08.09.08
nemesi numero uno
di Giuseppe Braga
Immagina un mondo senza amore, sprovvisto di genio, in cui il raziocinio abbia avuto la meglio, un nuovo mondo privo di talento, popolato da falsari della creatività, dove mercanti arruffoni e carte Visa abbiano avuto il sopravvento. Immagina una marea inarrestabile di calci e pugni e botte e sputi e lamenti, crediti superiore a tutto ciò. Pensa a Andy Warhol calvo e sdentato. Immagina che per te l’arte sia la più gloriosa tra le dichiarazioni d’amore possibili e che ciò possa bastare a rassicurarti.
Immagina a questo punto un mondo senza colori, un mondo sottosopra, capovolto e irriconoscibile ai tuoi occhi, un mondo in cui regni la pazzia. Un mondo dove non hai nessun controllo su te stesso. Immagina di trovarti a terra con la testa aperta in due. Ti trovi in un’abitazione, precisamente nel soggiorno di essa. Sei lì, il motivo è scontato, è la tua casa. Immagina d’avere esaurito la scorta di speranza da cui eri partito e che non esista negozio in cui tu possa rifornirti. Immagina che nel tuo soggiorno ci siano trenta gradi, ma che tu ti senta gelare. Immagina che ti sembri un sogno, un maledetto incubo, un’esemplare messinscena. Immagina di non sentirti più le gambe e che la tua bocca sia poco più che poltiglia, immaginalo, se può farti star meglio.
Immagina Picasso che, con tratto sicuro e mano ferma, disegna una colomba sul vetro. Immagina di sentire l’odore del sangue incollarsi alle pareti e che quel sangue sia tuo. Immagina che ce ne sia in abbondanza sparso sul pavimento. Immagina che la colomba prenda forma, movimento e vita. Immaginala mentre spicca il volo, eterea apparizione, un battito fantasma e spettrale. Continua a immaginare di stare nel tuo soggiorno, patetico animale in trappola, senti voci e vedi sagome sfuocate in azione, le vedi rilassate, sedute attorno a ciò che resta del tuo tavolo. Li vedi tranquilli, t’hanno appena devastato la casa. Se te ne sei scordato, loro sono venuti lì per quello. Immagina di non aver ben chiaro se sei ancora vivo o meno, stai perdendo le ultime forze. Non avendo mai avuto molte forze, le perderai velocemente. Nella condizione in cui ti trovi, forse farai prima a morire che a sopravvivere. Immagina di non avere futuro, non hai bisogno di fantasie sfrenate per crederlo.
Immaginati reincarnato in Frank Lloyd Wright, la casa sulla cascata l’avresti fatta senz’altro meglio tu. Immagina di non conoscere la paura, tu parli un’altra lingua.
Immagina che, non avendo un futuro, non potrai più vedere i film di Quentin Tarantino, la cosa ti secca un po’. Immagina che in questo momento potresti trovarti in un suo film, immagina che poteva andarti peggio. Magari finire col cervello spappolato sul lunotto. John Travolta te l’avrebbe raccolto e messo in un sacchetto di plastica, controvoglia. Immagina un mondo dove non esistano consolazione, perdono o espiazione, neppure una sala cinematografica. Immagina che ti stiano portando fuori in barella, immagina anche una siringa infilata nel braccio.
Immagina un mondo senza più arte, immaginalo dominato dalla pazzia.
Immagina, col sangue che hai perso si potrebbero riempire decine di barattoli di colore. Quei colori potrebbero finire su tela e diventare dei dipinti. Immaginala come una forma d’arte estrema e rivoluzionaria, una tavolozza d’ossa umane e un pennello che mescola sangue carminio. Immagina d’essere stato tu ad aver dato vita a questa nuova corrente artistica, potresti chiamarla Pulp Organic Art, Prmitive Mystic Paint, oppure Blood Lounge Art. Immagina articoli di giornale e interviste esclusive, parecchi primi piani, programmi televisivi satellitari su canali tematici, il tema sei tu. Immagina che non farai a tempo a godere dei frutti della popolarità, morirai dissanguato molti anni prima.
Immagina un mondo in cui le riserve d’amore siano terminate.
Immagina Salvador Dalì mentre dipinge la sua musa e modella Amanda Lear, tu osservi la scena e, eccitato, non puoi evitare di menarti l’uccello. La cosa ti piace. Immagina Dalì che si liscia un baffo e ti sorride sornione, anche lui se lo sta menando. La cosa piace pure a lui. Immagina tutto ciò, per te immaginare è la cosa più felice del mondo.
Immagina Miguel Bosè, Picasso, Bunuel, Almodovar, Garcia Lorca, Paul Klee, la formazione titolare dell’Internazionale F.C. del millenovecentosettantanove e Dalì rinchiusi in un cubo trasparente. Stanno lì dentro, un po’ stretti ma ci stanno tutti. Immaginali prigionieri, sequestrati da un gruppo terroristico non ben identificato, seviziati e frustati a turno da Amanda Lear, nota soubrette, nonché capo sanguinario del gruppo.
Immagina un mondo in cui la pazzia possa venire sublimata dall’arte.
Immagina di sentire la sirena dell’ambulanza che si avvicina sempre più. Immagina E.R. Medici in prima linea, quando c’era ancora George Clooney. Stanno girando la scena della puntata numero 7846 nel tuo soggiorno. T’hanno distrutto la casa, ma perlomeno ti pagheranno le royalty. Immaginati sopra all’ambulanza di cui poco fa sentivi le sirene, stai perdendo le energie lentamente.
Immagina e immaginando t’accorgi che i ricordi affiorano come rocce di polistirolo. Tu le stai dipingendo con quanti più colori t’è possibile. Immagina che ci stai passeggiando sopra, la sensazione è quella che provò il primo uomo che camminò sulla Luna. Immagina che siano i cocci sparsi nel tuo soggiorno, la Luna non c’entra un cazzo, ma tu non ti perdi d’animo, stai provando a rimetterli insieme. Immagina un mondo imbottito di polistirolo espanso, coloratissimo e commestibile, forse ti salverai, a patto di fare indigestione.
Immagina che l’arte verrà sublimata dalla pazzia e l’architettura dalla medicina.
Immagina un ritratto di Francis Bacon, la tua faccia adesso è più o meno così. Immagina veloce, almeno tanto quanto corre l’ambulanza nella quale sei steso. Fallo velocemente ma non scordarti nulla. Se riuscirai a ricordare vorrà semplicemente dire che sei ancora vivo. Immagina che già questo sia un ottimo motivo per ricordare.
Ora basta però, finiscila d’immaginare e comincia a
[incipit di un romanzo mai terminato]
Posted by Giuseppe Braga at 23:56 | Comments (0)
06.08.08
Quella notte sull’elefante con Nicole, al Moulin Rouge!
di Giuseppe Braga
Categoria: Scriver cover sui tetti di Parigi
Protagonisti: Christian (Ewan McGregor), Satine (Nicole Kidman))
Fonte: Moulin Rouge!, Baz Luhrmann (USA, 2001)
Fermo immagine. Satine è in piedi sul dorso dell’elefante indiano, Christian le sta a un passo, ha la bocca spalancata e si protende verso di lei. La luna è un cartone tondo e giallo, con naso e occhi stilizzati. Tiro un sospiro, trattengo il fiato e schiaccio play. Parte il medley. Canto insieme a loro, non resisto. Un posticino fisso su quel terrazzo, a pochi passi dalla Torre Eiffel e da Montmartre, mi piacerebbe avercelo, una mansardina, anche abusiva, non pretendo un attico con piscina.
Come un sogno ricorrente, come un’elegia sotterranea a metà strada tra il cuore e le corde vocali, mi ci ritrovo catapultato dentro. Satine m’ha stregato ancora, eccomi al Moulin Rouge!
La vicenda, in breve: Parigi, 1899, in piena rivoluzione bohemienne, Christian (Ewan McGregor), scrittore scalcinato senza un franco bucato, per sua fortuna belloccio, s’innamora perdutamente di Satine (Nicole Kidman), stella del Moulin Rouge – locale da ballo notturno e peccaminoso bordello. Ma insorgono due grossi problemi. Per cominciare, Nicole e il suo impresario, un lurido sudaticcio ciccione dal nome nazistoide, sono due stronzetti nientemale che preferiscono avere a che fare con uomini facoltosi (nello specifico, ci si mette di mezzo un tale, ricco sfondato, chiamato Il Duca), piuttosto che con scrittori scalcinati. Questo gretto pragmatismo iniziale però, verrà frantumato dall’invincibile forza dell’amore (non a caso le parole chiave del film sono Verità, Bellezza, Libertà, Amore). La poverina inoltre (seconda e decisiva questione), è affetta da tisi. E dai suoi primi colpi di tosse, capiamo che l’epilogo sarà drammatico.
Cerco di non dare nell’occhio, m’accuccio sulla proboscide e osservo. Il corteggiamento di Ewan è avvolgente e sinuoso. Il belloccio, ormai sbarellato e con lo sguardo da pesce lesso (in verità, va detto, lui si trova lì grazie ai preziosi consigli del suo bislacco, assenzio-dipendente, amichetto Toulouse Lautrec), non ha la minima intenzione di scendere da quel tetto senza prima averla sedotta. Per contro, Satine, con un portamento e una classe che non si insegnano in nessuna scuola (nemmeno in quella di Maria De Filippi), con voce da usignuolo intonato, cerca d’opporre resistenza. Ma all’amore bohemienne, non me ne vogliano i pragmatici milionari alla Briatore, non si può resistere in alcun modo.
Il medley (coi testi dei brani riscritti da quel geniaccio d’un Baz) è partito. Mi metto comodo, per quanto si possa star comodi accucciati dove sono. Il faccione tondo della luna riempie l’orizzonte e contrappunta liricamente le voci dei nostri due. La notte è tutta colore, nuvole e sentimento. Parigi è una Parigi di cartongesso, solida e bellissima, e io sono un ectoplasma di celluloide, un povero voyeur nascosto sulla proboscide d’un elefante di cartone. Il corteggiamento, intanto, si snoda attraverso i riarrangiamenti di pezzi pop rock come All you need is love, Don’t leave me this way, Heroes, In the name of love, I will always love you e Your Song.
Si stacca la punta della proboscide e quasi volo giù, devo fare attenzione. Loro per mia fortuna non s’accorgono di nulla e continuano il duetto. Guardando Nicole in questo momento – il vestito rosso, la cangiante cascata di capelli, l’eleganza dei gesti, il disarmante sorriso – mi chiedo come si possa fare a non innamorarsene. Sarebbe impossibile. Per me lo è. Premurandomi di non finire di sotto, mi domando anche un’altra cosa, affascinato e col kleenex a portata di naso. Mi chiedo come diavolo abbia fatto, quell’angelo etereo e meraviglioso, a sopportare per tutti quegli anni quel tappo mezzo incapace di Tom. Me li immagino pure, è una mia discutibile fantasia, lo so (un sogno dentro al sogno si potrebbe dire), me li immagino durante le snervanti riprese di Eyes Wide Shut, con lei che, senza voler infierire, suggerisce le battute e gli spiega, paziente e materna, l’intonazione e la gestualità corrette, di nascosto dal buon vecchio e severo Stanley. Ma quello era un altro film (o sogno?), d’accordo.
A questo punto, nel mio sogno, saltellando agile qua e là, scivolo nella pancia dell’elefante. Satine e Christian si stanno baciando ai piedi del letto, ignorandomi come al solito. Non mi perdo d’animo e, leggiadro come una colombella, frantumo un candelabro (saranno di cartapesta, ma sono pesanti!) sulla capoccia di Ewan che, sorpreso e stordito, crolla sul pavimento. Volteggiando sulle punte come un Nureyev in gran forma, m’inumidisco le labbra e raggiungo Nicole. Il mio grosso errore è quello d’aprire gli occhi, ogni volta me ne scordo, ogni volta mi succede. Riaprendoli, m’accorgo che lei è incongruamente ancora nello schermo, mentre io sono al di qua, grottescamente fuori campo, con i miei vestiti dozzinali acquistati all’Oviesse, senza assenzio, senza Toulouse, con una birra ormai calda in mano e la barba sfatta. Mortale tra i mortali, insomma, ma con un’inspiegabile ebbrezza nel cuore… forse perché, come sussurra Satine con l’ultimo filo di voce rimastole in gola, uscendo tragicamente di scena, la più grande cosa che si può imparare, nella vita, è amare e lasciarsi amare.
Già, come darle torto.
[Posa 'sto libro e baciami, Zandegù editore, 2007]
Posted by Giuseppe Braga at 11:19 | Comments (0)
02.07.08
Viaggi a buon mercato (2000)
di Giuseppe Braga
Lasciatemi dire. A me viaggiare non piace. O, per meglio precisare, non come lo intendete voi. I miei viaggi sono esercizi virtuosi. Avete capito bene: virtuosi. Non ho sbagliato, non volevo assolutamente intendere, come avrete senz’altro pensato, virtuali.
Sono al supermercato e ho il cestello, attenzione ho detto cestello, che il carrello mi impiccia. Troppo grande e scomodo (e poi quelle stupide monetine), quindi non lo prendo mai. Meno spesa faccio, meno soldi spendo, non so se. Preferisco risparmiare io, con questi chiari di luna. Adesso sono le nove e venti del mattino e sono pronto. Il biglietto non mi serve. Le mie sono tutte corsie preferenziali.
Primo viaggio: Arance di Sicilia.
Secondo viaggio: Miele d’api (e certo che è d’api!) di castagno, Abruzzo.
Terzo viaggio: Emmental, Svizzera facile.
Quarto viaggio: The Lipton, Inghilterra o India, fate voi.
Quinto viaggio: Pane di Altamura, Puglie e tavoliere delle.
Sesto viaggio: Tonno in scatola, Norvegia, anche se fa freddo.
Settimo viaggio: Lattine di birra (pacco da otto), Germania, Olanda, Scozia, Belgio, Irlanda, ecc. (Interrail, credo mi convenga quello).
Ottavo viaggio: Prosciutto, latte e parmigiano; Parma, Bologna e dintorni.
Nono viaggio: Banane. Africa, credo.
Decimo viaggio: Primex supersottile (confezione da dodici), fa niente anche se li fanno a Corsico, dietro casa mia. Quegli affari servono sempre.
Undicesimo viaggio: Wurstel, Monaco di Baviera, Germania del sud. Fiche a mazzi.
Dodicesimo viaggio: Senape (da mettere sopra ai wurstel), non lo so.
Tredicesimo viaggio: Paella valenciana – quattro porzioni abbondanti – lo dice il nome.
Ultimo viaggio: Pomodori in scatola. Se li trovo, Campbell (come la gran figa nera che stava con Briatore), conseguentemente Andy Wharol, quindi Stati Uniti d’America, perciò New York. Precipuamente Manhattan. La Grande Mela, quella della Val di Non… che tanto preferisco le fragole. Israele, forse. Ogni modo sto con l’Intifada. ‘Fanculo.
Ho finito. Torno a casa. Pago con carta bancomat. Globalizzazione, I suppose.
Posted by Giuseppe Braga at 14:35 | Comments (2)
24.06.08
Azzurra Libertà
di Giuseppe Braga
L’oroscopo era stato chiaro, doveva trovarsi un Guru. E lui ce lo disse così, con la sua consueta e proverbiale noncuranza, appena deglutito l’ultimo tocco di cotoletta. Che volesse cambiare la sua vita, quello l’avevamo capito già da un po’. Ben prima che tirasse fuori il Guru. Da quand’era andato in pensione, quel pover’uomo di mio padre, s’era messo a leggere gli oroscopi, giocare al solitario, guardare i programmi televisivi del mattino e a scervellarsi su come ridare un senso alla propria vita. Un Guru, adesso lui doveva trovarsi un Guru! A ogni costo, eh sì! Prima ancora di finire la frase, aveva aggiunto: “Se riusciamo nel colpo, ci sistemiamo.”
