20.07.06

Piani alti, cultura bassa / 23. Cambi di programma e produttività

“Bene ***, sai perché ti abbiamo chiamato?”
“Mi scusi, ma io mi chiamo *****.”
“Ah, sì, certo, perdonami, coi nomi non c’azzecco mai.”
“Si figuri, non c’è problema.”
“Senti, *****, tu sai perché sei qui, giusto?”
“Beh, sì, credo di saperlo, sì, per la pagellina.”
“La scheda di valutazione, sì.”
“Certo, intendevo quella…”
“È una dura incombenza, ma dobbiamo farla, lo sai.”
“Prego, fate pure.”
“Meglio non girarci troppo intorno, allora. Sappi che io e l’architetto Barella abbiamo deciso di darti il massimo.”

Era il dirigente che stava parlandomi, affabile e magnanimo, col tono del benefattore. Al suono di quelle parole però, a me m’era uscita spontanea. Considerato che Barella era la seconda volta che lo vedevo, considerato che lui, il Barella, l’architetto Barella, provenendo dalla Viabilità, nulla sapeva di me e considerato infine, soprattutto, che anche il mio dirigente di settore ignorava completamente ciò che avevo fatto nell’anno appena trascorso (si dava il caso che l’oggetto da valutare era il mio rendimento relativo all’anno appena trascorso) e che si ricordava a malapena come mi chiamavo, anzi non se lo ricordava affatto, considerate quelle cose, a me m’era uscita spontanea.

“Ma non mi conoscete, come fate a darmi il massimo…!?”
“Semplice, ci fidiamo ciecamente di te.”
“Ah, sì?”
“Ci hanno detto che sei molto bravo.”
“Ah, però.”
“Dunque ti meriti un bell’Eccellente.”
“Non so che dire…”
“Forza, firma qua, in duplice copia. E complimenti.”

Ebbene sì, andò all’incirca così e io ottenni il massimo risultato col minimo sforzo.

“Bene, *****, ora ti annuncio che il tuo futuro referente responsabile sarà per l’appunto l’architetto Barella.”

Barella m’aveva teso la mano e io gliel’avevo stretta.

“Ottimo, ora puoi pure andare, avrete tempo per fare conoscenza.”

E dopo avere salutato, con la mia eccellente scheda di valutazione, me n’ero tornato in ufficio.

Secondo episodio (cambio di programma)

Mezz’ora dopo ero stato richiamato d’urgenza dal dirigente stesso. Mentre percorrevo il corridoio in direzione ovest immaginavo già di dover ridare indietro la pagellina, m’immaginavo il dirigente a colloquio con alcuni vecchi funzionari del settore (che avevano avuto la sventura di avermi come disegnatore), me li immaginavo inviperiti per quell’eccellente immeritato. Con loro non ero mai andato oltre al Migliorabile, ovvero la voce più bassa tra le tre, nella scala di valori.

Invece no, una volta entrato nell’ufficio, il dirigente capo m’era venuto incontro, m’aveva stretto la mano, s’era scusato per l’inconveniente e m’aveva comunicato la novità.
“Caro *****, c’è stato un cambio di programma.”
“Dica…”
“S’è deciso, valutando le tue attitudini e le priorità del settore, di non affidarti più all’architetto Barella, spero che non ti dispiaccia.”

Avevo fatto di no con la testa, assolutamente, ci mancherebbe, e intanto vedevo Barella dissolversi in una nuvoletta di fumo. Stava tornando velocemente nell’oblio dal quale era venuto.

“Vedi, caro *****, ci sarebbe un lavoro importante da fare, un lavoro piuttosto delicato, trattasi d’un lavoro impegnativo, continuativo, d’altissima precisione, di notevole responsabilità insomma.”

“D’accordo, sono qui, datemi pure quel che c’è da fare, lo farò…”

L’avevo detto più che altro per cortesia, non sapendo che mi stavo per accollare un bel pacco di lavoro, porca di quella puttana ladra, proprio un bel pacco pesante. Un pacco lungo nove mesi.
E poi da dietro le mie spalle, dove se n’era stato fino a quel momento acquattato, sbucato come dall’ombra, era uscito ed apparso lui, quello che a tutti gli effetti è diventato il mio responsabile referente. Il mio superiore, il funzionario estremamente sintetico ed educato – di cui preferisco non fare il nome per evidenti ragioni d’opportunità. Sappiate però, fatevelo bastare, che è una persona elegante, beneducata, dinoccolata e flemmatica. E sopra ogni altra cosa, di pochissime parole.

“Si tratta dell’aggiornamento delle tavole originali del Piano Regolatore Generale.”
“Benissimo”, avevo fatto quasi spavaldo, “quando si comincia?”
“C’è da aspettare la nota di delibera e poi puoi partire.”

Beh, la nota di delibera ci aveva messo un paio di mesi ad arrivare a destinazione (che ci sia stato di mezzo lo zampino dei timbri di Capone?), ma dopo, una volta arrivata, ho cominciato a sudare.

32 tavole da 80x80 cm., con 49 variegate varianti da inserirci, non sono uno scherzo da niente.

Fine degli episodi passati, si torna al presente.

Adesso è mercoledì mattina e io non ci sto nella pelle. Ultimo giorno d’ufficio, signori lavoratori miei. Col responsabile referente darò un’occhiata ai due, tre punti lasciati in sospeso, poi scenderò al quinto, appiccicherò agile e delicato le strisce adesive con le trentadue date e i codici aggiornati, una striscia per sacra tavola, e consegnerò il favoloso malloppo a Puglisi. Toccherà a lui, gli auguro senza Cozza nei paraggi, fare le scansioni e le copie per le successive verifiche.

Tempo un’ora e mezza e ho fatto ogni cosa. Pure gli auguri al referente sintetico, con lui le cose vanno fatte senza troppi fronzoli. Mi pare di lievitare, da quanto mi sento leggero, mentre sono lì che telefono e che saluto tutti, Caterina, il Cacio, Franchi, Serena e Leali. All’anno prossimo, gli dico, non senza una punta d’ironia. Loro devono solo incassare, abbozzano qualche battuta, ma la loro realtà è durissima, loro si devono sorbire ancora mezza settimana, venerdì è lontanissimo. Beh, finisce che saluto pure Capone, rientrato dal tour con un panettone e due bottiglie di spumante, raccattate chissà dove e chissà da chi.

Mi vesto, nel dubbio saluto anche la stanza ma non credo che avrò crisi di nostalgia, esco e m’avvio agli ascensori. Tutt’intorno a me (io procedo a passo rallentato e mi vivo questi ultimi momenti in una piacevole dimensione rarefatta e distante) intanto, non posso fare a meno di notare che si sta scatenando il solito putiferio. Sono gli ultimi miei passi per quest’anno, mi spiace per voi, e la sento l’atmosfera frizzante, quasi elettrica, che c’è nell’aria. Porte che si aprono e si richiudono, gente nervosa che entra e gente nervosa che esce, ascensori impazziti, un gran via vai e un darsi daffare generalizzato.

Sotto le feste, prima della fine dell’anno, capita sempre così. A Natale sono tutti più buoni, tranne qui dentro. Ventiquattro piani d’agitazione sparsa, nevrotica e incontrollata. E tu li vedi i funzionari, funzionari mai visti prima, dannarsi l’anima, darci dentro come mandrilli, forsennatamente, a botte di straordinari e di ore extra, con gli ordini di servizio dell’ultimo minuto. Ma che succede? Presto detto: vanno chiusi i lavori lasciati in sospeso. Assolutamente, inderogabilmente! Vanno terminati, consegnati il più celermente possibile alle segreterie per le necessarie vidimazioni e timbrature e protocolli. Vanno conclusi entro la fine dell’anno, per forza, necessariamente! E perché? Facile, non perché se ne vogliono andare tutti in ferie come il sottoscritto, oddio, anche per quello, certo che sì, ma il motivo scatenante è un altro. Ovvero: ai lavori lasciati in sospeso e non chiusi entro l’anno solare, non verranno assegnati gli incentivi. E addio soldi. Sì, perché incentivi vuol dire soldi. E addio anche all’agognato premio di produttività.

Quindi, mentre fuori è Natale e tutti si fanno gli auguri scambiandosi bontà, qui dentro c’è l’inferno. Tutti a cercare tutti per chiudere tutte le pratiche, chiudere tutti i lavori chiudibili, chiudere con tutti i timbri, tutti timbrabili, chiudere tutti i protocolli, far firmare i dirigenti, tutti, farsi vedere tutti reattivi e scattanti. Sotto le feste mica si sta con le mani in mano, qui dentro… tutti al lavoro, forza!

Evviva la produttività! Evviva gli incentivi!

Dite quel che volete, ma io m’infilo nell’ascensore, scendo a terra, passo il badge, supero il tornello, esco in strada, respiro un po’ d’ossido di carbonio, mi getto in metropolitana e arrivederci a tutti. E mi raccomando, io adesso non ci sono più per nessuno, non si fosse compreso se ne riparla l’anno venturo dopo la Befana, d’accordo?


[segue]

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18.07.06

Piani alti, cultura bassa / 22. Valutazioni.

di Giuseppe Braga

Capone con le segretarie ci aveva litigato per davvero e poi era rientrato in ufficio con un diavolo per capello, pochi ripeto, ma sul momento, forse per il nervosismo che l’attanagliava, non l’ha mica capita neanche lui, l’installazione cartonata (la miopia penalizza un po’ il ragazzo), nonostante le lenti spesse non era riuscito a inquadrare quella specie di cartoccio di cartone a forma di pennuto deforme, però quando s’è avvicinato e ha letto il foglio con l’augurio e la doppia P s’è imbestialito di brutto.

Quasi s’incazzava con me e a prova di ciò, stava già minacciando di strappare la busta della mia quietanza – lui aveva fatto il gesto nobile di ritirarla anche per me e io, tramando alle sue spalle, che gli combinavo? – quando, fortunatamente, come tre clown ubriachi e impasticcati, erano sbucati fuori dagli armadi gli ineffabili Pisticchi, Angelini e Bulleri e, dementi più che mai, avevano cominciato a saltellare allegri e spensierati.

“È Natale, è Natale, forza, evviva Capone, è Natale non facciamoci del male…!!!”

Capone a quel punto aveva abbozzato un mezzo sorriso ed era stato al gioco, ma io gli vedevo ancora quello sguardo luciferino brillargli nelle pupille. Poi i tre clown l’avevano invitato a bersi un caffè giù, al distributore del seminterrato, quello che da il resto. Lui s’era fatto un po’ desiderare, infine con un gesto rapido, disinvolto, aveva strappato il foglio con la scritta ignominiosa, l’aveva accartocciato e aveva fatto un discreto canestro nel cestino vicino alla mia scrivania.

“Va bene, vengo. Però offrite voi, eh?”

Oggi, adesso che sto scrivendo, comunque la si voglia guardare, è martedì. Ed è l’ultimo martedì di dicembre che trascorrerò in questo buco d’ufficio, ne consegue, pure l’ultimo martedì dell’anno. Ciò che ho appena descritto è avvenuto ieri e sempre ieri, rientrato dal caffè coi tre buontemponi, Capone s’è potuto finalmente sfogare e ha fatto a pezzi, tanti piccoli pezzettini, il cartoccio a forma di pennuto smorto, nel mentre sacramentava e malediceva i tre allegri ragazzi trash.

È martedì, ribadisco, e mi stavo quasi scordando di dirvi che ho appena terminato d’inserire l’ultima variante sulle sacre tavole. Avete capito bene cari amati miei amabili lettori, ho finito! Mi mancano solo due piccole sciocchezze, due quisquilie che avrò modo e agio di verificare domani insieme al mio referente sintetico superiore. E dunque ora, in completo totale relax (Capone è in giro per i vari piani con Nardello per il consueto tour dei saluti natalizi), posso lasciarmi andare a qualche ricordo. Sotto Natale i ricordi affiorano fitti, folti e a fiotti e fanno sempre la loro bella figura, giusto?

Ripenso a quando m’assegnarono l’aggiornamento delle sacre tavole del P.R.G. Mi viene da pensare a questo, sì. Fu un momento indubbiamente cruciale, per di più coincise con un altro episodio che merita d’essere raccontato.

Premessa condensata

Da quando ci hanno divisi e smembrati, io sono diventato l’unico disegnatore di tutto il mio settore, umile servo alle dipendenze di ben sette funzionari e scusate se è poco. Una bella responsabilità, insomma. Le mie mansioni, il mio incarico ufficiale m’è stato ratificato con una mail esplicativa (nella quale veniva definito il nuovo organigramma) e col colloquio di cui tra poco parlerò. Colloquio avvenuto circa due mesi dopo la suddivisione e la formazione dei nuovi settori. E nei primi due mesi senza mansioni e incarichi che hai fatto?, mi direte voi. Facile, rispondo io, li ho trascorsi senza fare nulla. Grattandomi, coltivando la passione per la scrittura e leggendo molto. Quasi alla Capone per intenderci, limitatamente al grattarsi, sia chiaro. Nell’attesa, nemmeno tanto elettrizzante, che decidessero a quale referente affidarmi. Scelta particolarmente scottante, capirete. È stato in quel periodo che è nata in me la necessità di scegliere la clandestinità creativa. Una forma di ribellione e di sopravvivenza intellettuale.

Primo episodio (le famigerate schede di valutazione)

È un lunedì dello scorso anno, ci hanno divisi da un paio di settimane, verso la tarda mattinata suona il telefono. Rispondo senza entusiasmo, dall’altra parte c’è la segretaria che, senza alcuna inflessione e molto professionalmente, mi comunica che sono desiderato nell’ufficio dirigenziale.

Ad attendermi c’è anche l’architetto Barella, la seconda volta in vita mia che lo vedo, normale direi, visto che è appena stato dirottato nel nostro settore, dal settore Viabilità. È lì, insieme al nostro capo dirigente, uno dei quattro a cui accennavo qualche pagina fa, uno del pool dei rampanti tanto per capirci meglio, e il Barella è lì perché, lo scoprirò a breve, è il funzionario destinato a farmi da referente. Io busso ed entro. L’ufficio di pertinenza dei dirigenti, di tutti (o quasi) i dirigenti, è posizionato nella stessa parte di palazzo. Ognuno di loro gode, a seconda del piano d’appartenenza, d’una vista privilegiata, non soltanto perché hanno vetrate molto più linde delle mie, ma questo è un esempio stupido me ne rendo conto, ma soprattutto perché si trovano sul lato corto del palazzo, verso ovest, lato corto con vetrate ad affaccio triplo. Dunque la loro vista può spaziare, oltre che all’ovest, anche verso il sud e il nord della città. Strategicamente molto valida come ubicazione, considerato che ad est del nostro palazzo, a poche decine di metri, ce ne sta un altro bello alto (sede delle telecomunicazioni nazionali) e la visuale è bloccata, mentre ad ovest il campo è sgombro e lo spettacolo che ti può regalare una giornata limpida, goduto da lì, è qualcosa davvero notevole. Tutto l’arco alpino, tutto, ma proprio tutto, molto di più di quel che riesco a vedere io, sempre per fare un esempio stupido. Ma dico questo senza alcuna nota di recriminazione e di polemica, credo che se sei un dirigente c’hai prue il diritto, anzi dirò di più, quasi il dovere morale d’avere il migliore ufficio su piazza. E anche la segretaria gnocca, se lo ritieni opportuno e se ti garba. Non discuterei neppure questo, figuriamoci. Tornando a quella giornata, dopo che la segretaria (nota di servizio: la nostra segretaria non è gnocca) con un largo sorriso inespressivo m’ha fatto cenno d’entrare, io ho bussato, sono entrato e ho salutato. Loro ci hanno messo un po’ a realizzare il fatto che, nel frattempo, era entrato qualcuno, così se ne sono andati avanti a discutere, presi e persi nei loro ragionamenti, per un paio di minuti buoni. E vi assicuro che due minuti, se ti trovi in una situazione imbarazzante, non sono affatto pochi. Io mi ci trovavo. Ho lasciato passare secondi e altri secondi che non passavano, ho dato un colpetto di tosse, ho provato a fare due passetti in avanti, finché il dirigente non s’era voltato, m’aveva visto e come niente fosse s’era rivoltato e aveva continuato i suoi ragionamenti. Allora c’ho provato anch’io ad ascoltarli, i ragionamenti, magari imparo qualcosa, magari è interessante, mi sono detto, molto propositivo e disponibile all’apprendimento tout court. Sta di fatto che stavano discutendo animosamente davanti a una grossa tavola appesa alla parete. Era una foto aerea della città con sopra evidenziate alcune aree sulle quali si sarebbe andati, a breve secondo le previsioni, non preoccupatevi ci vorranno anni, a intervenire pesantemente – massicciamente e con volumetrie abnormi – e alcune viabilità, snodi di transito importanti per lo sviluppo urbano, anch’essi di nuova progettazione.

