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19.11.05
Corso di Tortona (XXV) - esercizio di Cristina
[Dopo l'esercizio di Maura, dopo quello di Toni, dopo quello di Davide, dopo quello di Silvia, dopo quello di Marianna, dopo quello di Francesca, dopo quello di Paola, dopo quello di Andrea, dopo quello di Gianni, ecco quello di Cristina]
Schema per una storia scritta sulla base delle indicazioni fornite da Giulio Mozzi
Prologo
Due, una donna, chiama Uno, un uomo:
“Ciao. Cosa stavi facendo?”
“Ti pensavo”
“Anch’io”
“Non ce la faccio ad aspettare ancora una settimana, vieni.”
“Avevamo detto che..”
“Non posso stare senza di te.”
“Allora corro a casa e prendo il primo treno”
1
Scompartimento di un treno, da Venezia a Firenze
Tre personaggi: Uno, una ragazza seduta di fronte a lui, e un uomo, che si rivelerà essere Sei.
La ragazza ascolta musica da un lettore mp3, ma ogni tanto lancia un’occhiata a Uno che sta leggendo un libro. Lei si toglie un’auricolare e gli dice : “L’ho letto anch’io. Bello.”
La risposta di Uno non è immediata. Sembra che prima abbia dovuto finire il capoverso. “Si, mi piace. Ma non mi dica come va a finire.” E ritorna a leggere.
Nel volto della ragazza appare un’espressione di disappunto, colta dallo sguardo furtivo di Sei, che pareva assorto a guardare fuori dal finestrino.
Il treno rallenta, la ragazza si alza per prendere il trolley. Allunga le braccia, ci arriva a stento.
Uno lascia il libro e si avvicina per aiutarla. Quando afferra la borsa lei non si sposta e, forse di proposito, appoggia il corpo contro al suo. Gli sorride: “Grazie. Buon viaggio, io mi fermo qui.” Esce dallo scompartimento, senza salutare Sei.
2
Quando il treno riparte Sei si rivolge a Uno: “Lo sai che ti voleva dire quella?”
“Scusa – dice Uno – non capisco”
“Ci provava.”
“No, non credo. Queste cose a me di solito non capitano”
“Non è che non ti capitano. Sono loro, le donne. Tu pensi di averne sposata una diversa. Te la sei cresciuta, la trattavi come una regina, e invece…”
Da qui comincia un dialogo che dura da Bologna a Firenze. In una prima fase Sei spiega le sue teorie sulle donne e di come il vero amore sia soltanto una favola. Uno invece parla a Sei della vita di coppia, che, con le giuste premesse, può rendere felici. Ammicca anche ai vantaggi di vivere lontani con frasi del tipo: “ A me non interessa farlo, ma se metti le corna a una che vive a cinquecento chilometri, non è proprio la stessa cosa. Una sera e tutto finisce lì.” Insomma anche Uno, pur essendo il personaggio principale, ha lati irritanti. Ma si pentirà di quello che dice. Non si sa se lo pensa davvero o è trascinato dalla chiacchiera da treno in cui, sicuri di non incontrare più il nostro interlocutore, invece di essere noi stessi recitiamo una parte, magari quella di chi avremmo voluto o potuto essere.
Sei rimane convinto che le donne tradiscono per prime, se non altro perché gli uomini sono pigri e distratti. E dice una cosa che lascia incredulo Uno: “Mi sono preso un anno sabbatico. Ero all’università ma non ce la facevo più. Adesso osservo il mondo, imparo più da quello che vedo. Ogni mattina prendo il treno a Firenze, arrivo a Venezia e torno indietro. E poi ancora da Firenze a Venezia, andata e ritorno. Tanto ho l’abbonamento. I controllori ormai mi conoscono. Faccio parte dell’arredo. “
Ma Sei mente, anche se ancora non del tutto. Non è vero che lavora all’università. E’ vero ciò che appare meno credibile: Sei passa le giornate in treno.