Il plurale non impressionò né me, tanto meno mia madre. L’usava sempre, lui, anche quando non era pensionato. Era per quello che mamma, anche quella sera, lo stava ascoltando sì, ma distrattamente. Preferiva senza ombra di dubbio la tele, a quell’ora. E sarebbe stata una cena come le altre, se mio padre, concludendo il ragionamento, non ci avesse comunicato la sua nuova, geniale, stupefacente idea: “Entriamo in politica, signori miei!”
Quella sì ch’era bella! Mamma dimenticò per un momento Striscia la Notizia e si protese verso di lui con fare incredulo.
“Abbiamo letto che cercano persone”, disse mio padre, provandosi a dare un tono.
“Proprio tu, che non sei mai andato a votare in vita tua…”, mia madre restava perplessa.
“Abbiamo sentito dire che cercano persone”, ripeté lui, quasi scocciato, “questa sarà la nostra grande occasione per cambiare. Ora però, abbiamo la necessità di trovarci un Guru”, e terminò la frase, forzando l’accento sulla prima u, alzando il mento e aprendosi in un sorriso che pareva essersi studiato per ore allo specchio.
Il giorno successivo tornò a casa con una cartelletta di plastica rigida trasparente. Venne in sala da pranzo e ci diede l’annuncio. Aveva la faccia che sembrava un sole, tanto irradiava felicità. Mamma era intenta a vedersi Uomini e Donne, stava per finire la trasmissione e non si voleva perdere l’eliminazione di uno dei pretendenti. Dal pubblico gridavano te ne devi andare, sei arrogante e ignorante… vattene, ignorante!
“Siamo entrati nei Club”, fece papà, ma la sua voce era contrastata e quasi soverchiata dalle urla che uscivano dal televisore.
A me, che stavo sfogliando, distratto e svogliato, TV Sorrisi e Canzoni, seduto sul divano accanto a mamma, venne da pensare alla settimana che avevano trascorso in Tunisia, l’anno prima, in un villaggio del Club Mediteranee. Forse aveva deciso di tornarci e bisognava associarsi per tempo, per poter usufruire di certi sconti e agevolazioni. Dopotutto, in quella vacanza s’erano divertiti un mondo. Gli chiesi se aveva già deciso la località.
“Ma che cavolo vai a pensare!”, rispose piccato.
“Quella cartelletta, allora, che cos’è?”, gli fece mamma, mentre, a fatica, provava a staccare gli occhi dal ciuffo, biondo e improbabile, della presentatrice.
“Anzitutto, chiariamolo subito, questa non è una cartelletta!”, e sembrava parecchio risentito mentre lo diceva. “Cominciamo a imparare a chiamare le cose col loro nome.”
Io e mamma ci guardammo per un momento, con la storia del plurale non si sapeva mai di chi e cosa stesse parlando. Il soggetto era instabile.
Prese in mano la cartelletta, nel frattempo l’aveva premurosamente appoggiata sul tavolo da pranzo, l’accarezzò dolcemente come fosse un tesoro estratto da qualche abissale profondità marina e disse convinto: “Questo è il kit di base.”
Poi ci osservò come non l’avevo mai visto fare, uno sguardo intriso di compatimento misto disprezzo, la strinse a sé e andò in camera. Io e mamma restammo di sasso. Ma per poco. Stava per iniziare Verissimo e i nostri pensieri vennero catturati immediatamente dal sorriso gentile, dolce e rassicurante di Cristina Parodi.
La sera seguente trovai apparecchiato per quattro. Il profumo che veniva dalla cucina era più che invitante. Mamma s’era data un gran daffare. Cena a base di pesce, aveva ordinato papà e lei s’era messa sotto. Non mi sono neppure vista il film di Rete4, mi fece scocciata. Ce n’era uno con Amedeo Nazzari, ma tuo padre m’ha fatto una testa così che non ti dico. Sono dovuta andare all’Esselunga a comprargli i gamberoni, il polipo, le seppioline e il branzino freschi.
Si trattava d’una faccenda maledettamente importante. Mamma s’era persa un film col suo attore preferito. E il pesce, non era neanche venerdì, tanto per dirne una… poi sentii girare la chiave della porta. Era papà, e non era solo. Entrò trionfale dall’ingresso e ci presentò, tutto impettito, l’uomo che aveva al suo fianco. Utilizzò poche, semplici parole, misurate e controllate, come se avesse timore di sbagliare e di fare brutta figura.
“Una persona seria e per bene, che ci aiuterà nell’intento che ci siamo preposti. Un uomo colto, raffinato, d’un’altissima levatura morale. D’ampie vedute e liberista. Proiettato nel futuro. Faciliterà il nostro inserimento nei Club.”
L’uomo d’ampie vedute, il Guru, si chiamava Gianluigi Giovanazzi. Avrà avuto cinquant’anni, ma ne dimostrava una decina (almeno, una decina) in meno. Abbronzato, ben rasato, impeccabile nel suo completo blu scuro, camicia azzurra e cravatta Regimental. Mani curatissime. Gesti disinvolti e affettati. Sorriso prestampato e dentatura, per quel che mi riusciva di vedere, perfetta.
Durante la cena, la televisione, ovviamente, come da consolidata consuetudine casalinga, era rimasta accesa. A volume basso, in sottofondo, ci teneva compagnia. Mio padre e l’illustre ospite, entrati in confidenza fin dall’antipasto, commentavano le notizie con apparente distacco.
“La giovinezza non è un dato anagrafico, è uno stato dell’anima, una condizione dello spirito”, aveva detto il Guru, scandendo meccanicamente le parole, cercando d’interpretare un servizio del TG5 sull’ennesimo viaggio del papa. Poi aveva sbattuto le ciglia e aveva sorriso, in modo inequivocabilmente malizioso, a mio padre. Aveva continuato, tra una forchettata e l’altra.
“La libertà è la nostra filosofia, la nostra fede, la nostra religione, la nostra bandiera.”
La Borsa di piazza Affari era in salita, + 1,4%.
“Noi concepiamo la politica come una guerra contro la povertà, una guerra contro le tasse ingiuste, una guerra contro la criminalità.”
Il conduttore era passato alla pagina, molto sostanziosa, di cronaca nera. Gli albanesi continuavano a svaligiare le ville nel veneto. Un noto politico, tra uno sputo e l’altro, li voleva tutti dentro. Un altro invece, fuori. Nel senso, fuori dai coglioni, che li rispedissero a casa loro.
“E’ necessaria, ormai è divenuta inevitabile, sì, sì, una decisa scelta di campo.”
Il TG5 trasmetteva il pareggio del Milan nell’ultima partita di Champion’s League.
“Il nostro Leader è perseguitato da una sinistra illiberale”, sospirò, afflitto e preoccupato, il Guru.
Adesso c’era la pubblicità dell’Amaro Montenegro e a me era andata di traverso la mousse al limone di mamma. Fino a quel momento avevo cercato con tutte le mie forze di scacciare dalla testa quel tarlo che mi picchiava sulle tempie. Ma ora non c’erano più margini d’errore. Papà stava per scendere in campo. Con la scusa di una telefonata urgente, m’ero precipitato in camera dei miei genitori. In bella vista accanto al comodino di papà c’era la cartelletta, il kit di base, per dirla come lui. Lo presi e lo misi sul letto, mi sudavano le mani. Non potevo fare altrimenti. L’aprii con molta cautela.
una cravatta Regimental ancora incellofanata
il piccolo manuale d’istruzioni del perfetto candidato
due gemelli d’oro
una spilletta col logo del partito
un mazzetto di volantini a sfondo azzurro, con bianche nuvolette, soffici e paffute
due libri: Discorsi per la democrazia e L’Italia che ho in mente
un poster ripiegato in quattro, del quale vedevo solo uno spicchio di fronte lucida (purtroppo piuttosto familiare, nonostante i famosi e leggendari trapianti)
un pettine tricolore
un dentifricio
uno spazzolino da denti
una scatola di mentine
Non impiegai molto a capirlo. Porca la puttana. Altro che Club Mediteranee. Avevo sbagliato. E di grosso, puttana ladra. Riposi il kit dove l’avevo trovato e tornai in sala, sconsolato e depresso. Vidi il Gabibbo saltellare insieme alle Veline e il mondo parve crollarmi addosso.
Papà s’imbarcò su Azzurra, la nave della Libertà, il trentuno marzo del duemila. La nave salpò dal porto di Genova. Mamma decise ch’era opportuno, anzi necessario, andarci. Per salutarlo col fazzoletto come fanno nei film, disse. Io fui costretto ad accompagnarla, nonostante la mia evidente riluttanza. Erano trascorsi due mesi dalla cena col Guru ed erano due mesi esatti (non era una semplice coincidenza) che avevo troncato con mio padre. Lo ignoravo. Avevo smesso di parlargli. Tutto gli avrei concesso (iscriversi al Partito Umanista, diventare vegetariano, testimone di Geova o convertirsi all’Islam), ma questo era davvero troppo. L’ultima sera in cui ci parlammo (la sera del pesce, dopo che il Guru se n’era andato), gli provai a ricordare i trascorsi antifascisti del nonno (suo padre), tanto per cominciare. Passai a rammentargli le numerose voci (tutt’altro che positive) che circolavano, riguardo il suo nuovo Leader. Gli intrighi poco chiari che avevano coinvolto i suoi collaboratori, le nuove e fortunate alleanze politiche con partiti di dubbia provenienza. Il nonno si starà rivoltando nella tomba, conclusi amareggiato.
“Vergognati di dire certe cose”, mi rispose lui, “e il nonno lascialo stare per favore. Qui ci sono in gioco le libertà e noi ne saremo il baluardo, tienilo a mente!”
Quella sera poi, mi consolai con La sai l’ultima?, e almeno risi un po’.
Era primavera, ma a Genova stava piovendo.
“Viaggio bagnato, viaggio fortunatooo!”, stava urlando un deficiente dalla plancia di Azzurra, la nave della Libertà. Il Leader, in splendida forma, dispensava saluti e sorrisi, circondato da guardie del corpo nerborute, alte il doppio di lui. Il programma consisteva nel circumnavigare la penisola, toccando dieci importanti porti di dieci regioni diverse, prima d’approdare festosamente, dopo due settimane di navigazione, a Venezia. Quel viaggio doveva servire ad aprire la campagna elettorale delle ormai prossime elezioni Regionali. Una campagna difficile quanto aspra, aveva detto con tono solenne e grave papà, guardando dentro gli occhi lucidi di mamma.
“Non piangere, torneremo presto. E’ una grande sfida, un’affermazione ineludibile di Libertà. L’Italia ci aspetta e noi non possiamo tirarci indietro proprio ora!”
Lo vedemmo salire sulla nave a braccetto insieme al Guru Giovanazzi. Stavolta, almeno, l’uso del plurale era corretto. Sorridenti e felici, determinati a cambiare la Storia politica italiana. Nell’aria, le melodiose e contagiose note dell’Inno del partito.
La nave salpò mentre l’acqua, dall’alto, continuava a scendere fastidiosa sulle nostre teste. Bisogna essere ottimisti nella vita, aveva affermato papà sulla porta d’ingresso, lasciamo a casa ombrelli e impermeabili, vedrai che uscirà il sole. Mamma aveva ubbidito e così noi ci beccavamo pioggia, nuvoloni e tuoni. D’azzurro neppure l’ombra.
Restammo a guardare la nave allontanarsi, via via tra le onde, un puntino bianco nel mare scuro, agitato e schiumoso. Un’immagine molto poetica, a suo modo. Presi mamma sottobraccio e le sorrisi. Cercai di consolarla cavando fuori un po’ d’ottimismo anch’io.
“Vedrai che tornerà presto. E poi sarà sufficiente guardare il TG4 e sapremo esattamente dov’è e cosa sta facendo. Anzi, se ci va bene, riusciremo anche a vederlo in qualche inquadratura.”
Mamma sorrise e si soffiò il naso nel fazzoletto che aveva sventolato fino a un istante prima. Molto più utile ora, pensai, ma non glielo dissi, era già molto scossa così.
“Sì, forse hai ragione tu, bisogna essere ottimisti”, fece lei, “ma sai, è stato un cambiamento così improvviso che ancora non me ne rendo conto…”
Cercammo di rendercene conto e, a partire dai giorni successivi, la vita riprese, più o meno, come prima. Film del pomeriggio di Rete4, Verissimo e pesce solo al venerdì. Al posto di Passaparola, il TG4, giusto per vedere Azzurra, la nave della Libertà, solcare le onde del Mediterraneo. Striscia la Notizia e la classica programmazione serale Mediaset. Le Iene, Il Bagaglino, I Filmissimi di Rete4 e Non solo Moda di Canale5. La vita era ripresa. Tutto come prima. Anzi, no. Qualcosa cambiò, in effetti.
Papà, sbarcando con gli altri a Venezia, scappò col Guru e non tornò più a casa.
Posted by Giuseppe Braga at 10:06 | Comments (0)
16.06.08
cose importanti, invettiva creativa
[avvertenza: ogni riferimento a nomi cose animali città è puramente casuale involontario e fortuito]
di Giuseppe Braga
settimana scorsa sono stato invitato a una serata importante. Non mi capita troppo spesso. In generale, d’essere invitato da qualche parte, nello specifico, figuriamoci, in un posto importante come quello dell’altra sera: l’atelier bellissimo di un giovane artista emergente. Ero lì insieme agli altri autori, ed è stata l’occasione per conoscerci tutti, di un’importante guida turistica locale, guida che uscirà nell’importante mese di settembre, il prossimo venturo. Dico subito, oltre a essere stata una serata importante, è stata una serata particolarmente istruttiva. Soprattutto perché ho avuta l’importante opportunità di conoscere e di discorrere amabilmente con alcune persone. In particolare con una, straordinariamente importante.
L’altra sera, non ve lo nascondo, questa persona m’ha fatto molto incazzare. Ora vi dico.
Anzitutto, non mi si dica che ero partito prevenuto, filippo (questo è un nome di fantasia) somiglia in maniera impressionante a un mio vecchio compagno di scuola delle elementari, luigi (questo è un nome vero). Di professione macellaio, hobby rockabilly. Quindi ero partito, per empatia, con i migliori propositi.
filippo m, il cui importante cognome, che qui ometto per importanti ragioni d’opportunità, coincide simultaneamente a un insetto con le ali molto fastidioso, ma mai quanto lui (anche se insetto non è, o almeno crede di non esserlo), e all’importante capitale dell’ex impero del male comunista, la grande madre patria dei grandissimi Fiodor e Leone. E questa è giusto una curiosità, nulla di più.
filippo m è giornalista con importanti aspirazioni letterarie, meglio dirlo, che quasi me ne scordavo.