Poi si erano interrotti come di colpo. S’erano voltati insieme verso di me, preoccupati d’avermi inconsapevolmente svelato qualche indicibile segreto, m’avevano squadrato ed erano restati in attesa, sulla difensiva. Io avevo montato una bellissima espressione da mezzo deficiente che c’ha la testa sulle nuvole e loro si erano subito rassicurati.


[segue]

Posted by Giuseppe Braga at 06:45 | Comments (1)

14.07.06

Piani alti, cultura bassa / 21. Tredicesime, trattenute e tetri opuscoli

di Giuseppe Braga

Capone è imbestialito nero e stavolta ha ragione, sì che ce l’ha, pure da vendere ne avrebbe. Ha controllato meticolosamente le vecchie quietanze e ha verificato che, zitti, zitti ci hanno aumentato le trattenute. Senza contare poi, il suo caso personale e specifico. Gli mancano sempre quegli incentivi che a suo dire gli spettano di diritto, relativi a quei vecchi lavori urgenti e speciali che gli era toccato fare, ma qui la colpa ricade tutta sulle spalle dello sbarbatello Terlizzi, la Ragioneria non ha responsabilità particolari.

“La tredicesima assieme allo stipendio. E lo sai perché fanno così?”, non si da pace.
“Dimmelo tu, ti prego”, e avendo finalmente terminato il limite della variante, posso voltarmi e guardarlo.
“Scherza, scherza, continua a scherzare mi raccomando, intanto quelli ci fottono sempre.”
“Lo so Capone, tu hai ragione, ma è più forte di me.”
“Maledette trattenute, ci uscirebbe un altro mezzo stipendio…”
“In area di rigore?”
“Ma che cazzo dici! Le trattenute, le ritenute, le detrazioni, le imposte regionali, la tax area… mettendo tutto in un unico calderone, poi a noi ci tocca pagare più tasse!”
“Che bastardi.”
“L’hai detto.”
“Sai una cosa Capone?”
“Dimmela.”
“Tanto io faccio il part-time e prendo pochissimo lo stesso.”
“Sì, sì ma così prendi pure meno, così.”

Capone ha davvero ragione, lo so, a noi poveri dipendenti pubblici, ultime ruote del carro, ci stanno fottendo per benino, cocendo a fuoco lento, senza fretta, concedendoci stipendi da fame, miserrimi, fuori dal mondo, di certo non al passo con l’inflazione, ma a me, di fondo, piace prenderlo un po’ in giro anche quando sostiene tesi condivisibili – il che, comunque, accade di rado. Che c’è di male a prenderlo un po’ in giro? Poi, come se si fosse già disamorato della questione, riattacca con un nuovo argomento. Quando ingrana, Capone non si ferma più e ci vorrebbe la contraerea per abbatterlo.

“Ti è arrivato l’opuscolo del Sindaco?”
“Cosa, quella lettera col pieghevole che illustrava le meravigliose opere realizzate?”
“Quello, quello.”
“Sì, m’è arrivato.”
“L’hai letto?”
“Gli ho dato una sfogliata, poi ho smesso perché mi faceva troppo ridere.”
“Ridere…!?”
“Sì, ridere per non piangere, intendevo dire che m’ha fatto incazzare!”
“Ah, beh, giusto, giusto. Concordo pienamente con te, *****.”
“Tutta questa ostentazione e quanta spocchia poi, mamma mia!, quest’arroganza nel mostrare i progetti dei futuri grattacieli e i nuovi quartieri residenziali esclusivi e tutto quel dire: abbiamo fatto questo e quanto siamo bravi in quest’altro e meglio di noi non c’è nessuno… avessero realizzato qualcosa per le periferie, dico io, e per le persone che non hanno da vivere, dico sempre io! E gli anziani sotto sfratto? E i bambini che mangiano schifezze nei nidi? Per non parlare dello smog, delle polveri sottili, dei nostri polmoni scoppiati, del traffico…”, senz’accorgermi mi ero accalorato.

Capone mi guarda piuttosto sorpreso, credo non mi abbia mai visto così alterato. Si gratta la testa, si sistema gli occhiali dalle lenti spesse e accenna a un sorriso complice.

“Senti, non è che me lo porteresti da leggere?”
“A te non è arrivato?”
“Beh, no, cioè sì…”
“Non capisco, t’è arrivato, sì o no?”
“Sì, sì è arrivato anche a me.”
“E allora perché vuoi anche il mio?”

Adesso sono io che vedo Capone sotto una luce nuova, completamente inedita. La sua fronte comincia a imperlarsi d’impercettibili gocce di sudore e i suoi occhi, attraverso le lenti, prendono a brillargli luciferini. Poi lo sento dire, con una voce mefistofelica e sussurrante.

“Per il piacere di dargli fuoco. Sai, c’ho provato così gusto col mio, che…”

Poi prende e se ne va, lasciandomi lì a riflettere sulla sua natura di piromane. Uscendo mi detta di slancio il suo ultimo messaggio volante: “Se qualcuno mi cerca sono a litigare in segreteria.”

Certo come no, ma chi ti cerca a te? Povere segretarie, incolpevoli e del tutto estranee a qualsivoglia vicenda, sia sotto forma di trattenuta che di opuscolo, come non le invidio. Speriamo sia sprovvisto di accendino, piuttosto, il nostro caro Capone.
Io riattacco con un’altra variante, la pausa è andata bene, ma adesso bisogna ricominciare a lavorare. Neanche due minuti e mi telefonano. Cazzo sarà che rompe? Mi alzo, vado al telefono, scocciato, rispondo. È Pisticchi, ma che cavolo vuole da me?

“Per caso, c’è lì il Capone?”
“No, non c’è.”
“Mi sai dire dov’è?”
Visto che con Pisticchi è inutile resistere o svicolare, glielo dico subito, così mi tolgo il peso.

“Dovrebbe essere in segreteria… hai bisogno?”
“No, no, niente, niente…”

Tempo mezzo minuto e vedo entrare, di soppiatto, Pisticchi, seguito in fila indiana da Angelini e dalla Bulleri, gli inseparabili del piano. E adesso che cazzo vogliono questi, ma tutti oggi, per la puttana?, mi sembra la calata degli unni. Hanno in mano un cartoccio indefinito fatto di cartone, scotch e nastri colorati. Si danno di gomito come degli scemi. Sollevo schiena e testa dall’angolo di piazza attorno alla quale sto levando il retino e li vedo sghignazzare nei pressi del tavolo di Capone.
Resto in attesa di spiegazioni, tanto lo so che arriveranno anche se non richieste. Infatti non tardano. Il favoloso trio si apre a ventaglio permettendomi così di vedere la scrivania bunker di Capone, fino a quel momento coperta dai loro ingombranti corpi. Accanto alla montagnola di pratiche inevase, sempre in bellissima evidenza e sempre più svettante, manco fosse un piccolo irraggiungibile Monte Bianco, spicca il cartoccio di cui dicevo.

“Cosa ne dici, forte, eh?”, fanno intonati, in coro.

Non mi dice molto, allora provo a osservarlo meglio. E osservando meglio m’accorgo che quel cartoccio fatto di cartone, scotch e nastri colorati somiglia vagamente e sinistramente a una specie di pennuto senza penne, triste e col becco pendulo e coi tempi che stiamo correndo, tra influenze aviarie e crisi del mercato del pollame, non è il massimo della pubblicità, per di più sotto Natale, sto cartoccio triste farebbe passare la voglia di mangiare polli anche a un ciccione affamato.

“Ma l’hai capito o no?”, mi chiede Pisticchi, il più allegro della compagnia.

Mi guardano tutti e tre come se fosse scontato che capissi.

Dico ingenuo: “No, non l’ho mica capito.”

“Allora dobbiamo scriverlo, l’avevo detto io che così non si capisce”, fa dubbioso, l’Angelini.
“E va bene, sbrighiamoci però, che tra un momento e l’altro rischia che torna”, chiosa la Bulleri.

Li osservo, mi sembrano tre agenti segreti usciti da un film sgangherato. Mi viene da strizzarmi gli occhi, magari mi sto inventando tutto, loro non esistono e si tratta di una potente allucinazione.
La Bulleri, operosa come non l’ho mai vista, prende un foglio A4 dal tavolo di Santana, tanto secondo me non se ne accorgerà mai, uno più uno meno, e si mette a scrivere. Poi prende un pezzo di scotch da un rotolo che aveva in tasca, lo stacca coi denti, appiccica il foglio al cartoccio deforme e aviario e scoppia a ridere. Ah sì, adesso sì che ci siamo. Ridono in tre. Grosse, grasse, belle risate natalizie. Si riallargano e mi mostrano l’opera d’arte completata con la doverosa targhetta.

BUON NATALE CAPPONE!

E poi via, come tre ragazzini. Mi raccomando però, tu non dire nulla eh!, mi raccomando. E vanno a nascondersi tra gli armadi/lapidi, tre simpatici becchini che non si vogliono perdere lo spettacolo. Al Capone, se c’è una cosa che non sopporta proprio, oltre ai sindacalisti, d’accordo, è quando si sbagliano col cognome e ci mettono la doppia P. Lo manda in bestia, a lui. Venite a dirlo a me che è da più d’un mese che sto sull’elenco aggiornato sotto forma di geometra, io che dovrei dire, io?

[segue]

Posted by Giuseppe Braga at 08:29 | Comments (1)

10.07.06

Piani alti, cultura bassa / 20. Varianti e cicale

di Giuseppe Braga

È l’ultimo lunedì lavorativo prima di Natale e io sento l’ansia crescermi dentro. Ma non è l’ansia natalizia, quella solita, quella che t’assale ogni anno in questo periodo, l’ansia per i regali, i presepi, gli alberi e i pranzi che inesorabili t’aspettano, e neppure quella per le luminarie che hanno invaso, incongrue, eccessive e accecanti, la città, nossignori. Questa è l’ansia tipica che prende per la gola la cicala.

Sì, lo dichiaro, ebbene sì, lo confesso, sono stato una stupida cicala anch’io, con tutto quel tempo buttato via ad ascoltare le fregnacce di Capone o tutte quelle ore spese a scrivere della slitta e dell’orso miope o a fantasticare sui bei tempi che furono. E adesso, volete proprio saperlo?, adesso sono qui, piegato, genuflesso, inginocchiato davanti al tavolo luminoso e ai suoi neon incassati e lavoro forte, mi spacco la schiena, forte e duro, non guardo più in faccia a nessuno io, adesso, io, eh no!, adesso basta scherzare, lavoro duro e forte come un camionista incazzato che si spara su e giù le autostrade della beneamata penisola per non so quante volte in una settimana senza battere ciglio. Pronto a inserire la marcia e a ripartire. Giorno e notte. Ecco, magari non proprio a quei livelli, io di notte dormo tranquillamente a casa mia, ecco, ma quasi ci siamo. A costo di spaccarmela, la schiena, e di lasciare qualche diottria per strada, io, il mio lavoro lo voglio finire assolutamente entro i termini che mi sono stati, sinteticamente ed esplicitamente, ordinati. E dunque sì, ora basta trastullarsi, la chiusura dell’aggiornamento delle sacre tavole del Piano Regolatore Generale mi attende e non può più essere rimandata. Questa spada di Damocle che pende sulla mia testa non me la lascerò cadere addosso. Quest’aggiornamento s’ha da fare ed entro Natale sarà mio.

Settimana scorsa, se volete che ve lo dica, e ve lo dico senza auto-compiacermi più del dovuto, ci ho dato dentro a capofitto, pur con l’ostruzionismo, chissà poi quanto involontario di quello scansafatiche di Capone, ci ho dato una bella botta al plico di varianti che dovevo inserire sulle sacre tavole. Da montagnola ch’era, l’ho declassata a poco più che collinetta, dai pendii dolci e decisamente meno impervi.

Oggi, mattinata limpida e gelida, a poco meno d’una settimana dal santo Natale, col rischio di imprevisti cali di zuccheri preventivamente scongiurato da un’abbondante e sostanziosa colazione consumata al bar sotto il metrò, oggi, a meno tre dalle mie sacrosante e sospirate ferie di fine anno, prima di ributtarmi a capofitto nella collinetta di varianti, decido di fare un breve riepilogo e una conta delle varianti inserite, di quelle ancora in sospeso e di quelle mancanti. Le giornate di oggi e di domani s’apprestano a essere lunghe e faticose, perciò necessito di un bel programmino definito e preciso. Conto e riconto, riconto e conto e verifico con un certo sollievo che le varianti più rognose, quelle dai limiti frastagliati, arzigogolati, incagliati, a serpentina e incerti le ho fatte quasi tutte. Così cicala non lo sono, allora, mi compiaccio ancora un pochino, tra me e me.

Dopo il conteggio e la spunta, arrivo a constatare quanto segue.

Varianti riportate effettivamente sulle tavole di P.R.G., n° trentanove
Varianti ancora in sospeso, da verificare con il responsabile funzionario, n° due
Varianti da fare, n° otto

Ne deriva che ce la posso fare. Quattro varianti al giorno (tra oggi e domani) non sono uno scherzo, ma esprimendomi agli alti livelli di cui sono capace, posso farcela. Mi riserverei la mezza giornata di mercoledì infine, per risolvere i dubbi inevasi e per portare il malloppo delle sacre tavole corrette e aggiornate al quinto piano, dal mite e corretto Puglisi, il venerabile tutore di tutta la cartografia cartacea originale dei vari settori urbanistici, saggio e umano titolare del laboratorio eliografico, per le susseguenti scansioni e copie su carta. A quel punto il mio lavoro si interrompe, nel senso che passo il testimone agli altri. A Elena Sabatini, esperta ragazza dedita a trovare peli nell’uovo, ex disegnatrice, ora amministrativa, molto meticolosa e scrupolosa fino allo sfinimento e al funzionario responsabile, il referente sintetico. Entrambi controlleranno con rigore e altissima precisione il mio operato e poi, inevitabilmente ce ne saranno, mi ridaranno da correggere quelle tavole sulle quali avranno riscontrato le mie eventuali piccole disattenzioni. Ma se ne riparla dopo Natale, anzi, ve lo dico subito, se ne riparlerà nell’anno nuovo, che io ho intenzione di tornare dopo la Befana, ve lo annuncio formalmente qui e ora, regalandomi una bella e meritata pausa lontano da questo postaccio vista smog, cemento e luminarie. Le ferie me le sono tenute apposta, chiamatemi scemo.

Inizio a darci dentro, allora. Sono le nove e dieci, ovviamente in ufficio ci sono solo io e dunque comincio bello rilassato e senza rotture varie. Lavoro bene, in assoluta tranquillità, per una buona ora, poi entra Capone. È più trafelato del solito, con la coda dell’occhio, senza alzare la schiena dal tavolo luminoso, gli faccio un cenno di saluto, lui mi borbotta qualcosa e si fionda alla scrivania. Sento che apre cassetti e scartabella fogli. Lo lascio fare. Lui lascia fare me e io lascio fare lui, un onesto patto silenzioso tra gentiluomini. E poi, ci manca solo che gli dia il la, d’accordo sbagliare, ma ai gesti d’autolesionismo, no, non ci sono ancora arrivato.

