05.02.08

Poet'astri [11.]

di Giuseppe Braga

Capitolo Cinque

Ero sotto la doccia. L’acqua calda lavava via il vomito rappreso. Lentamente si scioglieva anche il dolore, iniziavo a stare meglio. La sbronza mi era passata da un bel po’ e l’unica cosa che m’aveva lasciato in eredità era un terribile mal di testa. I muscoli si stavano allentando, il getto caldo mi rigenerava e mi stava aiutando a ricomporre i pezzi. Avevo riattaccato le tesserine del mosaico e quel che ne era uscito non era un gran bel mosaico. Scremate le varianti e i particolari più o meno superflui, chi ci aveva rimesso ero stato solo io.

Era semplice, banale come la tabellina del sei. Avevo perso quattrocentomila lire, i libri che avrei dovuto prendere non li avevo comprati e il pranzo me l’ero vomitato tutto sui calzoni. E adesso avevo bisogno di una mezza dozzina d’aspirine, che non avevo. Porca troia, ogni cosa era cominciata dal momento in cui avevo incontrato il Butteroni. Era una jattura, quello!
Mi distesi sul divano imprecando contro la sfortuna, pensando che avrei rinunciato volentieri ai miei soldi, piuttosto che rivedere quel presentatore da quattro soldi. Socchiusi gli occhi e sfinito mi addormentai. Feci un primo breve sogno orribile.
Ero crocefisso a testa in giù e Butteroni, vestito da Topolino, mi stava piantando dei chiodi nei piedi. Io tenevo gelosamente tra le mani la copia di un libro di poesie, che però non riuscivo a leggere perché aveva solo pagine bianche. Da un bidone della spazzatura iniziarono a uscire le parole del libro disarticolate tra loro. Un vento denso e caramelloso spazzava via ogni cosa e il primo sogno lasciava il posto al secondo, ancora peggio se possibile. Entrò in scena un corteo. Era un corteo composto da centinaia di persone che silenziosamente si avvicinavano a una bara. Erano dei frati o qualcosa di simile, perché avevano i capi coperti da grossi cappucci. Alcuni di loro in mano stringevano dei libri. Camminavano in fila, incolonnati due a due. Più che un corteo pareva una processione funebre. Nella bara, sotto un metro e mezzo di terra c’ero io, rivestito di polvere e scarafaggi. La lenta processione era giunta al termine. Si fermarono intorno alla fossa, si tolsero i cappucci e io potei vederli. Vidi i loro volti e fu così che li vidi. Erano in cerchio attorno alla buca e io li conoscevo tutti. Uno per uno. In prima fila c’erano loro, i miei genitori, ma non solo. C’erano i genitori dei miei genitori e i nonni dei miei genitori e i nonni dei miei nonni e i bisnonni dei miei nonni e i trisavori dei miei bisnonni e... erano più di cento ed erano tutti lì. I miei avi, l’albero genealogico al completo. Non ne mancava uno, per l’accidenti. Ognuno con in mano un libricino più o meno voluminoso, più o meno alto, più o meno pesante: Withman, Pavese, Rimbaud, Neruda, Baudelaire, Bukowski, Garçia Lorca, Ginsberg, Jim Morrison... li stavano buttando sopra la mia bara, se li strappavano dalle mani e li lanciavano con disprezzo nella fossa. Se ne sbarazzavano sdegnosamente. Gli scarafaggi ringraziavano, avrebbero avuto da leggere poesie per i prossimi cent’anni. Non era finita, gli avi intonarono un coro funebre che suonava all’incirca così:

Marco ricorda:
prima che la ferita diventi piaga
tu cerca di cambiar strada
poiché comunque vada
la poesia non paga
oh caro ricorda:
la poesia non...
la poesia...
la...

Venni svegliato dallo squillo del telefono. Come paralizzato, ancora dentro al sogno, non mi alzai dal divano e lasciai partire la segreteria.
“Pronto Margheritaaa, pronto rispondi! Lo so che sei in casa... rispondimi per diooo!” Clic.
Avevano sbagliato numero o forse stavo continuando a sognare, non capivo bene cosa stesse accadendo. Mi trascinai assonnato sul letto e mi ci stesi sopra. Mi risvegliai la mattina seguente. Stavo meglio, decisamente meglio. La testa non mi doleva più e mi sentivo fresco e riposato. Osservai l’orologio, avevo dormito ininterrottamente per sedici ore. Aprii la finestra e vidi il gelso. Sorrisi compiaciuto, convinto che la giornata che stava per cominciare sarebbe stata una buona giornata. Un pallido sole intiepidiva la stanza, l’autunno era alle porte ormai. Mi bevvi un caffè e mi mangiai un pacco di frollini scaduti da due mesi. Tanto se sei sano dentro sei sano sempre, mi ripetei un tot di volte sbadigliando. In rapida successione ripensai agli eventi della giornata precedente e cercai di riderci sopra. Ma non risi per niente e anzi mi sentii avvampare dentro le budella una collera cieca nei confronti del Butteroni.
“Ti spezzerei le ossa, se solo ti avessi per le mani, brutta canaglia!”
Poi ebbi un’intuizione che, solo più avanti, riconobbi decisiva. Mi rividi nel cortile mentre buttavo nella spazzatura i miei quaderni. Mi ricordai anche del primo breve sogno che avevo fatto la sera precedente.
“Ma qui devo intervenire prima che sia troppo tardi! Cazzo, quello è stato senza dubbio un segno premonitore...”
Uscii in mutande nel cortile e mi impegnai nella ricerca. Arrivai nel punto in cui si raccoglievano i rifiuti di tutto il vicinato, alzai il coperchio del bidone e fui sommerso da un’onda puzzolente. Era un lavoraccio, lo sapevo, ma l’avrei dovuto svolgere a ogni costo. Infilai metà braccio nel pattume e iniziai a rovistare. Bucce, frutta marcia, avanzi di carne, lische di pesce, gusci di uova, barattoli di conserve, tubetti di dentifricio, bottiglie vuote, frattaglie d’animale, un preservativo, verdure stracotte, lattine, un giornaletto dei testimoni di geova, una confezione di spaghetti, un depliant di un’agenzia immobiliare, due pannolini sporchi e, sotto un paio di vecchie scarpe, i miei quaderni! Eccoli finalmente! Come speravo gli spazzini non erano ancora passati. I miei quaderni! Li ritrovai in condizioni piuttosto decenti, dopotutto. Erano macchiati e puzzavano, ma non era certo un problema quello. Li avrei ripuliti con amorevole cura, pagina dopo pagina, riga su riga, parola per parola. Se fosse stato necessario, nel caso in cui l’odore micidiale che emanavano non si fosse dileguato ad esempio, mi sarei trascritto le poesie su altri quaderni, avrei riportato ogni frase con la dovuta devozione. Naturalmente a mano. Perché a me piaceva scrivere ed ero sinceramente innamorato dell’inchiostro nero sulla pagina bianca. Quel loro incontro ripetuto, ogni volta uguale, ma tutte le volte diverso, mi colpiva l’anima. Mi stordiva i sensi. Le parole inclinate un po’ a destra e scritte in stampatello - il corsivo non sapevo nemmeno cosa fosse -, le righe che sfilavano leggere una sull’altra e le virgole, le cancellature e le sottolineature, i segni neri sulle pagine bianche. Fogli immacolati, agnelli sacrificali immolati nel nome dell’arte! Che errore che avevo commesso buttandoli in quel modo. Il giorno prima poi, mica un anno fa. Che flagello, mi stavo separando dalle mie creature. Le stavo condannando alla morte. Che leggerezza imperdonabile. Loro erano le mie opere e sarebbero divenute immortali. Avrebbero guadagnato l’eternità passando per la porta principale! Non v’erano dubbi al riguardo. Nessun dubbio, no... io per lo meno dubbi non ne avevo. Tornai dentro e rilessi trattenendo il fiato (in egual misura per l’emozione e per la puzza) tutti gli scritti. Ero colmo di gioia e di nausea. Oh, come mi piacevano queste sensazioni contrastanti! Leggendo avidamente mi resi conto che non erano poi così male quelle composizioni. Erano buone anzi. “Chissà cosa m’è preso ieri, mah!”, esclamai quando ebbi finito. Le avrei soltanto ritoccate qua e là apportando piccole veniali correzioni. Niente di sostanziale perché lo spessore c’era, il genio anche e quindi... suonarono alla porta. Mi avviai ad aprire sperando non fosse il mio vicino di casa, noto rompicoglioni. Quel vicino lo detestavo. Lui e quel suo cagnolino in miniatura tisico che abbaiava in continuazione e che mi pisciava sulla soglia ogni mattina, non li sopportavo granché. E dalla sera in cui, tornando dal pub di Bruno ubriaco, gli avevo vomitato sull’auto (una BMW nuova di zecca), l’odio era diventato reciproco. Fortunatamente i rapporti erano ridotti al minimo. Anzi meno. Erano le undici e mezza di mattina. Quando girai la chiave e aprii la porta mi sgorgò feroce un latrato animalesco.
“Nooo!!! Tuuu!!! Che coraggio!!! Non ci credooo!!! Dimmi che non è verooo!!!”
“Caro ragasso che ti è preso ieri? Eravamo tutti in pensiero per te. Ti sembra quello il modo di andartene? Senza nemmeno salutare...”
“Maaa... come hai fatto a sapere dove abitooo???”
“Eh, caro ragasso, le vie del Butteroni sono infinite...”, disse lisciandosi i capelli inumiditi dalla brillantina.
Non lo feci finire e lo brancai per la camicia. La mia mossa parve sorprenderlo, lo vidi bloccarsi e sbiancare rapidamente. Gli urlai selvaggiamente nell’orecchio.
“Brutto sporco bastardo, rivoglio subito indietro i miei soldi, hai capito?”
“Maaa certooo ragasso mio... ero per l’appunto venuto... ma lascia che ti spieghi...”
“Ahhh, come sono incazzato! Aahh, ma come sono incazzatooo!!! Tu non sai come sono incazzatooo!!! Puttana merdaaa!!!”
Tenevo serrato forte il pugno e per un istante ebbi l’impulso di scaricarglielo addosso insieme a tutta la rabbia che avevo compressa nello stomaco. Fu solo un momento però. Lo stavo guardando con occhi sprezzanti e carichi di risentimento, pronto a sferrargli un destro micidiale, ma ad un tratto mi parve d’avere davanti un’altra persona. Lo vidi come non l’avevo mai veduto prima. Aveva le palpebre socchiuse e inumidite dalle lacrime, le rughe del viso sembravano più evidenti di come mi erano apparse il giorno prima e pareva essere invecchiato improvvisamente. Aveva un brutto colorito in faccia, un paio di brufoli maturi sulla fronte e l’alito che gli puzzava d’aglio. L’attaccatura dei capelli era molto alta, stava stempiandosi ai lati e la tintura nera stava andandosene rapidamente. Riuscivo a intravedere anche qualche capello bianco, inoltre era spettinato e aveva un lungo pelo ispido che gli fuoriusciva dall’orecchio mutilato. Stava malmesso, insomma. Sembrava un personaggio appena uscito da un film di Fassbinder. Mi fece pena. Provai compassione per quell’uomo che si stava avviando verso la vecchiaia in così malo modo. Guardai bene: gli mancava anche un bottone della giacca.
“Ragasso mio”, disse con voce tremolante attendendo una mia risposta che tardava ad arrivare.
“Marco scusa, ti prego lasciami spiegare.”
A quelle parole, era la prima volta in cui mi chiamava per nome, mollai la presa e rimasi zitto. Distolsi lo sguardo e lo soffermai su una formichina che stava trasportando un’enorme briciola di pane. Nel silenzio della mattina, come un temporale in lontananza, lo sentii singhiozzare sommessamente. Senza accorgercene eravamo entrati in una scena neorealista. A quel punto mi commossi anch’io e gli dissi di entrare.
Feci un caffè e gli chiesi di cominciare. Conoscendolo, lo pregai anche d’essere coinciso. Lo fu solo fino a un certo punto, infatti parlò per un’ora e mezza. Mi aveva abituato a molto peggio comunque. Attaccò così.

“Ragasso, ti voglio dire la verità, tutta la verità. Guarda che io a te ci tengo e sai perché? Perché tu mi sembri un tipo in gamba, una faccia pulita, insomma. Sai, nel nostro ambiente io ne ho viste di tutti i colori, non hai idea del marciume che…
E meno male che quasi subito ho conosciuto la Luisa. Una fortuna. Ho capito che era la donna giusta. Me la sono sposata la settimana dopo. Fu vero amore a prima vista e nel vero senso della parola. La vidi al cinema, che spettacolo, riempiva lo schermo. Sai, devi saperlo, eh sì, fino a qualche anno fa la mia Luisa non era così. Sì, voglio dire, ecco, così in carne come l’hai vista tu ieri, centododici chili… ma che ci vuoi fare, da quando ha smesso di fare film, ha iniziato a mangiare senza freni. Oh sai, una volta la Luisa faceva l’attrice. Film di qualità, film importanti, film di cassetta. Hai mai sentito parlare di Orgasmi Stellari o di A qualcuno piacciono ribollite? Hanno venduto molto anche nel mercato dell’home video. La gente vuole il sentimento e la passione. La gente vuole queste cose qui. E se tu, nelle grandi storie d’amore d’una volta, tu c’infili grandi tette, grossi culi e qualche pisellone che schizza qua e là, i giochi sono fatti. Lei era una grande professionista, lavorava e mi rendeva felice...
Ma poi quel marciume di cui ti parlavo... ah, quei maiali! Me l’hanno fatta fuori, la mia Luisa, hanno cominciato a non darle più le parti che meritava, l’hanno relegata a ruoli da comparsa e lei, il mio amore, m’è caduta nella depressione più totale. Ha abbandonato la carriera e si è chiusa in casa, anzi in cucina: voleva solo mangiare, solo mangiare, solo mangiare...
Io ho provato a farla ragionare, ma lei niente, si ostinava e si accaniva sugli arrosti e sulla pastasciutta... l’ho voluta nel mio programma, l’ho imposta alla produzione, ma poi mi faceva delle scenate insopportabili in diretta. Lei era una grande attrice e si sentiva sprecata in Fatti quotidiani...
Passammo dei brutti momenti, fu un periodo tremendo per entrambi. Decidemmo di comune accordo di lasciarci. Io scelsi la tv e lei si prese il frigo, ma da persone civili quali eravamo, non abbiamo mai litigato e siamo sempre riusciti ad andare d’accordo, nel bene come nel male, sempre. Coi soldi degli alimenti s’è comprata quell’appartamento in centro e l’ha risistemato, hai potuto vedere no? Ha tirato su una cosa carina... è stata brava, tutto da sola ha fatto. Poi ha chiamato qualche sua vecchia amica ex-attrice e ha messo in piedi l’attività. Devo riconoscerle che ha fatto un bel lavoro. Oh, anche ieri se devo dire, s’è comportata da dio. Si vede che è una grande professionista. Adesso sta meglio, l’hai visto anche tu che scoppia di salute. Non ha più problemi, chili in eccedenza a parte, e il cinema non le manca più. Io di tanto in tanto le porto qualche amico o conoscente e così ci facciamo delle belle rimpatriate...
Ieri credevo di farti una bella sorpresa e invece... ma con Tanny è andata alla grande, eh!? Birbantello, quella negretta è una favola e non puoi dirmi mica di no. Come te lo ciuccia lei non te lo ciuccia nessuno. A proposito, ero convinto di avere avuto una grande idea con quei costumi da Biancaneve, ma invece niente, mah! Non è che forse avresti preferito Cappuccetto Rosso?
Ti chiedo scusa figliolo, adesso che conosco i tuoi gusti vedrò di combinare meglio, se mai ci sarà una prossima occasione in cui... piuttosto, vorrei dirti il vero motivo per cui sono venuto...”

“Era ora”, pensai sottovoce. Era già trascorsa un’ora abbondante. Impostò la voce e, nel farlo, gli si accese quella luce strana negli occhi. Riprese a parlare.