È anche figlio e doppiamente nipote d’arte, questo lo ha confidato, all’uditorio rapito dal suo eloquio, solo verso la fine, chissà, forse per evitare che l’uditorio rapito facesse stupide e infondate e sciocche e malevole illazioni.
filippo m, è addentro alle importanti cose giornalistiche, sa tutto di tutti, tanto per dire, è uno di quelli che senza alcuna soggezione chiama per nome le grandi penne del quotidiano per cui lavora. Gianni, Antonio, Eugenio, Vittorio e via discorrendo così, come fossero vecchi amici. Probabile che lo siano, non ho elementi per affermare il contrario. filippo capitale del comunismo mondiale ormai caduta in disgrazia, scrive articoli per l’importante quotidiano il cui nome comincia per r e finisce per a. I suoi articoli fino a prova contraria sono importanti e si trovano, cercando bene, nelle pagine locali. Ne ho letto uno (a dir la verità un pezzetto) sulla cucina etnica, roba da farti venire i brividoni lungo la schiena, c’ho ancora la pelle accapponata.
filippo l’insetto appiccicoso, pur riconoscendo che ormai scrivono proprio tutti, ha comunque pure lui già scritto un libro, il cui titolo è ovviamente top secret. Lui scrive molto bene (anche qui non ho elementi per affermare il contrario), parole sue, il suo libro è una cosa importante che resterà. Il suo futuro libro (attualmente, per precisione, definibile, più appropriatamente, manoscritto) lo sta leggendo una casa editrice romana (ma anche qui tutto è ammantato dal più fitto dei misteri). Egli ci ha altresì svelato che è stata la misteriosa casa editrice stessa a richiederglielo, perciò, conveniamo anche noi, si tratterà senza dubbi di un libro importante. Io sono già curioso adesso, figuriamoci un po’. So già. L’attesa sarà molto snervante.
filippo m ha trent’anni, pochi capelli sulla fronte (di più sulla nuca, meglio che niente, insomma), due occhietti porcini ravvicinati, faccia tonda tendente al pallido e un sorriso accattivante, ma solo per i pesci rossi e i barboncini. Mani come zampette, ma sudaticce, per non smentire il cognome. Non una gran bellezza, ecco. Quando non è d’accordo con quello che gli si dice (molto spesso, per quel poco che ho visto), produce delle smorfie buffe. Sarebbe meglio non le facesse, che così peggiora solo la situazione, di per sé già piuttosto tragica. Ma a lui piace tanto sottolineare la sua presunta superiorità intellettuale e culturale. Tra lui e gli altri ci sta un abisso. Che mi pare strano che stia ancora confinato lì alle cronache locali, a uno così io gli avrei affidato gli editoriali in prima pagina.
filippo l’importante capitale dell’ex impero del male comunista, come dicevamo, è giornalista, ma sogna di fare lo scrittore. Come tutti noi, insomma, nulla di nuovo sotto il sole. Non parte da zero, però. Ha già scritto alcune importanti cose, stanno in giro, qui e là, e mi scuso se non posso essere più preciso, ma a domanda precisa lui ha glissato, dicendo, evasivamente, che ha scritto cose qui e là, stando molto sul generico. Impossibile strappargli qualcosa di più. Una sfinge, a forma d’insetto.
Io però, che sono curioso come la merda e diffidente per natura, io però ieri ho cercato bene, sì, ho digitato nome e cognome su google e ho voluto vedere se qualche traccia ci stava. Nulla di nulla di nulla, sono rimasto deluso, davvero. Più per lui che per me, devo essere sincero. Solo una sua intervista a un ex pilota (oltre al già citato importante pezzo sulla cucina etnica). Di racconti nemmeno l’ombra, manco un mezzo incipit, neanche un quarto di frase, però internet non è tutto, mica è la bibbia, internet, dai. Magari è uscito qualcosa di suo sulla gazzetta della martesana o sull’eco di baggio e la rete non ne è a conoscenza. Non sarebbe l’unico, insomma.
Io da filippo m, vada come vada, mi aspetto grandi cose, lo dico senza ironia, anche se mi sta tendenzialmente sul culo. Io sono uno sportivo. Lo vedo ben centrato, lo vedo sul pezzo, lo vedo con quello sguardo di chi è ormai pronto, lui ha fatto la gavetta, lo vedo, si vede, se lo merita, soprattutto per il cognome (e per il padre e per lo zio e per il nonno) che porta.
Vi starete chiedendo, e allora, perché ce l’hai con lui, scusa? Ci arrivo subito, al perché.
filippo l’insetto con le ali nonché capitale dell’importante nazione che una volta stava dietro la cortina di ferro, ha avuto l’ardire, disinibito come un vero giornalista (ma forse sospinto dall’effetto della birra che aveva bevuto), di vaticinarmi un grande futuro. Sì, un grande futuro dietro le spalle. Senza troppi giri di parole, i giornalisti (di più quelli frustrati, e l’altra sera ce ne stavano in giro più d’uno) non amano i giri di parole, appena possono affondano il coltello della frustrazione nelle carni altrui, cercando di contagiarne più che possono. Direi che questa è la mia crosta. Sono dei gran fetenti, se volete che mi sbilanci. Cinici e fetenti. Ma è probabile che in questo caso umano ci sia un’altra spiegazione. Meno cinica e più tricologica. Io suppongo l’abbia detto perché invidioso dei miei capelli (non di ciò che ho scritto, scrivo e scriverò, che non ha mai letto e mai, spero, leggerà) e della mia fulgida bellezza (lui quando arriverà alla mia fulgida età, se non sta attento, si ritroverà a essere un tozzo flaccido cicciotello pelato). L’immagine è tutto, del resto, anche per i giornalisti mezzo (gli concedo ancora mezza possibilità di redenzione, del resto, perlomeno anagraficamente, è ancora giovane) frustrati.
L’importante filippo insetto fastidioso, non è un approssimativo, è uno, ad esempio, che conosce le figure retoriche molto bene. Perciò a un certo punto, quando ha capito che nemmeno con un trapianto portentoso sarebbe mai riuscito ad avere i miei capelli, ecco, lui m’ha insultato, così, aggratis, ma l’insulto, lui, lo ha mascherato abilmente dietro a un complimento. Ecco, quella che ha utilizzato è una figura retorica, lo so per certo, anche se non mi ricordo come si chiami. Fidatevi di un uomo senza memoria (e senza futuro).
Mi ha detto, il filippo capitale della vodka, senza che io gli avessi chiesto nulla, mi ha detto così.
Vuoi sapere cosa penso di te?
A bruciapelo, con la bavetta agli angoli della bocca. E così, con gli occhietti sempre più vicini, lo sguardo fisso sulla mia fluente chioma e la linguetta sibilante, ha sputato fuori quel che gli stava sul gozzo.
Penso che hai l’aspetto interessante di un Oscar Wilde (!!?), ma che sei vecchio bolso e senza futuro. Sei arrivato tardi, sei fuori tempo massimo. Quello che dovevi dire l’hai già detto, ormai sei senza domani. Datti all’ippica!
Secco e perentorio, come piace a me. Definitivo funereo tombale, come mi piace un po’ meno. E lascio a voi stabilire quali fossero i complimenti e quali gli insulti.
A prescindere, nemmeno tanto male come immagine, vero? L’ho detto che il ragazzo ci sa fare.
E però. Cazzo c’entra Oscar Wilde? E però. Cazzo ne sa di quello che ho detto, e scritto, io?
Sia come sia ci son rimasto di sale, non mi son toccato le parti basse, se volete saperlo, ma l’ho presa molto male. Come mio solito, un marchio di fabbrica da brevetto, ho incassato con stile e ci ho bevuto sopra. Gli ho sorriso e gli ho detto che presumibilmente aveva ragione, evidentemente, ho pensato, mi trovavo davanti a un veggente e non lo sapevo, colpa mia che non avevo riconosciuto in lui queste doti soprannaturali. Certo, quello che mi aveva rivolto, a ben pensarci, ci ho cominciato a pensare un po’ dopo, ecco, era un insulto gratuito, una cattiveria buttata lì per far colpo, una piccineria per sentirsi meno invisibili di quel che si è, un ronzio molesto. Fossi stato un po’ più ubriaco di quello che già non ero, non ci fosse stato di mezzo il tavolo, gli avrei dovuto ammollare una grossa scoreggia in faccia, così imparava, il piccolo insetto che si posa solitamente sugli escrementi ma che in questo caso specifico tende a posarsi su se stesso. Che screanzato d’un pivellino.
Non so se s’è capito, ma filippo m, con quella sua sprezzante affermazione carica di sicumera, mascherata da sarcastica ironia, filippo dicevo, proprio lui, m’ha fatto (seppur tardivamente, sono uno lentissimo di riflessi, io, così fuori dal tempo che quasi mi tocca dar ragione a quel piccolo coglione) tanto parecchio moltissimo incazzare. Mi sono sentito punto sul vivo, ecco. Ma come si permetteva. Gli avrei dovuto dire, dopo la scoreggia in faccia, gli avrei dovuto dire, prendendolo per il bavero e alitandogli in faccia tutto l’alcol che tenevo in corpo, non poco credetemi, ma tu che cazzo ne sai di me, piccolo insulso insetto di merda, cafoncello col bavero alzato, supponente bamboccino, flaccido e insignificante, stupido uomo che non sei altro, ma tu, che cazzo ne sai, tu, di me? Ma tu che cazzo ne sai, coglioncello di buona famiglia, tu che giochi a fare il giornalista e scrivi di molluschi e branzini?
E invece, come sempre, mi sono limitato a sorridergli amabilmente, scrollando appena un po’ il capo. Che gran faccia tosta, però. È così che si fa strada. Appena entrerà nell'età della ragione, devo assolutamente ricordarmi di dirlo a mia figlia.
In culo alla balena, filippo m.
Posted by Giuseppe Braga at 15:48 | Comments (5)
08.06.08
eco-balle alla milanese
(esempio di riciclo pseudo-letterario)
di Giuseppe Braga
Credo nel tetrapak
Credo nella raccolta differenziata
Ci credo, anche se non ho ancora capito dove cazzo vada buttato il tetrapak
Credo nella carta, anche in quella igienica, in alcuni momenti è molto più necessaria che non quella da scrivere
Credo negli scrittori
Credo nelle assonanze, nelle similitudini, nelle analogie e negli accostamenti
Credo che questa sia sottile ma che ci si possa arrivare
Credo nei concimi naturali
Credo nelle mucche, meglio senza estrogeni e steroidi
Credo nelle menti libere da concetti precostituiti
Credo nella carta riciclata
Credo nell’Amazzonia, credo se la stia passando maluccio
Credo di aver letto da qualche parte che ogni anno venga disboscata una superficie pari a qualcosa come mezza Austria, ma forse un po’ di più
Credo che gli austriaci siano fortunati a essere nati in Austria e non in Brasile, a quest’ora sarebbero stati sterminati già da decenni e addio prater e sacher torte
Credo agli scrittori eticamente corretti, politicamente sensibili e socialmente utili
Credo che dovrebbero essere loro i primi a mettersi una mano sulla coscienza
Credo che potrebbero andare in Amazzonia e toccare con mano, prendano esempio da Jovanotti
Credo che Jovanotti abbia venduto una paccata di libri, pur non essendo propriamente uno scrittore
Credo manco sia propriamente un cantante, vabbè ma queste son sottigliezze stereotipate già sentite
Credo, a prescindere dai sottili stereotipi, di aver sbagliato qualcosa nella vita
Credo negli anni sabbatici, soprattutto per gli scrittori, ma anche per quelli non propriamente tali
Credo che gli scrittori non debbano compiacere nessuno, nemmeno gli amazzonici disboscati
Credo nell’aria pulita
Credo nella pulizia, ma fino a un certo punto
Credo che ci siano vari tipi di pulizie che non mi piacciono affatto
Credo che a quel punto, ci siamo capiti, ecco, sia molto meglio vivere nella sporcizia
Credo nella monnezza napoletana, di più nella pizza, che ci volete fare, sono un buongustaio
Credo che si stava sempre meglio quando si stava peggio
Credo nell’energia rinnovabile
Credo nei parassiti
Credo nella legge dei grandi numeri
Credo che prima o poi la giustizia trionferà
Credo che i matematici siano dei grandissimi ruffiani paraculo, gente che vuole ammansire le masse ignoranti, quasi peggio che gli scrittori propriamente tali e non
Credo che queste mie righe siano largamente inutilmente inutili, lo so, lo so, lo so, lo so…
Credo che quelli di Life Gate sappiano già tutto
Credo di non essere eco-compatibile, ad esempio, in bocca c’ho un paio di capsule in oro e zinco e chissà cos’altro
Credo di non sapere cosa voglia dire a Impatto Zero, però lo dico perché fa abbastanza piuttosto parecchio figo dirlo, quelli di Life Gate lo dicono sempre
Credo che nel mio piccolo ho piantato solo un oleandro davanti casa mia, non so se basti
Credo nelle rock star impegnate, politicamente corrette e socialmente utili
Ci credo di più quando si limitano a cantare e basta
Credo che la difesa dell’ambiente rischi di diventare un gran bell’affare per chi già ci guadagna adesso, e parecchio, inzozzandolo
Credo che i furbi se ne fottano allegramente dell’ambiente, però fiutano bene dove tira il vento
Credo che i ghiacci dell’artico si stiano sciogliendo per davvero, sì
Credo che, detto tra noi, sia un grosso problema globale a livello mondiale
Credo che però, in tutta sincerità, saranno cazzi amari per le prossime generazioni, noi saremmo già da un’altra parte, ecco
Credo che ci si debba provare a consolare con piccole cose, quando si sta nella merda
Credo alle polveri sottili, credo di averne immagazzinata una gran bella quantità
Credo nella pianura padana e nella sua cappa mortifera, tutta colpa sua, le polveri che c’ho nei polmoni, porca puttana
Credo che se Milano fosse un’isola caraibica, lontana dalla pianura e dai padani, noi non avremmo problemi di viabilità, d’aria irrespirabile, di parametri fuori norma, di pm10, di smog, di traffico, di
Credo che non avremmo nemmeno la Moratti come sindaco
Credo che non avremmo avuto neanche Alberini, Formentini, Pillitteri, ecc.
Credo che mica sempre si stava sempre meglio quando si stava peggio, va anche contemplato il caso in cui si sta sempre male, questo è uno di quelli
Credo che una volta qui era tutta campagna
Credo… dove cazzo si deve buttare il tetrapak, qualcuno me lo sa dire?
Posted by Giuseppe Braga at 12:48 | Comments (0)
05.06.08
PICCOLO amore METROPOLITANO
di Giuseppe Braga
(maggio 1999)
Ti sto cercando. Dove sei finita, dove ti sei nascosta. Forse non lo sai, ma io ti ho sempre amata. Il mio desiderio è come un delirio ininterrotto. Cammino a piedi nudi per le tue vie polverose. Infette, trafficate, perverse e non avrò pace finché non sarai mia. Corro e non mi fermo un istante, non mi volto, non ho paura di incontrarti. Selvaggia e mostruosa, potresti annientare chiunque, ma non me. Ti sento, mi accarezzi la nuca e mi avvolgi piano, vuoi proteggermi o vuoi distruggermi? Non so cosa pensare, in realtà non voglio pensare a nulla. Vorrei solo sentirti mia e amarti, vincere le tue residue resistenze. Ti vedo, sei dentro ogni cosa, provocante ti specchi nelle tue torri di cristallo. Sei il bene e il male. Ti tocco, le mani prima affondano nell’asfalto liquido e poi strofinano i freddi neon delle insegne pubblicitarie. Sei la terra e il cielo. Ti fiuto, mai profumo fu più dolce, mai odore più acre. Sei il vento e la pioggia. Ti mangio, un treno in piena corsa deraglia dentro i labirinti della mia follia. Sei il giorno e la notte. Tu sei spietata e crudele, ti permetti di confondere vita e morte solo perché puoi dispensarle entrambe a tuo piacimento. Non provi nessun dolore? So che mi disprezzi, ma imparerai ad amarmi e quella sarà la tua fine: ti raderò al suolo e disperderò le tue ceneri nell’aria mattutina d’aprile.