Mi ributto nel lavoro. Ora è il turno della Variante n° 1856, fogli di P.R.G. I-L 3-4 e I-L 5-6, zona di decentramento 5, riguardante le aree comprese tra via T**** e Piazza A******, ai sensi della legge regionale ****, ai sensi del D.P.R. n°*****, funzionario e responsabile del procedimento, arch. Cristiana Tondini.

Molto bene. Un lotto di medie dimensioni, con la previsione d’un nuovo parcheggio sotterraneo. È questo l’oggetto della variante. Da area a destinazione industriale e artigianale, ad area soggetta a intervento urbanistico comunale, comprendente, in superficie, una nuova zona adibita a verde pubblico. Beh, a volte succede di creare nuove zone verdi, peccato solo che, per fare i tre piani interrati del parcheggio, dovranno interrompere due vie, deviare il corso di una terza e chiudere un largo e trafficato tratto stradale per almeno due anni e mezzo. I prezzi del progresso e della mobilità. Che dopo, i parcheggi pubblici d’interscambio in prossimità dei capolinea delle linee metropolitane (questo è un caso del genere), restino perlopiù deserti e che tutti s’avventurino in città con le proprie auto, questo è tutt’altro discorso. L’unica costante è che noi, noi intesi come cittadini, ci intossichiamo giorno dopo giorno sempre più, respirando smog in percentuali elevatissime.

Ma sarà meglio che torni all’aggiornamento. Visti sulla carta, imperfezioni, manchevolezze e limiti, insiti e reali, presenti nella metropoli, sembrano molto più gestibili e hanno l’aria d’essere innocui per la nostra salute. Potenza delle mappe cartografiche che semplificano sempre tutto.

Incido il retino esistente (una pellicola adesiva trasparente con diverse simbologie, stavolta un largo quadrettato ortogonale) con estrema cura, poi lo sollevo, sempre col bisturi, cercando d’alzarlo via, possibilmente tutt’assieme. Impresa quasi impossibile, i retini sono vecchi e la colla resta attaccata alla sacra tavola e così, mentre il retino si stacca, va disintegrandosi in vari micropezzettini. Allora devo lavorare d’astuzia e di cesello, un pezzetto alla volta e poi, per eliminare la colla appiccicosa che resta sulla tavola, ci passo sopra con la gomma. E vai così. Poi prendo il nuovo retino, un bel reticolo fitto, sempre a maglia ortogonale, ma inclinato di 45°, ne taglio una parte, sagomandola a occhio su misura, la posiziono con molta cura sull’area di tavola sgombra, oggetto della variante urbanistica, e con l’aiuto del bisturi e della squadra ne taglio i precisi contorni. Stando bene attento a non far appiccicare troppo il retino nuovo sulle altre parti adiacenti all’area sgombra, che a volte succede che il retino aderisca troppo e alzandolo poi, si porti via i vecchi pezzi. E allora devi riattaccare tutto, ritappezzare, ricomporre, ricominciare daccapo, rincollare la tavola. Ma non è finita, certo che no. Adesso arriva il momento dei limiti. A tutto c’è un limite, no? Prendo la scatolina dei biscotti danesi, apro il coperchio tondo, frugo un po’, estraggo i pennini a china 0,3 e 0,8. Tocca a loro, è giunto il loro grande momento. Li agito un poco, ne provo la fluidità dell’inchiostro su un foglio di brutta e procedo con estrema attenzione, sperando di non sbagliare e di non dovere ricorrere alla lametta.

“Bastardi, lo sapevo!”

Sobbalzo di colpo. La tregua è finita, Capone s’è svegliato, accidenti. Mi mette subito al corrente. È arrivata una mail dalla segreteria, sono pronte le quietanze, e fin qui ci sarebbe solo da esserne felici, ma la notizia ferale e tremenda è un’altra. Insieme alla mensilità che ci spetta, i furboni della Ragioneria ci hanno infilato anche la tredicesima.

“Lo sai, ma lo sai *****, che sarebbe illegale?”
“Denunciamoli, allora”, gli faccio senza voltarmi.
“Sempre in vena di battute, eh? Anche quando non sarebbe il caso.”
“Dico sul serio, avvisiamo i sindacati e vediamo cosa dicono a proposito.”
“Seee, povero illuso, i sindacati! Lasciali stare quelli lì, che è da giovedì che provo a chiamare quel fanfarone di Terlizzi e non lo trovo mai…!”
“Chiama tua sorella, no?”
“Non ci penso neppure.”
“Perché?”
“Mai mischiare gli affetti con il lavoro.”
“Ah, beh, allora, se la mettiamo giù in questi termini, non parlo più.”

[segue]

Posted by Giuseppe Braga at 08:11 | Comments (0)

05.07.06

Piani alti, cultura bassa / 19. L'allegra combriccola

di Giuseppe Braga

Capone, dopo una lunga e ponderata riflessione, ha scelto, finalmente. Carolina prende carta e penna e s’appresta a riportare correttamente il menù di giornata.

Maccheroni mare e monti
Battutina di maiale ai ferri
Patate arrosto e spinaci saltati al burro (mezza porzione di ognuno)
Due panini
Un pacchetto di cracker (mi raccomando salato in superficie, specificalo!)
Acqua liscia, bottiglietta da mezzo litro
Una pera cotta

Perfetto, equilibrato, leggero, vitaminico, proteico, nutriente. Cazzo volete di più?

Carolina torna di là, anzi resta di qua, usa il telefono di Santana, tanto quello non c’è mai e gli cresceranno pure i funghi sotto la scrivania, chiama la mensa e fa le ordinazioni. Entro mezzogiorno vanno fatte, che se no, non riescono a preparare le vaschette e i sacchetti, quelli della mensa.
L’ora di pranzo è decisamente singolare e ha degli aspetti senz’altro spettacolari, qui all’ottavo piano, stanza n° ***, se ne vedono di cose, che quasi si fa fatica a crederle.

Se a una cert’ora chiudi gli occhi, diciamo intorno alle dodici e mezza, dodici e trequarti, diamole tempo di andare a prendere i sacchetti con le vaschette piene di pietanze e di tornare, alla Carolina, tu prova a chiudere gli occhi e vedrai, li chiudi e senti lo sferragliare delle posate, li tieni chiusi e se non hai il raffreddore puoi annusare il profumo delle cibarie ancora calde e, resisti ancora un attimo con gli occhi serrati e vedrai, con un po’ di fantasia, ti sembrerà davvero di stare al ristorante, ti sembrerà.

Poi li riapri e la verità, triste, buffa o grottesca, dipende dal tuo umore, assume i contorni della realtà e ti vedi Capone, a due metri scarsi di distanza, lo vedi in compagnia di altri indistinti personaggi, che s’ingozza coi maccheroni mare e monti, spaparanzato sulla sua seggiola girevole coi braccioli, col tovagliolo di carta al collo per non sporcarsi la camicia e col sugo mare e monti, pomodoro, cozze e funghi, spalmato disordinatamente intorno alla sua bocca come se gli avessero sparato una mitragliata sui denti.

Un orrore, un abisso. La fine della civiltà, in poche parole. Che se non avessi, asserragliato chissà dove, ancora un barlume di lucidità e un pizzico d’amor proprio, ti getteresti senza indugi dalla finestra e chi s’è visto s’è visto.

Io invece, davanti a simile orrido spettacolo, ho, solitamente, due possibilità. La facoltà della scelta, finestra a parte, per fortuna ce l’ho.

E dunque accade che, riavutomi dopo l’inevitabile quotidiano shock iniziale, o resto ipnotizzato da tanto orrore e rischio la finestra, o me ne vado, pure io, a gambe levate, a mangiare. Che così almeno non li vedo all’opera e penso che non esistano. Così facendo però, lascio sguarnita la mia postazione e questo è un guaio. È capitato, al ritorno, di trovare alcune sorpresine, sparse qua e là…

L’allegra combriccola del pranzo all’ottavo piano è variabile e consta di personaggi e interpreti, piuttosto notevoli e originali, intercambiabili e/o più o meno saltuari a seconda dalle occasioni.

Carolina alle dodici e trenta spaccate corre alla mensa, passa il badge per tutti, raccatta i sacchetti caldi e colmi di vaschette fumanti, e torna, volando sulle ali dell’altruismo che la contraddistingue, nel palazzo. Entra leggiadra in ufficio e i profumi misti e variegati dei cibi si spandono nell’aria. Capone sobbalza dalla sedia e si prepara col tovagliolo. Non ci sta nella pelle, è sempre affamato quell’uomo. Scatta il giro di telefonate e in pochi minuti, dai vari piani, arrivano i commensali. Nel frattempo Carolina ha apparecchiato, per tutti tovaglietta di carta, bicchiere di plastica e tovagliolo. Le sedie non sono mai abbastanza e si cercano negli uffici limitrofi. Tanto è ora di pranzo e quasi tutti sono usciti a mangiare. Io spesso resisto asserragliato alla mia scrivania, presidiando un posto molto, fin troppo appetibile. Arrivano gli ospiti, arrivano già con le sedie raccattate qua e là e si siedono nei posti appositamente preparati da Carolina. Poi è sempre lei che distribuisce i sacchetti contenenti le pietanze. Buon appetito a tutti, adesso non si scherza più, adesso si mangia.

Oggi sei coperti, oggi ci sta il pienone.

Marzia l’aiuto segretaria,
Il ragioniere Alberto Falletti, un panzone del settimo, che chiede sempre le doppie porzioni e ci credo che c’ha una tal panza,
Simona Chini, l’amica di Carolina, un’impiegata del diciannovesimo piano, nulla di che, solo un po’ squinternata, ma a Carolina se non c’hanno qualcosa che non funziona non piacciono mica,
Nardello il santo, il vecchio collega disegnatore, quello che ha fatto l’aggiornamento del P.R.G., ma che per me passerà alla storia per la trovata geniale del bicchierino d’acqua nella sonda del fan-coil.
E poi loro due, ma di Capone e Carolina già sapete. Loro due sono i commensali fissi, nonché gli impeccabili e irreprensibili padroni di casa.

Faccio appena in tempo a intravederli, li lascio, con un po’ d’esperienza e piuttosto furbescamente, sistemare sulle loro sedie e quando tutti hanno cominciato a far andare su e giù le mandibole, mi alzo, li saluto, do loro il buon appetito di prammatica e me ne vado, abbastanza sollevato, a mangiarmi un panino per i cavoli miei, in compagnia di David Foster Wallace, non in persona, ma sotto forma cartacea, nella fattispecie accompagnati entrambi da una ragazza dai capelli strani.

Flash back (esercizio di memoria metonimica): vi ricordate le briciole sotto la mia scrivania?

Rientro prima del previsto, staccandomi a fatica da storie americane su quiz televisivi, domande su animali inespressivi e record di vittorie consecutive e ho una bella sorpresa. Trovo bella comoda sbracata sulla mia sedia Susanna Precipizi, un’altra amica di Carolina, un po’ svitata pure lei, impegnata a scofanarsi una vaschetta fumante di non so che, ma con molto parecchio sugo. Per terra, tutt’intorno, briciole, indiscutibilmente briciole di pane. Evidentemente un ultimo arrivo, senza prenotazione.

“Scusa, cazzo ci fai al mio posto?”
“Non c’era nessuno e mi sono accomodata.”
“Ma cazzo, ti assicuro che questo è il mio posto, cazzo.”
“Perché, ti da fastidio se mangio qui?”

Mi guardo in giro in cerca di consenso o conferme. Non ottengo nulla, solo varie e diverse tipologie di masticazioni. Qualche scrollata di capo, da uomo di mondo, esempio Capone, come a dire, lascia perdere, è fatta così, la ragazza è un po’ fatta così, lascia stare.

Non mi resta che stringere forte il Foster Wallace fatto di carta, pensare a Gin Fizz, Big, Cucciolo Rabbioso e Mister Wonderfull e chiudermi nel cesso, infinitamente triste e senza speranza. La vita d’ufficio è una brutta bestia, soprattutto quando si ha fame.


[segue]

Posted by Giuseppe Braga at 23:20 | Comments (1)

03.07.06

Piani alti, cultura bassa / 18. A tavola, la zuppa l'è cotta!

di Giuseppe Braga

Capone, aldilà dei timbri che fa finta di mettere, è uno metodico. Una di quelle persone che fonda la propria vita su poche certezze, poche, sicure e indiscutibili. Inattaccabili e inoppugnabili.

A un’ora prestabilita gli suona la sveglia del cellulare. Sempre, ogni stramaledetto giorno è così.

“Le undici e mezza. È ora.”

Segue una procedura collaudata. Gli avranno anche cambiato il settore solo da un anno, ma su alcune cose, vedi questa, Capone è svelto come un mandrillo e ha molta, parecchia facilità d’apprendimento.

Senza nemmeno voltarsi, seduto sulla sua seggiola con braccioli, muove il braccio sinistro e tira due pugni, secchi e decisi, contro la parete che sta dietro la sua scrivania. Dall’altra parte, tempo due, tre secondi, arriva una vocina stridula, la stessa, ogni mattina alle undici e mezza, sole pioggia nebbia o neve, è così. La conosco molto bene anch’io la procedura.

“Un momento e vengo di lì.”

Ci siamo, comincia l’overture del pranzo. Dopo due minuti, due minuti e mezzo entra, col suo passo lieve e leggiadro da elfo, folletto dall’animo nobile, caritatevole e altruista, generoso di natura, entra lei, la nostra vicina d’ufficio, l’adiacente di parete. Magra come un chiodo, capelli scompigliati, arruffatissimi e troppo abbondanti, allegra per contratto, un volto ingenuo e sorprendentemente paziente, gentile e pacato, nonostante la sciagura capitatale di dover avere a che fare con Capone ogni santissimo giorno, circostanza che toglierebbe il sorriso anche a una iena ridens. E io rido molto poco da quando sto in ufficio con lui, venite qua a vedere se non mi credete.

Capone la sente entrare e, da perfetto uomo di mondo qual è, si mostra immediatamente gentile.

“Ma come ti sei vestita oggi? Sembri la piccola fiammiferaia.”
“Non ho avuto tempo, sai, i bambini…”
“E quella macchia che hai sulla gonna?”
“Oh, cavolo, non m’ero accorta.”
“Cos’è, non dirmi che è quella roba lì”, fa lui, ammiccante e tendente al viscido, “dici sempre che non hai mai tempo per farlo e che tuo marito è sempre stanco, eh…”

Capone è davvero, indiscutibilmente, un gran signore. Lei arrossisce un po’ e anziché mandarlo a quel paese come dovrebbe, gli risponde pure. L’ironia all’ottavo piano arriva molto rarefatta, come l’ossigeno.

“Non ci pensare proprio. È la pappa del bambino, stamattina. Ma fa niente, stasera la lavo via.”
“Ce l’hai la lista?”
“Sì, certo.”
“Dammela, dai, che oggi sono nervoso e ho una fame che mi mangerei mezza Puglia se potessi…”

Capone s’eclissa, prende la lista e si mette a studiarla attentamente, molto meglio di quando sfoglia le pratiche che dovrebbe archiviare. Lei si volta verso di me, io non posso scappare da nessuna parte, e comincia a raccontarmi dei suoi figli, è buona certo, ma quando vuole, come tutte le persone troppo buone, sa infierire anche lei, e mi racconta del più piccolo che in questo periodo ha dei rigurgiti improvvisi ed è per quello che… io, che non sono stronzo come dovrei, tranne che in circostanze particolari (questa non lo è), non posso far altro che ascoltarla, sottomettermi al volere del dio degli impiegati che oggi ha scelto me per una punizione esemplare. Lei, credo che, se ci fosse una speciale classifica che premiasse i candidi e puri di cuore votati al sacrificio, arriverebbe senz’altro prima, staccando di parecchie lunghezze tutti gli altri concorrenti. È così buona che, quasi, quasi quando esagera lo è fin troppo.
I troppo buoni, avviso chi non lo sapesse, sono sì buoni, ma hanno, connaturato in profondità, un terribile difetto di fabbricazione e così succede che quando esagerano, in bontà e beatitudine, non s’accorgono che, pur da buoni, stanno davvero esagerando. Sovente capita che nemmeno tu, fortunato destinatario delle loro premurose attenzioni, te ne riesci ad accorgere, della loro invadente bontà, e così loro, buoni fino in fondo, mentre tu sei stordito e non hai forze per reagire, al culmine della loro generosa trance agonistica, una sorta di apice orgasmico in piena regola, prima che te ne rendi conto, loro t’hanno già sommerso di melassa. Loro t’irretiscono sorridendo a suon di miele e tu cadi nella loro ragnatela zuccherosa, stucchevole e nauseabonda, fatta di bontà e buone azioni multi giornaliere.