“Tu adesso penserai senz’altro a quei soldi che ti devo, ma cosa vuoi che siano quelle quattrocentomila, suvvia... ascoltami, scordati di quei soldi per ora. Ti voglio dire una cosa che forse non sai, tu sei così giovane... i soldi nella vita non sono un cazzo e non servono a niente. Certo, non posso negarlo... belle macchine, belle donne, ma poi? No, dico: e poi? Guardami bene, tu sei una di quelle persone che non hanno bisogno di questo. Quelle sciocchezze lasciale ai mentecatti come me, ai poveri vecchi che si arrabattano dalla mattina alla sera per sbarcare il lunario, ai mercenari. Tu sei diverso, sei un artista, un vero artista! Io lo vedo e lo sento, io l’annuso nell’aria. Tu sei un poeta e i poeti non hanno bisogno di quattro soldi, i veri poeti ci cacano, sopra ai soldi. Io ti vedo e vedo nei tuoi occhi la fame... tu vuoi la gloria e la fama, altro che quattrocentomila lire! Io ti posso dare quello che stai cercando, io ti voglio aiutare. Ho deciso, io ti devo aiutare! E tu diventerai famoso! E dopo... ma sì, più avanti arriveranno anche i soldi, vedrai. Ma ti accorgerai ben presto che non ti porteranno felicità, perché tu vuoi altro, tu sei diverso... tu vuoi oltrepassare la vita. Io lo so che tu brami l’immortalità eterna!”

Sulle belle donne avrei avuto qualcosina da ridire, ma non so come, quelle parole mi colpirono profondamente. Cazzo, aveva centrato il bersaglio in pieno. Quel diavolo d’un Butteroni m’aveva convinto. Avevo abboccato di nuovo come una stupida triglia al suo amo. Mi sarei fidato ancora di lui perché m’aveva letto dentro, perché era riuscito a farsi largo tra le frattaglie, mettendo a nudo la mia povera anima. Ero nudo proprio come lo era stato lui ieri, sul letto della Luisa. Ed ero quasi pronto per farmi fottere di nuovo.
Rimase in casa mia fino a sera. Cucinai un piatto di pasta in bianco e lui andò a comprare un paio di birre, coi miei soldi. Ci bevemmo anche una bottiglia di porto che era quasi diventata aceto. A stomaco pieno si lesse con grande attenzione le mie poesie e i miei scritti, commentandoli entusiasticamente. Non ne capiva granché, ma ci metteva impegno. Ne recitò un paio a voce alta e sembrò quasi essere sul punto di commuoversi, ma non so se fosse vero. Alla fine con gli occhi lucidi si congratulò e si lasciò andare con l’entusiasmo di cui era capace.
“Ragasso mio, faremo grandi cose io e te, grandi cose!”
Ma siccome l’avevo già sentita, non mi impressionai troppo. Fu a quel punto che mi parlò per la prima volta di A.M.P. Prugnozzo dè Pastorini, dove A.M.P. stava per Aldo Maria Paola. Mi tremarono le vene ai polsi: il Prugnozzo dè Pastorini era il più grande e famoso poeta ermetico vivente. Deglutii e mandai di traverso la saliva. Cazzo conosceva davvero il Prugnozzo? M’alzai di scatto dal tavolo e mi diressi in fondo alla stanza. Stavo di fronte agli scaffali inebetito, eccitato, euforico e m’era venuto un singhiozzo nervoso. Allungai la mano e feci cadere inavvertitamente Il ritratto di Dorian Gray, ma proprio dietro al capolavoro di Oscar Wilde si celava il libro che cercavo. Eccolo. Ricordavo perfettamente giorno e luogo in cui lo comprai (c’ero andato insieme ad Amina, erano trascorsi tre anni). Era il suo libro più importante, quello che lo aveva fatto assurgere tra gli immortali.

ERMETISMI INEBRIANTI ED ALTRE POESIE
di A.M.P. Prugnozzo dè Pastorini

Ce l’avevo tra le mani e me lo stavo rigirando incredulo. Avrei conosciuto l’autore, il Grande Poeta Prugnozzo dè Pastorini. Baciai il libro, riverente ed estasiato, come se mi trovassi al cospetto di una bellissima donna dal fascino irresistibile. Lo soffocai di carezze e me lo strinsi al petto. Sospirai profondamente. Socchiusi gli occhi.
“Achi non scherzare su certe cose. Conosci davvero il Prugnozzo?”
“Ragasso mio, prepara il vestito migliore che hai perché domani a quest’ora siamo lì da lui a fargli leggere le tue poesie!”
“Eeehhh?? Veramenteee??? Maaa... come hai fatto a... come fai a conoscerlo?”
“Bello mio, col mestiere che faccio non è poi così difficile”, disse con un tono da divo dello star system hollywoodiano.
Ormai s’era liberato del tutto dei panni dimessi indossati la mattina ed era tornato a essere il vero Butteroni. Esagerato, tronfio, straripante e incredibilmente pieno di sé.

[11.segue]

Posted by Giuseppe Braga at 09:03 | Comments (0)

11.01.08

Poet'astri [10.]

di Giuseppe Braga

[qui tutte le puntate]

Stavamo comodamente sdraiati su un sofà, l’atmosfera satura d’incenso e le luci soffuse. Era una piccola sala d’ingresso di quello che pareva essere un appartamento piuttosto lussuoso. Quando eravamo entrati nel cortiletto del palazzo il portiere aveva accennato un saluto riverente verso Butteroni, il quale, aveva risposto con un sorriso ampio e complice. Dopodiché eravamo saliti in ascensore fino all’ultimo piano. Sul pianerottolo c’era venuta ad aprire una giovane mulatta vestita da domestica. Era una cerbiatta nera con due gambe stupende e con un culo da favola. Me ne innamorai all’istante.

“Prego accomodatevi. Chiamo subito la signora.”
Così entrammo e io m’adagiai sul sofà, mentre Butteroni si serviva, perfettamente a suo agio, al banco del bar. Mi chiese se volevo bere anch’io qualcosa, ma ancor prima della mia risposta si sedette al mio fianco porgendomi un gin tonic.
“Vai ragasso, che te l’ho fatto bello carico!”
“Ah sì? Non credo ce ne fosse bisogno...”
“Bevi, bevi, brindiamo a noi due!”
“Salute…”
“Alla tua, caro!”
Chiamarlo gin tonic non era propriamente corretto, visto che in quel bicchiere c’era solo gin. Comunque non questionai più di tanto, anche perché in quelle condizioni mi sarei bevuto molto di peggio. Ci scolammo i rispettivi bicchieri in pochi minuti e, sempre nell’attesa della signora, ce ne bevemmo un altro paio. Butteroni s’ingollava il contenuto dei bicchieri in un sorso, al massimo due, e sembrava tenerli benissimo. Era una bella spugna, altro che! Tra una sorsata e l’altra si guardava in continuazione intorno. Il suo sguardo insisteva verso la porta. Ormai era trascorsa più di mezz’ora da quando s’era infilata dentro la splendida cerbiatta nera. A quel punto cercai di mettere insieme una frase compiuta e gli chiesi.
“Scusa Achi, ma chi stiamo aspettando? Chi cazzo è questa signora? E che cos’è la sorpresa di cui mi hai parlato? Io mi sono rotto i coglioni di star qua ad aspettare... scusa se sono così diretto, ma me li sono rotti davvero!”
“E’ così che mi piaci caro mio ragasso... bello ruspante! Abbi ancora un po’ di pazienza e non te ne pentirai.”
“Ma Achi, io... io non ce la faccio a tenere gli occhi aperti, ho mangiato come un maiale e ho bevuto troppo. Mi sta venendo un sonno bestiale e poi devo andare a comprare i libri e... senti, io vado a casa e la sorpresa me la darai domani, dai... E per i soldi scendiamo al bancomat che...”
“Naaaa, fermo! Ti do un altro goccetto. Che ne dici di un white russian?”
“Mmh, veramente...”
“Bravo il mio giovine, bevi che ti fa solo bene!”
Mi lasciai convincere, in fondo stavo bevendo gratis. Così mi bevvi il white russian e dopo il white russian assaggiai un manhattan (cazzo se li sapeva fare i cocktail!) e poi mi fece degustare un bourbon d’annata e infine non ce la feci davvero più e svenni come un vecchio ubriacone sul sofà. Ero sbronzo a tal punto che mi sognai a letto insieme alla cerbiatta nera. Era un sogno fantastico, di quelli che capitano raramente. Eravamo in una stanza senza pareti. Il letto era di quelli ad acqua e le lampade creavano degli strani giochi di luce. Intravedevo altre persone intorno a noi due, ma erano lontani e non riuscivo a distinguerli bene. La cerbiatta m’aveva sbottonato i pantaloni e alzato la maglia. Mi teneva legate con una corda le braccia dietro la schiena. Io ero il suo oggetto personale, il suo gioco preferito. Mi stava massaggiando il sesso duro con entrambe le mani, mentre con la sua lingua morbida mi vellicava la pancia. Indossava solo la sua pelle di velluto nero. I seni parevano scolpiti nel marmo e le natiche erano tonde come cupole rinascimentali. Il piacere che mi provocava era fantasticamente reale e il bello doveva ancora venire. Stancatasi del mio ombelico, s’era avvolta nella sua bocca calda e umida il mio ridente salame... oh cazzo!, che gran lavoratrice di lingua. Me lo stava blandendo e mordicchiando con una tale grazia che... puttana miseria che pompino! Diavolo, se sembrava vero! Il piacere mi stava salendo alle cervella e tra poco sarei esploso come un geyser. Ma la faccenda più surreale del sogno stava per arrivare. A un certo momento gli uomini che stavano nella stanza si erano avvicinati al letto e avevano iniziato a menarsi a vicenda i loro salamoni, sventolandoli come bandiere al vento. Risultato finale: gridolini assortiti e getti a volontà. Che sogno strano, pensai nel sogno. Il mio bel salamotto era ormai giunto al punto di cottura, un’ultima spremutina e oplà... forzaaa a tavolaaa! La cerbiatta al dunque, si bevve avidamente la mia bibita calda fino all’ultima goccia. Mi diede una tastatina e una leccatina alle palle e per finire m’infilò il dito medio nel culo. La cosa ci divertì e così iniziammo a ridere entrambi. Le vedevo brillare i denti – bianchissimi – sulla pelle nera, soda, lucida. Gli altri uomini erano spariti e le luci s’erano abbassate gradatamente. Io mi sentivo cerchiare la testa da una catena. Lentamente svanì ogni elemento e fu solo oscurità. Mi risvegliai sul sofà e mi accorsi che Butteroni non c’era più. Mi sentivo confuso e svuotato. Cercai di alzarmi, ma la testa mi girava troppo. Mi risedetti. Si aprì la porta e ne uscì la mulatta. La guardai e non ci misi molto per accorgermi che s’era cambiata d’abito. Adesso indossava un vestitino corto aderente che le lasciava libere le gambe. Era d’una bellezza spettacolare, non avevo altre parole per descriverla. Una cerbiatta senza limiti. Rimasi incantato a contemplarla. Lei mi sorrise maliziosa e mi fece, con voce calda e suadente.
“E’andato tutto bene?”
“Ce... certo, i cocktail erano fa... favolosi... av... avete un bar molto fo... fornito”, le dissi balbettando con la bocca impastata.
Lei a quelle parole si mise a ridere divertita e così facendo mi mostrò la sua splendida dentatura bianca. Io ebbi, immediato come un lampo, il ricordo del sogno appena fatto e arrossii selvaggiamente. Lei rise di gusto e mi rispose garbatamente.
“Non preoccuparti, capita a tutti. È la prima volta che vieni qui?”
Non le risposi, non riuscivo a capire a cosa si stesse riferendo e poi perché mi dava del tu se prima mi aveva dato del lei? Non ci conoscevamo, no? Quindi, sempre più in confusione e sempre più ubriaco, le chiesi che fine avesse fatto Butteroni.
“Ah, ma certo. Il tuo amico è di là che ti aspetta. Vuoi seguirmi?”
Mi alzai con approssimazione e le andai dietro. Il suo culo era meglio di una bussola. Oltrepassata la porta si accedeva a un corridoio stretto, illuminato soltanto da alcuni candelabri. Il pavimento, in listoni di legno scuro, a ogni nostro passo scricchiolava sinistro. Passammo davanti ad alcune porte, ognuna dipinta con un colore diverso dall’altro, ma tutte chiuse. Alle pareti erano appese delle stampe orientali, per lo più raffiguranti uomini e donne nudi in posizioni piuttosto esplicite. La cerbiatta si fermò dinanzi a una porta color verde marcio e disse.
“Beh, siamo arrivati. Bussa pure tu, io vado. Ci sono delle persone che mi aspettano. Ciao bellino, spero di vederti ancora.”
Le avevo fatto colpo? Mentre ronfavo ubriaco? Bah!!!
Bussai, mi sentivo spaesato e fuori luogo, ma bussai.
“Eccomiii...”, era la voce di Butteroni, non avevo dubbi al riguardo.
Attesi all’incirca un minuto, la porta s’aprì. L’interno della stanza era completamente buio. Sentii ancora la sua voce invitarmi a entrare. Varcai la soglia titubante e subito dopo, la porta si richiuse alle mie spalle. Feci qualche passo a tentoni, ma non vedevo nulla. Brancolavo incerto e confuso, quindi chiesi.
“Scusa Achi dove sei? Non vedo niente... non potresti accendere la luce?”
Udii dei gridolini e delle risatine trattenute a forza, poi mi sentii strizzare le palle, ma ormai c’ero quasi abituato. Emisi un grido sordo. Altre mani mi stavano frugando, voluttuose e languide, tra le gambe e sotto le ascelle, sul petto e sulle natiche. Sentii il clic dell’interruttore e la prima immagine che vidi fu quella di Butteroni seminudo sdraiato su un letto a baldacchino con una cicciona stesa al suo fianco.
“Ciao ragasso bello come stai? Ti piace la sorpresa?”, gracchiò sguaiatamente, prima di scoppiare in una fragorosa risata. Non capii immediatamente. Mi voltai di lato e mi vidi riflesso in un grosso specchio. Ero attorniato da tre Biancaneve che mi tastavano da cima a fondo. Rimasi in contemplazione, immobile come se si trattasse di un’opera d’arte pop o come se stessi in posa di fronte a un fotografo. Mi sentivo estraniato dal corpo e mi vedevo in un’altra dimensione. Ma cazzo... ero il principe azzurro o uno dei sette nani? Butteroni e la grassona si sbellicavano dalle risate.
“Bravo ragasso, vai così che vai bene... ascoltami bello, ti ho mai parlato della mia signora? Mi pare di no... e allora te la presento adesso. Lei è la mia cara mogliettona, la mia bella Luisa. Anche lei lavora nel mondo dello spettacolo, sai? Ma è tutto un altro genere però... poi magari ti dico.”
“Piacere...”, dissi con un filo di voce.
“Oh cocco di mamma, il piacere è tutto mio!”, mi rispose la grassona con un vocione da baritono, adagiata completamente nuda alla destra di Butteroni, anch’esso con il culo all’aria. La donna aveva un viso tondo e grasso come un cavolfiore bollito e il suo corpo era molle e flaccido come un budino alla crema andato a male. Aveva delle mammelle elefantiache che giacevano pesanti sul letto. Con le grosse mani giocherellava compiaciuta con l’uccello del Butteroni, il quale, tanto per non restare con le mani in mano, era impegnato a impastarle l’immenso culone, neanche fosse un pizzaiolo di Mergellina. Entrambi tenevano i loro occhi golosi fissati su di me. Sembrava che li eccitassi e che li divertissi al contempo. Ero l’attrazione, l’orso del circo, la tigre che salta nel cerchio di fuoco, ma forse mancava ancora qualcosa. Butteroni voleva una degna colonna sonora. La Luisa allungò la mano e accese un registratore che stava vicino al letto. Partirono le note d’una indimenticabile hit del ‘78 di Alan Sorrenti. Entrambi si misero a cantare: “Dammi il tuo amore non chiedermi niente, dimmi che hai bisogno di me. Sei sempre mia, anche quando vado via, tu sei l’unica donna per me... tu sei... tu sei... Quando il sole del mattino si sveglia non lasciarmi andare via...”
Come risvegliatomi da un incubo, ripresi coscienza. Mi riguardai nello specchio ed emisi un grido di disgusto. Avvinghiate attorno a me c’erano tre donne sulla cinquantina vestite da Biancaneve, ma non era quello il problema. M’avevano sguainato il dolce arnese e se lo palleggiavano come fosse un birillo, disinvoltamente, l’una con l’altra. Non contente mi sussurravano, sbavandomi con la loro saliva appiccicosa, nelle orecchie:
“Bel maialino vuoi giocare con noi? Vuoi giocare con noi? Preferisci essere Brontolo, Nannolo o Pisolo? Vieni, su vieni a cercare la mela... lo sai che è buona! Non hai fame porcellino?”
Ero esterrefatto, sì, esterrefatto rende l’idea. Cercai di divincolarmi, ma non avevo forze sufficienti. Non ero mai stato un uomo vigoroso, inoltre la sbronza m’aveva reso ancora più debole. Ero in trappola, prigioniero di tre fameliche Biancaneve uscite da chissà quale film del cazzo. Senza tregua s’erano insinuate in me, dentro la maglia, sotto i pantaloni, tra le mutande. Sentivo le loro mani calde su tutto il mio corpo. Ovunque fosse umanamente possibile andare, loro frugavano indiscrete e lussuriose. Erano mani esperte, mani che appartenevano a professioniste del settore, mani che sapevano cosa e dove andare, mani che mi solleticavano con grazia, poi mi palpavano sicure e mi stringevano amabilmente a loro. Mani raffinate, mani fatate per l’appunto. Nonostante la loro delicatezza, ineccepibile a onor del vero, io mi sentivo assediato e in pericolo. Ero a disagio, quelle mani non mi davano respiro. A un tratto sentii dei rumori giungere dal letto, alzai lo sguardo e vidi con raccapriccio la Luisa e il Butteroni impegnati in un acrobatico esercizio di sesso orale. Era troppo. Dovevo assolutamente inventarmi qualcosa, non potevo soccombere dinanzi a tre cartoni animati in prepensionamento ed essere deriso da due residuati d’avanspettacolo. M’ingegnai, feci ricorso alle mie energie e partendo dall’asserzione che la miglior difesa è l’attacco, iniziai a pizzicare le mascherine in vari punti del corpo. Non cercavo le loro zone erogene o i loro, più o meno nascosti, punti G. Speravo altresì, di trovarne i punti deboli. Le volevo distrarre, neutralizzare e miracolosamente riuscii nell’intento. Il mio astuto solletico produsse quasi immediatamente gli effetti sperati. Cominciarono a mollare la presa e iniziarono a ridere sempre più convinte. Il mio salamotto stava riacquistando la libertà. Io le sfioravo la pancia e l’interno delle cosce (una zona favolosamente divertente) e loro si contorcevano divertite, passavo i polpastrelli sui loro sederoni tondi e un po’ flaccidi e loro impazzivano di gioia... ero quasi salvo! Raccattai le mie ultime forze e, con un gesto atletico non indifferente, mi aprii un varco. Puntai direttamente la porta e senza troppi complimenti stesi la Biancaneve che mi stava dietro con una gomitata ben assestata. Con tre balzi felini arrivai ad agguantare la maniglia. Avevo i pantaloni ad altezza delle caviglie, ma non m’importava un’uscita di scena di gran classe. In quel momento c’era da portare il culo a casa. Mi voltai solo un attimo: due Biancaneve si sbellicavano dal ridere, la terza rantolava tenendosi lo stomaco come un cane rognoso e Butteroni era appena venuto in faccia alla Luisa e ululava come un lupo solitario e spelacchiato. Trattenni a stento un conato e richiusi dietro di me la porta, ma quando fui a metà corridoio non resistetti e mi vomitai nei calzoni.