Nella seconda parte della conversazione, Sei capisce che Uno sta con la donna che l’ha lasciato, e, da qui in poi, gioca al gatto e al topo. Si finge accondiscendente. Dice ad Uno: “Scusami, qualche volta mi faccio prendere la mano” , e anche : “Non è detto che quello che è capitato a me debba capitare a tutti”. D’improvviso cambia argomento, parla di serial killer e di fatti di cronaca sanguinosi, con un certo compiacimento.
Arrivano a Firenze. Sei dice: “Anche per oggi è finita la giornata. Domani mattina riprendo il treno. O forse no. Vado a trovare mia moglie. Non vive più con me, ma forse posso ancora fare qualcosa. Tu mi hai fatto capire tante cose.”
3
Uno non è tranquillo. La conversazione con Sei lo ha riempito di dubbi. Sei voleva proprio questo. Ha lasciato cadere le sue esche, come questa: “Sai, lei mi diceva sempre che era al cinema e invece la vedevano in giro. Io non potevo aprire la bocca, lei scrive dei film sui quotidiani, fa le recensioni. E’ lavoro, mi diceva.”
Uno ci pensa. Anche la sua ragazza è una giornalista, ed è appassionata di cinema ma, a differenza della moglie di Sei, lavora in una televisione.
Comunque, prima di andare da Due passa a trovare Otto. E’ l’amico che gli ha fatto conoscere Due.
Otto lavora nella stessa televisione di Due. Anche lui fa i telegiornali. Lo aspetta fino a quando finisce la messa in onda.
Sono in redazione. Uno racconta ad Otto dell'uomo strano e forse pericoloso che ha conosciuto in treno: "Secondo te, è andato ad ammazzarla?" E' una battuta, i due ridono insieme. Poi finalmente Uno parla di Due :“ Forse anche Due mente, qualche volta. Non è come la moglie del pazzo del treno, ma non mi ha mai raccontato perché è finito il suo matrimonio.”
“ Non te l’ha detto? Il marito era un tipo particolare, lo dovresti conoscere. Anzi, prima di portarti da Due, ci fermiamo al bar qui sotto. A volte lo trovo lì, quando esco, di sera. Due lo sa e non ci mette piede. Adesso l’ultimo turno lo prendo sempre io.”
4
Uno e Otto entrano nel bar. Otto indica un uomo: "Eccolo." Uno lo riconosce, è Sei.
“Vai da lei adesso? – dice Sei, guardando Uno – Sei in ritardo. Stasera sono arrivato prima di te. ”
fine
Posted by Marco Candida at 19.11.05 07:49
Comments
a proposito del corso di Tortona, copio qui (perché ho finito di leggerlo ieri sera - e mi son divertita - - non come con lo Zar - - - che apparentemente non ha dentro riflessioni sul o richiami al - - - - anche se più volte nel corso del romanzo il narratore (quello “vero”, quello che sta narrando la storia in quelle pagine, non quello che non si vede del corso di Tortona) compara la vita di quel o quell’altro protagonista a un romanzo, o usa l’aggettivo romanzesco, mi pare, - - - - narratore invisibile (come la Trilogia di New York) o narrare e essere (come La scopa del sistema), però potrebbe essere anche più interessante per l’esercizio del corso di Tortona, perché: Chi è qui il narratore? È uno o sono dieci? o unidici - uno comune e dieci individuali? E come fare a riconoscerli? iniziano e finiscono dove inizia e finisce l'autore? Cioè, se siamo capaci di individuare dove finisce di scrivere l'autore otto inizia l'autore nove abbiamo trovato anche il narratore nove? o i dieci narratori, più l'undicesimo comune, rimangono e sono presenti in tutto il romanzo, anche nelle parti scritte da altri autori?) - - -, - copio qui dei pezzi del libro La scopa del sistema di David Foster Wallace.
è un dialogo tra lo psicanalista Jay e Lenore (la giovane ragazza protagonista):
Jay: […] come mai è così ossessionata dall’idea che la gente racconti le sue cose? Raccontarle equivale a sottrargliene il controllo?
Lenore: Non lo so. Che ore sono?.
Jay: Non sente proprio nessuna differenza tra la sua vita e il raccontarla?
[…]
Lenore: Che differenza dovrebbe esserci?