Lei, la buona in questione, lei ha un nome e il suo nome è Carolina Farinelli, ufficio Procedure Urbanistiche, trentasei anni, tre figli, un marito (in cassa integrazione) e una suocera (con gatto) a carico. Poteva andarle peggio, insomma. E infatti, quand’è in ufficio le tocca accudire pure quello sfruttatore d’anime candide d’un Capone. Ma lei è facile a commuoversi e a prendersi a cuore casi umani e similari. E Capone, che è separato (l’avrà fatta uscire pazza, quella povera moglie), che vive da solo in un bilocale, che ci ha le lenti spessi da miope, che ha dovuto cambiare, dopo venticinque anni d’onorato servizio, ufficio (poveretto, si sente spaesato), colleghi e settore (ma non le mansioni, a lui i timbri non glieli toglierà mai nessuno), Capone rientra appieno nella categoria.

Carolina, si sarà intuito, ha questo torto, radicato nella sua essenza intima (purtroppo per lei, incredibilmente enorme e fortemente penalizzante, come torto). È troppo, troppo, troppo buona. Disponibile e accondiscendente come un Cappuccetto Rosso senza cappuccio. E in questo micro-mondo in verticale, fatto non di marzapane ma di cemento, popolato da piranha e da squali, se si è fatti così, se si è troppo buoni, si rischia di uscirne in due modi. O con le ossa rotte o pazzi. Lei, per me, concorre in entrambe le categorie.

“Meno male che posso mangiare in ufficio senza i bambini intorno, così mi rilasso…”

Sono le ultime parole del monologo dedicatomi da Carolina che, dopo avermi raccontato di tutta la sua famiglia, aveva iniziato a parlarmi dei colleghi, della monotonia del lavoro e, e non pensavo di dover ringraziare Capone, ma oggi invece lo ringrazio, sì, perché, col suo tono di voce perentorio, interviene a proposito, un momento prima di una mia reazione inconsulta e sconsiderata e così lei, come per magia, lei, la nostra fatina, si interrompe.


[segue]

Posted by Giuseppe Braga at 07:52 | Comments (1)

29.06.06

Piani alti, cultura bassa / 17. Legami profondi

di Giuseppe Braga

“C’è un legame profondo che ci unisce.”
“Te e lo sbarbatello?”, e mi viene quasi da scoppiargli in faccia una risata, di quelle fragorose.
“Io e Terlizzi, sì”, mi fa, scandendo le sillabe, serio, serio.
“Siete dei massoni, per caso?”
“Non sparare cazzate *****, per chi m’hai preso, io sono comunista!”, un barlume folle e iridescente gli attraversa le pupille. Io invece ho una visione mistica e vedo Togliatti, Nilde Jotti e Berlinguer a braccetto, a capo d’un immenso corteo (ma per la questura dell’aldilà, formato solo da poche centinaia di persone), in un mare di bandiere rosse, alle prese con un improvviso prudere alle mani.
“Ah, beh… e da quando sei diventato comunista, scusa?”

“Sei in vena di battute, oggi. Ho la tessera dei Comunisti Italiani, ho la tessera. Vuoi vederla?”
“Grazie Capone, un’altra volta, magari.”

Comunista, certo, l’andasse a dire agli addetti delle pulizie, gliel’andasse a dire a loro. Torna serio, si ricompone, schiocca la lingua, dà un colpetto di tosse, si schiarisce la voce e mi svela il segreto.

“Il legame è parentale.”
“Ma dai!”
“Terlizzi è…”
“Tuo cugino di terzo grado?”
“Fuochino…”
“…?”
“È mio nipote.”
“Scusa?”
“Quel coglione di sbarbatello è il figlio di mia sorella.”
“Ah, però, che bella coincidenza. Sarai orgoglioso…”
“Mah, ti dirò, detto tra noi, sarà pure mio nipote, ma è una gran testa di cazzo di sbarbatello.”

Sarà davvero contenta, contentissima, strafelice sua sorella, nell’apprendere, se mai l’apprenderà, ne dubito, quest’originale punto di vista del fratello.

“Hai visto poi, m’ha sbattuto il telefono in faccia, m’ha sbattuto. Non lo richiamo soltanto perché non c’ho il tempo da perdere, io. Io sono qui a rompermi il culo e a sgobbare, sono ventisei anni che sgobbo, non faccio mica il sindacalista che piglia per il culo la gente, vaffanculo, io.”

Guardo la montagnola di pratiche che ha sulla scrivania, mi potrei giocare mezzo stipendio (tanto è misero e potrei arrischiarmi) che domani mattina sarà ancora lì alla stessa altezza. Con buone possibilità di crescita di un paio di centimetri, anzi.
Capone non le manda a dire a nessuno, nemmeno ai sindacati le manda a dire lui, in quanto Capone. Figurarsi ai sindacalisti sbarbatelli e fanfaroni che sono pure suoi nipoti, figurarsi. Però a me qualcosa non mi torna.

“Capone, mi togli un’ultima curiosità?”
“Certo, spara.”
“Ma perché lo chiami per cognome, visto che è tuo nipote?”

Mi guarda come se gli avessi detto una bestemmia, tanto ovvia, quanto stupida e volgare.

“Cazzo, *****, ma ti devo spiegare proprio tutto.”
“…”
“Semplicemente si tratta d’essere professionali sul lavoro. Sempre, comunque e in qualunque circostanza. Io sono fatto così, professionale al 100%, non te ne sei ancora accorto?”

Capone non finirà mai di sorprendermi, Capone.

I sindacalisti (non tutti certo che no, non prendetemi per un qualunquista qualsiasi) dalle nostre parti si vedono soprattutto sotto elezioni (le loro). Al momento di rinnovare le R.S.U. (Rappresentanze Sindacali Unitarie) o nel pieno d’una rivendicazione particolarmente sentita e politicamente visibile, meglio se a livello nazionale. Come, altro esempio che calza a pennello, per il rinnovo del contratto nazionale degli enti locali. Ma abbiamo valide eccezioni anche tra i sindacalisti, alcuni di loro, non so quantificarli ma ci sono ed esistono, ve lo do per certo, parecchio e molto, si dannano l’anima a fondo perso, appassionatamente e disinteressatamente. Per La Causa. A loro va il mio plauso incondizionato, commosso e sincero. Restiamo (resto) comunque pur sempre nel dubbio: che alla fine lo facciano per non lavorare?

Al Capone invece, i sindacalisti, sotto, sotto, neppure troppo sotto, gli stanno profondamente sul culo, parenti inclusi. Lui li vede esclusivamente come un mezzo (medicina amara ma inevitabile), come uno strumento necessario. Lui ha a cuore solo i suoi arretrati (un vecchio e ancora irrisolto contenzioso relativo ad alcune pratiche legate a Progetti Obiettivo), lavori extra e molto urgenti che, a sentirlo dire, avrebbe accumulato nei suoi onorati faticosi ventisei anni di servizio amministrativo.

Che poi consisterebbe, il suo onorato, oneroso e faticoso servizio, sostanzialmente nel timbrare, vidimare e archiviare pratiche. E poi, smistarle e inviarle ai settori di competenza, eppoi ancora, quando le copie contro vidimate e contro timbrate sono ritornate sulla sua scrivania, nell’ordinarle, catalogandole per genere e per data, nei famosi armadi/lapidi (Capone non s’è mai perso, perlomeno fino ad ora, ma il mio non vuole essere un augurio, per carità), depositandole e lasciandole lì, spesso a marcire, non certo per colpa sua, dimenticate per anni, altre volte invece, pronte a venire ripescate, come in un’estrazione del lotto fortunata, per i successivi ufficiali passaggi amministrativi.

Appendice pratica sulle pratiche (e, appendice nell’appendice, curiose analogie inquietanti)

Le pratiche, quelle fortunate di cui sopra, seguono percorsi ufficiali prestabiliti, gerarchici, regolati e disciplinati da carte bollate, da firme dirigenziali, da enti sovrintendenti e da tempistiche decise a monte, non derogabili, salvo eccezioni particolari, tempistiche scritte nero su bianco, a cui ci si deve attenere rigorosamente. Salvo eccezioni dunque, Capone è solo una piccola parte d’un meccanismo molto più grande di lui, di Terlizzi e di tutte le loro famiglie riunite, anche se il mio ineffabile dirimpettaio spesso tende a non darlo a vedere e si compiace a fare la figura di quello che, coi suoi timbri e le sue archiviazioni, regge sulle proprie spalle l’intera amministrazione. Molto tipico e usuale come atteggiamento, anche questo qui.

Tornando alla pratica delle pratiche, il meccanismo/percorso che seguono è il seguente:

Avvio, Inoltro, Adozione, Pubblicazione, Approvazione, Efficacia

Terminologie piuttosto sintetiche ma altrettanto chiare, no?

Confuse tra la montagnola, le pratiche baciate dalla sorte, seguiranno la suddetta trafila per poi, magicamente, vedere la luce, trasformandosi da pratiche teoriche fatte di cellulosa e inchiostro, a pratiche costruite e costituite, in pratica, da cemento, mattoni, asfalto e metri cubi di movimenti di terra.

Ed è qui, qui e ora, che io vengo abbagliato da un flash abbacinante e, in un mare di luce bruciante che m’acceca, intravedo, distorta, una somiglianza inquietante, un’analogia che paralizza ogni mio muscolo. Analogia che ora provo a riportarvi, nella speranza di sgravarmi almeno un poco di questo penoso turbamento che ha preso ad angosciarmi a tradimento. E passatemi la rima baciata.

Capone e i suoi timbri, Capone e le sue priorità, Capone e le sue pause caffè. Capone che maneggia, palleggiandosele come birilli, pratiche su pratiche. Che se gli saltasse lo sghiribizzo, al Capone, il censore Capone, lui potrebbe, per interesse, inedia o antipatia, fare scivolare una pratica antipatica o noiosa sotto alle altre, con un gesto lieve e invisibile, metterla alla base della montagnola e ti saluto tempistica, gerarchia, ufficialità e carte bollate.

Capone, pollice verso, starter o affossatore di pratiche urbanistiche. Capone l’Imperatore delle pratiche, Capone la pratica dell’Impero. Meglio farselo amico uno come Capone. Eccola, l’analogia inquietante che mi fa tremare i polsi e che mi fa vedere sotto tutt’altra luce quel cazzone di Capone.

M’immagino la montagnola di pratiche che ha parcheggiate sulla scrivania da non so quanti mesi e che non degna di uno sguardo da settimane, me l’immagino come se fosse una montagnola, non di pratiche urbanistiche, ma di manoscritti di giovani poveri innocenti e ingenui esordienti aspiranti scrittori. E lui, ovviamente, lui me lo vedo distintamente, sotto le sembianze di un editor scazzato che non ne ha per le palle di fare, come dovrebbe, il lavoro per cui viene pagato (perché Capone, nonostante si lamenti sempre, al ventisette di ogni mese lui lo stipendio lo ritira regolarmente).

Ho una visione distorta e allucinata che mi provoca una fitta allo stomaco.

avvio… inoltro… adozione… pubblicazione… approvazione… efficacia…
(prendeteli pure, i puntini di sospensione, come una libera citazione celiniana)

Parole forse vuote, ma pregne di significati, terminologie che rimestano nel torbido del nostro subconscio di aspiranti. I famosi plichi dei manoscritti degli esordienti, eccoli che vengono inoltrati via posta prioritaria, eccoli che anelano ad essere approvati dall’editor di turno e susseguentemente pubblicati, eccoli infine che confidano in una piena e totale efficacia, una forte presa sui lettori…
Manoscritti urbanistici, nel nostro caso, ai quali lui da l’imprimatur, la benedizione finale, il beneplacito, il via libera definitivo e liberatorio… coi suoi cavoli di timbri storti.


[segue]

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26.06.06

Piani alti, cultura bassa / 16. Sbarbatelli, sindacati e...

di Giuseppe Braga

Sbarbatelli, sindacati e subdoli sodalizi

Mi sto rilassando, ho appena chiuso un aggiornamento particolarmente ostico, una variante speciale (nuovi milioni di metri cubi di allegro cemento pronti a colare sulla città), relativa a un’area enorme di non so quanti metri quadrati, con un limite frastagliato che mi sembrava infinito, dalla forma mostruosa (pareva un drago dalla lingua biforcuta, preso di profilo). Nello specifico, a variante speciale, non poteva non corrispondere un limite speciale, con grafia specialissima, studiata ad hoc per l’occorrenza, composta da un trattino lungo alternato a un doppio punto, con pennino fine, accostato a un altro, leggermente più esterno (parliamo di un paio di millimetri), a doppio trattino e triplo punto, a pennino grosso. Il tutto a mano, con l’ovvio obbligo dell’altissima precisione. Un limite arzigogolato, ingarbugliato, che seguiva per un lungo tratto un pezzo di naviglio, svoltava lungo l’asse di un’arteria urbana a scorrimento veloce (veloce solo sulla carta) e poi girava intorno, inglobandola e fagocitandosela, a una vastissima area ex industriale, per andare a richiudersi nei pressi della circonvallazione esterna, sfiorando un parco della zona ovest della città.

Non ho più molto da scherzare, l’urgenza m’è piombata addosso senza preavvisi e c’ho da darci parecchio dentro, Natale è alle porte, per la puttana. Di sicuro però, un po’ di pausa e relax, non la si può negare nemmeno a me. Così adesso (dopo l’ultima ora che m’è passata davanti agli occhi sotto forma di ghiacciolo, inesorabile, mentre io me ne stavo ingobbito imprigionato sul tavolo luminoso a pensare a chissà quali altre cose avrei potuto fare), adesso sono qui, infreddolito ma col limite a forma di drago ormai chiuso, definito e riportato correttamente, sono qui seduto alla scrivania e mi sto rilassando, comodo appoggiato allo schienale, e mi godo, o almeno ci provo, entro le possibilità consentitemi, il meritato relax. Che poi, a voler spaccare il pelo nell’uovo, proprio relax non è.

Perché, il perché è presto detto, perché a meno di due metri in linea d’aria, c’è, c’ho, c’è il Capone che, appoggiato temerariamente sul bordo della sua seggiola girevole, agitato e asserragliato dietro la sua scrivania fortino, sta gridando come un ossesso nel telefono, potesse s’addenterebbe la cornetta in un paio di morsi. È incazzato infoiato furibondo nero, una biscia pizzicata da una tarantola. Ce l’ha coi sindacati in astratto, coi sindacalisti in genere e col suo (sigla impronunciabile, semisconosciuta) in particolare. Il suo sindacalista invece ha un nome piuttosto comune. Dico ciò, perché è come se lo conoscessi un po’ anch’io, adesso, pur non avendolo mai né visto né sentito, il suo sindacalista. Nel senso che, penso, da oggi non lo scorderò facilmente quel nome, io che adesso volevo rilassarmi e invece sono costretto ad ascoltare gli improperi urlati da Capone all’indirizzo del sindacalista, e il nome, l’oggetto degli improperi, me lo sento ripetere, il nome del sindacalista insultato da Capone, una quindicina di volte in tre minuti scarsi. Non ho contato, ma suppergiù siamo intorno a quella cifra. E per memorizzare i nomi, credo sia uno dei sistemi più efficaci, credo.