Camminavo nelle vie del centro ed emanavo un tanfo schifoso. I pantaloni me li ero puliti alla meno peggio, ma s’erano impregnati a tal punto che puzzavano in maniera indecente. Le persone cambiavano marciapiede e mi lanciavano occhiate piene di disgusto. Io cercavo di darmi un tono, mi ero acceso una sigaretta e guardavo per aria disinteressandomi dei passanti. Capii che non era proprio giornata quando calpestai una merda di cane. Mi si appiccicò molliccia alla suola e mi venne quasi da piangere. Perché la vita mi si accaniva contro in quel modo? Cosa avevo mai fatto di male per meritarmi tutto questo? Esisteva una via di salvezza anche per me o per caso ero finito in un labirinto senza uscite? Maledissi Butteroni. Maledissi Walt Disney. Maledissi la vita. Per un istante nella mia mente transitò il pensiero di Amina e non riuscii a trattenere il pianto. Iniziai a correre disperato. Avrei voluto scomparire all’istante dentro un tombino e ritrovarmi dall’altra parte del mondo con lei, felice, spensierato, ricco e famoso. E con i pantaloni ben asciutti, soprattutto.


[10.segue]

Posted by Giuseppe Braga at 17:35 | Comments (0)

19.12.07

Poet'astri [9.]

di Giuseppe Braga

Non riuscivo a spiegarmi ciò che era avvenuto, ma qualsiasi cosa fosse successa era stata parecchio strana. Avevo i muscoli del corpo impastati e induriti, un principio di formicolio mi stava facendo perdere sensibilità alle mani e ai piedi. La gola mi si era del tutto seccata. Ero come sotto gli effetti di un acido. Stavo barcollando, la testa mi s’era rivolta verso il cielo – autonomamente – facendomi schioccare le ossa del collo. Scrutavo nel buio e vedevo la luna. Galleggiava velata nella notte e pareva una fetta di limone in un bicchiere di coca-cola sgasata. In bocca mi sentivo un retrogusto aspro. Vidi cadere una stella e senza comprenderne il motivo, caddi anch’io.

Mi risvegliai il mattino dopo, lo sferragliare di un trattore che spandeva letame mi contagiò orecchie e narici. Avevo un gran mal di testa e non ricordavo praticamente nulla della sera precedente, anzi mi meravigliai del fatto di essere venuto a dormire in un posto del genere, senza nemmeno un sacco a pelo o una coperta. Ero bagnato dalla testa ai piedi, la rugiada m’aveva ricoperto d’uno strato leggero di goccioline. Mi rassettai alla bell’e meglio e tornai verso casa. In testa mi frullavano dei pensieri confusi, rivoltati sotto sopra. Camminando mi sforzai di fare chiarezza e mi tornarono vagamente alla memoria un piatto di pasta fredda (!), un ammasso di spazzatura maleodorante e un ragionamento piuttosto lungo e articolato che feci a proposito della mia carriera artistica... ah, ah, adesso ricordavo. C’era una cosa che dovevo fare quel giorno, andare in libreria. C’erano dei libri da acquistare al più presto. Mi lavai, bevvi un caffelatte e mi diressi con l’auto nella libreria più fornita della città. Volevo avere la più vasta scelta sulla materia. Arrivai che non era ancora aperta e dovetti aspettare mezz’ora fuori. Per ingannare il tempo entrai in un bar, ordinai un caffè e mi feci un elenco sommario dei libri da prendere. Mi accorsi rapidamente che l’argomento era parecchio ampio e che avrei dovuto acquistare molti volumi, ma non me ne curai perché mi tornò alla mente una frase che ripeteva spesso mia madre.
“Ricordati Marco che i soldi spesi per leggere sono sempre spesi bene.”
Forte di questa sicurezza compilai l’elenco. Arrivarono le nove e mezzo e il negozio aprì. Mi infilai sicuro e deciso e presi con me un cestello. Avrei fatto una bella spesa, c’era da giurarci. Per primo visitai il reparto Psicologia e Psicanalisi, dove arraffai tanto per cominciare un paio di testi sull’Autostima e sui disturbi della personalità, poi presi una mezza dozzina di libri sull’Autocoscienza, sull’Autoanalisi e sull’Auto-concentrazione. Non potei esimermi dal prendere il testo sull’Interpretazione dei sogni di Freud (banale ma necessario, pensavo, vista la mia abbondante attività onirica, notturna e non). Infine venni catturato dal titolo di un volume che mi dava l’impressione d’essere molto accattivante: “L’io e l’inconscio, questi nostri sconosciuti”. Infilai nel cestello anche quello. Mi spostai quindi nel reparto Nuove Culture e Filosofie Orientali. Anche qui trovai titoli alquanto interessanti, come: “Lo zen e l’arte di convincere”, “Yoga, ieri oggi e domani” e “Perdenti si nasce, Vincenti si diventa”. Riempivo soddisfatto e avevo la sensazione di essermi reincarnato in una casalinga del lunedì mattina, impegnata col carrello nelle corsie di un supermercato. Al posto delle conserve, dei pannolini e dei surgelati io invece facevo incetta di libri. Riflessologia plantare, Grafologia, Meditazione statica e dinamica, Pensiero Positivo, Shiatsu, Tai Chi Chuan, Ecologia della mente, vita oltre la vita, morte neanche a parlarne, meglio Meditare oggi che Mendicare domani... avevo il cestello stracolmo e non ci sarebbe stato nemmeno un tascabile mille lire, ma avviandomi verso l’uscita vidi un libro in offerta sugli Angeli e non me lo feci scappare. Me lo misi sotto braccio e mi dissi:
“Non si sa mai come vanno ‘ste cose, meglio informarsi a trecentosessanta gradi.”
Col mio cestello strabordante libri (saranno stati una ventina), mi diressi verso la cassa. Era trascorsa più di un’ora da quando ero entrato e il negozio adesso era affollato. Mi ero accodato in fila dietro a una signora molto elegante e con un paio di gambe piuttosto interessanti, quando a un tratto la mia attenzione si era spostata verso un tizio alto e robusto che si era messo a questionare a voce alta con un giovane commesso. Quell’uomo aveva un’aria vagamente familiare. Lo vedevo di spalle mentre gesticolava. Compiva movimenti ampi con le braccia e in mano stringeva una rivista. Sentivo distintamente, così come stavano sentendo tutti all’interno della libreria, ciò che diceva, anzi urlava:
“Caro il mio ragasso tu forse non sai chi sono io! E forse è meglio così, ma attento bello perché io non scherzo mica sai? Voglio parlare subito con il direttore, capito?”
“La prego non gridi così. Le ho appena detto che il direttore non c’è e che in ogni caso non potrebbe risolvere il suo problema. Noi quelle copie le dobbiamo esporre.”
L’uomo con in mano la rivista pareva imbestialito: “Cazzo! E ridico: CAZZO! Voi dovete assolutamente toglierle dal banco. Tutteee!!! Io vi querelo, intesi? Qui si tratta di diffamazione, lo ha detto anche il mio avvocatooo!!!
“Cerchi di ragionare, questo numero di “GENTE COME VOI, pettegolezzi ed altro dal mondo dello spettacolo” non lo vendiamo solo noi. E’ in vendita ovunque, cosa vuol fare, il giro di tutte le edicole e librerie?”
“Ci puoi giurare ragassino! Le farò sparire una a una, a costo di andare sul lastrico! Voi non potete... aahh!, la mia privacy, la mia dignità di uomo e d’artista... aahh, ma perché proprio a me? Come sono sfortunato! Sono rovinato, la mia carriera è finitaaa! Ma io vi denuncio tutti, io vi querelo, io vi mando la finanza...”
Il giovane commesso cercava di ricondurlo alla ragione con un tono conciliante.
“Su forza, cerchi di calmarsi. Dopotutto apparire sulla copertina di “GENTE COME VOI” potrebbe anche giovare alla sua attività e poi... ha visto che belle foto ci sono all’interno?”
“Diavolo d’un diavolo, adesso vuoi venirmi a spiegare le leggi dello spettacolo? A meee? Mi pigli per il culo? Ma allora non hai ancora capito chi sono, tu non hai la minima idea di quello che io ho fatto nella mia vita, sbarbatello dei miei coglioni! Io lavoro in televisione da trent’anni, stronzetto! Trent’anni hai capitooo? Ho fatto cose che voi giovani ve le sognate! E adesso per colpa di una stronza fulminata di merda che si è bevuta il cervello devo vedere compromessa la mia carriera? Nooo!”
“Suvvia, provi ad essere ragionevole...”
“Nooo, io non ci sto!”, e così detto, aveva preso in mano tutte le riviste che c’erano sullo scaffale e cercato di uscire dalla libreria. Senza passare dalla cassa naturalmente.
I due addetti alla sorveglianza, che fino a quel momento se ne erano stati buoni buoni (come tutti gli altri clienti della libreria) a gustarsi quella scena d’avanspettacolo imprevista, non poterono a quel punto esentarsi dall’intervenire. Lo bloccarono dopo due metri e gli fecero riappoggiare il plico delle riviste. Non ci fu bisogno di ricorrere a violenze di nessun tipo. L’uomo con le riviste capì immediatamente cosa fare. Bastò il gesto deciso e perentorio di uno dei due addetti alla sorveglianza e l’uomo desistette. Fu una scena triste. Forse perché i due erano grossi marcantoni palestrati alti due metri o giù di lì e con due mani da far spavento. O forse no, chissà. L’uomo si accasciò a terra tra il brusio generale e rimase seduto in silenzio su una pila di copie dell’ultimo capolavoro di Bruno Vespa. Lo guardavo con curiosità crescente. Fino a quell’istante non ero riuscito a vederlo in faccia poiché nel corso della disputa mi aveva sempre rivolto le spalle, eppure ero convinto di averlo già visto da qualche parte. Racchiudeva in sé qualcosa di familiare. Uscii dalla coda e gli andai più vicino. Quando gli fui alle spalle, a circa mezzo metro, l’uomo si voltò di scatto. Capii in quell’istante. Capii di non aver avuto un’idea brillante, ma lo capii troppo tardi, puttana miseria. Riuscii a dire solo: “Oh cazz...”, perché mi interruppe subito. Mi prese per un braccio e mi tirò a sé con forza. Aveva gli occhi arrossati e le guance rigate da grossi lacrimoni. Attaccò con voce melodrammatica, come se stesse recitando in una telenovela brasiliana.
“Sono un uomo distrutto e la mia carriera è finita, non ho più dignità... sono costretto a subire in questo modo, hai visto, ma perché doveva accadere proprio a me? Cosa ho fatto per meritarmelo? Avevo una trasmissione fantastica, un pubblico che mi amava incondizionatamente... anni e anni di sacrifici per mettere in piedi una televisione, per crearsi una credibilità a livello regionale. Ero quasi pronto per il salto al nazionale, sai? Ci avevano promesso il satellite e invece sono diventato famoso per colpa di quella stronza. Io volevo le copertine per i miei meriti televisivi, per le mie indimenticabili trasmissioni, per il mio talk-show e invece guarda qui, guarda... non è possibile, non è vero, dimmi che non è verooo...”
Quello che mi stava parlando era un ultra cinquantenne disperato e affranto, ma ben abbronzato, con la mascella deviata e un lobo in meno. Cazzo era proprio lui! Mi stava mostrando piangente la copertina di “GENTE COME VOI” che lo ritraeva a terra in un laghetto di sangue. In primo piano una tizia con una tunica macchiata di rosso gli aveva appoggiato un piede sullo stomaco e aveva le braccia levate al cielo in segno di vittoria. Sullo sfondo si intravedeva un quarantenne capellone schiacciato da quattro sedie. Ebbi la sensazione di un déjà vu. Ecco cosa c’era scritto nel breve richiamo a piè di pagina:

FINALMENTE LE FOTO INEDITE DI QUELLA INCREDIBILE SERATA!
Achille Butteroni, noto presentatore di una tv locale, che soccombe sotto i colpi
della sua ospite. Lei è Betty Ramazza, un nome di cui sentiremo ben presto parlare.
RIVELAZIONI E IMMAGINI SENSAZIONALI!
Alle pagine otto, nove e dieci troverete le interviste in esclusiva a tutti i protagonisti.
E intanto la gente di Como e dintorni si chiede: che fine ha fatto il Butteroni?