Jay: Non posso crederci. Bletner [un teorico inventato dal pazzo Jay per supportare le proprie interpretazioni, n.m.] si rivolterà nella tomba. Davvero non sente nessuna differenza?
Lenore: OK, d’accordo, ma allora mi spieghi cosa significa “sentire”.
[…]
Jay: (voce soffocata) Che c’entra adesso definire i termini? Mi dica solo se la sente o no. Lei la vita può sentirla; chi può sentire quella della grassona di Rick [la protagonista di un raccontio inventato da Rick per Lenore; quando sono insieme, ogni tanto lei gli chiede Un racconto e lui fingendo di raccontarle un racconto di quelli arrivati in redazione - è redattore capo di una rivista letteraria - gliene racconta uno inventato da lui - la grassona è la protagonista dell’ultimo che le ha raccontato]?
Lenore: Lei stessa, può sentirla! Ecco chi può sentirla, lei stessa!
Jay: È impazzita?
Lenore: Può sentirla purché la storia prevede che la senta. Ci siamo? La storia vuole che, spiaccicata la figlia, la donna senta una pena tale da cadere in coma? Benissimo, ecco allora che la donna sente esattamente quella pena e cade in coma.
Jay: Ma non è una situazione reale.
Lenore: A me sembra reale esattamente nella misura in cui ci viene detto che è reale.
[…]
Lenore: La vita di quella donna è la storia, e se la storia dice: “La grassa eppur bella signora era convinta che la sua vita fosse reale”, allora significa che lo è. Solo che quello che la donna non sa è che la sua vita non le appartiene. Che lei e la sua vita esistono per un motivo, cioè per strappare un sorriso, oppure per dare una lezione morale. Non è neanche prodotta, è dedotta. È lì per un motivo.
Jay: E di chi sarebbero questi motivi? E poi, motivi nel senso di motivi personali? Mi sta dicendo che la donna deve la propria esistenza a chi la sta raccontando?
Lenore: Non è tanto un chi, quanto la cosa in sé. Il raccontare crea le proprie ragioni. Nonna [la bisnonna, a essere precisi, una novantenne che sopravvive solo alla temperatura di quarantasette gradi, è patita di Wittgenstein ed è scomparsa dall’ospizio per anziani insieme a altre venti persone] dice che ogni racconto si trasforma automaticamente in una specie di sistema, un sistema che controlla tutti i personaggi coinvolti.
Jay: E in virtù di cosa?
Lenore: Per definizione. Ogni romanzo crea e delimita e definisce.
[…]
Lenore: La grassa eppur bella signora non è effettivamente reale, e nella msiura in cui è reale è usata, e se reputa di essere reale e di essere non-usata è solo perché il sistema che la deduce e che la usa fa sì per definizione che si senta reale e non-deotta e non-usata.”
Nelle ultime venticinque pagine del libro di 502, tutti i personaggi si ammassano nell’atrio dell’azienda e Lenore non fa che stare seduta su una poltrona, apre e chiude gli occhi ogni venti righe, o guarda qualcuno altre trenta righe dopo.
Io credo che Lenore si sia accorta di essere un personaggio. Di essere come la grassa signora, e abbia voluto dismettere, per quanto possibile, gli abiti del personaggio, rimanendo lì, non avrebbe potuto altrimenti, ma senza più partecipare, aspettando che la storia andasse avanti e prima o poi finisse.
Non so, però mi sembra che qui, proprio perché il richiamo al raccontare e all’essere è così evidente, si possa forse più facilmente che altrove, come, per esempio, nel breve romanzo La mite di Dostojewskj, trovare o “intuire”, il narratore invisibile di Tortona e mi pare anche che, in fondo, - e forse è uno dei motivi per cui lo sto scrivendo qui - dica qualcosa di simile a quello che diceva - o forse l’esatto contrario, o forse che si collega - lo scrittore di Paul Auster, (William?), che una cosa quando è casuale è reale (non ce l’ho sottomano, e non mi ricordo come si deve), e quando “tutto torna” è raccontata. La scopa del sistema non finisce, non torna.