“Terlizzi, Terlizzi… è da un anno e mezzo che mi stai dicendo di restare calmo.”
pausa breve (Capone ascolta e si gratta la fronte spaziosa)
“Ma io mi sono rotto i coglioni di aspettare!”
pausa brevissima (ascolta e giocherella con la biro)
“No, no, no, non ne posso più!”
pausa intermedia (grugnisce e fa di no con la testa)
“Guarda Terlizzi che cambio sindacato, stavolta lo dico e lo faccio, porca di quella puttana!”
pausa nervosa (tamburella le dita sulla montagnola di pratiche inevase che ha di fianco)
“Mi avete stancato con le vostre vertenze collettive, con le tattiche operaiste, coi vostri attendismi da post proletari del cazzo. Non sono altro che scuse, scuse del cazzo, belle e buone per…”
pausa interlocutoria (fuori di sé, batte un pugno sulla scrivania e fa cadere il portabiro per terra)
“Non m’interrompere Terlizzi, m’avete scassato i trequarti di minchia! C’ho cinquant’anni io, e non mi faccio prendere per il culo da uno sbarbatello di sindacalista come te. Lo sai che cosa faccio se andate avanti così? Lo sai? Se andate avanti così, vi tolgo la quota, vi tolgo! E poi vi sputtano tutti!”
pausa lunghissima (si limita a scuotere la testa lentamente)
“Non dire altro, aspetto fino a marzo, poi però è la volta buona che vi mando tutti a farvi in cu…”

S’interrompe di colpo. Mi guarda interdetto: “Ma cazzo, m’ha riattaccato in faccia! Quel fanfarone sbarbatello perdigiorno ha messo giù!”

Mentre risistema il bellissimo portabiro in decoupage, sacro dono dei vecchi colleghi, decide, del tutto arbitrariamente direi, se non fosse superfluo dirlo, decide che mi deve assolutamente spiegare. Anche se, e non dovrei neppure dire questo, no che non dovrei, io non gli ho chiesto nulla (ma nemmeno per l’anticamera del cervello m’era passata l’idea di chiedergli conto di Terlizzi, manco per niente se volete saperla tutta). E il perché io non gli ho chiesto nulla è un perché piuttosto semplice. È perché io sono lì, anzi sono qui, seduto, sfatto, con un principio di scogliosi, sono qui, cerco solo di rilassarmi un po’, prima di affrontare un’altra variante, la testa e gli occhi, occhi che invece vagano nell’iperspazio, occhi che mi vanno ancora di traverso, seguendo lingue biforcute e circonvallazioni trafficate, rincorrendo affannosamente i miei limiti, proprio il caso di dirlo.

È scosso, non gliela fa a stare fermo, Capone ha ancora ettolitri d’adrenalina in circolo e si vede. Si alza, fa un giro su sé stesso, sembra un ballerino ubriaco, si risiede, apre il primo cassetto della scrivania a sinistra, quello dei viveri, rovista un po’, pesca qualcosa e tira fuori un pacchetto di cracker, un sopravvissuto, uno di quelli salati in superficie che a lui piacciono tanto, si rialza, con un elegante colpo d’anca richiude il cassetto e comincia a passeggiare (a strascicarsi nervosamente i piedi sul pavimento, sarebbe più preciso dire) avanti e indietro per l’ufficio, come fosse un carcerato in attesa dell’ormai sicura condanna. Mangia sempre qualcosa quand’è nervoso o annoiato, ormai questo l’ho capito (Capone inizia ad avere sempre meno segreti per il sottoscritto), se non sono i cracker, è una banana o una pera o un buondì al cioccolato. Oggi, a ogni buon conto, ci troviamo nel caso A, quello dei cracker e del nervosismo. Oggi sta incazzato per benino.

“Hai visto, hai visto come si comportano, i sindacalisti? Il telefono in faccia mi ha messo!”, inspira nervoso e poi butta fuori dal naso aria densa come fuliggine, “non lo richiamo e non gliene dico quattro, soltanto perché ho un sacco di lavoro da sbrigare.”

Sta sbriciolando cracker ovunque, ma a lui, al Capone, gliene frega una beata mazza, lo sappiamo, di sporcare in giro. Ci stanno gli addetti alle pulizie, li pagano apposta, che lavorassero un po’ anche loro, che si guadagnassero la pagnotta. Ha un diavolo per capello (non molti, a giudicare dai capelli, ma senz’altro cattivissimi), potesse, manderebbe al rogo l’intera classe sindacale italiana, anzi mondiale. A partire dal suo sbarbatello fanfarone, il primo della lista.

“C’ha neanche trent’anni e si crede un dio, quello lì. Giusto che l’anno scorso gli è andata bene la vertenza dei neoassunti del quarto livello, passati al quinto a tempo indeterminato… che poi, che poi, detto fra noi, se non avessero fatto sentire il loro peso i Confederati, col cazzo che ottenevano qualcosa, ‘sti minchioni qui.”

Non posso evitare di chiederglielo, lo so, dovrei lasciarlo sbollire nel suo brodo lo so, ma non posso evitare. Non farò mai carriera anche per macroscopiche debolezze come questa, lo so bene, lo so. E allora glielo chiedo, a me la questione pare semplice.
“Cambia sindacato, che ci vuole.”

Lui rallenta, ma non si ferma, prosegue a sgranocchiare e a camminare. Mandibole e gambe, su e giù, avanti e indietro.

“Fai presto a dirlo, tu.”
“Ma se è uno sbarbatello che non conta un cazzo, cambialo, no?”
“Non posso.”
“Come mai? Ti tengono sotto ricatto?”

Si ferma. Sorride amaro. Smette di masticare. Mi guarda come se lo avessi scoperto. Non dice nulla.

“Allora?”, adesso sono io a fissarlo, come fa lui di solito con me.

Capone vacilla, sembra un animale in trappola braccato da un branco di cani da caccia. Si guarda in giro, deglutisce l’ultimo tocco di cracker, si lascia scivolare di dosso l’ultima resistenza e si confida.

[segue]

Posted by Giuseppe Braga at 09:33 | Comments (0)

22.06.06

Piani alti, cultura bassa / 15. Lo strano caso di Rosa Pallotta

di Giuseppe Braga

Un paio di rosei indimenticabili aneddoti

Una volta, l’unica, ma per me davvero memorabile, ci ho pranzato insieme, in mensa. Era agosto, non c’era quasi nessuno in città, figurarsi in ufficio (partivo piuttosto avvantaggiato, insomma) ed era da un po’ che, con garbo ma puntigliosamente, le facevo il filo. Ebbene, nel silenzio tombale della calura estiva, mi squilla il telefono e cazzo se era lei, era proprio lei, era la mia Rosa.

La voce di Rosa, sempre calda (la temperatura esterna non c’entra nulla con la voce di Rosa, che è calda anche d’inverno), un po’ ingenua e suadente, ti fa pensare, almeno a me fa quell’effetto lì, a quei filmetti degli anni ottanta, quelli con Gloria Guida ed Edvidge Fenech. Ecco, dopo che avevo riattaccato il telefono, in quel giorno di calura agostana, già sensibilmente eccitato, io mi stavo già immaginando nell’atto di spiarla, mentre lei, nuda e insaponata, si stava facendo la doccia.

In mensa ci siamo arrivati tutti sudati e appiccicaticci, ma il sudore di Rosa indiscutibilmente il suo sudore andrebbe conservato, protetto in una santa teca e poi, una volta all’anno, sciolto come il sangue di San Gennaro, davanti al sindaco e a tutti gli assessori riuniti. Il suo sudore le scendeva leggiadro e freschissimo giù per il collo e io glielo avrei leccato via tutto quanto quel suo sudore, non fosse che eravamo in fila davanti ad altra gente col vassoio in mano e io sono un po’ timido e la mia timidezza talvolta indiscutibilmente mi frena e non mi permette di fare quel che invece indiscutibilmente dovrei. E poi va pur detto che due cose insieme mi riesce difficile affrontarle. O le leccavo via il sudore dal collo o sceglievo le pietanze. Avevo optato, chissà se feci la cosa giusta, per la seconda. E così, come inebetito, l’osservavo destreggiarsi tra piatti d’insalata, di pollo e di riso freddo e constatavo confusamente che le altre persone munite di vassoio, poche fortunatamente, erano lì tutte attorno a lei e cercavano d’attirare la sua attenzione anche nei modi più meschini, che non mi va neppure di raccontarveli, gli stratagemmi che s’inventavano sti cazzo di stronzi invidiosi.

Beh, poco fa ho parlato del suo meraviglioso fondoschiena, ma adesso, perdonatemi, c’ho da glorificarle assolutamente quell’altra zona erogena, fondamentale e strepitosa, che le sta impiantata meravigliosamente nel petto. Le tette, parlo di loro, di Rosa Pallotta, sono due robe sontuose, sferici attributi tondi, sodi e d’indiscutibile inarrivabile fascino e scusate se mi sono ripetuto ma è così che stanno le cose e per cose, qui intendo quelle due grandi fascinose allupanti tette rosa che Rosa si porta con disarmante disinvoltura addosso e appresso.

In buona sostanza, restando in tema, appena ci siamo seduti al tavolo, in mensa, sotto le occhiate impenitenti degli altri maschi inviperiti furibondi, lei, la mia Rosa, quasi ce le affondava le tette, sul suo vassoio. Poi tra noi due è partita una brevissima conversazione, concernente indovinate cosa.

“Lo sai che la mia collega **** se le è rifatte?”
“Che cosa?”
“Le tette, **** s’è rifatta le tette.”
“Davvero…?”, ma intanto io non avevo occhi che per le sue due.
“Io invece, non me le rifarei per nulla al mondo. Sai?”
“…”, col sudore che, in un paio di secondi, dal collo m’era arrivato ai piedi.
“No, perché sai, penso che se madre natura ha voluto così…”
Madre natura quel giorno, il giorno in cui venne al mondo Rosa Pallotta, era indiscutibilmente molto parecchio ispirata.
“… beh, con me è stata abbastanza generosa, non trovi?”

Cazzo, ci credevo, altroché se ci credevo. Sottoscrivevo. Tendo a precisare che le tette di Rosa, durante questa brevissima conversazione, mi continuavano a ballonzolare davanti agli occhi. Grosse, belle, languide, sode, per trequarti scoperte e ben in vista.

“Beh, buon appetito, allora.”

Quelle furono all’incirca le ultime parole che Rosa Pallotta mi rivolse quel giorno. Poi cominciò a mangiare e io mi perdetti nella sua masticazione lenta e meravigliosa, a voler essere sinceri, alternativamente mi persi tra la sua masticazione e le due enormi rotondità ballonzolanti che avevo a trenta centimetri dal mio naso. Le sue tette coprivano mezzo vassoio, si avvicinava verso di me, allungava la mano per prendere il sale o l’olio e i suoi piatti con l’insalata e con la coscia di pollo e col riso freddo per metà sparivano, coperti oscurati dall’ombra incombente delle sue enormi e magnifiche dolci semisfere. Inutile sottolineare il mio evidente stato confusionale, l’avrete capito pure voi. Quel giorno digiunai. Lo stomaco mi si chiuse irrimediabilmente e a Rosa, che mi chiedeva perché avevo lasciato tutto nel vassoio, dissi che preferivo stare leggero, nel pomeriggio avrei dovuto affrontare un lavoro impegnativo che richiedeva freschezza mentale e di stomaco. Parve non interessarle particolarmente la mia spiegazione e si concentrò sulla macedonia di frutta.

È seguito un certo periodo per me meraviglioso e inarrivabile, nel quale andavamo a bere il caffè al distributore o addirittura, ancora si poteva, ancora non esisteva la restrizione del badge e dei tornelli, uscivamo a fare colazione, cappuccino e brioche, le migliori che io ricordi. Offrivo sempre io, mi sembrava il minimo. Ma intanto, nugoli di vesponi intorno, sciami di luridi mosconi viscidi e bavosi. E ancora, ciao Rosa di qua, ciao Rosa di là, che si doveva fare lo slalom per sviarli tutti.

Con lei, a ripensarci adesso che ci siamo un po’ persi di vista e tra pochissimo capirete il perché, con lei, con Rosa Pallotta, è stato all’incirca quasi tutto bello, molto, tranne che per una cosa, che tra l’altro, tra l’altro, non sarebbe nemmeno propriamente la più trascurabile tra le cose, come cosa. Nella sostanza, si stava bene insieme, noi due, io respiravo la sua aria, il suo indescrivibile profumo mi pervadeva le narici, annusavo in gran quantità quel suo aroma di donna popolare e desiderata da almeno ventiquattro piani, aroma che lasciava dietro sé una scia di stelle coloratissime e profumate. Anche la vista, la mia, ne usciva confortata, con quel bendiddio che avevo sotto gli occhi ogni volta.

Tutto bene dunque, tranne per quel particolare non propriamente trascurabile.

Non avevamo nemmeno un argomento in comune, neppure sforzandomi con tutta la buona volontà ero riuscito a trovarlo. A parte il luogo di lavoro e passi, le tette rifatte dalle sue colleghe e passi pure questa, a parte i colleghi che le ronzavano intorno e di cui lei teneva un conto preciso e dettagliato aggiornatissimo, enumerandomeli spietatamente, ma non era il caso, a parte i programmi televisivi e le vacanze prossime venture, a parte ciò, il nulla. E dunque il risultato che ne scaturiva era semplice, non parlavamo di niente. O meglio, lei parlava di lavoro e io facevo, però le nascondevo, delle smorfie atroci, sofferenti, terribilmente brutte a vedersi e arditamente provavo a cambiare discorso. Portandolo ovviamente sul terreno a me più congeniale.

“Cosa ti piace leggere?”
“…”
“Il tuo scrittore preferito?”
“…”
“Lo conosci John Fante?”
“…”
“Lo sai che scrivo racconti?”
“…”
“Lo guardi mai Passaparola?”
“No, a quell’ora preferisco Amadeus.”

Tornavo a concentrarmi sulle sue tette, alternativamente sul suo culo. Mi davano decisamente più soddisfazione.

Lo sguardo di Rosa, in quei brevi e monchi tentativi di conversazione, vagava alla ricerca di argomenti più interessanti e i suoi occhi si sgranavano al passaggio o all’incrocio di un funzionario particolarmente sorridente e prestante, meglio ancora se alto oltre l’uno ottanta. Non avevo chance, questo lo capivo da me, così coglione non lo sono mai stato.

Io ad ogni buon conto, come tutti gli innamorati respinti e incompresi, in un momento di particolare struggimento, decisi di dedicarle una poesia. Gliela dedicai un giorno in cui fuori stava per arrivare un temporale, un pomeriggio in cui il cielo si oscurò all’improvviso, un giorno in cui le nuvole mi parvero addirittura stessero premendo contro le finestre del mio ufficio, un pomeriggio premonitore, un pomeriggio carico di elettricità e promettente tempesta. In quel pomeriggio io le dedicai, a lei, al suo fantasmagorico retrobottega, a lei, a lei in quanto persona e in quanto donna meravigliosa, a lei, sì, certo, a lei, ma anche, non ultime, alle sue esplicitamente fantastiche e favolosamente tonde scialuppe di salvataggio, a lei, a lei le dedicai una poesia, una poesia, perdonatemi ma poeta ancora non sono, tutta in rima baciata.

Poi, dopo quel pomeriggio di tempesta, come se fossi stato catapultato all’interno d’un film senza lieto fine, lei, Rosa Pallotta, ho cominciato a sentirla meno, l’ho sentita sempre meno volte. O non rispondeva al telefono o era troppo occupata o non era in ufficio. Però ho cominciato a vederla sempre più spesso insieme a un altro tizio, un tale alto e biondo, elegante ma sportivo, giacca di tweed e scarpe Tod’s, biondo, non un capello fuori posto e poi ho scoperto che era pure funzionario, un nuovo funzionario dell’Edilizia Privata, io li odio quelli dell’Edilizia Privata e un giorno di questi vi spiego anche il perché, li odio tanto quanto i geometri. Anzi, pare che quel tizio, l’elegantone biondo, sia proprio un geometra, e qui capirete anche voi, molti cerchi si chiudono, amaramente, ma si chiudono, attorno a Rosa Pallotta e ai geometri.

La poesia, vorrei che lo sapeste anche voi, la mia poesia non l’ho mai fatta leggere a Rosa, però non escludo che un giorno, chissà, quello stolto di geometra biondino ed elegante se ne andrà. O magari, mai porre limiti alla divina provvidenza, magari sarà lei che si stancherà di lui. E io sarò qui, ottavo piano, stanza n° ***, pronto, attivo, sessualmente abile e soprattutto molto, parecchio disponibile.