Cazzo, lo sapevo io che fine aveva fatto... ce l’avevo davanti, puttana merda!
Finito il monologo si riebbe e mi guardò strizzando gli occhi. Si asciugò le guance e mi disse in tono confidenziale.
“Ascolta, ma noi per caso ci siamo già incontrati? Hai un volto conosciuto ragasso...”
Io cercai una via d’uscita elegante e gli dissi che sì, c’eravamo già visti a una sua trasmissione, ma molti anni prima e che mi dispiaceva per quello che gli era capitato, ma in quel momento dovevo proprio andare poiché ero molto in ritardo. Cercai di accomiatarmi, ma lui continuava a tenermi per un braccio e a rimuginare.
“Ma io ti ho già visto... ma dov’è che t’ho visto... sai, non per dire, ma io ho una memoria visiva eccezionale e riconosco le persone anche a distanza di anni e tu... scusa, ma com’è che ti chiami?”
Qui commisi l’errore fatale. Avrei potuto inventarmene a centinaia di nomi, che dico a centinaia, a migliaia!, ma invece dalla mia bocca cazzona uscì quel che non sarebbe dovuto uscire.
“Ma certo, certo... tu ti chiami Marco Tosoni! Tu sei il giovane poeta! Eri ospite quella sera... per la miseria che combinazione incredibile! Oh mio dio, oh mio dio, ma chissà cosa penserai di me adesso! Oh mio dio! Voglio spiegarti bene cos’è successo. Forza ragasso aiutami a rialzarmi e lascia che ti spieghi tutto.”
“Mah... scusi... vede... io... veramente… dovrei...”
“Carissimo per l’amor del cielo dammi del tu! E da ora in avanti chiamami Achi, per favore. Adesso ascoltami figliolo, usciamo immediatamente da questo schifo di negozio...”, e proseguì alzando il tono della voce, in modo da farsi sentire dal personale e dagli avventori, “...che non ci meritaaa, nooo... che non sono degni di avere tra i loro clienti due artisti come noi! Perché lui è un artista, sapete? E’ un Poetaaa cari miei! Non ci vedrete più! Siamo disgustati, non metteremo mai più piede qua dentro! Vero ragassooo???”
Abbozzai un sorriso tirato e gli feci un mezzo cenno di approvazione. Ero rosso di vergogna e ricurvo su me stesso. Avevo addosso gli occhi di tutta la libreria, mi sentivo persino osservato dai gialli Mondadori. Al mio fianco Butteroni invece sembrava essersi ingigantito. Era l’assoluto padrone dello spazio ed era felice di essere di nuovo al centro dell’attenzione. Raggiante per questo suo show improvvisato, proclamò.
“E allora ragasso, butta via questo ciarpame di libri perché a te non ti servono mica. Tu li devi scrivere i libri, non comprarli e men che meno qui! Capitooo???”
“Ma...”
Mi strappò di mano il cestello, lo fece cadere sonoramente per terra e poi disse solenne, fiero di quel suo gesto: “E ora sì... ce ne possiamo anche andare!”
“Mi scusi ma... e i miei libri?”
“Niente scuse e niente ma. Forza ragasso usciamo!”
Fui letteralmente trascinato fuori senza avere il tempo di spiegare o dire alcunché.
Mi ritrovai sulla strada a braccetto con quell’uomo alto e robusto e che parlava a raffica senza prendere fiato.
“Ragasso, ti va di fare quattro passi?”
Non gli risposi neppure, tanto era uguale, aveva già deciso lui. Così iniziammo a passeggiare diretti verso il centro. Mi raccontò della sua vita. Dalla nascita ai giorni nostri. Era un fiume in piena esondazione. Dopo aver parlato per circa due ore ininterrottamente, ero venuto a conoscenza di ogni dettaglio riguardante la sua vita. In compenso non avevo la minima idea di quanti chilometri avessimo fatto. D’un tratto si fermò, guardò l’orologio e mi chiese se per caso non avessi fame. Provai a rispondergli, ma non feci in tempo.
“Ah, lo sapevo io! Sai, quando si cammina viene sempre appetito! Forza ragasso adesso ti porto io in un bel posticino. Tra l’altro è proprio qui dietro l’angolo.”
Era più forte di me, non riuscivo a staccarmelo in nessun modo. Mi teneva brancato per un braccio da due ore e ancora non mi aveva mollato un istante. Peggio di un mastino napoletano affetto da logorrea. Ero fiaccato nello spirito e nel morale e avevo i piedi gonfi. Mi guardavo in giro desolato e rassegnato, sperando che venisse colpito da una punizione divina, tanto improvvisa quanto devastante. Non chiedevo la luna, solo la perdita totale della voce, ma erano solo vane speranze, perché Butteroni pareva una corazzata indistruttibile.
Impiegammo un altro quarto d’ora buono prima di giungere al ristorante. Si trovava in una stretta via del centro e aveva una piccola insegna al neon lampeggiante. Indugiai nel guardarla: “DAL GHIOTTONE”, questo era il nome che brillava a intermittenza. Non ricordavo d’esserci mai stato e del resto non frequentavo abitualmente i locali di quella zona, troppo costosi per le mie tasche. Al mio fianco Butteroni mi fece l’occhiolino come per dire, guarda dove ti ho portato, ed entrò tirandomi per la manica. Appena entrato salutò i camerieri come se fossero vecchi amici. Loro, i camerieri, non se lo filarono. Ci accomodammo a un tavolino nel cortile interno, sotto un pergolato di glicine. Dovevo ammettere che il posto era molto raffinato e signorile e i profumi che giungevano dalla cucina erano davvero squisiti. Pensai che non tutti i mali venissero per nuocere e anzi ero stato fortunato nell’incontrare il Butteroni, quel giorno. Dopotutto, a ben vedere, mi sarei fatto una bella mangiata e bevuta a spese sue e poi, dopo aver digerito con un bell’amaro della casa, mi sarei congedato con stile (e questa volta, se me l’avesse mai chiesto, gli avrei dato un indirizzo falso) e infine me ne sarei tornato in libreria (mmh... magari un’altra) a prendere finalmente i miei libri. Meglio comporre con la pancia piena, cazzo!
“Ma sì... godiamocela ‘sta vitaccia e facciamoci ‘sta bella magnata!”, esclamai appena arrivarono i menù. Tra un risotto alla milanese e un petto di pollo in agrodolce mi venne in mente che era da parecchi giorni che non pranzavo in modo decente e che questa era l’occasione buona per darci dentro. Arrivò quasi subito un anziano cameriere in divisa. Butteroni sembrava avere idee molto chiare. Ordinò due primi, tre secondi e decise anche i vini. Io lo lasciai fare e quando il cameriere rivolse lo sguardo su di me, per non voler essere da meno, iniziai.
“Sì... comincerei con un antipasto misto di pesce, poi vediamo, sì, per primo gradirei questi gnocchetti al sugo di noci e questi tortelloni con ripieno di spinaci e ricotta. Bene, passerei ai secondi adesso. Ah sì... tagliata di manzo con rucola e grana e un piatto di patate al forno... sono quelle novelle vero? Ah sì... bene, bene... per finire un dolcino, vediamo un po’, la crostata ai frutti di bosco può andare. Per ora può bastare, grazie.”
Il cameriere si fregava le mani, due clienti del genere non li vedeva da parecchio. Butteroni dopo qualche minuto di relativa calma, appena si allontanò il cameriere, riprese a sputare parole ad altezza uomo.
“E bravo il nostro poeta, hai fame eh? Birbantello! Comunque fai bene sai, qui si mangia da dio, te lo garantisco. Tu non hai idea di quante belle scorpacciate ci ho fatto. E c’ho portato un sacco di gente, io... intendo dire gente importante, non mezze tacche. Attori, uomini dello spettacolo, un paio di politici... conosco tanti di quegli artisti, caro mio. Ma guardati in giro, no dico, guarda che classe, dai!, quando mai eri venuto in un posticino del genere? Senti, ti voglio raccontare di come ho fatto a trovarlo... allora, la prima volta che sono venuto qui eravamo nell’82... aspetta, forse era l’83... ah sì, sì era l’83. Devi sapere che in quel periodo io...”
Cazzo, era ripartito per la sua personalissima tangente. Inarrestabile come solo lui sapeva essere. Aveva una gestualità ampia e appariscente che attirava gli sguardi e la curiosità degli altri tavoli, non era certo uno che passava inosservato, il Butteroni. Fortunatamente arrivò il vino e la vista della bottiglia parve distrarlo per qualche minuto. Era un ottimo vino bianco secco che finì con gli antipasti. Arrivarono i primi e con essi un’altra bottiglia, di rosso stavolta. Gli dissi che aveva buon gusto per i vini e lui mi raccontò subito di quando, ragazzino, aveva fatto l’assaggiatore/sommelier per sbarcare il lunario.
“Erano gli anni sessanta... ah, che tempi quelli!”, ridacchiò.
Stranamente aveva rallentato la foga dei suoi racconti e aveva anche diminuito il volume della voce. Non potei che compiacermene. Il vino - meglio dire i vini - lo aveva come addomesticato, ora era quasi piacevole discorrere con lui. Intanto che ci gustavamo i secondi (anche lui non scherzava, s’era preso un branzino ai ferri e una fiorentina da quattro etti e mezzo), mi raccontò più approfonditamente delle traversie che gli erano capitate dopo quella trasmissione sciagurata. Così avevo scoperto che s’era andato a nascondere per la vergogna in Liguria (si era isolato per due mesi in un paesino dell’entroterra, barricandosi nella casa di una sua vecchia parente e staccando i contatti col mondo, niente tv, niente giornali, niente di niente... è stata dura sai... per uno come me!) e che da quel giorno non aveva più rimesso piede a Como. Aveva da poco saputo che Elvira era diventata la nuova conduttrice del suo (ex) programma (“nel mondo non esiste la gratitudine”, disse amareggiato) e che la Betty era divenuta l’ospite fissa. Lui ora stava riprendendo timidi contatti con altre emittenti e aveva per la testa grandi idee.
“Grossi progetti, caro mio. Cose molto grosse con grossi nomi”, fece in tono strettamente confidenziale.
A quel punto mi lasciai andare anch’io, confidandogli le mie speranze e i miei futuri intenti riguardo la mia carriera artistica. A Butteroni brillarono gli occhi. Mi prese per la mano, me la strinse fin quasi farmi scricchiolare le ossa e poi sentenziò severo.
“Ragasso mio non ti devi preoccupare perché adesso c’è qui l’Achi, che ci pensa lui a tutto, vedrai.”
Eravamo arrivati al dolce e, tra una lasagna e una tagliata, c’eravamo sparati allegramente quattro bottiglie di vino. Io mi sentivo notevolmente appesantito e con i pensieri decisamente annebbiati. Mi si era appiccicato sulla faccia un sorriso idiota e stupido, ma ero pienamente in armonia con me stesso e col mondo. Mi parve una cosa bella l’interessamento del Butteroni nei miei confronti e non mancai di dirglielo. Ero quasi commosso e pensai: “Però è un signore ‘sto qua...”
Ci bevemmo un buon caffè e chiudemmo con un paio di amari della casa. Butteroni fece cenno al cameriere di portarci il conto. Nell’attesa mi parlò della sua prima moglie - ne aveva avute due -, una tailandese che aveva conosciuto durante un provino a Lugano una decina d’anni fa e che poi però, dopo un mese di matrimonio, l’aveva lasciato per un banchiere belga. L’anziano cameriere tornò con il foglietto piegato in due. Butteroni con un gesto teatrale glielo strappò di mano e gli comunicò, senza guardare la cifra, che avrebbe pagato con la carta di credito. Il cameriere allora, ci disse che avremmo dovuto saldare il conto alla cassa. Butteroni si alzò di scatto e per poco non cadde all’indietro. Era ubriaco perso e faceva fatica a tenersi in piedi. Io, facendo tesoro dell’esperienza, mi aiutai facendomi leva con le braccia sul tavolo e m’incamminai con molta calma e circospezione. Butteroni porse alla signora della cassa la sua carta e lei la fece passare attraverso il magnete. Provò due o tre volte e alla fine, un po’ scocciata, disse, rivolta al Butteroni.
“Mi spiace signore, ma la sua carta non è valida.”
“Come sarebbe a dire non è valida? Ci compro in mezzo mondo con quella!”, rispose lui guascone, ma la signora, ora piuttosto infastidita, riprese.
“Sarebbe a dire che non è valida signore. Ovvero, o non le è stata abilitata, o...”, breve pausa e poi, acidamente: “... o il suo conto è in rosso signore.”
Butteroni uscì di sé.
“Ma come si permette – lei – di insinuare una cosa del genere... per caso è matta? Ma dico, ma lei lo sa con chi sta parlando? Il mio conto in rosso? Ma qui stiamo scherzando, ma mi dica che sta scherzando!”
“Mi spiace signore, non sto scherzando. La sua carta di credito non è valida e qui c’è da pagare un conto da trecentoventisei mila lire.”
Trecentoventisei mila lire, a me era rimasta in mente la cifra.
“Cazzo...”, riflettei brevemente, “... sono un bel po’ cari qui. A saperlo avrei mangiato di meno. Povero Achi, dovrà pagare tutto in contanti, che bella botta.”
In aiuto della signora erano intervenuti il vecchio cameriere e il proprietario del ristorante, un uomo ben vestito e dai modi gentili, ma risoluti. L’uomo disse con estrema calma che se non avessimo pagato, avrebbe chiamato i carabinieri e che in quel caso sarebbe stato spiacevole per tutti. Butteroni si dette una calmata e chiese loro di attendere un minuto. Mi si avvicinò zigzagando. Io nel frattempo m’ero seduto a un tavolo vuoto e m’ero acceso una sigaretta. Guardavo la scena dall’esterno, non sentendomi parte in causa. Il Butteroni è un signore, mi dicevo e la sua carta avrà solo avuto qualche problema con qualche computer di qualche banca svizzera del cazzo... ma sì, un attimo ancora e avrebbe estratto dal portafogli quattro banconote da cento e gliele avrebbe sbattute sul muso. Avrebbe lasciato loro anche il resto, tanto lui era un signore. Arrivò al tavolo e mi pose una mano sulla spalla, poi si chinò verso di me e mi sussurrò con un filo di voce.
“Senti, scusa... non so proprio come dirtelo, sono costernato, davvero, ma... sai è a proposito del conto, ecco... la mia carta... oh, ma questa è davvero bella e ha dell’incredibile, ma... ecco, non me la accettano. Io non so che macchinetta c’hanno questi qua, li credevo internazionali e invece... ‘sti provincialotti! La mia carta è valida in più di settanta nazioni. Ho comprato negli Stati Uniti, in Brasile, a Cuba, in Asia e... scusa, non potresti pagarlo tu il conto, che io al momento sono sprovvisto di contanti?”
Cazzo non aveva i soldi! Non aveva i soldi cazzo! Rinsavii per un attimo e gli chiesi se per caso non stava prendendomi in giro, lui mi fece cenno che era tutto vero.
“Ascoltami ragasso, dopo andiamo in un bancomat e ci sistemiamo, figurati...”
Mi prese una risatina isterica, nervosamente misi mano al portafogli, estrassi i soldi e gli diedi quattrocentomila lire, che poi altro non era che la cifra esatta che avevo prelevato quella mattina per acquistare i libri. Mi scappò un porca troia con la sordina. Butteroni mi strizzò l’occhio e mi urlò microfonato:
“Forza ragasso facciamo vedere che siamo dei signori!”
Andammo alla cassa e pagammo. Quando la signora ci diede il resto, Butteroni si infilò in tasca una banconota da cinquanta e mise il rimanente dei soldi nelle mani dell’anziano cameriere.
“Perché noi siamo dei signori... cari miei, eh ragasso?”
“Eh sì..”, feci in tempo a biascicare prima che mi tirasse per un braccio fuori dal ristorante. Eravamo in strada, ancora, ma questa volta eravamo anche ubriachi.
“Adesso troviamo un bel bancomat e saldiamo subito, perché il Butteroni non ha conti in sospeso con nessuno!”
“Ah, ah, ma figurati Achi non preoccuparti, lo so che tu...”
“Alt, non dire niente. Mi è venuta un’idea!”
“...”
“Tu ti fidi dell’Achi? Dimmi, tu ti fidi o no del tuo Achi?”
“Mmh... cert...”
“Bravooo! Tu lo sai, io ti farò fare grandi cose! Cosa dico! Noi due insieme faremo grandissime coseee!!! ”
“Mmh... cert...”
“Bravo ragasso mio, bravissimo! Allora vieni, andiamo. Vedrai, sarà una sorpresa. Una... una bellissima sorpresa!”
Mi prese a braccetto e attraversammo insieme la via barcollando. Ci stavamo incamminando obliqui e stonati, diretti verso la sua “bellissima sorpresa” e la vita sembrava essersi trasformata in una patata bollita ricoperta di burro fuso. A un tratto intonò una vecchia canzone di Battisti e io gli andai dietro. Eravamo due stupidi ubriachi che steccavano sulle note alte. Sembravamo due attori che avevano sbagliato film. Le altre comparse ci guardavano inorridite.

[9.segue]

Posted by Giuseppe Braga at 08:31 | Comments (2)

10.12.07

Poet'astri [8.]

di Giuseppe Braga

Capitolo Quattro

Iniziavo a comprendere meglio un lato della mia personalità che a dire il vero non mi piaceva più di tanto. Al di là degli episodi sfortunati che mi stavano capitando, o forse proprio in rapporto a essi, avevo constatato che il mio modo di reagire - troppo spesso - non mi soddisfaceva. Non era infatti possibile che dovessi sempre fuggire di fronte alle circostanze (seppur alquanto particolari) in cui mi cacciavo. La fuga non era affatto costruttiva e non portava a niente, né ad Amina, né a un nuovo lavoro, né ad altro. Le tasche rimanevano inesorabilmente vuote. E non solo metaforicamente.