Posted by Giuseppe Braga at 23:08 | Comments (0)
PERIFERIE dell’ANIMA
di Giuseppe Braga
(maggio 1999)
Anche stanotte la luna è triste e le stelle si sono perse dietro chissà quale stupido lampione. Mi mancano le forze e faccio fatica a tenere gli occhi aperti, quando li chiudo sento gli scheletri ballarmi dentro. Nella mia anima tutto si è spento ancora prima di illuminarsi. Vorrei essere triste e sola come la luna. Guardo fuori dal finestrino e vedo dei grossi animali che dormono e che non emettono suoni, vedo delle strisce di asfalto che hanno dimenticato il loro nome e che nessuno mai attraverserà. Il tempo è la mia malattia. L’auto scricchiola in continuazione e questi sedili appiccicosi si attaccano alla mia schiena, speriamo che finisca presto. Che strana notte, che strano posto, sembra un cimitero di vecchi elefanti piegati sulle ginocchia e incapaci di muoversi, con tanti occhi ravvicinati che si spengono uno dietro l’altro. Qui niente ha senso e questa notte forse non avrà mai fine. L’alba non arriverà a guarirmi. Ora lui ha finito, lo vedo, lo sento, è soddisfatto. I suoi sciocchi gemiti hanno squarciato l’aria e rotto il silenzio, giusto per il breve spazio di quell’inutile orgasmo. Le sue parole sono già lontane dalla mia memoria e viaggiano senza cintura verso l’inferno. Sono di fronte a questo mondo, cartapesta senza futuro. Sola, con il mio silenzio nelle braccia, mi cullo nella città vuota. Tutto si è spento ora, e finalmente mi sento triste come la luna, peccato non possa stare lassù con lei.
Posted by Giuseppe Braga at 22:18 | Comments (0)
29.05.08
non
di Giuseppe Braga
non si può amare una persona a cui non si crede
non si può credere a una persona che non si ama
non si può pensare che l’amore risolva tutto
non si può, l’amore molto spesso è una bufala, e le mozzarelle c’entrano poco, stavolta
non ci si può affidare ciecamente all’amore
non si può, si rischia di finire fuori strada e di rimanere appiedati
non ci si può nemmeno affidare alle incomprensioni
le incomprensioni esistono solo quando vogliamo farle esistere noi
non si può pretendere di avere sempre ragione, di dio ce ne sta, forse, soltanto uno
non si può, nemmeno appellandosi a quel sentimento oscuro, palpitante e vivido chiamato amore
non si può e basta
non è necessario chiedere scusa
non è nemmeno necessario dare ragione
non serve fare giochetti strani
non serve appellarsi al sesso, il sesso non può essere una scorciatoia
non aiuta nemmeno leggere gli oroscopi
non serve far finta di niente
non si può nemmeno stare sempre in prima linea, col fiato sul collo e col mitra puntato
non ci sono ricette che servono a vivere meglio
non è nemmeno una buona teoria quella di tirare a campare
non è sufficiente vivere giorno per giorno, non è sufficiente, pare di no
non lo è, però aiuta a portare il culo a casa, ogni sera
non c’è peggior cosa che ritrovarsi con le ali spezzate, in un giorno di maggio o di settembre, fa lo stesso
non ce n’è, le figure retoriche aiutano sempre e cavano dagli impicci
non c’è redenzione, senza prima avere peccato
non c’è salvezza in ogni caso, temo, ed è un vero peccato
non c’è, no, a prescindere dal peccato
non c’è scampo, lo dicono anche i Maya, e il duemiladodici è sempre più vicino
non c’è acqua calda nello scaldabagno
non c’è, ma quello è un problema solo mio
non ci sono problemi irrisolvibili se si pensa in grande
non ci sono, forse, già, ma il problema è quello di riuscire a pensare, anche in piccolo
non ci sono pensieri deboli
non ci sono pensieri forti
non ci sono pensieri, in generale, diciamo così che facciamo prima
non ci sono principi azzurri
non ci sono rese dei conti senza feriti e sangue sui marciapiedi
non ci sono strappi e tagli e interruzioni senza cuori infranti
non ci sono dolori reumatici se si ha un buon personal trainer
non c’è finale peggiore che un finale senza fine
non ci sono speranze solo quando non le si vogliono avere
non c’è vera felicità senza che prima non si sia sputato sangue e sofferenza e sudore e
non c’è sperma che tenga
non si può essere veramente pienamente felici senza aver mangiato polvere e raschiato con le unghie cemento e fango e terra
non so se sottoscriverei ciò che ho appena scritto
non ho mai avuto la fortuna di avere una visione leggiadra e semplice della vita
non ci sono mai riuscito, nemmeno nei momenti migliori, figuriamoci negli altri
non ci sono lacrime di gioia se prima non si è riso con amarezza
non c’è felicità dove c’è il disincanto
non c’è felicità nel voler essere a tutti i costi felici
non c’è felicità quando la si pretende a tutte le ore
non ce n’è, la felicità, ti colpisce e arriva nel momento in cui smetti di cercarla
non ci sono regole scritte, le vere regole, nella vita, sono quelle non scritte
non ci sono aspettative rubate quando non si hanno aspettative
non è per niente bello non avere aspettative nella vita, la vita è fatta di aspettative
non ci sono amori senza inciampi
non basta l’amore, nemmeno il sesso è sufficiente
non sempre l’impazienza è una virtù
non lo è nemmeno la pazienza, in taluni casi, anche se è più probabile che lo sia
non so parlare, me ne rendo sempre più conto ogni giorno che passa
non so vivere il mio tempo, nemmeno quello degli altri, e questo è un gran casino
non so nascondermi
non so dove andare
non esiste gioia più grande, davvero, che vedere la propria figlia sorriderti
non ci si deve accontentare, credo, nella vita, ma a volte, accontentarsi aiuta a sopravvivere
non è paragonabile con null’altro, ciò che si prova per i propri figli
non lo è, e se dico questo è perché ne sono ben convinto
non credo, comunque, di essere un modello, armani non c’entra, cercate di capirmi, per favore
non esistono sacrifici inutili, nemmeno quelli che all’apparenza sembrano inutili
non ho mai smesso di credere nel potere salvifico della fantasia e dell’immaginazione
non credo che mai smetterò
non lo credo, no, a costo di sembrare infantile, ingenuo e stupido
non credo ai conti correnti
non penso che conti correre, nella vita, spesso la lentezza, sulle lunghe distanze, si rivela una virtù
non conosco la verità, me la cavo meglio con la menzogna
non so se la definizione di bugiardo sia esatta, ma potrebbe addirsi piuttosto bene al sottoscritto
non credo che ne farei un dramma, evidentemente me la sarei meritata
non basta, l’amore delle volte non basta, me lo hanno detto più di una volta
non so, invece, io la ritengo la pietra d’angolo, sempre ovunque e comunque
non so, è probabile che mi sbagli, non sono mai stato uno molto pragmatico, testardo sì, pragmatico un po’ meno, ognuno c’ha i suoi difetti
non ce l’ho con nessuno, sia ben chiaro, piuttosto ce l’ho con me stesso
non sono uno di quelli che si nasconde dietro a un dito, ma per necessità di sopravvivenza, m’è capitato di farlo, lo ammetto
non sono molto tollerante, ma tollero quasi tutto
non ho quasi mai fame, ma la fame mi attira, come tutti, dai
non mangio molto, lo ammetto, ma bevo parecchio, spesso in maniera sregolata
non amo i superalcolici, però, se volete farmi contento offritemi una birra, grazie
non ho paura di morire, no, piuttosto ho una fottutissima paura di vivere
non credo di essere un santo, anche se mi chiamo Giuseppe
non credo molto nei santi, ma questo l’ho già detto
non credo nella redenzione, chi rompe paga e i cocci sono i suoi
non saprei bene, ma qualcosa mi dice che dovrò cagare sangue
non penso, sostanzialmente, di essere una testa di cazzo, anche se me lo hanno detto in molti e forse una riflessione a proposito, dovrei anche farla
non penso di essere un rompicoglioni, vedi sopra
non mi piace quando mi insultano gratuitamente
non credo che mi piacerebbe dover pagare qualcuno per venire insultato, però
non so mai scegliere e quando lo faccio quasi sempre sbaglio
non so argomentare i miei buoni argomenti
non so, figuriamoci quelli pessimi
non credo di aver mai convinto nessuno nella mia vita
non so vendere, a comprare non mi ci metto neppure
non so fingere ma lo faccio comunque brillantemente e con discreto successo
non ho mai cose interessanti da dire, sono la disperazione di chi mi sta vicino
non le ho, le cose interessanti, anzi, a ben rifletterci, non ne ho nemmeno di poco interessanti
non parlo mai, insomma
non c’ho nessuno vicino, infatti
non fa una grinza, insomma
non è un vezzo, lo giuro, piuttosto un limite, temo, insormontabile
non rinnego le brutte figure, che l’elenco sarebbe infinito o giù di lì
non ho una gran fiducia nel futuro, ma se mi sforzo ad averla è solo per mia figlia
non guardo mai in faccia alla realtà, onestamente preferisco guardarle il culo, alla realtà
non ho mai creduto a chi per prima cosa guarda il sorriso, gli occhi, le mani e le fossette delle guance
non ci ho mai creduto, perché son sempre io, il primo a dirle, ste stronzate
non credo che esisterà mai una perfetta sintonia tra uomo e donna
non so, ma io li vedo, perfettamente compatibili, ma su due pianeti paralleli e distinti
non so, questioni gravitazionali, immagino
non ci metterei la mano sul fuoco, però, che non sono mai entrato nel cervello di una donna
nel cervello, ho detto
non mi manca il senso dell’ironia, nemmeno nei momenti peggiori, di questo me ne do atto da solo
non sono sarcastico, lo giuro, e nemmeno sardonico, anche perché ignoro l’esatto significato della parola
non riesco ad affidarmi ciecamente alle parole, alla fine dei conti, per me valgono di più le azioni
non credo che questo deponga a mio favore, e non devo certo andare di fronte a un giudice per averne la conferma
non mi sono mai fatto un acido, nemmeno una pasticchetta
non aiutano a creare l’aura da scrittore fascinoso e maledetto, lo so, ma che ci volete fare, sotto sotto sono un ragazzo dai sani principi
non chiedetemi quali, di principi, però, che qui, moralmente parlando, capitemi, tutto è molto soggettivo
non mi è mai piaciuto l’r&b, intendo, quello dei negrazzi coi catenoni e delle bellone seminude che si strusciano e gattonano lascive nei video di mtv, tanto per capirci
non ho mai letto Bevilacqua, Coelho e Moccia, ma non escludo di farlo in tempi brevi
non vorrei mai vedere mia figlia lasciva e gattonante in televisione, ma i desideri di un padre, rispetto a quelli di una figlia, contano come il due di picche con la briscola di fiori
non sono un moralista, e nemmeno un coglione, mia figlia ha un anno e di tempo ne ho, per convincerla
non sono un padre modello, però le voglio davvero bene, anzi, posso tranquillamente dire che la amo spassionatamente
non credo di essere uno scrittore
non basta aver pubblicato un libro per definirsi tale
non vorrei infierire, non sono nulla per farlo, ma mi fanno pena quelli che credono di esserlo, e si definiscono tali, senza averne i titoli
non so e forse mi sbaglio, ma i titoli non sono riconducibili alle pubblicazioni, ma a uno stato dell’animo, a una condizione spirituale e a uno spessore intellettuale che si formano, quando si formano, con gli anni, con il lavoro e con la fatica
non ho dubbi su questo, io sono parecchio lontano
non ho dubbi nemmeno nel dire che ci sono alcuni presunti critici che farebbero meglio a guardarsi meno nello specchio e a scopare di più, le loro pulsioni primarie ne uscirebbero rinfrancate
non ho mai perso tempo con loro, non voglio certo contraddirmi proprio ora
non ho mai compatito nessuno, però si fa sempre in tempo, ecco
non ho mai vinto nulla, nemmeno al gratta e vinci
non ho mai saputo mantenere le promesse, fortuna ne ho fatte poche
non credo d’essere mai stato un modello di perseveranza e di irreprensibilità
non credo che andrà meglio, in futuro
non saprei, ma onestamente io mi sconsiglierei a me stesso, fate un po’ voi
non so amare, nemmeno gli animali, figuriamoci i miei simili
non ho la forza necessaria per affrontare decorosamente questa vita
non penso nemmeno le prossime, ammesso ci siano
non so, credo però che ci sia un difetto di fabbricazione all’origine
non esistono tensioni senza forze contrapposte
non mi piacciono i processi sommari
non ho tempo ma mi piace perder tempo
non mi piace menar il can per l’aia ma lo faccio fin troppo spesso
non voglio perdere, ma sono un perdente
non temo i fallimenti, solo perché li conosco ormai fin troppo bene
non esistono le chat line, basta crederci, anche contro l’evidenza
non esistono abbandoni
non esistono addii
non esistono arrivederci
non esistono, e basta
non esiste il rimorso
non esiste il rimpianto
non esiste il senso di colpa
non esiste la pena
non esiste la disgrazia
non esiste nulla, al di fuori di te
non avere fretta, le cose si sistemeranno
non avere paura, se non si sistemeranno, vorrà dire che doveva andare così
Posted by Giuseppe Braga at 16:05 | Comments (4)
26.03.08
Maniaci (ci uccidono con l’onda)
di Giuseppe Braga
[un racconto scritto nove anni fa]
Mi aggiravo come uno zombie trasandato e maledetto. Capellone senza futuro. Mi ero fatto le trecce e sembravo lo zio tossico di pippi calzelunghe. Era da qualche settimana che non dormivo più di tre, quattro ore per notte. Non è che avessi poi tutte queste grandi cose da fare, più che altro arrivava una certa ora e il sonno svaniva. Se non coglievo l’attimo stavo sveglio con gli occhi sbarrati fino alle prime ore dell’alba. Brutta storia per uno come me abituato a dormire parecchio.
Fortuna era che mi fossi comprato il videoregistratore da poco. Avevo così l’occasione d’ammortizzarne subito la spesa e di passare le ore notturne in modo decente. Si fa per dire. Peccato che avevo solo due videocassette. Continuavo a rivederle all’infinito: una era di Truffaurt e l’altra di Kieslowski, ma non mi addormentavo lo stesso. Incredibile ma vero. M’ingegnavo per uscire indenne notte dopo notte e, senza scordarmi dei due sommi maestri, mi vedevo repliche notturne di telefilm o programmi improbabili trasmessi anni prima e cancellati dalla storia del cinema e della tv. Anzi, mai scritti credo. Le aste notturne non riuscivo a reggerle, gli spezzoni di film porno neppure, perché sul più bello sfuocavano l’immagine o cambiavano scena e nell’inquadratura successiva si rivedevano due pirla completamente vestiti e si intuiva subito che prima di arrivare a vedere una tetta grossa o una bella figa in primo piano, saresti potuto anche andare a comprarti la videocassetta o andare affanculo, come preferivi. Quindi... a proposito, i cazzi non si vedevano mai. Non che mi fregasse più di tanto, ma era più che altro una questione di parità di sessi.