Oh, Rosa, fiore sbocciatomi in mano
Gioiello del lontano emiro sultano
Fresca oasi del deserto sahariano
Dolce amorevole petalo ottomano
L’amor – tra noi due – un bel dì regnerà sovrano

[segue]

Posted by Giuseppe Braga at 09:21 | Comments (0)

19.06.06

Piani alti, cultura bassa / 14. Ma voi la conoscete Rosa Pallotta?

di Giuseppe Braga

D’amori proibiti ne è pieno il mondo e non pretendo nessuna esclusiva. Proibiti, non corrisposti, ostacolati, in alcune circostanze osteggiati, soprattutto da stupidi, poveri di spirito e invidiosi. Noi, i prigionieri della prigione verticale con le sbarre in vetro e cemento, noi, che viviamo nel nostro piccolo mondo fuori dal mondo, intollerante, ma al contempo capace di slanci e traboccante d’amore, noi, con tutto quest’amore traboccante e slanciato, noi non facciamo certo specie.

E di massicce dosi d’amore da trasmettere e da infondere, in giro per il mondo, io ne avrei in abbondanza, ne avrei da dare e da infondere davvero molte, parecchie, di dosi, addirittura in quantità industriali ne avrei. In particolar modo, le mie infusioni d’amore, le donerei generosamente e felicemente a lei, a lei, alla donna che m’ha fatto perdere la testa.

Lei, il fiore più profumato che l’amministrazione abbia mai visto nascere fra le sue pieghe di calcestruzzo, lei, Rosa Pallotta.

Ora, permettetemelo, ma provo un impulso irrefrenabile che non posso tenermi dentro, ora vi devo assolutamente descrivere quel gioiello inestimabile, quella pietra rara che si muove sinuosa, su e giù attraverso il nostro mondo e che risponde al nome di Rosa Pallotta. Lo farò brevemente e per sommi capi, facendo ricorso alle preziose armi della retorica, utilizzando, da buon aspirante che si rispetti, similitudini, metafore e iperboli, ma per lei, questo e pure altro, molto parecchio di più, se solo fosse necessario. Anche una poesia in rima baciata, cosa che tra l’altro ho fatto. Ma statemi a sentire, adesso.

Rosa Pallotta, in testa, con la descrizione parto dalla testa, ha una corona di boccoloni cascanti, riccioli perfettamente arricciati che a guardarli sembrerebbero fatti col cerchiografo, tanto sembrano uguali tra loro (stesso diametro, stesso spessore, etc.), color rosso Tiziano (da intendersi come il pittore tardo rinascimentale). Occhioni grossi, grossi, se dico grossi vuol dire davvero grossi, e rotondi, tondissimi, enormi, sensuali e fumettistici, come potrebbero essere quelli di un cerbiatto disegnato dalla Disney (con magari già che ci siamo, qualche immagine sexy nascosta subliminale), ciglia compatte, esageratamente lunghe, che sbattono ritmicamente, sincronizzate col movimento dei suoi riccioli perfetti e ondeggianti. Un corpo mozzafiato, di cui sinteticamente potrei dire, un corpo mozzafiato con le curve giuste al punto giusto. Gambe e seno sempre in bell’evidenza. Magliette attillate che quasi esplodono, camicette sbottonate fino allo sbottonabile, gonne corte sopra al ginocchio, scarpette con tacco da dieci centimetri in su. Un culo da paura. Scusate, ma pur essendo un aspirante scrittore che fa buon uso della buona, sana e corretta retorica, quando ci vuole il gran colpo ad effetto, magari un po’ volgare, io, in quanto aspirante che deve farsi le ossa, io lo uso, senza remore, perplessità o indugi di sorta. Se ci vuole, ci vuole… un culo da paura, ragazzi!

Insomma, da apprendista aspirante scrittore, forse giusto per quel motivo lì, io sono uno che sta parecchio attento ai particolari, alle sfumature più o meno evidenti e ai dettagli. Certe cose così (il meraviglioso fondoschiena di Rosa Pallotta) non si possono sottacere, non notare o far finta che non esistano. Essendo un aspirante scrittore eterosessuale che punta al successo interplanetario, eterosessuale garantito e certificato da alcuni anni di onorata carriera, manuale e non, io a certe cose così, scusatemi, ma non riesco a non appassionarmi, eh no!

Rosa Pallotta, non si fosse ancora compreso, lo confesso pubblicamente qui e ora per la prima volta (ci fossero le gemelle inviate de La Vita in Diretta, Cucuzza farebbe un grande scoop, ma dalle nostre parti il massimo che s’è visto è stata TeleLombardia la volta che avevano menato un usciere), Rosa Pallotta è il mio amore segreto. Segreto e non corrisposto, tengo a sottolineare (di questa seconda confessione ne avrei fatto volentieri a meno). Un amore sbocciato immediatamente, fin dal primo istante in cui i nostri sguardi, attratti da chissà quale forza superiore, si incrociarono.

E volete sapere quando? Ebbene sì, avvenne ancora in quel giorno maledetto (o benedetto?) di sette anni fa, nell’atrio ascensori del diciassettesimo piano. Luogo più squallido e osceno, in effetti, sarebbe parecchio difficile trovarlo. Eccoci lì, mi rivedo, io e gli altri tredici sfigati, accampati per tre giorni alla bell’e meglio, in attesa di conoscere le nostre future destinazioni. Ma poi, fin dal primo giorno, appare lei, roseo miraggio, rosea visione tridimensionale e reale, tutta riccioli rossi e curve mozzafiato, lei che ci passa davanti con le sue cartelline da consegnare ai funzionari suoi capi, lei che esce ed entra dagli ascensori, lei che si beve un caffè, lei che ci sorride e che forse ci compatisce un po’, lei, che, forse, ci osserva come si potrebbero osservare degli scimpanzé in cattività un istante prima che, degli esperimenti genetici li trasformino in scimpanzé decerebrati, e dunque senza prospettive di vita decenti, promettenti e allettanti, lei che sa già quel che ci aspetta, lei che lascia dietro sé una scia di profumo indimenticabile e mostruosamente arrapante.

Sette anni fa, al diciassettesimo piano, a guardarlo da qui, oggi, uno straziante crocevia di destini.

Parentesi sgradevole ma obbligata

Sì, certo, ovvio, voi che possedete buona memoria adesso potreste dire (nello specifico mi sto rivolgendo soprattutto al, potenzialmente, vasto pubblico di lettrici), eccolo qua, eccolo che si svela per quello che in realtà è, il solito maschilista. Capace e pronto, alla bisogna, d’insultare la sua ex, la maledetta fedifraga, ma non altrettanto obiettivo e anzi maldisposto, nel guardarsi dentro e nel farsi un onesto esame di coscienza. Ragazzo aspirante, potrebbero continuare a dirmi sempre loro, le superdotate di memoria, ragazzo bello, ma all’epoca ti ricordi o ti sei già scordato, furbacchione, che a quell’epoca, la fidanzata tu ce l’avevi ancora, all’epoca in cui facevi il cascamorto con ‘sta gatta morta di Rosa Pallotta (e qui ci leggerei bene un filo, lieve, lieve di sana invidia femminile)?

Io vi risponderei, perché non sono uno che si nasconde davanti alle proprie responsabilità, e vi risponderei che no, ovvio che no, non me lo sono mica scordato. No, no, assolutamente no, però, sapete che vi dico?, vi dico, spassionatamente ve lo dico, vi dico che mi piacerebbe che ve lo scordaste voi, ecco cosa. Che così facciamo tutti prima. Perché, visto come è andata a finire con la fedifraga, io non intendo più spendere nemmeno mezza riga per quella stronza del cavolo della mia ex. Intesi? E ci terrei che anche voi la dimenticaste velocemente, il più velocemente possibile.

Chiusura della parentesi

Ora vorrei invece, che vi concentraste anche voi, insieme a me, sull’oggetto dei miei desideri più reconditi, sulla rosa purpurea del diciassettesimo piano, su quella divina creatura destinataria delle mie pulsioni più selvagge – e represse. L’indiscusso mio personale oggetto dei desideri. Dico e scrivo mio, anche se, purtroppo, troppo e solo mio non lo è affatto, per via del semplice inconfutabile tristissimo motivo che Rosa è un amore molto fin troppo condiviso, ahimè! A naso, suppergiù a spanne, lo devo condividere con altre, eseguo un calcolo minimo e al ribasso, quattrocento persone, genere maschile perlopiù. Sparse spalmate assiepate per i ventiquattro piani.

Rosa Pallotta, in effetti, è la dipendente pubblica più amata dagli impiegati (e dai funzionari, dai dirigenti, dagli amministrativi, dai consulenti, etc.) stanziati nel palazzo dal quale sto scrivendo. È questa la tragica, vera e mesta verità. Rosa Pallotta, non posso continuare a nasconderla, la verità, è amatissima e tra i nostri ventiquattro piani gode di una grandissima popolarità, ci fosse un indice di gradimento apposito, il suo sarebbe un indice di gradimento altissimo e raggiungerebbe il cento per cento, se limitassimo il sondaggio alla popolazione maschile eterosessuale.

Passeggiare con lei, magari prendersi un caffè o soltanto provare a fare due chiacchiere in santa pace, può diventare un inferno. Sempre qualcuno pronto dietro un angolo, in agguato, insidioso, teso alle tue spalle, sgomitante e sbavante, che se non stai attento trovi anche quello capace di farti un bello sgambetto, pur di catturare l’attenzione di Rosa.

E ciao Rosa, come stai Rosa, ti vedo bene, Rosa, ah però, Rosa, sempre in forma, Rosa, sempre bella, Rosa, oggi sei bellissima, sì anche oggi lo sei, ma come fai Rosa, oh, Rosa di qua e oh, Rosa di là… però c’è il rovescio della medaglia però. A girare accompagnati da Rosa Pallotta, di riflesso, sempre che non ti sgambettino prima, hai buone probabilità di diventare popolare anche tu.

[segue]

Posted by Giuseppe Braga at 08:07 | Comments (2)

15.06.06

Piani alti, cultura bassa / 13. Nardello il santo

di Giuseppe Braga

Appunti finali per un gelido racconto gelato

La slitta sbanda, si inclina pericolosamente e cappotta. Il bagaglio schizza via sulla neve. Le cinghie dei cani si spezzano, i cani, improvvisamente liberi, scompaiono all’orizzonte. L’uomo, l’impiegato trasferito, triste e infreddolito, rotola sulla neve, rimbalza un paio di volte e alla fine, va a sbattere contro un piccolo iceberg. Perde i sensi.

L’orso corre veloce come il vento e i suoi duecentoventi chili sembrano niente, a vederlo procedere così ad ampie e leggere falcate. La fame fa di questi miracoli. Poi rallenta la sua corsa, osserva, seppur miope, tutta la scena e, a passo rallentato, raggiunge il pacco coi bagagli. Lo scruta con occhi da orso miope, ma intelligente. Può constatare dunque, che il pacco è composto da un computer non portatile, imballato in una grossa scatola, da una valigetta ventiquattrore, da una scatola con gli effetti personali, da una specie di microscopio, da alcune lenti d’ingrandimento, da tabelloni con sopra scritti strani segni (l’orso è intelligente, ma non sa leggere) e da una seggiola ergonomica disassemblata.

All’orso bianco, miope e affamato, tutte queste stupidaggini non interessano. All’orso interessa soprattutto la cena che sta per farsi, carne tenera e rosata, alla temperatura ottimale. Non vede l’ora d’azzannarsi e di farsi a brandelli quello stupido essere incastrato sotto le pendici di un iceberg.

Appunti veloci:

e se alla fine impiegato e orso diventassero amici e decidessero di produrre ghiaccioli e di venderli via internet? e se l’impiegato, con l’hobby dell’optometria/oculistica, riuscisse a diminuire la miopia all’orso? E se fosse lui, l’impiegato, a mangiarsi l’orso? Ma gli iceberg ci sono al polo nord?

Nel bel mezzo di queste esacerbate riflessioni narrative, ecco che entra Capone. Strascica i piedi, avanza senza salutare con la valigetta in una mano e con un superpacco paghi due compri tre di cracker nell’altra. Leggermente curvo, sguardo torvo. Poggia la valigetta sulla scrivania e attacca.

“È cominciata male la giornata, male, male, male.”

Io guardo l’ora, sono le undici e vent’otto, quasi ventinove, a me sembra un orario perfetto per cominciare a lavorare. Ammesso Capone sia venuto in ufficio per lavorare, s’intende.

Guarda qui, guarda, e mi mostra il superpacco di cracker. Io lo guardo. Guarda, lo vedi? Io guardo ma non vedo, mi sembrano cracker, né più né meno. Guarda, guarda. Continuo a guardare. Forse è un test d’intelligenza, a volte il Capone li fa, forse è quello. Mi concentro, ma niente, vedo solo il superpacco.

“Cazzo, non ce li avevano salati in superficie e ho dovuto comprarli senza sale, ti rendi conto!?”
“Oh, merda, questa sì che è una cosa grave.”
“Scherza, scherza. Guarda che non ci sta un cazzo da scherzare. Io questi non riesco a mangiarli.”
“Cosa li hai comprati a fare, allora?”
“Beh, c’era l’offerta paghi due compri tre e non potevo farmela scappare.”

Alle undici e trentasette, dopo che ha finito di sistemare, ordinati per bene, i pacchetti singoli di cracker nel suo cassetto, mi spiega che è entrato tardi grazie a un permesso speciale, concessogli dal suo capo, che poi sarebbe pure il mio, il responsabile educato e sintetico di prima, chissà che gli avrà raccontato per farselo dare, sarei curioso di saperlo stavolta, ma per evitare di restare inchiodato sotto la schiuma delle sue parole, glisso e lascio perdere. Poi si mette a fissarmi come fa lui e piuttosto disgustato mi fa.

“Che cazzo ti sei messo addosso oggi? Tutto il guardaroba che avevi in casa?”
“Ma no, ho solo un paio di maglioni in più.”
“Mi sembri l’omino della Michlein!”

Capone ha indubbiamente un gran colpo d’occhio.
“Ah, guarda che io alle dodici e mezza me ne vado, oggi.”
“Ah, sì?”
“Sì, sì, ho un permesso speciale anche per l’uscita.”

Ineccepibile, ragazzi. Quando Capone ci si mette è una perfetta macchina d’assenteismo applicato.

“Piuttosto, *****, parliamo di cose serie.”
“Parliamone.”
“Non senti che fa un freddo della madonna, qua dentro?”
“Secondo te perché mi sono vestito come l’omino della…”
“Lascia perdere, guarda che quando non c’eri, giovedì e venerdì, ho telefonato ai tecnici un sacco di volte.”
“Anch’io, quando non c’eri tu.”
“Sì, va beh, a te che t’hanno detto?”
“Sono anche usciti se vuoi saperlo, sempre quando non c’eri tu.”
“Smettila di fare il polemico, *****, cerchiamo di risolvere la situazione. Che hanno detto?”
“Che non fa freddo a sufficienza, che qui da noi si sta bene, qui.”
“Ma che cazzo dicono, ma sono deficienti? Io ce li farei lavorare loro, qua dentro.”
“Eppure hanno misurato col termometro.”
“Ma tu non hai detto niente? Li hai fatti andare via così?”
“Cazzo dovevo fare, incatenarli al tavolo luminoso?”

Sentiamo bussare e interrompiamo la discussione. Alla porta s’affaccia Nardello, il vecchio disegnatore, il primo che aggiornò le sacre tavole urbanistiche del P.R.G., vecchio amico di Capone.

“Avanti, entra”, gli fa Capone.
“Vi si sente fin dal corridoio”, gli risponde l’amico.
“Ci credo, ci vogliono far morire di freddo. Non senti che freddo che fa?”
“Non vanno i termostati?”
“Proprio così.”
“Avete provato col bicchierino d’acqua?”
“Cosa?”
“Fate così, è semplicissimo. Aprite la griglia, prendete un bicchiere d’acqua, mettetelo in basso, incastratelo sotto tra i tubi, e fate in maniera che la sonda interna sprofondi, pescando nell’acqua…”
“Eh?”
“Adesso vi faccio vedere.”