Camminavo per la città senza mete o prospettive concrete ed ero trascinato dall’inerzia delle calde giornate d’agosto. Al lavoro non ero molto gradito (assolutamente reciproca la faccenda), quindi Lupini e i suoi mi avevano consigliato di rimanere lontano per un po'. Così, quando mi proposero un salario ridotto per i mesi che avrei trascorso senza lavorare, io acconsentii senza creare problemi. Ci accordammo per tre mesi. Avrei percepito un terzo dello stipendio base. Conveniente o no, avevo accettato. Il loro solo pensiero mi induceva alla nausea.
Lei continuava a essere lontana e io stavo imparando a convivere con i suoi fantasmi. Tutt’altro che semplice, ma ci provavo. Sì, lei era rimasta dai cugini francesi e io me ne ero quasi fatta una mezza ragione. Poi accadde che un mattino, quando ormai avevo smesso di contare i giorni, al termine di una delle mie notti visitate da zombies di ogni razza e religione, mi vidi recapitare una lettera dalla Francia. Mi sentii palpitare il cuore come da tempo non succedeva: la aprii e trattenni il respiro. Era lei. La lessi tutta d’un fiato e siccome la lessi troppo velocemente la dovetti rileggere con maggiore calma, poiché non avevo compreso un accidente. Era scritta bene con la sua calligrafia che conoscevo a memoria, esponeva i problemi e le questioni con estrema chiarezza e limpidezza. Aveva deciso di prolungare il suo soggiorno oltralpe sino alla fine di settembre. Credeva - anzi si diceva sicura di questo - che avrebbe giovato a entrambi, questa lontananza forzata. Ora lei aveva trovato un lavoro in una colonia estiva per bambini in un piccolo paese lì vicino e non avrebbe in ogni caso potuto lasciare quell’attività. Avevamo bisogno, sia lei che io, di riflettere con calma attorno al nostro rapporto, di analizzarne pregi e difetti e possibilità future. Mi pregava di cercare di comprenderla e continuava, confidandomi di avere sofferto tremendamente quel giorno in cui se ne andò, ma che aveva sentito il bisogno di farlo. “L’ho fatto per noi due”, scrisse. Mi pregò di non cercare di andarla a trovare, perché sarebbe stato uno sforzo inutile e controproducente e concluse dandomi un indirizzo fermoposta al quale avrei potuto scriverle ogni tanto. Sottolineò quell’ognitanto. In fondo c’era un post-scriptum che diceva:

P.S. dimenticavo... i miei genitori mi hanno spedito la tua lettera. L’ho letta e riletta molte volte. Ogni volta, giungendo alla fine mi commuovevo. Adesso l’ho appesa nella mia camera e volevo dirti... grazie! Nessuno mai m’aveva scritto niente del genere, nessuno. A proposito, lo sai che scrivi davvero bene?
amina.

Questa era la situazione e questo era il punto in cui eravamo arrivati. L’amore ora corrispondeva per corrispondenza. Rimanevamo aggrappati all’efficienza delle poste italo-francesi! Con la busta stretta al petto rientrai saltellando in casa. La rilessi ancora un paio di volte, comodamente seduto sulla poltrona e decisi che sarebbe valsa la pena berci sopra. Era un primo incoraggiante segnale di riavvicinamento, quindi stappai una bottiglietta da 33cl. di birra chiara e me la ingoiai in nome dell’amore senza frontiere. Solo allora l’Europa mi sembrò più vicina, altro che Maastricht.
Quella lettera inoltre, ebbe il pregio di scuotermi dal torpore maledetto che m’aveva irretito e che in quel periodo mi stava lentamente annientando. Iniziai a rifiatare, come un cosmonauta a cui riattaccano il tubicino dell’ossigeno quando ormai si riteneva spacciato e perso negli abissi spaziali. Lei mi amava ancora e anche se le distanze erano ragguardevoli c’era di che essere fiduciosi. Bisognava accontentarsi in certi casi e questo mi pareva uno di quelli. Avrei aspettato il suo ritorno e nel frattempo mi sarei dedicato alla scrittura a tempo pieno. Volevo comporre nuove poesie, il materiale non mi mancava e le idee stavano ricominciando a muoversi. Un leggero venticello di scirocco s’era levato in un punto impreciso della mia testa e stava smuovendo minuscole imbarcazioni che presto sarebbero divenute velieri, pronti a solcare con le vele spiegate le acque degli oceani più profondi. Ripensai alla lettera che spedii ad Amina quando mi lasciò. Ciò che le scrissi in quella notte fu decisivo nel riavvicinarla a me. La sua risposta ne era la prova concreta. La mia travolgente accorata missiva le aveva dischiuso il cuore e la faccenda più incredibile consisteva nel fatto che, mentre la scrivevo, sapevo che sarebbe accaduto! L’avevo sentito fin dal momento in cui avevo fermato sulla carta quel fiume di parole. Loro erompevano senza alcuna possibilità d’essere frenate, nessun argine sarebbe riuscito nell’impresa di contenere un fiotto di parole di tali dimensioni. S’erano calamitate da sole verso il foglio di carta che avevo davanti. Quella notte racchiudeva in sé qualcosa di magico e misterioso, qualcosa che ancora mi sfuggiva, ma che avrei scoperto e fatto mio. Una specie d’entità forestiera, eterna e sacra, s’era insinuata nel mio corpo e gli aveva restituito, per il breve volgere di una notte, una nuova invincibile audacia. Ricordo come la mia pelle vibrava e i miei muscoli si tendevano all’unisono, come in uno sforzo collettivo estremo, e rammento come il mio stomaco bruciava infiammandomi i polmoni, i reni e la pancia. E non posso certo dimenticare il battito incessante e quasi folle del mio cuore, mentre nelle mie vene violacee e sporgenti scorreva il flusso inarrestabile della creazione! Quell’energia esplosiva si chiamava ispirazione e io l’avevo finalmente incontrata!
Mi rinchiusi nel mio piccolo appartamento e provai a scrivere seguendo gli istinti del momento. Passavo le settimane riempiendo quaderni su quaderni con impressioni, sensazioni, poesiole brevi e annotazioni varie. Col giungere della sera raccattavo i frutti della giornata, salivo in auto (adesso andava a meraviglia: “mezzo milione speso bene”, mi dicevo ogni volta che inserivo la prima e partivo) e andavo da Bruno a bere un paio di birre. Trascorrevo serate che avevano il gusto insipido dell’inutilità, io sullo sgabello con una pinta di birra in mano e lui dall’altra parte del bancone con una bottiglia di rosso. In mezzo, tra noi, soltanto lunghi silenzi. Deliziosi momenti morti. Solo in alcune circostanze particolarmente speciali (quando bevevo qualche birra di troppo ad esempio) mi lasciavo andare e gli leggevo le mie composizioni. Bruno, come era naturale che fosse, non mi esponeva mai un suo giudizio. Rimaneva muto col suo ghigno enigmatico stampigliato sul viso. Non mi era di grande conforto, devo ammetterlo, ma del resto non avrei saputo da chi altri andare. Le mie conoscenze erano alquanto limitate. Quando mi stancavo, me ne tornavo a casa a leggere fino a tardi. In quei giorni avevo riscoperto il gusto per la lettura. Avevo anche fatto un’altra scoperta. Come lettore ero piuttosto lento. Mi piaceva restare a rileggere alcune pagine per un tempo indefinito. Lo dilatavo a tal punto che spesso mi capitava di soffermare il mio interesse, per ore, sulle frasi che ritenevo più avvincenti. Analizzavo scrupolosamente quei segni d’inchiostro uno dopo l’altro. Come fossi un regista alla moviola scorrevo la pellicola avanti e indietro, cercando di scovarne improbabili segreti. Scomponevo e ricomponevo come fosse un gioco a incastri, aspettandomi da un attimo all’altro un segno rivelatore. Il più delle volte accadeva invece, che mi perdessi tra le righe. Impiegai l’estate intera per leggermi un libro di Hermann Hesse, ma al termine ne rimasi soddisfatto e lo consigliai persino a Bruno, che era uno che leggeva più lentamente di me. La mia produzione di scritti intanto aumentava, ma io la trovavo sempre piuttosto inconsistente e acerba. Ai primi di settembre avevo finito tre quaderni a righe e due a quadretti, ma non ero convinto appieno di ciò che avevo scritto. Quando li rileggevo percepivo delle mancanze e dei vuoti non consoni a un artista del mio calibro. Ad esempio c’erano concetti espressi in malo modo e frasi fuori contesto, ma anche errori d’ortografia (?) e rilievi critici spesso superficiali e banali... no, non mi ci rivedevo per niente. Soprattutto erano assenti quella tensione e quegli spasmi selvaggi che io conoscevo e che ero riuscito a catturare, ma solo durante quella strana notte di giugno. Che fosse un problema stagionale? Ero forse un artista meteoropatico? Delle volte mi ponevo domande davvero del cazzo, ma il problema comunque rimaneva. In alcuni casi invece, le mie composizioni erano buone, ma difettavano d’originalità. Come quel pomeriggio in cui scrissi una storiella di una decina di pagine molto divertenti per poi accorgermi, rileggendole, che la trama era identica a un racconto breve di Calvino che avevo letto qualche mese prima. Così non andava bene, accidenti. Stava calando l’oscurità. Ero sulla strada, ma non vedevo più le indicazioni.
Una sera, dopo aver cenato con un piatto di pasta fredda (fredda nel senso che l’avevo estratta dal frigo dopo una settimana), presi i miei cinque quadernetti e li buttai senza ripensamenti nel bidone della spazzatura. Non c’erano alternative. Quelle che avevo scritto erano porcherie, poco altro che robaccia. Io avrei dovuto fare di meglio. Io ero meglio. Questione solo di convincersi. Convinzione, ecco la parolina giusta. Dovevo perciò ripartire da me. Rafforzare il mio carattere e fare in modo, subito dopo, di portare alla luce le mie enormi, intime risorse. Sembrava semplice, dopotutto. Le famose potenzialità nascoste, di questo si trattava. Di questo e di nient’altro che questo: “POTENZIALITA’, CONVINZIONE, CARATTERE!”
Bah, forse non erano esattamente le mie parole preferite, ma tant’è, era del tutto superfluo stare a sottilizzare. Qui c’era bisogno di dare nuovo slancio alla mia carriera di poeta!
“Una ricerca introspettiva... ho bisogno di analizzarmi dal di dentro.”
Decisi che l’indomani sarei andato subito a comprare dei libri sull’argomento. Ero compiaciuto di me stesso e mi sembrava già un bell’inizio.
“MARCO TOSONI, il GIOVANE POETA, di nuovo pronto a stupire il mondo con le sue straordinarie opere!”
Sentendomi più libero e trovandomi, al contempo, in una fase digestiva complicata (quella pasta fredda s’era arenata nel mio stomaco e non aveva intenzione di muoversi da lì), m’infilai scarpe e giubbotto e uscii. Passeggiai senza alcuna destinazione per il quartiere. Dopo una decina di minuti mi fermai e alzai gli occhi. Eccola qua la mia periferia, il mio labirinto sghembo e immondo a cui, comunque fosse andata, non avrei mai rinunciato. Non c’era nulla di particolare in quell’insieme terrificante di solidi in cemento e mattoni, a ben guardare si trattava di un non-luogo come tanti, di una casermopoli scombinata e mai stata di moda. Il centro si trovava lontano, forse stava addirittura in un’altra città, sempre troppo patinato e ostentatamente tirato a lucido, come uno stivaletto o una borsetta di gran lusso. Noi ne eravamo il tacco, il fondo, ma poteva andar bene lo stesso: io ero attratto da questa non-città. Era verso l’imbrunire di una giornata d’inizio settembre, una come tante e per le vie non c’era un’anima che fosse una. I miei passi risuonavano secchi su marciapiedi sconnessi e marchiati qua e là dai cani. Le auto parcheggiate ai bordi delle strade formavano un interminabile serpente di lamiera. Dai tinelli giungeva l’eco smorzata di una partita di calcio o di qualcosa di simile. Guardai l’ora da un orologio appeso, segnava dieci minuti dopo le nove. Davvero a quell’ora della sera nessuno più passeggiava per strada? Dov’erano andati a nascondersi tutti? E se non era una questione di clima - la serata era tiepida - si poteva forse addossare ogni colpa a sua maestà televisione? E piuttosto... eravamo proprio certi che i vari professorini belli di turno, non fossero i veri artefici di questo sfacelo? Con queste domande inevase mi aggiravo solitario e sempre meno allegro, per il mio quartiere. Tutto ciò che vedevo in realtà era piuttosto deprimente. La desolazione trasudava dai condomini scrostati multipiano e una triste infilata di edifici piastrellati chiudeva la vista e ottenebrava i sensi. Nulla di maggiormente anti-poetico si sarebbe potuto concepire. Avvertii come un senso di nausea. Sentii l’immediata necessità di rivedere qualsiasi cosa avesse una parvenza non artificiale, mi sarei accontentato di una piccola siepe o d’un alberello anche rachitico o magari un giardinetto spelacchiato e senza erba. Dovevo avere le prove che la natura esistesse veramente. Svoltai due o tre volte, attraversai una piazzetta con un monumento ai caduti e mi diressi a passo svelto verso i confini dell’abitato. Cercavo la campagna, ma la trama degli edifici era ancora fitta. Cuscinetti interposti tra assenze e vuoti, sfrangiati e deformi loro stessi, in possesso di grosse protesi - cantieri in rapida espansione - tese verso l’esterno e pronte a ingoiarsi i pochi luoghi ancora liberi e non edificati. Avevo voltato un angolo. Finalmente. Gli orti. Le coltivazioni. Le ultime cascine. Un ponte. I terreni incolti. I prati. Una discarica abusiva. Come ogni deserto che si rispettava, anche questo (del resto con la sabbia non si ottiene il cemento?) aveva le sue oasi e la sua discarica. Di fronte a me le abitazioni s’erano diradate e il frastuono di una tangenziale vicina sovrastava i rumori provenienti dai tinelli e dalle cucine. Mi trovavo in una terra di nessuno. L’aria s’era fatta leggermente più fresca. Le luci dei lampioni erano alle mie spalle e il mio sguardo vagava incerto, guidato dallo splendore della luna. Mi spinsi nei campi seguendo un sentiero sterrato che mi allontanava dalle strade battute. Ero solo, ma non soffrivo quella solitudine. E così camminavo senza pensieri tra l’erba alta e gli arbusti incominciando a rifiatare. Giunsi in uno spiazzo dove l’erba era stata appena tagliata. Il cicaleccio dei grilli risuonava nel silenzio della sera. Decisi di fermarmi e di accendermi una sigaretta al chiaro di luna. La fiamma dell’accendino brillò, inspirai la prima boccata e buttai fuori, inspirai la seconda e buttai fuori di nuovo, inspirai la terza e… anziché fumo ne uscirono delle parole.

La mia anima è muta e il mio spirito riposa nascosto tra le pieghe di un vecchio cuore malato. Dorme con gli occhi sbarrati, il mio spirito, ha terrore che il proprio risveglio possa avvicinarlo alla morte. E il mio spirito, seppure folle, non vuol morire. Il sonno della mente è il sonno di un corpo abbandonato a una notte indigesta e cannibale. Un lampo nel cielo terso e lugubre. Sono un artista, una vana sterile controfigura senza ruolo. Sono un povero uomo in pena senza pace, un uomo che non ha le forze per affrontare nessuna guerra, un uomo che lancia sassi alla luna e che vive tra le ombre del passato, un uomo sempre un passo indietro, un povero uomo che continua a peregrinare senza soste. Vivo dei miei sogni, mi nutro di essi e, immancabilmente, ogni nuovo giorno m’innamoro di un’idea senza futuro. Ogni porco giorno provo a elevare lo spirito. Lo lancio in alto nell’aria imbastardita. Rimbalzo sul muro, sono una gomma impazzita, ironica solo quando si ricorda d’esserlo. Deformabile, stupida. Mi chiedo, se le barriere sublimano l’amore, il mastice può forse riattaccare gli amanti perdutisi fra le nebbie antiche dei loro rimorsi? Lucide folgoranti utopie, se ci si prende sul serio ci si fa troppo male e non ne vale manco la pena, amico mio, lo zeitgest ci giudicherà e ci renderà invulnerabili di fronte a dio. La mia pazzia vincerà sul mondo, scommettete su di me e non ve ne pentirete. Non è necessario esser pazzi per capirlo. Il mondo è una bolla di sapone che racchiude e anestetizza i nostri deliri. Noi siamo lo zero, siamo il cosmo, siamo il vuoto che colma l’esistenza. Noi onnipotenti sacerdoti del nulla, noi padroni degli specchi, noi facce comuni e oscene, noi puttane regine, noi demoni e scarafaggi, noi vulcani e lava, noi roccia divenuta ben presto cenere, noi animali selvatici e luminescenti, noi prostrati dinanzi alla luna morente, noi che cerchiamo di riscaldare i nostri cuori con cerini senza zolfo, noi incompresi, noi vuoti di senso, noi mendicanti, noi storie senza fine, noi soli neri che assorbono energia senza renderla, noi errori matematici, noi logiche strabiche, noi tele mute, noi megafoni senza voce, noi silenziosi parassiti, noi carnivori voraci, noi vergini maiali, noi naufraghi felici, noi bottiglie trasparenti, noi lucidi maniaci, noi.