Tra un cazzo e un lazzo m’è venuta in mente una situazione, al proposito, accaduta qualche tempo fa. Un mio vecchio amico, poco prima di sposarsi, aveva deciso di vedersi un bel film con la futura moglie. Erano vergini e non nel senso dello zodiaco, ma nell’altro. Ma erano anche persone aperte alla sperimentazione. Si erano dunque lanciati, incuriositi da questo mondo ancora poco indagato e per loro misterioso. Era quindi andato in edicola (non in un sexy shop perché si vergognava, che volete farci, il vecchio retaggio cattolico è duro a morire) e aveva preso in mano, non senza un certo imbarazzo, la prima cassetta a caso: aveva buttato l’occhio malandrino e rapido sul bancone dedicato all’argomento e... zac!, come un falchetto s’era impossessato dello scottante video. Al momento di pagare l’amara sorpresa: costava sessantacinquemila lire, un’enormità, ma ormai era lì e non poteva più non comprarla. Infine a casa il patatrac. Si era accorto subito (che bell’intuito) che aveva esagerato. Il titolo diceva tutto e niente ed in effetti poteva trarre in inganno: QUELLA PORCA SULL’ARCA. Era la storia della cassiera di una macelleria che, in preda ad una crisi mistica, decideva di abbandonare l’attività ed il marito perché scopriva di amare gli animali. Nel senso che immaginate anche voi. Infatti per tutto il film c’è lei che con la scusa di un ipotetico diluvio imminente, se la fa nell’ordine con un pastore tedesco, con un cavallo pezzato, con una grossa scimmia (nel film, la scimmia è l’attore che interpretava il marito, travestito) e persino con un ippopotamo svogliato, ma con un cazzo da spavento. Se li portava uno ad uno sull’arca e si faceva ingroppare allegramente. Ne erano usciti provati. Inorriditi e con l’idea del sesso leggermente deviata. Dopo un quarto d’ora lei l’aveva lasciato. Lui ora è entrato in seminario. Di lei si sono perse le tracce. Mi hanno detto che lavora al WWF, ma non so se mi stavano prendendo in giro o cosa. La videocassetta me la sono fatta regalare subito dopo il fattaccio, ora ce l’ha in prestito mio cugino perché se la vuole duplicare (pare sia introvabile) ed aspetto che me la ridia indietro per rivedermela. Non era male come film. Erano belle le scenografie, oltre al cazzo dell’ippopotamo che, forse, adesso che ci penso, era una protesi. Non poteva avercelo così grosso... magari se lo era fatto trapiantare da un toro o da un cavallo.
Trascorrevo le notti stancamente tra un canale e l’altro, tra una sigaretta e l’altra e di tanto in tanto non disdegnavo dal tirarmi una bella sega. Ora so che si aprirà un dibattito. Io non ero contrario per principio alla masturbazione, perciò pur non esagerando, capitava che mi spugnettassi. Voi non so. A me di notte veniva meglio. Risultava tutto più credibile ed in un certo senso aveva il suo romanticismo. Avevo instaurato un bel rapporto tra la mano e il cazzo: si riconoscevano subito. Se mi davano del segaiolo non mi incazzavo, ognuno di noi c’aveva le sue abitudini, no? Naturalmente mi piaceva scopare e non c’è neanche bisogno di dirlo. Le donne mi piacevano per la loro varietà pressoché sterminata. Spesso venivo catturato dai particolari, come uno sguardo o un vestito o un taglio di capelli. Tra l’altro, non mi piace incensarmi ma devo dirlo, piacevo parecchio alle donne, io. Questo mi rimaneva oscuro (non ero poi questo granché), ma era una situazione che non contrastavo di certo. Comunque sia in quel periodo ero fidanzato e con la mia Amina andava tutto fin troppo bene. Ci si vedeva piuttosto poco a dire il vero. Aveva una gran pazienza. Lei mi lasciava i miei spazi, io me li prendevo e ne ero contento. Abitavamo ai due poli opposti della città. Ero cosciente che prima o poi si sarebbe arrivati alla resa dei conti, del tipo: tu mi trascuri, non stiamo mai insieme, sei poco presente, etc., ma io facevo il possibile e non avevo molto da rimproverarmi. L’amavo nel mio modo un po' bizzarro e surreale. Così la mia vita procedeva senza alti né bassi: un poco cool, per niente trendy e molto casual. Proprio nell’accezione italianizzante che, tradotta, diventa: casuale, dovuta al caso, al colpo di culo improvviso. Che aspettavo da sempre (e sempre avrei aspettato). Mi ricordo i primi vagiti, ero già stanco allora, presumo pensassi chiaramente di avere sbagliato epoca e luogo. Piangevo perché me ne volevo andare, altro che... Quanto tempo era passato. Non mi ero accorto della vita che si era mangiata una parte fondamentale di me. Una parte che non sarebbe mai più tornata indietro a farmi compagnia. La gioventù se ne era andata, ingoiata e digerita. L’avevo probabilmente già ruttata fuori insieme all’infanzia e all’adolescenza. Che pena: stavo invecchiando, ma mi dicevo che stavo solo crescendo. Forse è vero che cresco, ma nel senso che avanzo e LORO possono fare a meno di me in qualsiasi momento. Loro, sono il sistema, la società corrotta del magna magna generale, loro, quelli che ci stanno uccidendo con l’onda. Anni fa c’era per davvero un omino che si aggirava con un carretto e che scriveva con la vernice sui muri e sulle strade questa frase: ci uccidono con l’onda. Cazzo, stai a vedere che aveva ragione lui, quel pazzo. Adesso tra antenne, parabole (non quella del buon samaritano...), cellulari, bombe atomiche, tric e trac, marchingegni strani e cazzi vari non sai più dove andare. E io ogni tanto mi fermo davanti a uno dei pochi alberi che sono rimasti nella mia zona, un tiglio malmesso e lo guardo. Lo contemplo ed è come se vedessi il mondo, sento riprendere fluire il sangue e mi sento gli organi interni battere, non per forza d’inerzia come avviene di solito, ma perché sono desiderosi di farlo. Sono brevi attimi di felicità, spezzati dai gas di scarico e dal tg4 di fede che sbuca dalle finestre delle case: due tipi d’inquinamento diversi, ma ugualmente dannosi. Io preferivo la bici all’auto, ma la tenevo in cantina con le ruote sgonfie. Era troppo faticoso pensare di gonfiarle, tirarla fuori e usarla. Troppo difficile, quindi non la utilizzavo mai. Mi spostavo in automobile, una vecchia citroen blu elettrico scrostata che non aveva molte speranze di vedere il nuovo millennio. Durante il giorno ero impiegato nell’amministrazione comunale della mia città. Non mi piaceva affatto come lavoro, comunque lo facevo. Pur non essendo particolarmente attaccato ai soldi, riconoscevo che erano imprescindibili, per tirare avanti.
A lavorare cercavo di andarci tutti i giorni. Ed era iniziato a succedere proprio in ufficio. Telefonate strane. Concentrate nelle prime ore della giornata. Chiamavano e quando io rispondevo, mettevano giù la cornetta. Inizialmente non ci avevo fatto caso. Quando le telefonate le ricevevano i miei colleghi, venivo espressamente richiesto e solo sentendo la mia voce, riattaccavano. Era un uomo o almeno una voce maschile. La faccenda iniziava a incuriosirmi. In una settimana dieci, dodici chiamate del genere non potevano considerarsi un caso. Dalla curiosità ero passato alla diffidenza quando avevano iniziato a telefonarmi anche a casa. Ripetutamente, cinque o sei telefonate a sera. Alzavo il ricevitore e dall’altra parte del filo sentivo qualche istante di silenzio seguito dal rumore sgradevole della cornetta che si abbassa. Non sapevo che pensare al riguardo, ma continuavo a non dare troppo peso alla faccenda visto che nel frattempo avevo elaborato una mia teoria cosmica, un vero e proprio dogma incrollabile: pensavo che nella vita di cose davvero importanti ce ne fossero incredibilmente poche, per cui era insensato preoccuparsi o incazzarsi preventivamente e inutilmente. Troppa fatica ed energie sprecate. Mi ero fatto l’idea che fosse un maniaco, ma che fosse anche molto timido e che non avesse il fisico per poterlo fare, magari si stava allenando e aveva scelto me come trainer involontario.
Avevo una seconda attività. La passione di scrivere mi era nata da ragazzo. Ero partito con le poesie, ma la professoressa di lettere del liceo durante un intervallo (ho ancora stampate nella testa le sue parole impietose) m’aveva suggerito amabilmente di lasciar perdere, ero dunque passato a scrivere testi per canzoni (in pratica riciclavo le poesie che avevo già scritto, cambiando solo qualche frase qua e là), ma in questo caso il cantante del mio gruppo si era rifiutato di cantarli. Avevo abbandonato il mondo della musica, ripromettendomi di tornarci in seguito. Dai venti ai ventisette circa, ho avuto un periodo improduttivo e sterile, artisticamente parlando, dal quale sono riemerso grazie ad Amina. La sola sua presenza aveva riacceso in me quel lato artistico e poetico, sopito da anni di inattività e da anni di frustrazioni represse. Avevo ripreso a scrivere alla faccia della prof. stronza. Scrivevo favole per bambini: mi ero inventato un personaggio, a metà tra l’uomo ragno ed heidy e l’avevo chiamato la moschella. Si trattava di una mosca ballerina che ballava in punta di zampe a tempo di tarantella. Le storie erano ambientate in un futuro non ben definito, non a napoli ma su saturno. Come favole facevano piuttosto schifo, ma venivano pubblicate lo stesso su una rivista per bambini. Forse perché il direttore era uno zio di Amina. Ma questo è solo un particolare di poco conto.
Ero anche rientrato nel giro musicale. Alla grande. Ero diventato il cantante di un gruppo che faceva oggettivamente cagare. Anch’io per la verità. Essendoci formati da poco e mancandoci un nome, io avevo proposto di chiamarci the cagoni’s, che poi non mi sbagliavo di molto, ma il batterista, che era quello che ci credeva più di tutti e che non aveva un briciolo d’ironia (casualmente era anche il più scarso della compagnia), s’era risentito e mi aveva allontanato in malo modo dal gruppo. Poi ero tornato perché non riuscivano a trovare nessun’altro che volesse cantare con loro. Ci credo, facevano davvero cagare. Avevamo fatto pace. Una tregua momentanea, ne ero certo, ma il nome continuava a mancarci... In quel periodo mi sentivo vagamente un artista e volevo vivere da tale. Probabilmente non lo ero e non lo sembravo neppure. Ignoravo comunque ciò che di me pensava la gente, tiravo dritto per la mia strada e m’inventavo sempre nuove storie della moschella su saturno.
Le telefonate non avevano diminuito d’intensità. Era come se il maniaco conoscesse i miei spostamenti. Un pomeriggio ero uscito prima dall’ufficio e l’istante dopo essere entrato in casa, il telefono aveva cominciato a squillare. Al mio pronto aveva riattaccato immediatamente. Non un sospiro, non un gemito, non una parola. Solo silenzio. Quella volta avevo dovuto staccare l’apparecchio perché ero arrivato al limite di sopportazione: una telefonata ogni cinque minuti. Anch’io che ero paziente quel pomeriggio mi ero rotto i coglioni. Continuavo a non sentirmi particolarmente preoccupato. Avevo altro a cui pensare. Avevo una fiducia inattaccabile nel genere umano e non sarebbe stato questo maniaco da quattro soldi a farmi cambiare idea. Poi aveva iniziato a chiamarmi durante le notti. Io ero sveglio senza sonno davanti alla tv e rispondevo, sapendo benissimo chi fosse. Lui restava muto per alcuni secondi prima di riagganciare. Io abbassavo il volume e tacevo insieme a lui. Avevamo instaurato un rapporto strano, molto intimo, fondato sui silenzi. Avevo imparato a convivere con lui. Tra simili ci si capisce quasi subito.
Dai silenzi era passato alle sinfonie. Nelle telefonate notturne mi deliziava con Mozart e Beethoven, Haydin e Vivaldi. Era un muto colto e raffinato. Conosceva la storia della musica alla perfezione. Avvicinava la cornetta alle casse, quando voleva sottolineare i passaggi più significativi delle opere che mi stava proponendo. Le chiamate adesso erano diminuite d’intensità, ma erano aumentate in qualità e durata. Io non mettevo mai giù per primo, aspettavo che fosse lui a decidere il momento. Capitava sempre più di frequente però, che mi addormentassi all’ascolto con la cornetta in mano... poco male, tanto pagava lui la telefonata. Quelle armonie che m’arrivavano all’orecchio tramite il telefono da chissà dove, avevano il potere di farmi addormentare di schianto. Amina era convinta fosse un angelo. Molto poetica come idea. Io nutrivo dei dubbi. Un giorno avevo trovato sulla soglia di casa delle strane impronte e qualche piuma, ma non ci avevo fatto caso. Ora telefonava solo di notte e io dopo qualche secondo partivo. L’eroica era la mia preferita: dopo il primo movimento russavo che era un piacere.
Una mattina, mentre mi lavavo la faccia e mi vedevo riflesso nello specchio crepato del bagno, avevo riflettuto sui recenti fatti. Uscendo di casa avevo rivisto le piume e mi ero infine chiesto se ognuno di noi avesse davvero un angelo custode da qualche parte che garantisse per lui. Pensavo che, forse, il telefonista muto fosse il mio, ma il mistero sussisteva. Ad ogni buon conto, per evitare sorprese, mi ero comprato tutte le sinfonie di Beethoven e l’opera omnia di Mozart. Non volevo mica farmi trovare impreparato, io.
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“Sleep sleep tonight
and may your dreams
be realized...
so let it be...”
mlk.U2
p.s. è solo l’una e venti.
milano, 19 marzo 1999
Posted by Giuseppe Braga at 19:33 | Comments (0)
10.03.08
Mattinale
di Giuseppe Braga
Entrando nel bar, mi accorsi di essere rimasto senza soldi. La sera prima ero uscito a bere con dei vecchi colleghi e non m’era rimasta una lira nel portafogli. Quelle sono situazioni in cui non puoi certo tirarti indietro. Deviai allo sportello della banca e prelevai l’indispensabile. Vidi dalla ricevuta che il tempo delle ristrettezze si stava decisamente avvicinando. Il conto proseguiva a scendere. In maniera verticale. Ma non potevo farci molto. Il sussidio mi bastava appena per l’affitto e le spese mensili.
Il resto me lo bevevo via. E che poi succeda quel che succeda, ero solito dirmi. Ero comunque in attesa che si concretizzasse un affare. Questione di qualche giorno, mi aveva detto quel tale, il dottor ‘converrà con me che’. Lo chiamavo in quel modo, per via del fatto che ogni tre parole ci ficcava dentro quel ‘converrà con me che’. Era un brav’uomo, almeno così m’era parso. Lavorava come assicuratore in una grossa azienda di automobili. Ma poi aveva anche un secondo lavoro. Parallelo. Per arrotondare, diceva lui. Una sorta di commercio d’automobili. Si trattava di portare delle vetture, dall’Italia alla Svizzera. Si attraversava il confine con le auto - tutte Mercedes e Bmw - e poi si tornava indietro col treno. Chiaro che c’era qualcosa di strano. Evidente che la faccenda puzzava, ma a me interessava solo il grano. E a quanto pareva lì ne girava parecchio. Non potevo fare altro che aspettare. E bere. Finalmente entrai nel bar.
Erano appena le dieci del mattino, e la giornata sarebbe stata come le ultime di questi mesi. Lunga e alcolica. M’andava più che bene così. Dopotutto non pretendevo molto, io. Diedi un’occhiata intorno. Vicino all’angolo occupato dal flipper c’era un vecchio signore sulla settantina, stava guardando fuori dalla finestra, ma i suoi occhi vagavano assenti verso chissà quali direzioni. In mano teneva un calice di vino bianco. Avrebbe dovuto berne ancora parecchi, per riuscire a sopportare i pesi che si portava appresso. Aveva mani che tremavano e occhi lucidi. La barba sfatta e un vestito stirato male. Per un attimo lo guardai e mi fece davvero pena. Poi andai verso il banco e feci finta che non esistesse. All’interno del bar, oltre a me, c’era solo lui. Nessun altro che noi due. Quella era l’ora della pausa di metà mattina e, di tanto in tanto, qualche segretaria di qualche ufficio scendeva a bersi un caffè o un cappuccino. Avveniva di rado, comunque. E questo non mi pareva per l’appunto uno di quei giorni. M’importava niente, alla fine dei conti. Un bel paio di gambe o di tette le avrei anche potute vedere un’altra volta. Non c’era tutta ‘sta urgenza. E di certo non mi cambiavano l’esistenza. Di norma quel bar di periferia rimaneva poco frequentato fino all’ora di pranzo. Poi sì che si riempiva d’impiegati e di segretarie. Io solitamente a quell’ora me ne tornavo a casa. Detestavo la confusione. Cercavo di dormire un pò e solo dopo, verso le due e mezza, tre, tornavo al bar. Non mangiavo quasi mai a mezzogiorno. L’appetito mi cominciava a venire intorno alle nove di sera. Loro invece, gli impiegati e le segretarie, all’ora di pranzo mangiavano. Soprattutto cose veloci, panini, insalate o toast. E bevevano. Anche loro. Spremute d’arancio. O acqua minerale. O coca light. Alla fine chiudevano con l’espresso. Ristretto macchiato caldo. Di tempo da perdere loro non ne avevano. Bisognava pur produrre. Io invece, al contrario, di tempo ne avevo da sbatter via. E a riguardo della produttività, non avevo idea di che cosa fosse. E così iniziavo con il mio mezzo litro di bianco frizzante, appunto, verso le dieci. Mi portavo sempre dietro un libro, un vecchio libro di poesie che però non leggevo mai. Piuttosto davo una sbirciatina al giornale che stava sopra al frigo dei gelati, mi facevo un paio di partite al flipper e poi, intorno alla mezza, passavo al rosso. Due o tre bicchieri, non andavo oltre. Quando capitava, scambiavo qualche chiacchiera con Agostino, il barista. Un piccoletto, sui cinquanta o giù di lì, che era venuto su dalla Sardegna trent’anni prima. Con un cazzo di niente in mano. Povero in canna, insomma. Ma che adesso gestiva il locale insieme alla moglie e ai due figli.