Io e Capone ci guardiamo a vicenda, storditi e increduli. Nardello il vecchio, comincia a smontare la griglia dei fan-coil e davanti ai miei occhi, acquista immediatamente le sembianze di Leonardo Da Vinci.

Non perdo tempo, senza che nessuno dei due mi dica niente, che se aspetto Capone facciamo notte, esco, prendo un bicchiere dalla boccia d’acqua minerale, lo riempio fino all’orlo, rientro lasciando cadere qualche gocciolina per il corridoio, chissenefrega, appoggio il bicchierino con estrema cautela sul ripiano del termostato e faccio un passo indietro per vedere meglio.
Nardello s’inginocchia, lo prende in mano e lo mette dove deve metterlo (se vi capita di leggere questa riga fuori contesto, potrebbe sembrarvi un brano estratto da una sceneggiatura porno, ma vi assicuro che non lo è), poi ci infila la sonda, si rialza, richiude la griglia, alza lo sportello con le manopole, mette direttamente sul tre, che non è un canale televisivo, ma la potenza dell’aria in uscita, e… e dopo pochi secondi avviene il miracolo. L’aria esce calda. Oh, cazzo, ma Nardello è un santo genio! L’osservo timoroso, con gli occhi lucidi e traboccanti gratitudine. Non posso fare altro che stringergli riconoscente la mano. Quell’uomo, non so come disegnava, ma di sicuro è un santo.

Per festeggiare, Capone e Nardello vanno a prendersi un caffè. Io no, io preferisco rimanere in ufficio, il caffè l’ho appena bevuto, e poi va bene tutto, ma Capone mi basta e avanza già quand’è qui in ufficio. Così me ne resto solo, con l’occhio che, sciaguratamente, precipita sulle mie varianti in attesa. Dunque, mio malgrado, decido che è l’ora di darci dentro. Mi tolgo uno dei tre maglioni che ho addosso, provo a godermi un po’ di quest’inaspettato calduccio e mi metto al lavoro.

Tempo un quarto d’ora e Capone rientra in ufficio. È su di giri e non mi rimprovera nemmeno di non essere stato di compagnia, la faccenda del bicchiere e della sonda ci ha sollevato il morale, oltre alla temperatura. Io, chissà perché, non vedendo con lui il Nardello, vengo sfiorato, ma solo per un istante, dall’idea che Capone l’abbia fatto fuori per potersi appropriare liberamente della trovata geniale del bicchierino nella sonda e metterla sul mercato. Poi l’osservo di sottecchi e penso che no, Capone non potrebbe mai arrivare a tanto. Magari avvicinarsi, ma arrivarci no, lo escludo in partenza. Appena dentro, non è difficile, mi vede piegato sulle tavole del Piano Regolatore e inizia a rompere.

“T’ho mai detto che Nardello è stato il primo ad aggiornarle?”

Io resto chinato sulla tavola E-F 7-8, una delle più rognose e centrali della città, tutta piccole aree e angoli angusti e, d’accordo che non sudo perché è ancora abbastanza freddo, però qualche rigagnolo dalla fronte mi scende.

“Nardello c’aveva una mano fantastica, felice. Era infallibile, i suoi tratteggi sembravano fatti da una macchina, tanto erano perfetti, altro che computer. Adesso gli tocca usarlo pure a lui, che spreco.”

E m’inizia a far vedere alcuni dei trucchetti che io dovrei seguire per far prima e soprattutto meglio. Nardello, un sant’uomo a tutto tondo e Capone, il suo profeta.

È una grandissima fortuna, un colpo di quelli che ti capitano una volta all’anno, che Capone, dopo un paio di bizzarri suggerimenti insensati, secondo me suoi, farina del suo sacco, guardi l’orologio.

“Cazzo, ma devo andare!”

Sono le dodici e ventisette e lui, non solo non ha nemmeno acceso il computer, ma non ha fatto nemmeno il gesto di sedersi alla scrivania e di far finta di fare qualcosa d’utile alla collettività e diciamo che, lui, l’unico contatto che ha avuto con la scrivania è stato col suo cassetto preferito, quando poco fa, mentre mi concedeva una breve tregua, ha tirato fuori il solito pacchetto di cracker, stavolta però non salati in superficie e se l’è sgranocchiato pericolosamente molto, molto vicino alle tavole originali, sante e sacre, molto ma non così molto, per sua fortuna, dal fargli cadere sopra le briciole. Le briciole dei cracker meno amati da Capone hanno soltanto lambito le tavole originali del P.R.G. e sono andate a spargersi disordinatamente, come ceneri, per mezzo ufficio.
Ma io lo faccio apposta, sai?, ha avuto il coraggio di dirmi, che se no, quelli delle pulizie che ci vengono a fare, se poi trovano tutto pulito?

Capone, l’anima del filantropo intrappolata in un corpo da dipendente pubblico.

[segue]

Posted by Giuseppe Braga at 08:32 | Comments (1)

12.06.06

Piani alti, cultura bassa / 12. Scadenze, doppi maglioni e borsette

di Giuseppe Braga

Scadenze, doppi maglioni e borsette

Sono le nove e ventidue del primo martedì di dicembre. Ieri m’ero portato un maglione in più, ma il freddo l’avevo sentito lo stesso, eccome se l’avevo sentito, e non m’era neanche servito troppo, provare a distrarmi con la nostalgica rivisitazione dei bei tempi che furono. Oggi allora mi sono attrezzato. Magliettina della salute a mezze maniche, maglietta a maniche lunghe, maglioncino a collo alto, due maglioni belli spessi. Doppi calzini e guanti di lana tagliati all’altezza delle falangi, così almeno i delicati e precisi limiti tratteggiati riesco a farli. Non sono stato troppo lì a guardare lo stile, diciamo che ho badato più che altro al sodo.

E stamattina, giusto mezz’ora fa, è entrato in ufficio il mio referente, il funzionario responsabile del sottoscritto, nonché dell’aggiornamento delle sacre tavole originali del P.R.G. (che, attenzione, ora che lo leggo così, al freddo, sotto un’altra inedita e nuova luce, potrebbe sembrare l’acronimo, un po’ rigirato, di P.G.R., Per Grazia Ricevuta, quella di cui avrei estremo bisogno, io) e, subito dopo essere rabbrividito, non so dirvi se per il mio abbigliamento piuttosto fuori ordinanza (così agghindato sembro essere ingrassato di dieci chili in cinque giorni e assomiglio a una specie di omino della Michlein, panciuto come la circonferenza di un pneumatico di tir) o per il freddo gelido che regna sovrano e incontrastato nella stanza, m’ha sorriso (il mio referente responsabile è persona davvero molto beneducata), m’ha salutato e m’ha detto, senza molti giri di parole che a lui, al referente mio responsabile, i giri di parole piacciono assai poco e per lui, contano i risultati e basta.

“Entro Natale dobbiamo finire l’aggiornamento.”
“Ah sì?”
“Sì.”
“Dobbiamo proprio?”
“Buon lavoro.”

E se n’è andato. Lasciandomi con molte, evidentemente troppe, perplessità e con parecchi dubbi riguardanti il mio futuro immediato, inquietanti e abbastanza irrisolti. Che era sta novità? Entro Natale voleva dire entro tre settimane circa, le mie settimane lavorative sono composte da due giorni e mezzo lavorativi (si fa per dire…) e il malloppo di nuove varianti da aggiornare è alto, impervio e frastagliato. Non s’era mai parlato di urgenza, men che meno di Natale.

Titubante, piuttosto decisamente angosciato, ho provato una forte stretta allo stomaco e, per cercare di farmela passare, me ne sono disceso, previa telefonata a Caterina, a bermi un caffè con lei. Caterina non mi ha certo tirato su di morale, tutt’altro, ma questo lo sapevo di già, la sua visione del mondo coincide con una sorta di Armageddon perenne, però almeno, le piccole disavventure che le erano accadute nelle ultimissime ore, come ogni mattina a lei qualcosa capita sempre, da quel punto di vista una sicurezza, hanno avuto il merito di distrarmi.

“È da stamattina che non trovo più il cellulare e il porta sigarette, quello color fucsia.”
“Hai cercato bene?”
“Ho cercato ovunque, secondo me, me li hanno fregati.”
“Pensi che i due eventi siano collegati?”
“Assolutamente sì. E ti dirò di più, ho dei sospetti.”
“Non dirmi su Mauro Tredi…”
“L’hai detto.”

Mauro Tredi lavora per l’amministrazione da una ventina d’anni e per quel poco che so di lui, sono almeno vent’anni che scrocca sigarette. Impunemente, a destra e manca. Oltre a ciò, nessuno, non solo io, ha mai capito il suo ruolo e le sue mansioni. Quel che è certo è che ha un ufficio tutto suo, che continua ad aggirarsi per i corridoi (guardandoti strano) alla ricerca disperata di nicotina da aspirare e che, tutto sommato, non ci sta mai in quel suo cavolo d’ufficio, perché, come detto, s’aggira per i corridoi annusando nicotina, tabacco e chissà che altro. Appena gli riesce però, tra un’annusata e un’altra, tampina (sarebbe più corretto dire, importuna) Caterina. Le fa una corte spietata, serratissima, seppur fallimentare e senza speranza. Il Tredi io lo vedo innocuo, incapace di furti del genere, ma Caterina al contrario, è convinta che sia stato lui.

“Ma dai, non ci credo, dai, prova a pensare a quando hai usato per l’ultima volta il cellulare.”
“Ieri sera, quando ho telefonato all’assicurazione.”
“Perché li hai chiamati?”
“No, niente, un piccolo incidente…”
“Scusa?”
“Manuele è andato a sbattere contro un palo con la Micra.”
“S’è rotto qualcosa?”
“No, no, lui niente, nemmeno un graffio.”
“Meno male. E l’auto?”
“Praticamente distrutta.”
“Scusa Caterina.”
“Dimmi.”
“Ma non aveva appena fatto un altro incidente, due settimane fa?”
“Non era stato Manuele.”
“E chi era stato?”
“Suo fratello Simone. Aveva centrato un autobus in sosta.”

Una famiglia dalla mira infallibile.

“Hai provato a cercare nella borsa?”, e le indico il borsone che tiene a tracolla.
“Ma certo, per chi mi hai presa, ovvio che ho cercato nella borsa, è stato il primo posto in cui ho cercato. Ma tanto me l’ha fregato lui, me lo sento…”
E mentre Caterina prova a far ricorso alle sue innate e indubbie doti karmiche, io comincio a sentire un suono di mambo venire dal profondo della sua borsa. Continuo, crescente, intonato e contagioso.

“Oh, ma è il mio?”

Considerato che di fronte al distributore di bevande ci siamo solo io e lei e che io non ho con me il cellulare, la risposta, per quanto mi concerne, è semplicissima.

“Direi che è il tuo, Caterina, sì. A meno che non si tratti di musiche illuminate che arrivano direttamente dagli altopiani tibetani, direi che è il tuo.”
“Oh, che roba. Pensa che la borsa era la prima cosa che avevo controllato…”

Le borse delle donne sono ricettacoli indefinibili, cavità senza fondo, gorghi danteschi che se ci infili una mano rischi di uscirne senza un dito, inferni di stoffa e tela, sabbie mobili senza sabbia, pozzi di san Patrizio, cavità mostruose e indecifrabili, triangoli delle bermuda portatili, le borse delle donne sono tutto questo e altro, la borsa di Caterina tutto questo e molto più.

“Oh, ma guarda qui, c’è anche il porta sigarette fucsia.”

Cos’ho appena detto? Il cellulare intanto continua col suo mambo, Caterina guarda il display e non risponde.
“Scusa Caterina, ma non rispondi?”
“Non se ne parla proprio.”
“Perché?”
“È mio marito.”
“E allora?”
“Troppo lungo da spiegare.”
“Casini familiari?”
“Non esattamente.”
“Allora che?”
“Ha deciso di licenziarsi.”
“Cosa?”
“Sente che deve seguire la sua strada, che è arrivato il suo momento. Dice che gli è venuto come un impulso irrefrenabile.”
“E che impulso sarebbe?”
“La sua vecchia passione, quella di quand’era giovane.”
“Ossia?”
“L’Harley Davidson.”
“Che?”
“Se ne vuole comprare una nuova di zecca con la liquidazione e poi andare ai raduni.”
“Con la bandana, il giubbotto con le borchie, i tatuaggi e gli anfibi?”
“Dice così, dice che ormai ha deciso.”
“A cinquantasette anni?”
“Pensi che non gliel’abbia detto che sfiora il ridicolo?”
“E Manuele? E Simone? Loro che dicono?”
“Lascia perdere.”
“No, no, dimmi cosa ne pensano del loro padre futuro biker, sono curioso.”
“Lascia stare *****, ti prego.”
“Dai Caterina, dimmelo…”

Caterina con un gesto sconsolato, uno dei suoi a cui m’ha abituato, lascia cadere il bicchierino coi fondi del caffè nel cestino. Mi guarda con quei suoi occhi neri, dolenti, profondi e sussurra, senza per fortuna perdere il suo inconfondibile filo d’ironia nella voce.

“Naturalmente ci vogliono andare anche loro.”
“Dove, in moto?”
“No, è troppo scomoda la moto.”
“Quindi?”
“Vogliono andare direttamente ai raduni con l’auto e bersi birra a volontà.”
“Ah, le nuove generazioni…”

Rinfrancato, del resto telefonino e porta sigarette erano stati recuperati brillantemente, con nuovi stimoli e fresche energie positive in circolo, torno in ufficio e mi rimetto a scrivere. Ho da terminare di mettere giù gli appunti dell’impiegato sulla slitta e dell’orso bianco affamato. L’aggiornamento può aspettare, benché urgente, può ancora aspettare un po’.

[segue]

Posted by Giuseppe Braga at 10:28 | Comments (0)

08.06.06

Piani alti, cultura bassa / 11. La donna karma

di Giuseppe Braga

La donna karma

Serena Crocetta è una splendida quarantacinquenne parecchio esuberante e se lo dico ci sarà qualche buon motivo, che già all’epoca ti sbatteva le tette in faccia, in simpatia, ovvio, mica con beceri secondi fini. Giusto per entrare subito in confidenza. Un distillato di positività e ottimismo. Una pubblicità ambulante, a mio modo di vedere. L’amministrazione l’avrebbe dovuta cooptare come forza ausiliaria, allo scopo di fornire un volto umano e attraente, disinvolto e amicale per rinfrescare la propria immagine, stantia e repellente, d’amministrazione vecchia e logora, afflitta da burocratismi e code avvilenti. Dovrebbero stampare dei volantini o meglio produrre degli spot con lei in primissimo piano e con la sua voce squillante e coinvolgente che invita i dipendenti a recarsi al lavoro. Secondo me funzionerebbe. Ci dava la carica, Serena, scosse d’energie fresche e vitali, non solo perché ci faceva dono delle sue grazie, non solo.

Lei era la nostra portavoce ufficiale nelle vertenze coi capi e oltre a essere un’ottima mediatrice (ci sapeva fare, riusciva sempre a ottenere ciò che ci serviva), era, è, anche un’abile disegnatrice, instancabile, sempre molto disponibile. Generosa nelle forme e nelle maniere, dalla battuta pronta, burrosa e materna, come le famose donne di felliniana memoria. Una domanda però, mi perseguita da tempo, a chi le sbatterà in faccia, adesso?

Se si parla di Serena, non si può non parlare della sua amica per la pelle.