Disonesto, t’incammini per le vie che hai lasciato in fiamme, piccolo ladro d’anime e di sentimenti liquidi. Scendono lacrime calde ai piedi del sole notturno, un lampione strambo e vigliacco, e se è vero che una vita riprende, un’altra s’interrompe e forse, alla fine dei conti, la vita è una gran cazzata, la vita. La vita è un’illusione in formato technicolor, la vita scappa, la vita è una via d’uscita per l’inferno, la vita è un inganno senza fine, la vita è un grosso buco nell’anima, la vita ci assomiglia, ma solo se non le crediamo, la vita è una supposta che ci dobbiamo infilare tutti almeno una volta nel culo, la vita è dolore, la vita è pena, la vita è incomprensione, la vita è solitudine, la vita vale la pena d’essere vissuta solo per la soddisfazione di poterle sputare addosso, la vita è la morte, la vita sono questi lacci che mi legano le braccia, la vita è una strage d’innocenti elevata all’ennesima potenza, la vita è il ricordo che ti morde le palle, la vita è il sangue che ti sgorga dalle viscere infette, la vita è una purificazione quotidiana, la vita è gesù cristo che ti spara dalla croce, la vita è l’amore che non esiste, la vita è l’autodistruzione, la vita è la ricerca della verità, la vita è l’arbitro dei tuoi deliri, la vita è la bugia, la vita è la speranza che muore con l’idea, la vita è la creazione, la vita è il tuo cazzo inutile, la vita è un buddha che ti indica la luce, la vita è eva che vomita la mela, la vita sono le impronte digitali bruciate, la vita è l’impossibilità di essere liberi, la vita è la conoscenza, la vita è la compassione, la vita è la strada, la vita è il coraggio, la vita è la paura, la vita è un bullone sghimbescio, la vita è la farsa del nostro tempo, la vita è la miseria, la vita è un culo sfondato, la vita te la porti addosso come la pelle che non hai più, la vita t’ingombra, la vita è un’autospurghi, la vita è un minerale, la vita è un fossile, la vita è un amplesso, la vita ti scogliona, la vita ti sorprende anche con la camicia di forza, la vita è scomoda, la vita è geniale, la vita è contraffatta, la vita è una X, la vita è impressa col fuoco, la vita è codificata, la vita è un enigma, la vita è una parentesi quadra, la vita è una rondine nel cielo, la vita è un segno sul muro, la vita è un colpo di cannone, la vita è uno specchio per i ciechi, la vita è lo pseudonimo della morte, la vita è una frase mai pronunciata, la vita vale una vita, la vita è una prigione senza sbarre ma con porte blindate e pareti contro le quali puoi rimbalzare, la vita è un aforisma, cazzo sono gli aforismi?, la vita è uno scherzo mal riuscito, la vita è una nave nell’oceano, la vita è un rito magico, la vita è una mano legata all’altra, la vita è un arcobaleno immaginario, la vita è un cielo bastardo, la vita è una foresta di cuori smarriti, la vita è un morso, la vita è una recita senza sceneggiatura, la vita è un solo colpo, uno solo, diretto al cuore, la vita è un pianto dirotto, la vita è una chiavata come si deve, la vita è un angelo che non vola, la vita, quando non piango, mi fa ridere, la vita è un’apologia, la vita è un ago, la vita è un corpo dilaniato di botte, la vita è un bersaglio, la vita mi prende alla gola, la vita è un grido che rimane nella pancia, la vita è indigesta, la vita è un calzino consumato, la vita è il fumo azzurro d’una sigaretta, la vita è un albero marcio, la vita prosegue alla prossima puntata, la vita ti succhia la vita, la vita è un cervello impazzito, la vita è uno scienziato curvo sui libri, la vita è un’esagerazione, la vita è un getto di sborra in faccia, la vita è il telefono che suona nella tua testa, la vita è il vomito che rivedi la mattina dopo, la vita è uno stomaco ribaltato, la vita è l’assoluto, la vita è un giro tondo con i tuoi fantasmi, la vita ti sfibra, la vita è un deserto senza limiti, la vita è un colpo alla tempia, la vita è un surgelato andato a male, la vita è un animo corrotto che non sente ragioni, la vita è una rincorsa, la vita è un salto triplo nei labirinti arcaici delle passioni, la vita è leccare un gelato illudendosi sia una figa bagnata, la vita è bruciare il passato ben sapendo di non avere nessun futuro, la vita è uccidere il ricordo, la vita è l’abbandono, la vita è una strage senza senso, la vita è un sorriso, sincero o falso non ha importanza, la vita è starsene tutti i giorni sdraiati sul letto e fissare il soffitto, la vita sei tu, la vita è un albero che ha dimenticato le radici, la vita è un soprano senza voce, la vita è una casa che ti crolla addosso mentre tu stai dormendo beato, la vita è un’onda che ti travolge, la vita mi svita. Oh mia musa, oh mia dolce puttana, oh mia ignobile seduttrice... eccomi sono tuo! Inginocchiato senza dignità e pronto a qualsiasi cosa. Disposto a ogni sacrificio. Ti prego e ti supplico: nutriti del mio seme e fa sbocciare una nuova vita in me. Mia soave e tenera troia, tu che ti dai e che ti vendi a piacimento, non perdere questa occasione. Diventerò il tuo servo e sarò lo schiavo che esaudisce i tuoi desideri e le tue volontà. Donami il tuo nettare divino, procurami l’immortalità e fa di me quel che vuoi. Io voglio affrontare dio perché io sono dio, anzi io sono un gradino sopra lui. Voglio apprendere le verità pazzesche della vita, ti voglio succhiare l’anima, ti voglio solo per me

[8.segue]

Posted by Giuseppe Braga at 17:26 | Comments (0)

27.11.07

Poet'astri [7.]

di Giuseppe Braga

Al termine mi sentivo come stravolto, svuotato. Ero sfinito. Avevo vomitato dentro quella lettera tutto me stesso e avevo la sensazione che di più non sarei riuscito a fare in nessun’altra occasione. Mi ero scarnificato davanti a lei e avevo messo a nudo me stesso. O Amina tornava dopo aver letto questa lettera o non sarebbe mai più tornata. Mai più. Ne ero più che convinto. Con le vene tremanti rilessi ciò che avevo scritto. Dopo averne riletto il contenuto mi sentii ardere nel petto. Ero ancora più certo del fatto che Amina sarebbe tornata da me. Non ci sarebbero state altre possibilità.

Il giorno seguente mi diressi a imbucare la missiva. Ero a conoscenza del fatto che le poste non erano particolarmente efficienti, ma ciononostante pensavo che per recapitare una lettera dall’altra parte della città ci sarebbero voluti solo uno o due giorni. Avrei così aspettato pazientemente gli eventi, dopotutto cos’erano ventiquattro o quarantott’ore di fronte all’eternità dell’amore? Forte di questa bell’intuizione, stavo rientrando a casa quando mi incontrai accidentalmente con un’amica di Amina. “Guarda un po' i casi della vita”, pensai. Ci fermammo un istante a parlare di noi, poi la conversazione si spostò su Amina. Lei non sapeva della nostra crisi e io rimasi piuttosto sul vago, ma nel salutarmi mi disse:
“Beh, allora quando la sentirai salutamela tanto, eh? Quella birichina è partita senza nemmeno salutarmi... a proposito, tu sai quando tornerà in Italia?”
Vidi aprirsi di fronte a me delle voragini, vi caddero dentro automobili e passanti, pali della luce e tram, poi iniziarono a sgretolarsi i palazzi, gli alberi s’incendiarono e il cielo si rabbuiò come durante un’eclissi… fu un disastro di dimensioni planetarie. Urla e grida disperate riecheggiavano nella mia testa.
“E’ partitaaa... è partitaaa... è partitaaa senzaaa salutarmiii!!! Tornerààà in Italiaaa??? Italiaaa??? E’ PARTITAAA!!! E’ PARTITAAA???”
Fu uno shock tremendo, Amina era partita senza dirmi nulla. Presi per un braccio l’amica e la percossi energicamente, lei si spaventò e sbiancò di colpo, ma io ero fuori di me e non mi feci impietosire dai suoi lamenti.
“Sentimi un po' carina. Dimmelo tu dove è andata piuttosto!”
La povera sventurata non capiva cosa le stesse accadendo, era rimasta spiazzata dalla mia aggressione. Infine disse, balbettando e tremando di paura:
“Mmmh... ma io... io pensa... io pensavo che tu... che tu lo sapessi. A... Amina è... è... è andata in Francia... dai suoi cugini... è... è... e partiva stamattina alle sette...”
Era partita, era salita sulle scalette di un treno di merda e se ne era andata. Mollai la deficiente e corsi a casa, telefonai in stazione sperando con tutte le mie forze in uno sciopero a sorpresa o a un crollo improvviso o a un black-out inspiegabile. Tutto inutile, quel giorno i treni funzionavano a meraviglia. Maledissi le ferrovie e spaccai una sedia contro il muro. Quanto tempo avrei passato senza lei? La terra si era fermata, aveva iniziato a girare nella direzione opposta e io volevo scendere, ma non potevo. Caddi in uno stato di catatonia devastante. Ero straziato, ma cercai di tirare avanti in qualche maniera. Provai a scoprire in quale parte della Francia si trovassero questi suoi parenti. Cugini di cui Amina mi aveva accennato brevemente una volta, ma ero privo di forze e scarico come una pila da buttare. Feci un timido tentativo telefonando ai suoi genitori, i quali mi sbatterono il telefono in faccia. Lasciai perdere. Provai a chiamare Cristina, la sua più cara amica. Sapevo che tra loro c’era un rapporto molto stretto (anche con me la conoscenza era ben avviata) e speravo mi indicasse in quale località si trovava. Effettivamente ne era informata, ma naturalmente non me lo disse e anzi mi consigliò da buona amica (ma amica di chi?) di dimenticarla in fretta.
Iniziava a far caldo, le ragazze avevano tirato fuori dai loro armadi gonne leggere e svolazzanti e non indossavano più calze e collant. Le loro gambe riempivano le strade e le vie della città, ma io avevo occhi solo per lei. E ora i miei occhi non vedevano nulla. Stava finendo giugno, la temperatura s’era alzata di parecchi gradi e io passavo le notti senza dormire. La mia testa era affollata di pensieri, troppo sudati e maleodoranti. Fu allora che mi rivolsi a zia Amanda. Una mattina le telefonai per chiederle se potevamo incontrarci. Memore dell’ultima mia visita in casa sua, le domandai quando fosse disponibile a vedermi (visto il gran via vai che c’era in quell’appartamento, mi sembrava doveroso). A fronte del mio quesito, mi disse che ci saremmo potuti incontrare quel giorno stesso, ma solo verso le otto di sera. Le chiesi come mai m’invitava in un orario così insolito (ero sempre passato da lei nei pomeriggi e a proposito delle sere mi diceva sempre: “Caro il mio Marco le mie seratine sono sacre!”) e lei mi rispose che prima proprio non poteva, poiché doveva passare l’intero pomeriggio a sistemarsi i capelli. Il motivo di tale gran lavoro sulla chioma era semplice, alle nove in punto sarebbe arrivato Artemide (ancora con ‘sti nomi strani) per portarla a cena fuori e io me ne sarei dovuto andare di gran carriera (lo immaginavo). Mi dovevo quindi sbrigare e raccontarle tutto in meno di un’ora. In realtà ci avrei impiegato molto di meno, poiché la questione era, ahimè, piuttosto semplice. Ci demmo appuntamento quindi per la sera. Arrivai che mancavano dieci minuti alle otto, ma zia Amanda mi fece salire solo all’ora prestabilita. Su queste cose era molto precisa e non c’era nulla da fare. Mentre aspettavo davanti al portone, decisi di non chiederle nulla a proposito del suo nuovo amante. Con quel nome mi sembrava del tutto superfluo e inoltre ripensandoci, il tempo che mi aveva concesso non era poi molto. M’accolse calorosamente come suo solito, in testa aveva degli strani bigodini a forma di bussolotti e si scusò così:
“Caro il mio Marcolino scusami tanto per i capelli, ma ho iniziato tardi il trattamento. Sai, è venuto a trovarmi senza preavviso il Paride... ti ho mai parlato di Paride? Ma su, forza entra!”
Per zia Amanda sarebbe stato necessario avere non una, ma una decina di agendine telefoniche! Mi baciò e abbracciò con la sua straripante energia e io cercai di contraccambiare, ma fui molto trattenuto. Mi prese a braccetto e mi accompagnò verso il soggiorno, mentre un profumo acre e dolciastro invadeva le mie narici.
“Ti piace? E’ il mio nuovo balsamo. E’ a base di cipollotti bianchi, marmellata di fichi d’india e sciroppo d’acero, ma non ne sono del tutto soddisfatta. Per ora è solo un esperimento!”
Feci finta di non aver sentito e mi accomodai sul divano. Dopo avermi portato una birra, mi si sedette di fianco e mi fissò silenziosa, poi sussurrò paciosa:
“Marcolino ti vedo turbato. Piccolino mio, vuoi dirmi che c’è? Oggi sei davvero strano e poi anche la voce al telefono non mi convinceva, eh? C’è di mezzo qualche donna, vero? Che ti succede piccolo tesoro? Me lo vuoi dire? Ah, voi uomini... che non ti venga in mente di fare come il Girolamo, eh? Quello sciagurato ha cercato di buttarsi sotto a un tram solo perché non lo voglio più vedere... ah, gli uomini! A proposito ti ho mai parlato di Girolamo?”
Non riuscivo a spiccicare una parola, le mie labbra sembravano come incollate e della lingua ormai, avevo perso le tracce. Con le dita stavo tormentando senza successo l’etichetta della Moretti al doppio malto, ero rigido e freddo come una statua di ghiaccio e mi sembrava d’aver avuto un’idea stupida. Parlare di Amina alla zia, che non l’aveva mai vista tra l’altro e che forse non era minimamente predisposta ad ascoltare le mie tormentate confessioni, mi pareva una pessima trovata. Lei, la zia, che era abituata invece a raccontarmi dei tanti amanti avuti (e da avere). Istintivamente feci per andarmene, ma zia Amanda mi trattenne. Mi fece posare la birra, allungò un braccio verso di me, cinse dolcemente il mio collo e mi trasse a sé.
“Piccolo mio vieni qua”, mi bisbigliò. Io mi lasciai guidare teneramente dalla sua morbida mano e un secondo dopo ero sprofondato con la testa nel suo maestoso seno. Era soffice e profumava di latte alle mandorle. Il ghiaccio si stava rompendo. Mi sentivo stralunato, come stordito. Fu una sensazione piacevolissima, però, iniziavo a intendere perché avesse tanti amanti appresso. Sentivo il battito regolare del suo cuore e il calore del suo corpo mi scioglieva lentamente il sangue nelle vene. Mi feci cullare in quella posizione per qualche minuto. Nel mentre zia Amanda, mi toccava i capelli e mi sfiorava il viso. Le sue carezze erano lievi e le sue mani scivolavano sulle guance e sugli zigomi, sul mento e sulla fronte, finendo per indugiare sulle labbra.
“Non m’ero mai accorta che avessi una così bella bocca...”, e nel dirlo, con i polpastrelli delle dita, ne stava seguendo l’incarnato, cercando d’insinuarsi dolcemente tra le mie labbra. Non le opposi la minima resistenza, mi appariva tutto così irreale e così incredibilmente privo di spigoli che non potei far altro che schiudere la bocca e accogliere il suo grasso pollice tra le labbra. Mi stavo lasciando trasportare docilmente nel suo mondo molle e ovattato ed era tutt’altro che spiacevole. Ero come caduto in trance, affogato in un mare di miele gelatinoso e dolcissimo, dal quale non potevo staccarmi e del quale non potevo farne a meno. Mi strusciavo il volto tra i suoi due enormi seni e il naso andava a picchiettare come un pendolo sui capezzoli turgidi e duri come spilloni. Poco più giù del naso, la mia lingua aveva ingaggiato un piccolo duello con il suo pollice. Il suo indice, vedendolo in difficoltà, era corso subito in suo aiuto. Sentivo l’altra mano di zia Amanda frugarmi sotto la maglietta e sfregarsi contro la mia schiena sudaticcia. D’un tratto, come se niente fosse, era scesa sul fondoschiena e si era infilata in un sol colpo sotto i pantaloni, tastandomi il sedere con mestiere. Ero disorientato, ma al tempo stesso attratto prepotentemente da questa sessantenne con una straordinaria e inarrestabile carica sessuale! Assolutamente fuori dal comune. Quanto charme possedeva la zia Amanda! I suoi morbidi cuscini sferici, non altro che seta color carne, mi avevano ipnotizzato ed estasiato a tal punto che non riuscii a tenere a freno le mani. Iniziai a palpeggiarli, tastarli, strizzarli e blandirli, mi sentivo felice come un bambino che finalmente ritrova il suo gioco preferito che credeva d’aver perso. Zia Amanda mi staccò la faccia dai suoi seni e se la avvicinò alla sua. Ora eravamo a stretto contatto e ci dividevano pochi centimetri soltanto. Io tenevo entrambi gli occhi serrati, mi sembrava di sognare e percepivo il suo respiro pesante sul mio viso. Le due bocche si stavano sfiorando. Improvvisamente fu come se mi si fosse attaccata una ventosa alle labbra. La zia Amanda era in possesso di una tecnica molto particolare nel baciare, effettuava una sorta di risucchio totale e sembrava volesse assorbire l’altra bocca nella sua. Era una specie di aspirapolvere che funzionava senza bisogno di elettricità, la sua libidine bastava e avanzava. Soccombevo. La mia bocca stava per essere scarnificata e svuotata da quel pirana che zia Amanda si trovava al posto della lingua. Andammo avanti così per un po', con la sua linguona che mulinava all’interno del mio palato. Poi successero due episodi in rapida successione che mutarono (fortunatamente?) il corso degli eventi. Il primo avvenne quando la terribile zietta fece cadere (involontariamente?) la sua mano sulla mia coscia. Da lì, con naturalezza consumata, la spostò leggermente posandola sul mio attrezzo, che se ne stava tranquillo (o almeno cercava di esserlo) accucciato tra le gambe. Il suddetto attrezzo, sentendosi chiamato in causa e già surriscaldatosi a dovere, si irrigidì nel breve spazio di un secondo e qualche decimo. Ed eccolo, dritto e teso come un fuso sbatteva disperato sulla patta dei calzoni. La zia intuì che il tubo di carne che aveva per le mani voleva uscire allo scoperto e lo accontentò immediatamente. Mi sbottonò i pantaloni e me lo estrasse con feroce impazienza. Cominciò a menarlo quasi con cattiveria, mi faceva piuttosto male. Me lo stringeva con un tale vigore che non resistetti a lungo. Cercai d’allontanarle le mani dal prezioso affare. Non ci riuscii minimamente, sembravano incollate col mastice. Mio malgrado me lo sentivo sempre più duro e pulsante. Piacere e sofferenza si accavallavano creandomi una sensazione a dir poco contrastante. Il dolore però era troppo e se fosse andata avanti a stringerlo in quel modo, me lo avrebbe staccato ancora prima che fossi venuto... ed era questione di attimi, sia per l’una che per l’altra cosa. Cercai di scongiurarle entrambe. Con un’azione di forza tentai di allontanarmi dalla sua bocca per implorarle di fermarsi in tempo. Anche questo tentativo naufragò. Era impossibile staccarsi da quella ventosa bagnata e golosa. Poi avvenne il secondo evento. Aprii gli occhi e intravidi un volto familiare. Sbattei le ciglia, li riaprii di scatto e mi sembrò di vedere proprio lei, ma sì era lei, ma no... no... non era possibile.
“Non può essere vero!”
Usai le braccia come leve, mi appoggiai con le mani allo sterno della zia e riuscii a liberare la mia bocca. Avevo infisso le mie pupille nelle sue, ma non ci credevo. Cos’era accaduto? Ma no... no... puttana miseria, nooo!!! Ma che cazzo, quella donna che mi fissava con i suoi grandi occhioni blu non era la zia... e se non era la zia Amanda... Ah, ah, non era la zia? E se non era la zia, e non era la zia, allora chi diavolo era? Ma no... ma no... ma sì, ma sì... ma era... era... oh cazzo…
“MA TU SEI AMINA... AMINAAA!!!”
Cominciai a urlare come un invasato morso da una tarantola. Gridavo il nome di Amina a squarciagola e più lo gridavo, più mettevo a fuoco ciò che vedevo. Ad Amina erano venute delle rughe sulla fronte ed erano profonde come tagli di coltello. Il mento le cascava flaccido sul collo e attorno agli occhi aveva solchi decennali e le sopracciglia erano un filo di matita nera sbiadito e i capelli erano rosso fuoco con degli strani bigodini a forma di bussolotto infilzati nella testa. Ma un momento, Amina non aveva i capelli rossi. I suoi capelli erano sempre stati castano chiari e non le avevo mai visto in testa dei bigodini così a punta. Sull’onda di questa rivelazione mi sentii attorcigliare le budella, contrassi automaticamente i muscoli del sedere e me ne venni, sbrodolando copiosamente sulle mani felici di zia Amanda. Avevo gli occhi sborrati... nooo, ma cosa dico, volevo dire sbarrati!!!
“Ma... ZIA AMANDAAA?!?”
“Oh caro Marco.”
“Ma porc... zia?!?”
“Eh sì, Marcolino mio. Sono tua zia, chi credevi che fossi? Piuttosto, ti senti bene tesoro? Prima stavi farneticando a riguardo di una certa tua Anima... sai, non ti facevo così mistico. In fondo si è trattato solo di una cosina così... a proposito ti devo fare i miei complimenti. Lo sai che là sotto invece, hai un bel cosone? Sì, sì, sei ben fornito caro mio. Beate le ragazzine!”
Così dicendo ne approfittò per strizzarmi le mie povere e martoriate palle, ora avvizzite come due acini d’uva passa.
Non ricordo esattamente come mi congedai dalla zia. Quello che rammento con certezza fu il fatto che mi alzai, mi risistemai più in fretta che potevo e feci dei grandi passi verso il corridoio d’ingresso, che in quel momento consideravo la mia unica via di salvezza. Senza voltarmi verso zia Amanda, le dissi, con un tono troppo impersonale per risultare convincente.
“Beh, sai... s’è fatto molto tardi e io mi sono ricordato che ho lasciato il frigo acceso, nooo... volevo dire il forno, sì ho dimenticato il forno acceso e adesso devo correre a casa a controllare. Non vorrei che mi si fosse bruciata la crostata, sai che ci tengo molto ai dolci...”
“Ma tesorino mio, non eri venuto per dirmi qualcosa?”
Niente. Inutile. Quando zia Amanda stava pronunciando quelle parole io ero già in strada. Correvo con la cerniera dei calzoni abbassata e con la lingua che mi si era ridotta di un paio di centimetri. Giunsi a casa senza fiato, dopo aver attraversato la città di corsa.