Non è necessario partire subito bene, nella vita. Quando lo vedevo, e cioè ogni giorno tranne la domenica che rimaneva chiuso, non riuscivo a trattenermi dal pensarci. Io, infatti, pur avendo avuto, per così dire, un buon inizio, adesso non avevo, semplicemente, più nulla. Avevo perso tutto. A dar retta alla mia ex moglie, anche la dignità. Ma lei, va detto, quando parlava, di me, con me, esagerava. Sempre. Pensare che un tempo formavamo una discreta coppia. Si scopava bene, per lo meno. Anni fa, parecchi. Ora lei stava con un gioielliere. L’avevo visto un paio di volte, ma non mi era sembrato un gran tipo. Poi magari è pieno così di grano, visto il lavoro che fa. Un tipo dimesso, soprappeso e stempiato. Sulla cinquantina. Che però le riusciva a dare le sicurezze che io non ero in grado. Economiche, immagino. Le altre, e certo, a ben pensarci, non contavano poi tanto.
Era una storia che era finita da tre anni, quella con mia moglie. Senza rimpianti o che. Quasi non me la ricordavo neanche. I contorni del suo viso mi apparivano confusi. Dovevo concentrarmi per poter ricordare l’intenzione dei suoi sguardi. Era lontana, molto. In un’altra vita, si può dire. Non saprei neppure come definirla adesso. A onor del vero noi due non fummo mai completamente felici e la disgrazia che colpì il bambino c’entrò, certo che influì, ma solo fino a un certo punto. Troppo diversi. Non passava settimana che non litigassimo. Negli ultimi tempi anche per le scuse più banali. E un paio di volte giungemmo perfino alle mani. E di fronte al piccolo, per giunta. E questa, a esser sincero, è l’unica cosa di cui mi pento. Ancora adesso. Poi ci fu l’incidente. E tutto non fu più come prima. Nulla lo restò. Per i sensi di colpa cercò d’ammazzarsi coi tranquillanti, il giorno stesso. Non ci riuscì, sfortunatamente. Io dopo una settimana cominciai a bere forte. Due tecniche di suicidio diverse, se confrontate. La mia più lenta, ma inesorabile. E infallibile, date retta. Lei poi, se ne andò via una sera, senza dirmi nulla. Col gioielliere che l’aspettava giù in strada con il motore della macchina acceso. Io, mi sembra di ricordare, stavo sdraiato sul tappeto abbracciato alla mia bottiglia di whisky. Da quella sera, ora rammento, decisi di chiudere coi super alcolici. E mia moglie, per intanto, decise di chiudere con me. Ma la vita è questa roba qui. Inutile incazzarsi. C’è ben poco daffare.
Quella mattina il bar era deserto più degli altri giorni. Erano le undici e mezza e io ero passato al rosso, Barbera mica Chianti, con ragionevole facilità. Il vuoto che mi circondava mi consentiva di interpretare il futuro con maggior chiarezza. Il dottore mi aveva consigliato di non eccedere nel bere e di smettere di fumare. L’avevo ascoltato solo per metà. Risparmiando sulle Marlboro potevo sbevazzare un po’ di più. Del resto non m’era costato troppo. Ero sempre stato un fumatore piuttosto anomalo. Non avevo il vizio. Quindi avevo smesso. I dottori, per quanto possibile, andrebbero sempre ascoltati. Per quel che riguardava l’alcol invece, gli avevo detto chiaro e tondo che non c’erano speranze. E che non avrei mai smesso. M’importava niente. Dei guasti provocati alla salute e delle altre solite cagate che ti dicono i medici per metterti paura. Il fegato dopotutto era mio.
Il bicchiere non lo avrei mai posato se non svuotato e se non in punto di morte. L’aspettavo io, la morte. Fretta non ne avevo. Ero sempre lì. Seduto. In quel bar.
Posted by Giuseppe Braga at 11:48 | Comments (0)
05.03.08
Anomalie
di Giuseppe Braga
C’è un onda nella mia testa. Cresce e si ritrae. Quando il giorno termina e ricade sulla notte, quest’onda inconsapevole, inarrestabile massa d’acqua, mi sommerge. Ne vengo colpito. Massacrato. Provo a risalire, ma rimango sotto. Senza respiro. Perduto e trasparente. Annegato in quell’orrendo mare. Fangoso e opprimente. Onda che batte a tempo e che non mi risparmia. Risuona ossessiva. Invadente. Devastante. Lurida. E quando arriva a lambire le mie palpebre, io non posso far altro che obbedirle.
Qualche tempo fa ho acquistato una pistola. Una calibro 12. Da allora la tengo sul comodino. È trascorso un anno. L’ho comprata da certa gente che ho conosciuto in un certo posto. Non ne avevo mai posseduta una, prima. Mai avevo sparato in vita mia. A militare, da ragazzo, stavo in infermeria e avevo a che fare con le siringhe e i tamponi, mai con le pistole. Ma ora sta lì. Sul comodino a fianco al letto. Non è che abbia paura che mi entrino in casa o che, il motivo è diverso. Sicuro che coi tempi che corrono, una pistola farebbe comodo a tutti. Lo confesso. Io la tengo lì, a portata di mano sopra al comodino, solo perché devo risolvere una questione strettamente privata. Molto personale. Del resto io con quella pistola non ho mai ammazzato nessuno, fino a prova contraria. Eppure ho dovuto subire una grossa ingiustizia.
Sono stato in galera. Tre anni, quattro mesi e nove giorni. Al gabbio, come dicono da quelle parti, la vita non c’entra proprio un cazzo con quella che sta qua fuori. M’hanno messo dentro perché una sera ho fatto a cazzotti con un poliziotto. Non era un poliziotto qualunque. Tra me e lui correva un odio particolare. Insanabile. Irrecuperabile. E così, dopo avergli spaccato la testa con un calcio, ho preso il coltello e gli ho squarciato la pancia. La lama, in quel periodo, la tenevo sempre con me. Difesa personale. Il sangue, ricordo, è uscito a fiotti; lui, il poliziotto, è caduto come un sacco vuoto e ben presto si è trovato in un mare. Senza onde. Denso. Rosso scuro. Di sangue ne teneva parecchio, quel grasso bastardo. Ma nonostante il taglio, profondo e ben assestato, non è morto. S’è salvato. Quel figlio di puttana l’ha scampata. I suoi colleghi quando m’hanno preso, me l’hanno fatta pagare molto cara. Tre anni e quattro mesi. E nove giorni. Ma un motivo per fare ciò che ho fatto, io ce l’avevo.
Le onde, ogni modo, ho iniziato a vederle allora. Onde d’inquietudine. Inizialmente le vedevo soltanto. Appena un’idea, in lontananza. Sfuocata. In controluce. Col sole che svaniva alle spalle. Era sempre una sera d’estate. Ma durò poco. Ben presto calò la notte. E giunse l’inverno. Cominciai anche a sentirle. Onde dal suono cupo. Il rumore del mare. Sordo e notturno, ogni notte più spaventoso. Onde alte e schiumose, compatte. Enormi. Paurosamente schiumose. Io scappavo, correvo a più non posso, ma non avevo scampo. Non c’era possibilità di sfuggire loro. Gridavo atterrito. Erano onde di paura. I secondini non gradivano le mie implorazioni d’aiuto. Il peso del manganello s’abbatteva con regolarità sulla mia schiena. Su testa, gambe e braccia. Solitamente a quel punto svenivo. Ma loro, i secondini, proseguivano a picchiare. Avevo quasi ammazzato uno di loro. C’era da capirli.
Onde di dolore. Tre anni, quattro mesi e nove giorni di dolore.
Venne il momento in cui uscii. Trovai molte cose fuori posto. Ci rimisi del tempo per capire. Poi venne quel giorno e mi comprai la pistola. Un anno fa. Quell’uomo s’era salvato, ma io avevo giurato a me stesso che l’avrei ammazzato. A qualunque costo. Avrei sfidato le onde, ancora.
Dormo con la pistola a fianco del letto, sul comodino. Ma non perché abbia paura. Il motivo è un altro. È che, stavolta, davvero, lo devo ammazzare sul serio.
Vi chiederete il motivo del mio accanimento. È giunto il momento di rendervi a parte.
Lui, quel poliziotto, è il nuovo marito di mia moglie. Della mia ex moglie. Quando scoprii che se la scopava, quattro anni fa, cercai di risolvere la questione in maniera civile. Ma lui non mi diede neppure retta. Allora m’arrabbiai. Inizialmente mi fermai alle minacce. Ma lui niente. Come se nulla fosse. Poi rinchiusi mia moglie, la mia ex moglie, in casa. Le impedii di uscire. Arrivai persino al punto di legarla al letto. Ben presto intuii che non avrebbe funzionato. Soprattutto a lungo andare. Quindi decisi di affrontare quel tale, il poliziotto. Ci scaldammo subito e arrivammo alle mani. Bastò una frase. Non credevo di avere tanta forza. Eppure.
Eppure l’ho steso con un pugno, poi gli ho tirato un calcio sulla testa. E ho atteso.
Attendevo che si rialzasse. E lui si è rialzato. Ma quando l’ha fatto io ero pronto. Con la lama. Un taglio orizzontale, da fianco a fianco. Nell’addome. Dentro quella grossa pancia di merda. Ho cominciato a correre, credevo d’averlo fatto fuori. Correvo senza direzione. Con le mani sporche di sangue e il coltello ripiegato nella tasca. Volevo farle vedere il sangue sulla lama, le mani insanguinate. Ma lei non c’era. Mia moglie non era in casa. Era scappata. Pensare che, da quella sera, non l’ho mai più vista. Gli agenti al contrario, vennero quella notte stessa a prendermi. Io, in fondo, li aspettavo. Suonarono alla porta e io aprii loro, con la camicia ancora impregnata di sangue. Quello che non aspettavo erano le onde. Quelle arrivarono immediatamente dopo. Onde di rabbia e di impotenza, di vergogna. Di disperazione. Onde di disgrazia.
Più forte gridavo, più dure erano le bastonate. Ma anch’io non morii. Ora sono un sopravvissuto. Preparato per affrontarlo. Di nuovo. Con la mia pistola e con le mie onde nella testa. Che crescono e si ritraggono. Che crescono e si ritraggono.
Posted by Giuseppe Braga at 10:13 | Comments (0)
18.02.08
Le mani sulla città (il fascino indiscreto della periferia)*
di Giuseppe Braga
Sotto un cielo di nebbia che un cielo non è… siamo usciti di casa e andati incontro al destino. È una giornata senza pretese e non ci succede una volta al mese… e i miei occhi, coi tuoi, vanno incontro alla strada, sui motori e le luci brilla altera la luna e non parliamo di niente in questa scura pianura, l’auto va dolcemente dentro la notte più scura…
[Una giornata senza pretese, Vinicio Capossela]
[*] questo racconto è uscito nell'antologia Milanoanthology, edita da Perrone. Una piccola precisazione. Nell'antologia il racconto è stato impaginato - senza il mio consenso e del tutto arbitrariamente - in maniera diversa da come l'avevo scritto e pensato. Diciamo. Ci son rimasto un po' male ma non ne ho fatto un dramma, ecco. Questa che pubblico è la versione orginale.
Il fascino indiscreto di vivere in periferia – una condizione più esistenziale che geografica – è alzarsi alle sei e mezza del mattino, stomaco ancora blindato e pensieri alla rinfusa nella testa, lavarsi i capelli, farsi la barba, tagliuzzarsi qua e là, tamponare alla buona con la carta igienica, scendere le scale, aprire il portone, guardarsi attorno straniti – ogni giorno come se fosse la prima volta – attraversare la strada e rendersi conto che c’è già la nebbia, nonostante siano solo i primi d’ottobre, che sta piovigginando, contro ogni assodato criterio e crisma meteorologico che si rispetti e che i capelli sono fradici. Il phon s’è rotto tre anni fa e non hai mai pensato di cambiarlo, già. Il fascino indiscreto dell’homo sapiens di periferia del nuovo millennio è non perdersi d’animo, scrollarsi di dosso buoni e cattivi pensieri, fendere la nebbia con passo risoluto, salire in auto, una vecchia Polo sprovvista di marmitta catalitica, prima maniera modello base, scaldarla un po’, molto più che un po’, metterla in moto e partire. Provarci, perlomeno.