Caterina Lo Jovine, l’indiscussa donna karma. A lei un capitolo glielo devo. Meglio che vi prepariate. Un bel piano tutto per lei, magari senza spifferi che, tra le altre malattie, lei soffre di terribili dolori reumatici. Oltre a un’altra serie infinita di malanni. Caterina non è solo karmica, lei soprattutto è ipocondriaca. Pessimista e sfiduciata dalla vita, in generale, e in particolare nel lavoro. Specie da quando in ufficio è apparso il computer, la vera peste bubbonica dei nostri anni. Particolarmente grave e contagiosa, per noi disegnatori. Il passaggio dalla manualità pura all’uso del computer è stato un trauma che lei ancora deve superare. Da tre anni, mese più mese meno, che lo deve superare. Caterina, a ogni buon conto, è una di quelle persone che quando le incontri non ti vorresti più staccare da lei, dopo che le hai incontrate e conosciute bene, intendo. È un mondo, un universo, un catalogo assortito di sciagure e piccole disgrazie dal quale pescare a piene mani e se tu, mi rivolgo a te, lettore, se tu, come me, mettiamo pure il caso, sei un aspirante scrittore, be’, Caterina è una di quelle persone che prima d’essere persone sono personaggi letterari e se qui da noi, in giro per i piani, ci fosse un Tolstoj o un Flaubert, stai pur sicuro, lettore aspirante come me, che una come Caterina non se la lascerebbe scappare. Stai pur sicuro anche di quest’altra cosa, aspirante e lettore, io, a te, Caterina, non la presenterò mai, rassegnati subito, che Caterina me la tengo stretta stretta per il mio futuro romanzo/palazzo, è abbastanza chiaro il concetto?
Caterina, ovunque si sposta, lascia dietro di sé una lunga scia d’incenso e questo, accontentati della concessione, potrebbe essere un buon indizio. Buddista più per disperazione che per illuminazione karmica, la donna karma è sempre vestita di nero, capelli corvini, trucco e anelli in abbondanza, collane vistose, gonne lunghe e scure, un naso greco che però non è più quello di una volta (sapete, il cane epilettico trovatello che ha in casa, Pennac non c’entra, gli ha dato una musata e gliel’ha deviato), una serie di sfighe con gli uomini, un marito sempre sull’orlo, a settimane alterne, di una crisi d’identità, due figli scapestrati e nullatenenti a suo carico, un pessimismo della ragione e della speranza a tutto tondo. L’idiosincrasia per il lavoro, per questo lavoro, Caterina ce l’ha sempre avuta, ma dall’avvento maledetto del computer in poi, c’è stato il diluvio.

“Ah, ciao Caterina, come va?”
“E come vuoi che vada.”
“Male?”
“No.”
“Allora come?”
“Peggio, molto peggio che male…”

Un volto tragico e bellissimo alla Guttuso, lei, pittrice quotata negli anni settanta, lei, artista come ragione sociale di vita a prescindere dal karma, lei, che per una serie sfortunata di eventi e di carambole catastrofiche succedutesi a brevissima distanza l’una dall’altra, lei, da pittrice quotata s’è ritrovata dipendente pubblica, disegnatrice tecnica. Dove, al massimo, può quotare le tavole urbanistiche, quotare inteso come indicazione delle misure metrico decimali. Lei, Caterina, che con me ha un rapporto speciale, che subito, subito l’ha intuito che anch’io emanavo una certa aurea a lei affine e congeniale, lei, che per me ha un debole, inutile che ci giri troppo intorno, anch’io per lei, c’ho un irrefrenabile debole. Soprattutto per le sue avvincenti, inenarrabili e inarrestabili sfighe. Un debole reciproco, un debole che ci attrae irresistibilmente, come due calamite.

Ecco.

Tra noi cinque, tra le quattro pareti del nostro ufficio, vigeva un collaudato regime di Mutuo Soccorso. Ci si aiutava, ci si copriva a vicenda, se era il caso, ci si divertiva, si collaborava e si lavorava con profitto, persino quello si faceva. Era il nostro piccolo porto, il nostro approdo protetto e sicuro. Ora ci stanno gli armadi dell’archivio, occupano loro la scena. Che scoramento, un posto vitale e allegro (chi lo dice che per lavorare e produrre bisogna essere tristi?), trasformato in una specie di grigio campo santo metallico. Noi invece, di nostro, l’avevamo personalizzato, l’ufficio. Poster, manifesti, foto, cartoline alle pareti. E ora tutto via, scomparso, fatto sparire di gran carriera. Non esiste umanità, all’interno dei luoghi di lavoro pubblici, nossignori. Anche i calendari della Canalis, della Ferilli e della Falchi c’hanno tolto, mannaggia a loro.

Per non parlare dei pranzi e delle festicciole che, talvolta (occasioni speciali), ci organizzavamo nel nostro spazio. Spazzati via anche i ricordi, insieme alle briciole. Senza cuore, i dirigenti e gli alti funzionari sono dei senza cuore, degli insensibili di professione.

Una volta spartitisi ciò che c’era da spartire, i cinque rampanti nuovi dirigenti, divenuti i nuovi capi dei nuovi cinque settori, al vecchio Rotini (affettuosamente vecchio, ormai ex-capo unico del settore che fu) hanno provveduto a dare il cosiddetto benservito, tanto lui bramava la giovane e irraggiungibile segretaria e aveva altri grilli per la testa, e si sono piacevolmente avviati a dividersi piani, geometri, collaboratori, stanze e uffici, come fossero bruscolini.

Disegnatori inclusi.

Il Cacio è da un anno che sta al primo piano, nella parte bassa del palazzo, posizionata a ponte sulla strada. Coi pezzi del controsoffitto che qualche volta cadono giù, sugli automobilisti. Se non sta attento rischia di ritrovarsi senza pavimento, un bel giorno. Uno stanzone più freddo del mio, incredibile ma vero. (Settore Programmi Esecutivi per l’Edilizia)

Leali l’hanno spedito al sesto. Nella stanza adiacente a quella del Franchi, tanto per inquadrare planimetricamente l’ufficio. In coppia con una bella gnocca di consulente, che però non c’è quasi mai. (Progettazione e Pianificazione del Tessuto Urbano)

Serena invece, al quarto, insieme a una simpatica rompicoglioni, una tutta: e non far questo e stai attenta a quello. Non bastasse, l’hanno ficcata in un buco d’ufficio stretto e lungo, dove, per arrivare alla sua postazione deve obbligatoriamente scavalcare la simpatica rompicoglioni. Più che un ufficio, viste le dimensioni, sembra un corridoio. (Settore Piani e Progetti Strategici)

Caterina, la donna karma per eccellenza, è finita al terzo. Con tre nuovi colleghi che provano in tutti i modi a rincuorarla, giorno dopo giorno, ma sotto sotto meditano il trasferimento, spossati dalle sue karmiche lamentazioni quotidiane. (Settore Piani Operativi)

L’unico che non s’è mosso, a ben vedere, sono stato io (anche se il nome del settore di appartenenza è cambiato lo stesso, diventando Settore Pianificazione Urbanistica Generale). Sia come sia, ho dovuto solo spostare la scrivania di due metri e mezzo, non di più. Scherzi del destino. Ma tanto mi sono arrivati in casa Capone e Santana (quando non è in malattia, cioè mai…) ed è come se mi trovassi catapultato in un altro pianeta, puttana ladra.

La diaspora, l’esodo, l’esilio, lo smembramento d’un corpo pulsante e compatto (forse per questo, scomodo e pericoloso?). Guardateci ora, divisi, lontani, separati e tristemente in balia di nuovi colleghi. Perlopiù impresentabili, perlopiù.

Settore Programmi Esecutivi per l’Edilizia, Progettazione e Pianificazione del Tessuto Urbano, Settore Piani e Progetti Strategici, Settore Piani Operativi, Settore Pianificazione Urbanistica Generale… pensare che prima bastava una parola soltanto e ci si capiva al volo.

Le parole sono importanti, le parole, diceva Nanni Moretti e prima di lui senz’altro l’avrà pur detto qualche d’un altro, le parole ci identificano per quello che siamo. Gran brutta storia, già.

Ah, come si stava meglio quando si stava peggio!

_____________

nota: i nomi dei Settori, pur somigliando parecchio a quelli reali, sono frutto della mia fantasia. Insomma, lo dico solo, perché, poi magari, incuriositi, venite qui, vi mettete a cercarli, facendo su e giù per ascensori e alla fine non li trovate...


[segue]

Posted by Giuseppe Braga at 09:11 | Comments (1)

05.06.06

Piani alti, cultura bassa / 10. ammorbanti amarcord

di Giuseppe Braga

Ammorbanti (asfittici e asfissianti) amarcord

Capita che mi venga da sospirare, anche qui, anche quando sono qui, in questa dannata galera di ufficio. E non solo per il freddo. Succede che mi vengano fuori dal petto, improvvisi e a tradimento, lunghi profondi malinconici sospiri. Profondissimi, struggenti, nostalgici. Gli occhi mi si velano per un istante, poi tiro su col naso e penso che, va bene tutto, ma immalinconirsi così non è davvero il caso. Socchiudo le palpebre, recito un brevissimo mantra, penso a Bukowski, dio ubriacone degli impiegati scrittori, apro un nuovo file e mi ci metto d’impegno. Anche la malinconia va sfruttata per il meglio. Stamattina c’ho il buzzo buono, sguardo da pesce lesso, pochissimo lavoro, per nulla urgente (le tavole del P.R.G. devono rassegnarsi, per oggi non le toccherò) e tanta, parecchia, troppa voglia di ricordare. I miei ex colleghi dell’ufficio. È giunta l’ora che vi parli di loro.

Parto dall’antefatto, criminoso e scellerato, da cui ha avuto inizio questa triste vicenda.

Avvenne giusto un anno fa. Capone, giusto per dire, poco più che uno sconosciuto, pensate un po’. Alcuni giorni prima delle feste di Natale a ciascun dipendente del settore arrivò una lettera, una bella busta chiusa e timbrata. Già se ne parlava e noi ce n’eravamo fatti una ragione da qualche tempo, per cui quella busta non ci colse impreparati. La busta l’aprimmo tutti insieme, come in un rito pagano, riuniti in circolo attorno al vecchio tavolo luminoso, quello con le gambe in legno e con le viti arrugginite, ora finito in chissà quale deposito di robivecchi, in quella che era la nostra stanza, la stanza dei disegnatori, quella che invece ora è diventata l’archivio invaso dagli armadi/lapidi, proprio di fianco a dove sto attualmente.

il tavolo luminoso d'una volta.jpg

Leggemmo a voce alta, a turno, il contenuto di ciascuna busta. Ognuno con una nuova destinazione, ognuno pronto con la valigia a lasciare la propria casa. Ognuno che da quel momento in poi doveva provvedere a cercarsi degli scatoloni per portarsi via le proprie cose.

Lo smembramento del gruppo disegnatori, sto parlando esplicitamente di questo.

Grazie all’idea meravigliosa di un pool di dirigenti e di funzionari, che a loro volta appaltarono la nuova logistica a una ditta esterna che venne a fare i sopralluoghi, i rilievi e poi i relativi disegni e non voglio neppure sapere quanti soldi (evidentemente presi direttamente dalle tasche dei contribuenti) spesero per fare quello che avremmo potuto ad esempio fare noi (cazzo li tieni lì a fare cinque disegnatori se poi, quando c’è da disegnare, non li fai disegnare e chiami altri al loro posto?), grazie al pool dicevo, venne attuata la riorganizzazione del settore urbanistico e la susseguente divisione del settore, prima unico e autosufficiente, in cinque nuovi settori, e noi, immaginatevelo, ultime ruote di un carro in marcia, ultimi insieme a molti altri, fummo divisi senza troppi complimenti.

La Diaspora. La migrazione. L’esodo, l’esilio, l’espatrio.

Che pena. Provammo a parlarne ai sindacati. Nel nostro palazzo ci sono, esistono, li ho persino visti distribuire volantini, giù all’ingresso, qualche volta. Non c’è molto da fare, avreste dovuto muovervi prima, adesso dovreste organizzarvi da voi e protestare col vostro dirigente di settore, noi abbiamo le mani legate. Il dirigente di settore dell’epoca si chiamava Rotini, gli mancavano tre mesi alla pensione e faceva la corte alla sua segretaria da dodici anni. Non ci ricevette neppure, era lui che aveva firmato le lettere, era lui che, sotto la spinta dei più giovani e rampanti (si può usare ancora, come parola, rampanti?) emergenti motivati funzionari e dirigenti, il famoso pool, aveva avallato la decisione di smembrare il giocattolo. In più era disperato perché la segretaria non corrispondeva il suo folle e ostinato amore. Aveva insomma ben altri grilli per la testa. E tre mesi dopo sarebbe andato in pensione con una lauta liquidazione. Che gli importava di noi disegnatori? Forse non gli fregava una beata mazza neppure dell’urbanistica in generale, intesa come disciplina che regola e controlla il territorio, ecc.

Ormai è andata ed è inutile piangersi addosso. Ma comunque la si voglia vedere, eravamo un gran bel gruppo, unito, solidale e affiatato. Cazzo, se lo eravamo. I fantastici cinque o i cinque pazzi allo zoo, se preferite: Cacioppo, Leali, Crocetta, Lo Jovine e io. Che meraviglia, ragazzi!

Ferdinando Cacioppo (per noi tutti Cacio) è nato a Cesano Boscone, provincia di Milano, trentasette anni fa. Impareggiabile quel ragazzo, un affabulatore nato: raccontava in totale scioltezza senza pudori o reticenze i fatti suoi privati personalissimi (un po’, in questo, somigliava a Capone, ma i suoi racconti, al contrario del Capone, mi facevano spanciare dal ridere) e non li raccontava solo a me, ma, nell’ordine, anche a sua madre, alla sua fidanzata di turno e agli altri tre colleghi di stanza. A volte invertito come ordine, dipendeva dai giorni. A ciascuno ovviamente dedicava una versione personalizzata. Mi spiego. Il resoconto, spesso mirabolante, della serata e/o del weekend appena trascorso, toccava, di solito, a me, subito, in battuta, alle otto del mattino, prima ancora del caffè, appena messo piede in ufficio. Poi il Cacio alzava il telefono e raccontava tutto di nuovo a sua madre. E poi ancora, al cellulare, veniva il turno della sua fidanzata di turno. I resoconti, per forza di cose, cambiavano e differivano a seconda della persona a cui stava raccontandoli. Io so solo che a metà mattina conoscevo a memoria spostamenti, incontri, discussioni, nomi degli amici e dei cocktail che s’era fatto il Cacio la sera precedente. Le nostre scrivanie erano una di fronte all’altra, speculari, facile saperle a memoria, le sue avventure notturne. In più, aveva, ha, il difetto non indifferente, il buon vecchio Cacio, di gridare, per la miseria, il Cacio ha un tono della voce altissimo, non ci posso fare niente, lui si giustificava così, ho la voce potente di natura, mi spiace. Certo, e la propensione a spaccare i timpani altrui. Così, io e non solo io, all’incirca mezzo ottavo piano, eravamo al corrente d’ogni suo segreto.
Insomma, al Cacio ne capitavano, d’avventure. Più ne raccontava e più gliene capitavano, sembrava facesse apposta a farsi capitare le cose per poi avere il gusto di raccontarle. Vado a memoria, che sarebbero troppe se andassi in ordine cronologico o tassonomico.
Quella volta che s’era rotto il didietro sulla tavola da snowboard, quell’altra che, mentre faceva pesi, a casa con l’attrezzatura professionale, Cacio ci tiene al fisico, da sempre ci tiene, s’era strappato l’adduttore, l’altra volta poi, ch’era scivolato su una lastra di ghiaccio e s’era sfasciato i legamenti del ginocchio. E ancora, indimenticabile questa qui, la sera prima di partire per Cuba (il Cacio è uno di quelli che va a Cuba) gli era crollata in testa la sbarra di ferro che teneva sulla porta per fare gli esercizi. Era quindi dovuto correre all’ospedale, dove, dopo avere riso per mezz’ora, gli infermieri, gli avevano messo nove punti di sutura e una bella, appariscente pezza di garza sulla testa. Cacio è pelato, questo m’ero ancora scordato di dirlo e così quand’è tornato da Cuba (ovviamente non aveva rinunciato alla vacanza) aveva un’abbronzatura quantomeno singolare. Come se avesse una placca rettangolare, precisa, sulla testa. Da svi