biglietto sul tavolo.
"Cara zia, degli improvvisi obblighi di natura amministrativa mi impongono di tornare a Livorno. Partirò oggi stesso col primo treno. Debbo chiederti un favore: se tu potessi far passare qualcuno dalla clinica domattina, per avvertire il professor Impallomeni che riprenderò il tirocinio lunedì prossimo?"
Arrivai a Termini in subbuglio, erano giorni drammatici, ma il mio dramma personale pareva annebbiare ogni genere di conflitto su scala mondiale.
Presi il treno alle 10 e 30. Sarei arrivato intorno alle otto di sera.
Passai lunghe ore con la testa rivolta verso il finestrino. Né il mare né le colline poterono placare la mia tensione; neanche quando passai dalle parti di Orbetello dove mi divertivo a vedere quella sequenza di strisce di terra e acqua che in genere mi generavano una piacevole confusione. Poi a Grosseto accade un fatto.
Una giovane signora salì sul treno, e mi guardò con aria interrogativa.
"Mi scusi" disse "lei è per caso Davide Cremisi?"
"Sì, ma come...Francesca! Francesca Salani!"
"In persona! Come stai, Davide?"
Anche se avevo il cuore in tumulto, trovai sollievo per quell'incontro. Il ricordo degli anni del liceo, delle uscite a Montenero e all'Ardenza al mare, la rievocazione dei nostri compagni. Piacevole, ma non fu così per la sua interezza. Anzi.
"...E Giulio, te lo ricordi?"
"Il Banti?" Non provavo una gran simpatia per lui, mi ricordavo.
"Beh, l'ho visto la settimana scorsa. Non è sposato, è un fanfarone, continua a vantarsi delle sue avventure galanti...l'ha fatto perfino con me...ti ricordi della Ricci, stava nella B, più piccola di noi di due anni? Ma non farne parola con nessuno, mi ha detto che potrebbe inguaiare qualcuno..."
"Ti ricordi?" incalzò.
Queste parole cominciarono a rimbalzarmi nel cervello, provocando fragori assurdi.
Mi ripresi che già mi stava raccontando dell'avventura al caffè della Baracchina Rossa sul lungomare, di questo Massimo Banti e della mia Sara, di baci e altre cose che non poteva raccontare. Non le chiesi altro. Riuscii a salutarla con finta allegria scendendo dal treno. Non sapevo che fare. Era sera, anche nei miei pensieri.
Decisi di provare a passare da Stefano Tronci, un compagno del liceo che non si era più mosso dalla città, che sapeva sempre tutto. Gli raccontai solo di ciò che mi aveva detto una confidente, a cui non sapevo se dar credito. E gli dissi che ero legato a Sara.
"E' tardi, adesso. Però, forse facciamo in tempo a vedere una persona che potrebbe aiutarti in questo, frequenta la stessa chiesa, è la mia ragazza - non ufficialmente, sai - e comunque la vedrei volentieri. Proviamo ad andare. E' qua vicino.
Nei pressi di Piazza Cavour mi tenni discosto da un palazzo, mentre lui scampanellava, nonostante l'ora. Si affacciò da una finestra. Era Francesca Salani.
Fummo entrambi sorpresi di vederci l'un l'altra, io provavo anche vergogna di non averle rivelato in treno la mia relazione con Sara.
Non ci fu molto da aggiungere.
Me ne andai a casa, dai miei, senza chiudere occhio.
La mattina andai da Sara.
Suonai.
"Buongiorno, signora. C'è Sara?"
"Ciao Davide, qual buon vento...No, è andata in campagna con la su' cugina Anna, se vuoi raggiungerla con una carrozza, potrei..."
"No, signora, è che io... ho delle commissioni da sbrigare, forse torno più tardi...ma potrei parlarle?"
"Certo, entra pure."
Le dissi ciò dovevo dire e non tornai più. Ritornai a Roma, non feci in tempo a scendere che mi chiesero i documenti e mi portarono via. Ad Auschwitz.
Ed ora sono qua, in attesa che mi facciano entrare lì dentro. Sono qua, a interrogarmi sul vero. Se mai fosse stato possibile, ottenere il vero. Che ne sarà stato di Sara?
Credo che avrei potuto amarla, comunque"
Sara trasse un grosso respiro, alzo gli occhi da quei fogli e fissò suo figlio.
"Questo memoriale è stato rivenuto da un funzionario italiano tra le poche cose rimaste nella baracca in cui tuo padre passò i suoi ultimi giorni di vita. Stava sotto un tavolato e recava, a grosse lettere, il mio nome.
Adesso sai chi era tuo padre, mio caro Davide."
Davide abbracciò sua madre. Aveva quindici anni al tempo di queste rivelazioni.
Ma tra lui e sua madre non fu più la stessa cosa.
Posted by Marco Candida at 14.11.05 13:03
Comments
Il tuo racconto è quello che mi è garbato di più.
Firmato: un marito a pezzi.
Posted by: Bonobo at 14.11.05 14:24
Extratestuale x marito a pezzi: dei 2 giorni una delle cose più belle è stato quel post it dove viene segnato tutto ciò che si mette in lavatrice, e il successivo stendino riempito secondo progetto scaturito da profonde riflessioni sul suddetto post-it...
Posted by: Toni at 14.11.05 14:30
bellissimo cia da giacomo
Posted by: giacomo da tortona at 15.11.05 08:23