[7.segue]

Posted by Giuseppe Braga at 18:18 | Comments (0)

19.11.07

Poet'astri [6.]

Capitolo Tre

di Giuseppe Braga

[qui le prime cinque parti]

Trascorsero i giorni e si creò una piccola leggenda attorno a quella serata. Naturalmente l’interesse generale era rivolto verso la rissa. Nessuno più ricordava il motivo per il quale ero stato invitato alla trasmissione. Da possibile protagonista ero passato senza accorgermi a semplice spettatore. Il diretto testimone di un evento (?!) televisivo svoltosi in una tv privata del cazzo. Amina fu una delle poche persone che mi capirono e che mi stettero vicine. Era la fine d’aprile e io mi sentivo di nuovo a terra.

Sembrava che i problemi anziché diminuire aumentassero. Per cominciare avevo l’auto ancora dal meccanico (stavolta me l’ero fatto consigliare da Bruno). Bell’affare, comunque. Lo stronzo m’aveva preventivato un lavoro di quasi mezzo milione. Roba da non credere, una batteria scarica e una marmitta da riattaccare. Mezzo milione! Avevo ceduto. Sapevo che l’inflazione, nonostante le belle parole dei nostri politicanti, galoppava e quindi mi ero limitato a sperare che il carrozziere sapesse il fatto suo. Bruno del resto me l’aveva garantito: “Guarda Marco, lo so che è caro, ma ti dico che è bravo. Il Braghi è uno bravo. Te lo assicuro io”.
Me lo disse sempre con quel suo cazzo di ghigno trasversale prestampato. Il Braghi in effetti era uno bravo, ma era anche uno lento (oltre che caro) se vogliamo dirla tutta. Infatti mi tenne l’auto per tre settimane. Che sconforto. Che pena. Gli amici era come non ci fossero. Con Mimmo e Cisco avevo rotto definitivamente. Del resto erano due tipi che non m’erano mai piaciuti fino in fondo. Si erano offesi a morte (che coraggio!) e non mi rivolgevano più la parola. Era accaduto una sera, davanti al pub di Bruno. Li avevo aspettati all’angolo e li avevo inseguiti con il tubo di scappamento in mano. Ero incazzato nero. Dovevate vedere come scappavano. Dopo un centinaio di metri ero anche riuscito a colpirli sulla testa, ma solo di striscio. Poi avevo lasciato perdere, ma loro se l’erano presa. Valli a capire. Fanculo loro e i loro meccanici. Per fortuna da Bruno continuavo ad andarci. A piedi, ma ci andavo. Lui si mostrava, alla sua maniera, attento ai miei piccoli dolori e io mi leccavo le ferite sullo sgabello, davanti al suo bancone. Fede invece, non perdeva occasione per invitarmi fuori a bere: aperitivi, post-aperitivi, pre-cena, dopo-cena, bevute di mezzanotte. Visto che l’anno era lungo, ma in definitiva non così lungo e visto che avevo contratto con lui un debito alcolico (quel suo motorino cazzone, almeno fosse servito), il mio caro (caro in tutti i sensi) amico voleva portarsi avanti. Così facendo era diventato una spugna. Non capivo perché, ma voleva bere tutte le sere. Io cercavo sempre scuse più o meno articolate (l’auto guasta era una di queste), ma lui niente, aveva una gran sete. Venne il giorno in cui gli dissi che il mio dottore, vedendo le mie analisi mi aveva proibito di bere per qualche mese. Gli dissi anche che sarebbe stato poco divertente per lui, bere senza un compagno di sbronze come il sottoscritto. Si arrese solo quando gli sbattei sotto il naso la ricetta medica di un cirrotico, che avevo falsificato con l’aiuto di Amina. A questo eravamo giunti. Io, che avrei dovuto librarmi in volo, lanciarmi nel cosmo dell’arte, vibrare nel cielo come un’aquila reale, cantare melodie divine come un usignolo dorato, declamare all’universo intero i miei soavi versi... mi ero ridotto a falsificare ricette mediche! Oh, povero me! Oh, me sventurato!
Avevo toccato il fondo, ma non ero a conoscenza del fatto che il peggio doveva ancora bussare alla mia porta. E così avvenne.
Quel giorno pioveva. Era il primo di giugno e scendeva una pioggerellina fine e fastidiosa, maggio se ne era andato senza lasciare tracce. Io attraversavo una fase introspettiva, uscivo raramente, perlopiù con Amina e con i suoi amici, per il resto del tempo me ne stavo in casa ascoltando la radio e cercando di leggere qualcosa di decente. Ricordo che in quelle settimane cercai di leggere un romanzo di Dostoevskij che, seppur breve (strano ma vero), interruppi a metà. Dopo essermi ripreso, mi buttai su un libro di Pennac che trovai molto più abbordabile, ma non finii nemmeno quello. Ero scostante, accidioso, svogliato, senza risorse. Al lavoro finirono per accorgersene. Non stavo mai in ufficio, vagolavo per i corridoi e spesso andavo a nascondermi in uno stanzino dell’ultimo piano. Stavo lì dentro per ore a guardare le montagne in lontananza. Quel palazzo sporco e decadente aveva un unico pregio, era alto venticinque piani e da là sopra, da quell’ultimo piano, nelle giornate particolarmente limpide si poteva godere di un panorama straordinario. Le alpi erano ancora innevate ed erano laggiù, proprio in fondo all’orizzonte ottico. Erano la corona immobile della città. Ne vedevo le cime e ne intravedevo i pendii, mi immaginavo i sentieri, i boschi, i prati, i ruscelli. Era tutto così lontano, ma nello stesso istante appariva talmente vicino da commuovermi. Tra me e loro solo un vetro, una lastra annerita dallo smog, che comunque non avrebbe mai potuto in alcun modo umiliarle o avvilirle. Capitò in uno di questi momenti. Sentii pronunciare dall’altoparlante il mio nome e una frase del tipo: “Il collaboratore tecnico Tosoni Marco è pregato di presentarsi presso l’ufficio del proprio Direttore di Settore, ripeto...”
Immaginai si trattasse di uno scherzo idiota di qualche collega buontempone. Rimasi in contemplazione delle alpi innevate ancora a lungo, credo per tutto il pomeriggio e infine tornai al mio piano per timbrare il cartellino e andarmene a casa. Scesi con l’ascensore, le porte s’aprirono al mio piano e vidi di fronte a me, schierati come un plotone d’esecuzione, il Direttore Lupini e i suoi funzionari leccapiedi. Quattro architetti ben pettinati, rampanti e con il dente avvelenato. Lupini, guardandomi fisso negli occhi, gelido come un ghiacciolo al tamarindo, disse: “Carissimo Tosoni, benarrivato. Stavamo aspettando proprio lei. Venga, venga pure.”
Così dicendo mi fece cenno di seguirlo nella sala riunioni. Ero circondato dal gruppo e sembravo un prigioniero tradotto in carcere. Ci sedemmo attorno al tavolo. Chiusero la porta dietro di me e mi sentii in trappola. Lupini attaccò.
“Ho ricevuto queste schede di valutazione sul suo operato e non sono per nulla soddisfatto, caro Tosoni. Allora, cosa ne dice... vogliamo vederle insieme?”
Era l’elenco dei lavori che mi erano stati affidati negli ultimi sei mesi, niente di particolare. L’unico particolare era che non ne avevo portato a termine nemmeno uno. E loro, loro, i funzionari Chiappese, Cugghioni, Santuzzi e Piscitelli, si erano infine stancati d’aspettare e avevano riferito ogni cosa al beneamato capo. Complimenti e grazie. Tanti saluti alla sua signora.
“Allora Tosoni, come può ben constatare ci sono degli arretrati da finire...”, avrebbe fatto meglio a dire ‘da iniziare’, comunque...
“Comunque, le voglio concedere ancora una chance e quindi... quindi si dia da fare immediatamente e porti a conclusione i lavori che le ho testé ricordato, d’accordo? Non vorrei essere costretto a dover prendere decisioni più drastiche. Non so se mi sono spiegato. Ha un mese di tempo per consegnare i lavori. Completati, naturalmente. Non ho null’altro da aggiungere. Arrivederci.”
I quattro scagnozzi riaprirono la porta con un sottile ghigno sadico e mi ringhiarono contro come pittbull incazzati. Uscii in silenzio e con una sensazione difficile da spiegare. In realtà non ero per nulla preoccupato del mio futuro lavorativo (quell’occupazione la detestavo) e anzi, quasi mi sentivo sollevato da un peso, ma allo stesso tempo avvertivo crescermi dentro una rabbia antica e inspiegabile. Una sorta di desiderio di vendetta verso chi, sentendosi al riparo da ogni possibile naufragio, stava infierendo su un povero marinaio alla deriva. Tornai a casa a piedi, avevo bisogno di riflettere e di sbollire la collera che avevo accumulato prima. Mi ero sentito umiliato e offeso e anche se avevo torto avevo deciso di fargliela pagare. Arrivai a casa dopo tre ore, con i piedi che mi dolevano per il lungo cammino. Mi lavai, mangiai un boccone (tonno in scatola, cracker e succo di pompelmo) e mi infilai a letto. Avevo assoluta necessità di dormire. Accesi lo stereo e m’addormentai ascoltando un nastro di Guccini. Forse feci degli incubi, ma la mattina seguente non li ricordai. Mi alzai piuttosto determinato, uscii e giunsi al lavoro in perfetto orario, non mi fermai nemmeno a far colazione al bar della metropolitana. Entrai nel mio ufficio, aprii la mia cassettiera ed estrassi uno a uno tutti i lavori che avevo in carico. Erano Varianti al Piano Regolatore della città, Piani di Recupero di quartieri semi periferici, Piani di Zona, urbanizzazioni varie e altre amenità. Quasi tutti quei lavori erano stati bloccati per anni in altri uffici (e non certo per colpa mia) e le responsabilità erano esclusivamente degli amministratori incapaci e arruffoni. Altre pratiche molto più urgenti e vitali per il destino dei cittadini giacevano senz’altro in cassetti chiusi all’interno di quel palazzo del malaffare. Ero imbestialito, non volevo avere più a che fare con nessuno di loro. I vari Chiappese e Piscitelli potevano andarsene allegramente a fare in culo. Presi fino all’ultimo foglio tutti i lavori dei professorini belli e mi diressi nel mio stanzino segreto del venticinquesimo piano. Mi chiusi dentro e accesi la radiolina portatile che stava sul tavolo. Mi sintonizzai su una stazione che trasmetteva solo musica classica, avevo bisogno di concentrazione. Strauss, Mozart, Chopin, Bach, Debussy, quello era un bel sentire. Ne feci una ventina circa, tra aeroplani e missili di varie forme e dimensioni, poi aprii la finestra e mi sporsi. La giornata era limpida e si vedevano chiare le montagne, l’aria della mattina era pungente e un leggero venticello soffiava verso nord. Perfetto. Io stavo lavorando instancabile da qualche ora. D’un tratto il segnale orario della radiolina indicò le dodici e mezza e subito dopo sentii partire le note del “Barbiere di Siviglia” di Rossini. Poteva andar bene. Era l’ora giusta: la pausa pranzo. Come formichine affamate tutti i dipendenti-impiegati-coglioni (beh, io non c’ero) si stavano dirigendo verso le mense per pranzare, mentre io, neanche fossi un dio degenerato senza appetito, stavo lanciando su di loro progetti e piani urbanistici sotto forma di aeroplani di carta. Fu un lancio indimenticabile. Porzioni di città si libravano nel cielo sopra la città stessa, quartieri e strade si ribellavano alle logiche/illogiche urbanistiche e planavano in mezzo agli incroci. Alcuni progetti, forse quelli che si erano stancati di restare per anni solo sulla carta, si vendicavano e cadevano in picchiata sulle teste degli stessi progettisti, tentando un improbabile parricidio. Al termine dei lanci mi sentii sollevato e in pace col mondo. Con l’ascensore scesi direttamente al piano terra e uscii dall’ingresso principale, confondendomi con gli altri impiegati. Mi allontanai con la ferma intenzione di non rimettere mai più piede in quel palazzo immorale e sconcio. Quella sera mi ubriacai ascoltando i Chemical Brothers e i Fat Boy Slim.
Amina non approvò. Non tanto che mi fossi ubriacato con quel sottofondo musicale techno (tanto più che della serata alcolica non le parlai), quanto che avessi combinato quel putiferio sul lavoro. Ne era stata data persino una notizia di sfuggita su Radio Popolare, il che non era roba da poco. Era stata una faccenda che non era passata inosservata, insomma. Alcuni ci avevano ricamato sopra, parlandone come di un gesto neo-dannunziano. A esser sinceri non sarei mai arrivato a pensare a tanto... sia quel che sia, Amina si era incazzata e quando lei si incazzava c’era di che preoccuparsi. Il giorno seguente ci saremmo visti a casa mia, voleva parlarmi di persona, mi disse al telefono. Quella mattina rimasi a letto fino a mezzogiorno e quando mi alzai, chiamai in ufficio dicendo che ero malato.
“Sto molto male, il dottore dice che ho bisogno di fare una serie di analisi... forse è contagioso... non so quando ritorno, cos... cosa? Ah... il capo mi vuole cacciare? Ah, ah, Cugghioni appena mi vede mi rompe il culo? Ha detto proprio gli rompo il culo? Ah sì? E poi chi altri?”
In sostanza erano tutti vagamente incazzati con me. Chi più chi meno, ma erano incazzati! Misi giù il telefono e mi mangiai un uovo sodo con la maionese. I cracker li avevo finiti la sera prima. Alle tre sarebbe arrivata Amina e così nel frattempo (avevo a disposizione circa due ore, una vita!) risistemai alla meglio l’appartamento. Sapevo di farle cosa gradita. Misi in bell’evidenza la sua foto e aspettai. Alle tre in punto arrivò. Stavo aprendole la porta preparandomi a una sua piazzata, ma invece di fronte a me vidi una ragazza distesa e rilassata, stranamente calma in viso e incredibilmente dolce. Si mostrò subito gentile e apprensiva, volle sapere come si erano svolti i fatti e l’esatta cronologia degli avvenimenti. Non mi interruppe mai e io le raccontai ogni dettaglio senza inventare nulla o quasi. Ero convinto che avrebbe capito il gesto e che avrebbe sostenuto anche la mia idea d’abbandonare il lavoro per dedicarmi a impieghi più consoni alla mia personalità d’artista (non sapevo ancora quali però). Quando terminai il resoconto invece, calò un silenzio pesante tra noi. Mi ero illuso d’aver aggirato l’ostacolo, invece mi sbagliavo di grosso. Vidi il volto di Amina trasfigurarsi e diventare prima rosso e di seguito violaceo. Intuii che non aveva approvato nulla di ciò che le avevo riferito. Restammo in silenzio per una decina di minuti in un’atmosfera surreale, a metà tra un film di Bergman e una sceneggiata napoletana. I vicini tenevano alta la televisione e dentro il silenzio nel quale eravamo sprofondati, si udiva distintamente la voce di Nino d’Angelo cantare Nu jeans e ‘na maglietta. Mi sentivo terribilmente a disagio, così provai a chiederle dimesso più che mai.
“Sei forse arrabbiata con me?”
Non sapevo che altro dirle, ero preoccupato e aspettavo una sua risposta seduto in punta sulla sedia. La risposta arrivò dopo qualche interminabile secondo e a dire il vero non fu esattamente una risposta, fu molto peggio.
“Marco, ho deciso di lasciarti. Non ce la faccio più a starti dietro. Io ho bisogno di un uomo con la testa sulle spalle e non di un ragazzino che si diverte a fare gli aeroplanini. Hai trent’anni, te lo ricordi qualche volta? Mi spiace. Io ti amo davvero tanto e questo lo sai, ma adesso non ce la faccio più! Addio Marco.”
Si alzò e sentii richiudersi la porta dietro di lei, ma non la vidi uscire. Perché in quel momento ero come anestetizzato. Vedevo doppio e lievemente sfuocato, il raggio visivo uguale a zero. Non volevo vedere più nulla, davanti a me era scesa una nebbia fitta che m’avvolgeva. M’imprigionava. Avevo anche perso la voce. A un tratto mi mancò l’equilibrio e caddi per terra. Rimasi steso sul pavimento per tutto il pomeriggio. Verso sera iniziarono a scendermi grosse lacrime calde sulle guance, ma anche loro si dispersero ben presto nella nebbia.