Fermarsi alla prima curva. Non è mai calda a sufficienza. Dopotutto sedici anni per un’auto cominciano a essere un’età rispettabile. Infischiarsene di questi sofismi, sfidare le leggi dell’invecchiamento e ripartire di slancio, quasi sgommando, un piccolo gesto indisciplinato che non guasta, col rumore sordo del motore e della marmitta sferragliante. Forza e coraggio. Milano sta sempre lì. Chi cazzo la smuove Milano? Una decrepita spendacciona che ha fatto troppe indigestioni, col sangue guasto e le ossa scricchiolanti. Milano t’aspetta anche oggi, Milano. Nella sua banale ma diabolica apparenza di metropoli che ripugna e attrae. Un’anziana maitresse col trucco sfatto e le chiappe molli. Un ossimoro da un milione e mezzo d’abitanti. E di settecentomila pendolari. Che a Milano ci vanno per lavorare. Intasando allegramente le vie d’accesso. Da lunedì a venerdì. Orario di punta illimitato no stop. Eccoti lì anche tu, benarrivato nella confraternita. Incanalarti ubbidiente senza il minimo moto di ribellione. Trovare altre fottutissime auto come la tua, anche se di altre fatture, modelli, dimensioni ed epoche. Immetterti nella fila disordinata e ordinatamente, come un soldatino, fare la coda. Guardare il cielo, sono le sette e dieci, ancora buio. Intravedere ai bordi della statale fottutissimi cacciatori arrancare in mezzo alla poltiglia e in cuor tuo sperare che si impallinino a vicenda, esclusi i cani, superare una dozzina di semafori, oltrepassare il cartello dei limiti comunali, abbassare il finestrino, respirare a pieni polmoni. L’aria di Milano a te piace da morire, nonostante i livelli di Pm10 elevatissimi e francamente intollerabili. Osservare come un entomologo gli altri esseri umani che ti sono di fianco, ognuno indaffarato inesorabilmente in qualche altra occupazione, guidare soltanto non se ne parla proprio, si perderebbero minuti preziosi e basta. Chi legge il giornale, chi chiacchiera al telefono, chi si trucca, chi sgrida il figlio, chi aggiorna l’agendina, chi invia sms, chi fa la colazione, chi. Al semaforo dell’Esselunga finalmente svolti nel contro viale. Alzi gli occhi per renderti conto. La scenografia nella quale ti muovi è essenziale e desolante. L’architettura urbana di periferia è meno complicata di quel che si possa credere ma lascia sempre stupefatti. Alveoli multipiano con le intonacature scrostate. Torri residenziali in via di ristrutturazione, fasciate da teloni che somigliano a sudari di seconda mano. Impalcature come scheletri d’acciaio aggrappati alla carne. Cortine d’edilizia popolare compatte come dighe. File di lampioni e di siepi. Rotaie in fuga verso il centro. Alberi sparuti e malconci. Trovi un parcheggio, uno degli ultimi, nel troncone di via senza uscita ormai scoperta da tutti e non solo più prerogativa di pochi, fai a piedi cinquecento metri abbondanti su una lunga striscia di marciapiede, accostato alle rotaie del tram da una parte, al grosso viale trafficato dall’altra, pensi che ci sarebbe l’imbarazzo della scelta, metti il caso che un giorno volessi fare un gesto estremo, solo decidere se farsi arrotare dal quindici che va a Rozzano o da qualche grosso copertone o paraurti di un furgone. Arrivare al capolinea della metropolitana, linea verde, raccattare il giornale gratuito solo per gli oroscopi e le recensioni televisive, scendere giù, comprare il carnet da dieci biglietti per la modica cifra di nove euro e venti, con un risparmio netto di ottanta centesimi, obliterare, scendere ancora, aspettare l’arrivo del metrò, sederti a culo su uno degli ultimi posti liberi del vagone, il penultimo, leggiucchiare notiziole dementi, francamente irrilevanti, perlopiù stupide, il pedaggio per arrivare agli oroscopi che stanno in ultima pagina, Pete Doherty con la faccia insanguinata, gli italiani che dormono di meno, Casini polemico con Follini, Adriano è in Brasile, i due vincitori della Pupa e del Secchione, le bestemmie in tv, ascoltare, forzosamente, i fottutissimi discorsi di giovinastri che anziché parlare urlano, saranno stati gli omogeneizzati che si trangugiavano da piccoli o il lettore mp3 che c’hanno incollato alle orecchie, alzarti una fermata prima della tua per non dovere fare a pugni per scendere, spintonare un po’, tutto nella norma, salire le scale, fermarti, ingurgitare cappuccio e cornetto al bar del mezzanino, risalire le scale mobili dal sottosuolo, senza alcun’altra scusa per tardare l’entrata, salire altre scale, riaffiorare in superficie, constatare che il sole ha fatto capolino, fare venti metri, il fottutissimo Palazzo ce l’hai davanti, non s’è mosso nella notte, no, nemmeno saltato per aria, peccato, ventiquattro piani che incombono come un incubo ricorrente, ventiquattro piani che t’aspettano a braccia aperte. Oltrepassata la porta a vetri dell’ingresso, ecco altri scalini. Una rampa da sette alzate, alla faccia dell’abbattimento delle barriere architettoniche, priva di piattaforma elevatrice. Una meraviglia per i portatori d’handicap che ringraziano ogni volta. Ma l’Amministrazione Comunale, l’ente che ti tiene in ostaggio, così come le fa, le regole può anche derogarle. All’entrata il badge elettronico per qualche attimo ti fa sentire importante. Guardi gli sfigati che sono accampati al di là dei tornelli, in un limbo a-temporale, li osservi mentre sono in fila allo sportello dell’accettazione, che devono mostrare un documento, i poveracci, che devono staccare un numero, gli sfigatoni, che devono aspettare il loro turno, i miserabili questuanti, l’orario di ricevimento del pubblico. Tu invece, col potere effimero d’un lasciapassare di plastica, entri facile, infili nella fessura il tesserino magnetico e bip!, è fatta. Adesso tu sei al di qua, loro ancora e chissà per quanto nell’anticamera a-temporale. Con le loro cartellette gonfie di disegni, di documenti, di richieste e di pratiche da vidimare. Lavori Pubblici. Attività Edilizie. Varianti Urbanistiche. Piani di Recupero. Piccole e Grandi Opere. Demolizioni. Ricostruzioni. Pratiche Catastali. Lottizzazioni. E li vorresti vedere, ah sì, eccome se li vorresti vedere (qualche volta succede), districarsi tra uffici, attese, stanze, macchinette del caffé, corridoi, piani (ventiquattro, come un giorno intero), informazioni da decifrare, criptiche e incomplete, scusi mi saprebbe indicare, no, no, no guardi, non è di mia competenza, dovrebbe rivolgersi al collega, moduli prestampati, codici fiscali e indirizzi, il collega è momentaneamente fuori ufficio ma torna subito, non si preoccupi, attenda pure qui, qui dove?, come, dove?, ma qui, non vede?, in coda con gli altri. Un girone dantesco postmoderno, una fitta giungla dove al posto delle liane, carte bollate e formulari, un inferno regolato da documenti e archivi, un rebus a schema libero, un labirinto in verticale da sconsigliare vivamente agli irritabili, ai permalosi e ai deboli di cuore. Il luogo oscuro dove si decidono le sorti e i destini della metropoli. La tua personale città dentro la città. Alveare, fortezza invincibile posizionata nel cuore urbano, allestita e attrezzata con cellette autosufficienti, ventricoli dotati di termoconvettori e luci al neon. Sistemi di spostamento verticali, garantiti e insicuri. La città virtuale, colei che determina il futuro dell’altra, quella reale che sta di fuori. Otto e quattordici minuti, ecco, il display ti regala il verdetto, finalmente esisti anche tu. Non ti resta che innalzarti di tredici piani. Che fortuna. Questione di numeri. L’ascensore magicamente apre le porte e tu approdi nell’atrio. Ampio, spazioso. Arredandolo con giudizio ne verrebbe fuori un gran bel soggiorno. Invece c’è d’accontentarsi. Un vaso con una pianta grassa, un estintore, due bacheche sindacali. Tre bidoni per i rifiuti. Carta e plastica. Raccolta differenziata. Un armadio di lamiera grigia, vuoto ma chiuso a chiave. Bene. Puoi sentire i tuoi passi sul linoleum consumato, li puoi sentire svoltare l’angolo. E dietro l’angolo la prospettiva muta. Il corridoio è un buio cunicolo con la luce del giorno che fatica a filtrare, ma è tutto tuo. È presto, il tuo piano si deve ancora popolare. Ti lasci andare e accenni a un paio di passi di danza, la vita deve andare avanti nonostante le brutture che hai già visto e che, sai, ti aspetteranno puntuali anche oggi. Apri la porta dell’ufficio, accendi le luci e ti dirigi verso la scrivania. T’affacci alla vetrata, guardi di sotto. Dal tredicesimo la vista è quella che è. A volo d’uccello, escludendo il cielo autunnale piatto, dolente, opaco, il tuo sguardo viene catturato da due enormi teloni pubblicitari alti sei piani ciascuno, adagiati su un tappeto verde – un’edera così finta così posticcia così deprimente che ti verrebbe voglia d’incendiarla con una tanica di benzina. Più in basso, molto più piccolo, forse un segno dei tempi, ma pur sempre tre metri per cinque, un manifesto elettorale del partito dell’ex Premier. Poi le patatine, quelle che tirano, e l’orologio che non ti fa chiedere mai. Neppure l’ora. E un convenientissimo servizio telefonico, una mezza scimmia alta quanto una finestra che ride beata tenendo in mano la cornetta e, di fianco, la pubblicità d’una banca che più che una banca sembra una cattedrale gotica. Sotto, a portata di strappo, di spray e di sputo, una fitta schiera di manifestini collosi, sovrapposti malamente uno sull’altro, reclamizzanti concerti prossimi venturi. Piccoli nani in una foresta di giganti di cellulosa inchiostrata. Alzando lo sguardo, alla sommità dei palazzi tappezzati, poco sotto le antenne satellitari, tonde orecchie bianche puntate disordinatamente dentro l’universo mondo, quattro riflettori preposti a illuminare la scena in notturna, il congestionato viavai di automobilisti in cerca di fugaci incontri amorosi a pagamento che vivacizza e caratterizza da sempre la zona. I muri ciechi dei caseggiati milanesi sono fatti così. Si parlano e si guardano tra loro. Di giorno, ma soprattutto di notte. Si tengono compagnia, insomma. Ti affacci ancora e guardi sotto. A tredici piani di distanza, a livello del mare, non c’è il mare, c’è la strada. Vedi autobus, furgoni, automobili, camion, motocicli, una bicicletta, parcheggi gratta e sosta esauriti già alle nove del mattino, negozi, edicole, semafori, molto asfalto come fosse un oceano immobile e stagnante, un vigile, quattro taxi, due cani che pisciano, tre aiuole spelacchiate ma sponsorizzate, uffici, il terziario che avanza, uomini e donne d’affari, studenti, segretarie e impiegati, ringhiere stinte, muri screpolati, piani terra di abitazioni a novemila euro al mq., marciapiedi impraticabili occupati da auto in sosta senza il gratta e fuori legge, androni spaziosi, citofoni in ottone smaltato e, per chiudere, a gettare un’incombente ombra su tutto, il simbolo iperrealista dei tuoi tempi, l’edificio dell’INPS. Monolite di cemento armato e vetro che s’erge maestoso e solenne. Impossibile da ignorare, ce l’hai di fronte. Salendo all’ultimo piano del Palazzo – a quell’altezza l’INPS fa meno impressione e sembra molto più basso – se si è fortunati, si può godere un panorama eccezionale, lo spettacolo delle alpi, tutta la corona montuosa. Anche a Milano, se stai al ventiquattresimo piano e la giornata è favorevole, anche in una città affogata, umiliata, annerita dai gas di scarico e dai vapori inquinanti (oltre che dalle politiche urbanistiche inadeguate – inadeguate è da intendersi come un complimento – degli ultimi cento vent’anni), puoi gustarti viste mozzafiato. D’accordo, devi raggiungere il ventiquattresimo piano e avere la botta di culo di trovarti in una giornata particolarmente limpida. Ma guai a essere negativi a priori, nella vita. Guai. La città, già. Nuvole di fumo, auto incolonnate, gente dal passo veloce. Un’informe distesa grigia. Una patina opacizzante che omologa ogni elemento. A cinquecento metri, in direzione nordovest, un cantiere. Operai al lavoro. Due gru che smuovono grosse quantità di terra. Milano in movimento. L’hai letto sui cartelloni, avveniristici grattacieli in costruzione. Manco un albero a sparargli, però. L’orizzonte alle otto e mezza del mattino, dallo schermo delle tue vetrate del tredicesimo piano, si perde nell’alternanza dei semafori. Verde giallo rosso. Ancora verde. Il verde a Milano sta soltanto dentro ai semafori, nella bile degli automobilisti in coda incazzati e nei lamenti dei commercianti. Segui la fuga della strada e fatichi a cogliere una logica degna di questo nome. Edifici che sembrano nati e cresciuti per caso. Disorganici. Dissonanti. Stonati. Disarmonie senz’anima. Opere che non verranno ricordate in nessun manuale. Architetti, geometri, ingegneri, periti edili, costruttori, fabbricanti. Faccendieri d’ogni risma. Buontemponi che hanno badato soprattutto alle volumetrie e ai profitti speculativi. Complici, urbanisti e legislatori miopi, distratti, svogliati, dotati di un’ironia molto singolare. Milano non è mai stata appannaggio dei milanesi. Milano sta nelle mani di un’elite. Anziché ridere verrebbe da piangere, già. Mezz’ora fa stavi ancora immerso nella nebbia della periferia. Quasi la rimpiangi, quella tua cazzo di periferia. La periferia non se la fila nessuno. Chissà perché, poi. Non ti resta che accendere il computer. Anche se l’idea non t’incanta, sei lì per lavorare. Pensare, subito, sforzarsi, dedicare i primi pensieri ai tuoi colleghi, capi inclusi, ecco un buon metodo per mettere in circolo i neuroni, dar loro il decisivo scossone. Controlli la posta elettronica, cinque messaggi. Cialis, viagra, investimenti finanziari in aree depresse dell’estremo oriente. Li cancelli tutti, anche quelli sul viagra, per il momento ritieni di sfangartela ancora discretamente bene senza aiuti farmacologici. Ti sposti al tavolo da lavoro. Il tuo campo di battaglia quotidiano. Il computer è giusto un contorno. La tua missione da novecento euro al mese è un’altra. Ti siedi al tavolo luminoso, il tuo vero e concreto, palpabile, tangibile, reale luogo di fatica, un monoblocco pesantissimo di acciaio nero col ripiano in vetro satinato e neon incassati, addossato alla parete, a un metro dalla tua scrivania. Servono nervi e polsi saldi. La tua mansione, il tuo compito è quello. Ridisegnare la città, aggiornandone i vincoli e le aeree interessate ai cambiamenti, delimitare le nuove zone funzionali. Fare tutto questo manualmente, utilizzando strumenti desueti, parecchio antiquati. Riordini le idee, spazzi via un po’ di polvere, verifichi lo stato dell’arte, sfili dalla busta protettiva di plastica pesante una delle sacre tavole del Piano Regolatore Generale che stai aggiornando da sette mesi. Prima di fissarla coerentemente con lo scotch, la sovrapponi al disegno che riporta le varianti. Solo in quel momento, già amaramente pentito dalle sciagurate scelte di vita che t’hanno portato fin lì, puoi aprire la scatola nella quale conservi gelosamente, lontano da occhi e dita indiscrete, il tuo preziosissimo materiale da lavoro. I pennini a china, la gomma, l’evidenziatore giallo, le squadrette, la matita a grafite nera morbida, il taglierino, i retini – colorati o con variegate simbologie geometriche –, lettere e numeri trasferibili, cerchiografi, curvilinee, bisturi e lamette. Armamentario suggestivo e non esattamente al passo coi tempi, già. Le sacre vecchie tavole urbanistiche del P.R.G., cartografie originali del millenovecentosettantasei. Ottima annata, dicono gli esperti. Metti a fuoco e tracci le nuove varianti, i limiti, gli aggiornamenti dei vincoli più o meno edificabili. Tutto qui. Modificazioni urbanistiche. Sostanziali. Ti par poco? Sei un privilegiato e non te ne rendi nemmeno conto. Già. Tu la vedi sotto ai tuoi occhi, la città che cambia, la vedi dal tuo punto di vista esclusivo e privato. Piccolissima, minuta, tascabile, in scala 1:5˙000. Divisa in trentadue quadranti. Mutamenti e variazioni, questioni di centimetri, per nulla incombenti, nient’affatto pericolosi. Indolori, asettici, normalizzanti. Solo una questione di nuovi perimetri. Non ti sembra proprio che possano coinvolgere realmente le vite e i concreti effettivi destini di migliaia di persone. Per te contano solo le planimetrie quotate che hai sotto i tuoi occhi. La tua città in miniatura. Piatta e senza altezze. Bidimensionale. Vie incroci piazze slarghi circonvallazioni isolati aree dimesse aree edificabili cambi di destinazione d’uso zone speciali aree edificabili vincoli in altezza sottotetti recuperabili parcheggi in superficie e sotterranei mix funzionali residenze di edilizia convenzionata residenze prestigiose standard urbanistici verdi privati. Un lavoro taglia incolla, sovrapponi e ridisegna, fissa e rimuovi, un lavoro decisivo per il futuro della città. Ben salde le tavole una sull’altra. Far coincidere in modo indiscutibile, scevro da errori, le aree interessate. Non puoi mica sbagliare e tagliare un edificio, così a casaccio, perché non l’hai fissato o per disattenzione. Inavvertitamente ti si sposta il disegno, dimentichi una strada, una piazza, magari inglobi in un’area edificabile un’area agricola. Chi lo andrebbe a spiegare poi al proprietario che si vede l’orto invaso da parcheggi e villette a schiera? Meglio non provarci neppure. Anche se. Il tuo è un lavoro ad altissima precisione. Sì. Le sorti della città, anche oggi, dipendono esclusivamente dalle tue mani. Ci passano attraverso e da esse si fanno trapassare. Sei il demiurgo, la massima autorità nel tuo campo, sei l’artefice dei destini metropolitani. Solo tu. Con le tue mani. Delicate, morbide, fragili. Ferme, competenti, affidabili. Infallibili. Un Gulliver incombente e solitario, solo tu, nella tua celletta sopraelevata autosufficiente e riscaldata. Tu. Dentro la città virtuale. Ma fuori dal mondo. Già.
