01.04.08
cose che capitano [4.]
Cose di cucina
Un altro giorno invece, ho pensato a come scrivo e a chi dovrei dire grazie, in ragione del fatto che m’ha fornito cardini, appigli, punti di riferimento. Ganci ai quali mi sono aggrappato, soprattutto, all’inizio. L’ho pensato sotto forma di ricetta.
La ricetta del giorno
1/3 di John Fante; 1/3 di Bukowski; 1/6 di Salinger; 1/6 di Carver; un pizzico di Aldo Nove e di Nicolò Ammaniti. Frullare l’impasto e mettere in forno a 180° per 45 minuti abbondanti. Lasciare intiepidire e servire freddo, spolverare a piacere con Roddy Doyle stagionato.
Posted by Giuseppe Braga at 11:33 | Comments (0)
27.02.08
cose che capitano [3.]
Cose di musica
Un giorno, me ne stavo qui con le mani in mano, ho imbracciato la chitarra e ho composto una canzoncina. Adesso avrei un desiderio. Mi piacerebbe, lo so che è un sogno irrealizzabile, lo so, poterla suonare insieme a Manuel Agnelli. Gli Afterhours sono il mio gruppo preferito e per loro farei carte false. Anche non bere birra per un paio di settimane a fila.
La canzone dell’Esordiente
Mi La
Sono un esordiente, yeeh, yeeh, yeeh…
Mi La Re
Sono un mezzo deficiente, oh yeah!
Mi La
Nullatenente ma gaudente, yeeh, yeeh, yeeh…
Mi La Re
Scioccamente irriverente, oh yeah!
Stacco musicale (Mi/La/Re) 2 volte
Mi La Re La
M’incazzo se mi chiamano perdente, yeeh, yeeh, yeeh…
Mi La Re La
Ma io vi stupirò, stronza stupida scatarrosa gente, oh yeah!
Mi La Re
Perché io sono un esordiente, oh yeah, oh yeah…! (a sfumare)
Posted by Giuseppe Braga at 10:50 | Comments (0)
13.12.07
cose che capitano [2.]
Cose da prima volta
La prima volta che ho letto in pubblico, in una scuola di scrittura creativa, ho letto con Dario Voltolini. Voltolini non me ne abbia, ma mai avrei potuto compiere scelta peggiore. Voltolini è uno scrittore piemontese, che, a occhio e croce, sta tra i quaranta e i cinquanta. Ben piazzato, faccia tonda e giocosa, cordiale e gioviale nei modi, almeno all’apparenza. Mi pareva ottimo come esordio. Dunque m’ero proposto, m’ero alzato, m’ero seduto di fianco a lui e avevo cominciato a leggere.
La mia, era la storia (brevissima, una cartella appena) d’un uomo che moriva affogato, sommerso dalle acque, dentro a un acquazzone universale, scatenatosi all’improvviso e senza nemmeno una previsione meteo, in una giornata qualsiasi, mentre si recava al lavoro con la sua auto. Terminata la tempesta, credo intorno alla ventiseiesima riga, si risvegliava, non si sapeva bene dove e quando e perché, in un altro mondo, un nuovo mondo sereno e assolatissimo, non più umano ma sotto forma di lucertola.
Io finii di leggere e Voltolini cominciò a ridere. Rideva senza dir nulla. Rideva e non si sforzava nemmeno di nascondere il divertimento. Tengo a dire che il racconto tutto avrebbe dovuto fare, fuorché far ridere. Voltolini però, cazzo se sì!, rideva di gusto. Dopo una buona dose di risate, s’era ricomposto e aveva parlato. Prima di farlo, ha chiesto se qualcuno voleva dire la sua. Guarda un po’, nessuno voleva dirla. Allora mi ha guardato, s’è fatto un’altra risatina e m’ha detto: “Ma sei sicuro di quello che hai scritto? Che cosa volevi dire, alla fin fine? E dimmi una cosa, perché la lucertola se ne sta al sole? Perché invece non se ne sta sotto la pioggia? Sì, insomma, non se ne potrebbe stare da un’altra parte? Che palle il sole, io preferisco la pioggia!”
E giù a ridere, ancora. Con Voltolini non ho più letto, se è questo che volete sapere.
Posted by Giuseppe Braga at 22:20 | Comments (1)
22.11.07
cose che capitano [1.]
Succede che mi sveglio tutto sudato. L’ho sognata. Un incubo assurdo e pazzesco. L’ho sognata, porca di quella puttana. Era lei, proprio lei, dubbi non possono essercene, era la bambina già vecchia. Mi guardava sdegnata, mi additava furiosa, scherzandomi, si prendeva gioco di me.
“Sei una nullità senza talento! Lascia perdere, datti all’ippica ch’è meglio!”
Io ero seminudo, legato a un palo, come il santo infilzato, mentre lei, impegnatissima, mi lanciava spruzzi d’inchiostro neri, precise parabole, da una stilografica di marca.