Posted by: monica at 24.11.05 09:10
non è corretto scrivere un commento che è un trattato
per fartelo capire kara monika lascio come bava di lumaca altri miei testi che non c'entrano nulla
lo zar è bellissimo: chi è il naratore nello zar? l'avventura? Dio? lo zar stesso? il suo nulla? il suo vuoto? il silenzio? l'immaginazione? l'azione? oceania world?
che figa oceania world!!!
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finirà così:
"deontica camaleontica"
vol II.
titolo:
la titolarità
chi possiede titolo?
quale titolo?
Ci sono 4 dimensioni della titolarità :
a) la titolarità attributiva (o autoattributiva)
b) la titolarità assiologica
c) la titolarità prasseologica
d) la titolarità prasseonomica
L'essenziale non è chi riconosce il titolo altrimenti si apre un discorso di alterità
e di regressus ad infinitum ma essenziale è quale titolarità (fenomenologia e fenomenogonia) , in che contesto , a che fine...
a che titolo si invoca la titolarità......!!
(in qualsiasi realtà)
la titolarità è sempre performativa.....
Giacomo
Tesi: "Le chiavi sono sparite"
Soluzione non razionale ma logica del problema:
a) sono sparite quindi c'erano e se c'erano continuano ad esserci
quindi non bisogna preoccuparsi (soluzione parmenidea - principio di non contraddizione)
oppure al contrario "sono sparite" quindi da sempre continuano ad essere sparite: è una loro connotazione ontologica: è una constatazione che non muove alcuna azione.
b) sono sparite quindi è la sparizione un fatto che appartiene al passato e non possiamo agire o preoccuparci ora per un qualcosa che non esiste più nel presente (soluzione eraclitea o temporale basata sul carattere irreversibile della freccia del tempo - epicuro)
c) Sono entità plurali, quindi quale chiave è sparita? non si sa, e quindi non possiamo dire le chiavi sono sparite ma "alcune" chiavi sono sparite, ma ciò porta a considerare che la maggioranza delle chiavi sussista altrimenti non permarrebbero come pluralità e il fatto che tale pluraltà mancante non si distingue dalla pluralità sussistente fa ritenere che sia di minor importanza (soluzione nominalistica basata sul principio di identità e sull' aut aut: presenza/assenza ergo perdita di rilevanza o afasia agnostica)
d) Se le chiavi "sono" allora non possono sparire ma il problema non è delle chiavi ma di qualcuno che è sparito e che aveva a che fare con le chiavi: basta individuare un'altra persona che abbia a che fare con le chiavi e allora ritorneranno (soluzione linguistica basata sull'imputazione del verbo essere, sulla contraddizione dei significati e sul recupero dell'unità liguisticamente non contraddittoria ma simmetrica)
.......................................
Avv. Giacomo Maria Prati
Posted by: barbanera.rossa at 24.11.05 11:26
sul naratore mozzi è stato esuastivo
non vedo come si possaagiungre altro...
l'unica cosa che mozzi non ha analizzato e lo dobbiamo dare noi è il rapporto fra scatole cinesi e naratore: ad esempio: per me le scatoli cinesi sono quasi sempre intenzionali mentreil narratore è quasi sempre non intenzionale, ma in re ipas: intrinseco al tutto...se un iopera è un tutto è perchè c'è narratore: non c'è narratore? non è letteratura...
barbanera.rossa
Posted by: barbanera.rossa at 24.11.05 11:30
Se i commenti fossero meglio leggibili (logicamente e ortograficamente) si potrebbe provare a discuterli. Vi ringrazio lo stesso dei contributi :)
Posted by: Marco at 24.11.05 11:56
è vero, ho sbagliato un tempo, corrego:
Io credo che Lenore si sia accorta di essere un personaggio. Di essere come la grassa signora, e abbia voluto dismettere, per quanto possibile, gli abiti del personaggio, rimanendo lì, non potrebbe altrimenti, ma senza più partecipare, aspettando che la storia vada avanti e prima o poi finisca.
Posted by: monica at 24.11.05 12:34
Ah, ecco, così sei più chiara
Posted by: Marco at 24.11.05 14:12
bellisimo commento monica..bravissima
mi hai colpito
veramnete non scehrzo
Jack
Posted by: barbanera.rossa at 29.11.05 14:34