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03.12.07
Ordinary Day
di Giuseppe Braga
Non v’è caso più avvilente nel vedere un uomo triste e solo aggirarsi per le corsie di un ipermercato. Potremmo supporre in prossimità delle feste natalizie. Per lui il tempo non ha ore. Senza neppure rendersene conto, potrebbe non uscirne mai vivo.
E’ mattina e una madre accompagna il figlio a scuola. Sta raccomandandosi con lui, oggi dovrà mangiarla tutta, la merenda, e non darla ai suoi compagni come invece è solito fare. E sono appena le otto e mezza.
Il ragazzino durante l’intervallo si dimentica nella cartella la focaccia e, giocando a calcio nel corridoio, si sbuccia un ginocchio. Intorno alle undici andrà in infermeria.
La madre, dopo essersi assicurata che il figlio sia effettivamente entrato nel portone d’ingresso, va a comprare il pane, il latte e la fesa di tacchino. Poi corre. Corre col cuore che, battendo pazzo, quasi le spacca le costole. E’ impaziente. Non un minuto ancora, continua a ripetersi, senza l’amore di cui ha bisogno.
In una casa spoglia, senza le tendine alle finestre, un altro uomo - marito allontanato, padre inconsapevole e distratto -, in un tutt’altro luogo, s’è appena alzato dal letto. Mutande e canottiera: e sono le nove e mezza. Entra in cucina apre il frigo stappa una birra. Ne conta altre sei e ha in animo di svuotarle entro mezzogiorno.
L’uomo triste, come sappiamo, vaga solitario come un alieno nell’ipermercato. Tanta chiarezza come ora - lui -, non ricorda d’averla avuta mai.
Adesso possiamo guardare il calendario: mancano due giorni a Natale. E tutto questo non è mai esistito. Se non grazie al Simulatore di Frequenze Applicato alla Quotidianità. L’esperimento può continuare.
Uomo Triste
Bambino Con Merenda
Donna Che Ama
Uomo Con Le Birre
L’uomo triste infine capirà, e avrà modo di conoscere l’esatta essenza delle cose. Dove e quando, non ha alcuna importanza.
Il bambino finalmente conoscerà la vera identità di suo padre.
L’altro uomo terminerà le birre e si getterà dalla finestra.
La madre succhierà un po’ di vita, accanto a un giovane amante.
Natale arriverà e porterà la neve.
L’uomo triste estrarrà un’automatica e svuoterà il caricatore nella corsia dei surgelati. Ucciderà tre persone, ne ferirà altre cinque. L’ultimo colpo sarà per la sua gola. Non c’è necessità di trascorrere un altro Natale da soli.
Il bambino a scuola, dopo la partita, tornerà in classe e si mangerà la merenda. Senza darne neanche una briciola ai compagni.
La donna amerà, ma a pagamento.
L’uomo con le birre si ubriacherà e si vomiterà sui piedi.
A Natale ci sarà il ghiaccio per le strade.
L’uomo triste non acquisterà nulla. Non ha amici o parenti a cui fare regali.
La donna verrà scoperta dal marito.
Il bambino andrà al pronto soccorso. La ferita al ginocchio è più grave del previsto. L’uomo con le birre inizierà a scrivere le sue memorie.
Il giorno di Natale sarà velato dalla nebbia.
L’uomo triste incontrerà, del tutto casualmente, una donna che cercava la fesa di tacchino e se ne innamorerà perdutamente.
Il bambino, uscito dall’infermeria, tornerà a giocare a pallone coi compagni. Farà tre gol. Nell’intervallo dividerà la merenda col vicino di banco.
L’uomo con le birre diventerà un grande scrittore.
Natale con la pioggia.
L’uomo triste verrà inghiottito dall’ipermercato. Scomparirà nei pressi della frutta. Nessuno lo andrà a cercare.
La donna farà all’amore col suo amante e deciderà di lasciare, una volta per tutte, quell’ubriacone scansafatiche di suo marito.
Il bambino verrà bocciato, ma a settembre.
L’uomo con le birre morirà alcolizzato.
Al suo funerale ci saranno anche la sua ex moglie e suo figlio.
Natale quell’anno giunse in ritardo.
Posted by Giuseppe Braga at 12:42 | Comments (0)
28.11.07
il ragno
di Giuseppe Braga
La luce batteva isterica frangendosi sullo stipite sverniciato. L’uomo aveva appena stabilito che era giunto il momento di prendere quella decisione tante volte rimandata. Si alzò dal letto e pose lo sguardo su sua moglie. Lei dormiva, soffiando sul cuscino tutta la sua innocenza. L’uomo aveva capelli bianchi e unghie sporche. Si sentiva esasperato e sconfitto. Una serie infinita di circostanze, una vita mancante. La donna mosse il collo e aprì impercettibilmente le palpebre. La luce invase la piccola stanza e investì entrambi senza riguardo. Seguì un colpo preciso e netto, selvaggio, crudo, troppe volte represso. Lei ora sembrava una statua esanime e sgradevole. Immobile come il materasso a molle sul quale era riversa. Un liquido denso e tragico stava scivolando sul pavimento. L’uomo restò in piedi, rigido, quasi svagato. Con un lembo del lenzuolo si pulì distratto le mani. Il suo sguardo era stato catturato da una ragnatela sopra la finestra. Tirò su col naso e deglutì. La stanza brillava del nitore del mattino. Lui prese a vagolare disordinato per la camera, incerto e rarefatto come un ragno. Quella stanza non gli era mai parsa tanto inadatta come in quel momento. Si sorrise addosso, metà luce e metà oscurità. In fondo, doveva ancora completare il lavoro. Alle sette in punto la sveglia iniziò a suonare. La salvezza era lontana.
Posted by Giuseppe Braga at 18:01 | Comments (0)
12.11.07
omaggio a Rino (ermetico ma solo all'apparenza)
Virus Hi-Tech (Chi è solo ogni tanto chi tutte le sere)
di Giuseppe Braga
È già una realtà il computer che sa leggere lo sguardo. Shangai sul treno tedesco, il Transrapid Superveloce Magnetico è il simbolo della voglia delle città di diventare un polo d'attrazione per i grandi operatori interessati a entrare sul mercato cinese.
Internet, la tua voce: silenzioso ma pervasivo il protocollo Ip che permette di parlarsi attraverso il computer sta rivoluzionando il mondo della telefonia. Il free-web darà utili a giugno. Ma il titolo balla, banchieri e analisti divisi sulle strategie. Gli utenti della Rete aumentano. Benvenuto, Domani! Il Nasdaq è senza pace, ma la diga Dow tiene. Silicon Valley, esilio dorato della Little Italy Hi-Tech. La cultura della ricerca e del lavoro di gruppo, la fuga dei cervelli. Concetti che faticosamente stanno passando anche da noi. Le strategie per favorirne il rientro. Retribuzioni in linea con gli Usa, flessibilità organizzativa e soprattutto Spin-Off. Hi-Tech spaziale a portata d'impresa. L'avvocato d'affari ritorna a far la mamma alle otto in punto. Marina S., 44 anni, è, su venti soci, l'unica Senior Partner donna della sede milanese della Law Firm P§A Software industriali, crescita a due cifre. Offerte all'incanto. Robot computer per CHI VIVE IN BARACCA i più piccoli. 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CHI TROVA SCONTATO e-Bay acquista iBazar. Una missione impegnativa: CHI COME HA PROVATO difendere dalle insidie il popolo della Rete. Cittadini.it intende aiutare tutti a utilizzare meglio le opportunità del cyberspazio. Joystick NANARANANA da battaglia, ma con la qualità Trust. Ecco il cellulare del futuro, un pocket Pc su rete. Lo Smartphone Z 100. CHI SOGNA I MILIONI CHI GIOCA D'AZZARDO reti ottiche iperveloci. Il Pc portatile diventa block notes digitale. Tutti al lavoro! Career book 2003 accorcia le distanze tra te e il mondo delle professioni, la guida di successo al mondo CHI GIOCA COI FILI del lavoro. Extreme Networks, azienda ancora poco conosciuta del CHI HA FATTO L'INDIANO Nasdaq che fornisce soluzioni per la banda larga su Internet. Fare shopping nell'E-Marketplace: una piazza virtuale dove CHI FA IL CONTADINO produttori/commercianti possono dialogare e fare affari CHI SPAZZA I CORTILI. La convenienza è assicurata. La rivoluzione (un'altra): i comuni sportelli perdono importanza e buona parte del personale bancario dovrà essere riconvertito a diverse funzioni. Si rendono necessarie nuove strategie di marketing. Viene da chiedere, chi è l'utente-tipo dell'E-Banking? Cultura medio elevata, età compresa tra i trenta e quarant'anni, buona conoscenza del computer, delle nuove CHI RUBA CHI LOTTA tecnologie e dell'utilizzazione di Internet: strumento, CHI HA FATTO LA SPIA ovviamente necessario per acquistare online. Con i Web Call Center si potrà dialogare sulla Rete. La sperimentazione è già partita. Ecco le principali novità nel trading on line: CHI E' ASSUNTO ALLA ZECCA E HA FATTO CILECCA tecnica fondamentale, macro, invio newsletter, metastock, sistema di sicurezza multicertifity, news con tool di ricerca, rilascio e rinnovo di CHI HA CRISI INTERIORI tessera multifunzione, CHI SCAVA e analisi NEI finanziarie giornCUORIaliere CHI LEGGE LA MANO CHI REGNA SOVRANO CHI SUDA CHI LOTTA CHI MANGIA UNA VOLTA CHI GLI MANCA LA CASA CHI VIVE DA SOLO CHI PRENDE ASSAI POCO CHI GIOCA COL FUOCO CHI VIVE IN CALABRIA CHI VIVE D'ONORE CHI HA FATTO LA GUERRA CHI PRENDE SESSANTA CHI ARRIVA AGLI OTTANTA CHI MUORE AL LAVORO CHI E' ASSICURATO CHI E' STATO MULTATO CHI VA IN FARMACIA CHI E' MORTO D'INVIDIA O DI GELOSIA CHI HA DATO RAGIONE CHI E' NAPOLEONE CHI GRIDA AL LADRO! CHI HA L'ANTIFURTO CHI HA FATTO DEI QUADRI CHI SCRIVE SUI MURI CHI REAGISCE D'ISTINTO CHI HA PERSO CHI HA VINTO CHI MANGIA UNA VOLTA CHI VUOLE L'AUMENTO CHI CAMBIA LA BARCA FELICE E CONTENTO CHI TUTTO HA PROVATO CHI TUTTO SOMMATO CHI SOGNA I MILIONI CHI GIOCA D'AZZARDO CHI SI TROVA IN TASCA UN MILIARDO CHI E' STATO MULTATO CHI ODIA I TERRONI CHI CANTA PREVERT CHI COPIA BAGLIONI CHI FA IL CONTADINO CHI HA FATTO LA SPIA CHI E' MORTO D'INVIDIA O DI GELOSIA CHI LEGGE LA MANO CHI VENDE AMULETI CHI SCRIVE POESIE CHI TIRA LE RETI CHI MANGIA PATATE CHI BEVE UN BICCHIERE CHI SOLO D'ESATE DISTRUGGE LE PERE CHI VIVE COL PADRE CHI FA LA RAPINA CHI SPOSA LA GINA CHI HA ROTTO CON TUTTI CHI VINCE A MERANO CHI CERCA PETROLIO CHI DIPINGE AD OLIO CHI CHIEDE UN LAVORO CHI MANGIA PATATE CHI BEVE UN BICCHIERE CHI FUMA CHI LOTTA
[milano, 2002]
Posted by Giuseppe Braga at 14:12 | Comments (0)
06.11.07
che cialtroni!
di Giuseppe Braga
che cialtroni che ho incontrato ieri sera, tanti cialtroni così non ne vedevo da anni così tanti tutti racchiusi in uno spazio così limitato e ristretto dal punto di vista strettamente della metratura quadrata intendo dire
ma se lo dico c’avete da credermi che io così tanti di quei cialtroni tutti insieme che sorridevano e che si davano pacche sulle spalle e che si annusavano tra di loro compiaciuti e invidiosi e rifatti e simpaticamente fasulli era da anni parecchi che non ne vedevo tutti insieme, già, ma questa la chiamano arte e perciò ci sta da ballare, io credo, ehilà eccola qui la bellezza dell’Uzbekistan, ehilà, eccolo qui l’artista concettuale, ma che dov’eri finito, tu, concettualmente, ma che, come, ma che non lo sai che sono appena rientrato da Los Angeles per la personale di quel giovane nipote quarantenne di mio cugino, ah già, che me la avevi spedita la mail con l’invito, ma che lo sai anche tu che io ero impegnato con l’allestimento e, e via di questo passo, anzi, andazzo, molto parecchio cialtronesco, concettualmente parlando, con un buffet che ci sarebbe stato da scoreggiarci addosso da quanto poco ci stava da mangiare, ma si sa, l’arte è fatica e digiuno, e con quei bicchieri di plastica del supermercato che non avrei mai immaginato di vedere in mezzo a tanti artisti di fama e non, in occasione di un tale vernissage prestigioso, che mi sarei aspettato piuttosto modestamente diciamo qualcosa di più chic, perlomeno, ecco, non dico tanto ma almeno quei calicetti smontabili di plastichetta trasparente, perlomeno quelli lì, già, ma si sa che concettualmente parlando le persone chic artistiche e un po’ sopra le righe, e sto proprio parlando dei cialtroni di ieri, ‘ste cose gli artistici cialtroni le fanno e ne fanno anche di peggio, s’è per questo, già che lo sappiamo, dai, ma che a me, pur interessandomi relativamente il mondo cialtronesco e artistico concettuale, quando mi avevano detto, a me, e qui non sto a dire anche se mi piacerebbe di dirlo, chi esplicitamente espressamente precipuamente me lo ha detto, a me, dai vieni anche tu, cioè io, ovvero me, dai vieni che ci sta un vernissage in un posto davvero trendy, molto fico, con gente da sballo, ecco, io me, dopo le prime titubanze, ecco, io mi sono fatto forza e ci sono andato anche se o forse proprio davvero per questo motivo qui, anche se era dalla metà degli anni novanta che non andavo a un vernissage, ecco, adesso che ci sono andato, ieri ci sono andato, posso dire che lascerò serenamente passare trascorrere altri parecchi molti precipui innumerevoli altri anni, che io assistere a spettacoli mostruosi e cialtroneschi del genere faccio volentieri a meno cioè se proprio devo mi accendo la tele e se voglio vedere mostruosità simili mi scanalo un po’ su e giù col telecomando che di mostri è piena la tele, così mi spavento un po’ e dopo spengo e vado a dormire e che invece io ieri ho pure dovuto fare la fatica di uscire di casa prima vestirmi poi cercare il parcheggio in quella cazzo di milano, il vernissage era a milano, dove oramai se non c’hai culo e ti dimentichi il gratta e sosta oramai il parcheggio te lo scordi ora e mai che riesci a parcheggiare con tutte quelle strisce colorate e che comunque dopo, la fatica che ho dovuto compiere m’è stata ripagata perché io alla fine un parcheggio anche se in sosta