Passarono lunghe settimane tristi e vuote come fondi di bottiglia andati a male. Mi trascinavo per la casa senza avere le forze per combinare alcunché. Ero una stella diseredata dal firmamento. Dal medico c’ero andato veramente ed ero riuscito ad ottenere un mese di malattia. Almeno per un po' non avrei dovuto pensare a quegli stronzi di architetti, ma era ovvio che nella mia testa c’era spazio solo per Amina. La pensavo in ogni istante, durante il giorno e lungo le notti insonni, sempre. La sognavo in continuazione. Non ricordo con precisione quanti incubi feci sul suo conto, ma il peggiore fu senza dubbio quello in cui si sposava con Lupini e i due testimoni, che erano Cugghioni e Santuzzi vestiti da suore, cercavano di sodomizzarmi con una riga a T graduata in metallo. Come stavo male, come soffrivo... non riuscivo a farmene una ragione. Dovevo riaverla tra le mie braccia assolutamente. Costasse quel che costasse ormai avevo deciso, l’avrei riconquistata. Lei mi amava ancora, ne ero certo. Scelsi una strategia soft. Visto che non ci eravamo mai più sentiti né visti da quel pomeriggio tragico, iniziai a lasciarle in segreteria dei messaggi cercando di fingere che nulla fosse accaduto tra noi. Volevo normalizzare la situazione e riavvicinarmi per gradi. Le telefonate erano di questo tipo:
“Ciao sono io... volevo solo dirti che... ti amo, ciao.”
Oppure: “Ciao sono io... oggi mi sei mancata tanto. Ma lo sai che ti amo?”
E anche: “Ciao sono io... ti auguro di passare un buon fine settimana. Io lo trascorrerò a casa pensandoti sempre... ciao amore mio, ciao.”
I risultati non arrivarono subito, ma una mattina, dopo quasi due settimane di messaggi, trovai nella casella della posta una sua lettera. Avevo fatto bingo! Era tornata sui suoi passi. Amina era di nuovo mia. Aprii tremante la busta, m’aspettavo una lettera d’amore appassionata. La lettera d’una donna fermamente decisa a riabbracciare il proprio uomo. Invece vi trovai scritte solo due righe.

Marco, smettila perché stai diventando patetico e ricordati
che hai trent’anni, scrivitelo da qualche parte, così non lo scordi!

A modo suo sapeva essere anche molto ironica. Da quel giorno scollegò la segreteria telefonica e io dovetti necessariamente cambiare piano. Quella sua mossa, che avrei potuto anche prevedere, non mi scoraggiò minimamente. Decisi quindi di risponderle a mia volta con una lettera ardente, passionale, struggente e malinconica. Io lo percepivo, io lo sentivo che lei m’amava ancora! Lo aveva pur detto in quell’infausto pomeriggio, prima d’andarsene. Dovevo ripartire da lì. Avrei toccato le corde dei suoi sentimenti, dai sobborghi sarei sceso direttamente al centro del suo cuore. E sapevo come fare, dopotutto ero un poeta, no? Dovevo quindi approfittare dell’arma di cui disponevo. Mi stappai una birra e mi sedetti al tavolo, presi un foglio e una penna e iniziai a scrivere. Sullo stereo misi “Closing Time” di Tom Waits. Mi diede la carica giusta. Scrissi il testo di getto, sentendo che le parole mi stavano sgorgando come se fossero attratte verso il foglio da una forza misteriosa e inarrestabile.

Milano, 20 giugno ****

Forse Amina non lo sapeva e forse lo ignorava come si potrebbe ignorare il tempo che ci sarà tra una settimana o tra un mese... in quella situazione l’unica possibilità che ci resta è l’immaginazione e così, chiudendo gli occhi e posandoli su noi stessi potremmo vedere il sole e la pioggia, sentire il suono del vento e osservare le nuvole correre veloci sopra le nostre teste. Il cielo a quel punto, sarebbe come lo vogliamo noi: terso e limpido, puro come un miracolo. Ma a lei interessava la vita e non la fantasia, perché lei stessa era la vita. Imprescindibile da essa. Vivida eroina che attraversava i palcoscenici delle periferie del mondo. Era proprio questo che non sapeva e che forse non voleva sapere. Il suo legame con la terra e la sua continua ricerca della verità, s’erano saldate con la sua aurea purificata. La sua irregolare bellezza e quel suo muoversi perverso e sfuggente, corrispondevano alla perfezione al suo innaturale potere di concederti o di strapparti la vita: creatrice e distruttrice al tempo stesso. Un proiettile avrebbe colpito al cuore un uomo e l’avrebbe ucciso. Un solo colpo, ma mortale. La sua capacità di trasmettere energia e passioni era unica e ti consentiva di aleggiare distaccato sopra le pene del mondo. Quando lei era lì, tutto diventava possibile e reale. Ogni sfida, anche la più assurda sarebbe stata vinta. Bastava poco. Era sufficiente guardare dentro ai suoi occhi, dentro quelle piccole sfere profonde che nascondevano due, tre, infiniti mondi. Due gocce pennellate da un’entità sacra e pazzesca, da un dio ubriaco e sadico. Nessun pittore mai avrebbe potuto ritrarli, nessun fotografo mai sarebbe riuscito a rendere con efficacia, non dico realistica, ma almeno verosimile il loro colore. Nessun poeta mai... una tavolozza di azzurri e di verdi, di blu e di grigi, un insieme magico e isterico, inquietante e travolgente. Chi provava a stare con lei e la sfidava con gli sguardi, nei consueti giochi della seduzione, ne rimaneva disorientato e ferito, ma ancora in tempo per trarsi in salvo. Coloro che invece avevano insistito e avevano osato andare oltre, si erano bruciati e come Icaro avevano visto dissolversi le loro ali. Ne erano usciti come pazzi in preda a un delirio definitivo, lo stesso che può prendere ognuno di noi quando ci accorgiamo che non potremmo mai raggiungere ciò che abbiamo desiderato da sempre. Fuori dalla storia, vecchie barche abbandonate alla deriva. Carcerati che non rivedranno mai più le stelle.

Ma Amina da quel giorno mi aveva nascosto il cuore e io, come un angelo folle e intemerato, avevo deciso di sfidare dio e i suoi demoni pur di riaverlo. Volevo custodirle i segreti e le paure, i desideri e le ansie, gli slanci e gli arretramenti. E mi volevo lasciar guidare dai suoi occhi, farmi accompagnare attraverso le strade polverose della vita, come un povero cieco alla ricerca della luce eterna. Perché io ero il suo vampiro, ero la sua vittima e il suo assassino.

con amore, il tuo marco


[6.segue]

Posted by Giuseppe Braga at 08:20 | Comments (0)

12.11.07

Poet'astri [5.]

di Giuseppe Braga

Entrammo e ciò che vidi fu questo: uno stanzino bianco illuminato da due riflettori appesi al soffitto e da due faretti alle pareti, un tizio con le cuffie in testa dietro a una telecamera, un altro che armeggiava con dei cavi elettrici sparsi per il pavimento, quattro sedie di quelle pieghevoli in plastica e uno sgabello alto, in metallo. Nella parete di fondo, dietro a un vetro, un altro tizio con le cuffie smanettava quello che sembrava essere un mixer. La scenografia consisteva in tre pannelli di compensato accostati, riverniciati (male) di bianco, rosso e verde (che fantasia), sui quali vi erano stati apposti in bell’evidenza (con un nastro adesivo marrone) i nomi degli sponsor. E questo era il tutto.

Niente pubblico, niente di nient’altro che questo. Un buco di dieci metri quadrati con quattro luci del cazzo e un fondale in compensato riverniciato. Sentii aprirsi una voragine nel mio petto, la sentivo scendere e risalire per lo stomaco. Un pugile che sale sul ring, convinto di battersi per il titolo mondiale e che invece si ritrova in un’arena vuota. In palio, bene che vada, il trofeo del dopolavoro ferroviario. Ecco qua. Su una delle quattro sedie stava seduto un signore smilzo di mezz’età, con un riporto di capelli sulla fronte e con il resto della testa completamente pelata, il suo cranio brillava come una stella solitaria in quello stanzino bianco. Le altre tre sedie erano vuote. Ebbi un attimo di esitazione, ma Elvira mi invitò nervosamente ad attraversare lo stanzino e mi fece sedere a fianco del signore magro, poi mi applicò un microfonino alla giacca. Ero perplesso. Era questa la grande occasione che cercavo? Da questo buco di culo di tv? Cercai di scuotermi, pensavo, forse lo studio è piccolo, ma l’audience alta, magari fanno migliaia di spettatori a puntata, magari mi vedranno persino a Basilea e a Zurigo e... OH, MAGARI NO!
Elvira sembrava esagitata e non stava ferma un secondo. Ce l’aveva con i tecnici di studio:
“Cioè Carlo, senti... cioè inquadralo bene da questo angolo... cioè, sai com’è fatto. Roberto insomma, non hai ancora finito? Cioè, con quelle luci... Uffa, ma dove saranno andati quei due! Tra dieci minuti siamo in onda... Cioè, dove sono finiti?”
In quel momento entrò Butteroni. Aveva la faccia di chi sente su di sé il destino dell’universo e sa che il mondo intero si fida ciecamente di lui.
“Ciao ragassi, siamo pronti?”, disse con un tono da primadonna. Si era cambiato. Adesso era vestito di tutto punto con un completo a doppio petto grigio, scarpe marroni in cuoio lucidate e camicia bianco avorio. La cravatta che indossava era rosa con grossi pois variamente colorati, in poche parole raccapricciante, ma non osai dirgli niente. Si era imbrillantinato i capelli e li aveva tirati indietro. Rilucevano anch’essi sotto i riflettori, creando così un effetto simile a quello che stava capitando allo smilzo. Sembrava pure lui pelato, alla faccia dei folti capelli corvini che aveva in testa. Butteroni era un uomo ben piantato per terra, con due grossi tronchi al pos