Talvolta, distraendosi da quello che sembrava essere il suo principale compito (inchiostrarmi), come in preda a fulminanti e irrefrenabili estasi, declamava ispiratissimi versi rimati (che purtroppo non ricordo) e li trascriveva immediatamente su una Moleskine formato gigante. Poi riprendeva a inchiostrarmi e a insultarmi.
Svegliatomi sudato e sconvolto, maledico il fatto di non avere avuto sotto mano il mio taccuino. Dico, dico, ma poi sono sempre molto disorganizzato, io. L’avessi avuto, avrei potuto annotare per filo e per segno i versi della bambina, invece.
Il motivo per cui l’ho sognata, credo di conoscerlo. È da un paio di mesi che non si fa più vedere alla scuola di scrittura. Dopo il battibecco avuto con la simpatica ragazza che legge sempre lei, misteriosamente, è scomparsa senza lasciare tracce. Forse la simpatica ragazza le ha mandato a casa dei sicari e l’ha fatta fuori, due prime donne in uno spazio così ristretto erano troppe. Logico allora che mi venga da sognarla. Una come lei mica è semplice da sostituire. L’inconscio zitto, zitto, lavora sotto traccia e alla fine ha sempre il sopravvento.
Oh, bambina già vecchia, ma dove sei? Stai forse scrivendo il capolavoro della tua esistenza? L’opera mirabolante che i certificatori del tuo smisurato talento t’hanno vaticinato, anni orsono? Chissà, un giorno forse sapremo, chi può dirlo.
Altrimenti, se sarà il destino a volere ciò, ti dico addio, addio mia dolce bambina…
Mi alzo leggermente stordito con le mandibole gonfie, preparo la colazione e col pensiero latente della bambina dalle membra raggrinzite che mi percuote e strattona lo spirito, provo a dare un senso alla giornata che ho davanti. Mi sento strano, oggi. Un senso di dejavù mi permea l’anima e mi costringe a tornare indietro. Oggi è una di quelle giornate, è uno di quei giorni, come cantava la Vanoni, è uno di quei giorni in cui senti la necessità di mettere puntini e virgolette, riordinare, aprire e chiudere parentesi, circoscrivere, sottolineare vecchie cose, cose apparentemente insignificanti, ma che per te hanno un preciso valore, cose che hanno voluto dirti altre cose, cose che ti sono servite, cose che non sei riuscito a buttare via, cose che ti sono restate appiccicate, cose molto cose intimamente solo tue cose. Piccole svolte, avanzamenti e arretramenti (di cui avresti fatto anche a meno), azioni e movimenti che t’hanno segnato (spesso inconsapevolmente) e indirizzato – piccole stelle trancianti – la strada successiva da percorrere.
Allora comincio. Cerco nel gran casino del mio tavolo da disegno, che sono circa dieci anni che non lo è più, intendo, non è più né un tavolo, tanto meno da disegno, e ormai è un semplice appoggio per fogli, cartacce, ritagli di giornale, quaderni, libri, scatole, appunti sparsi. Una sconnessa e sbilenca catena alpina di cellulosa. Trovo vecchi ritagli, quaderni e foto sommersi da anni e la nostalgia mi colpisce tremenda e feroce come solo la nostalgia può esserlo. Nostalgia, nostalgia canaglia, avrebbero detto Al Bano e Romina Power. Tremendamente feroce e impietosa, si fa largo fino a trovare la strada. È il momento di guardare indietro. Allora sia, son qui apposta. Mi ci butto a pesce.
Posted by Giuseppe Braga at 16:25 | Comments (0)
13.11.07
Certezze Ma-Tematiche
di Giuseppe Braga
Credo, dunque sogno
Credo dunque, nei sogni
Credo nell’amore, come tutti
Credo nell’amore libero, qui siamo già meno
Credo alle minoranze, ma non a scatola chiusa
Credo più ai contenuti, che all’involucro
Credo di odiare la guerra e credo di esserne certo
Credo che la NATO non doveva neanche nascere, ma ormai è nata, lo so
Credo che l’eutanasia a volte non sarebbe un male
Credo nel genere umano, di più negli animali
Credo di avere pochi punti fermi nella vita e ne sono contento
Credo che l’elasticità mentale sia un dono innato ma credo si possa imparare
Credo che anche l’intelligenza sia un dono di natura ma credo si possa scordare
Credo nella politica, di più nella poesia
Credo sia importante seguire il filo del discorso, perlomeno quando ne hai uno
Credo che i gatti siano più furbi dei cani
Credo di non essere il solo a pensarlo
Credo che i cani se sapessero leggere mi farebbero il culo
Credo negli ipocriti, solo perché lo sono anch’io
Credo che appena possibile bisogna lasciarsi andare
Credo che intrigante sia una parola del cazzo
Credo di saper scrivere meglio di quanto non sappia parlare ma questo non vuol dire che sia bravo a scrivere, piuttosto il contrario
Credo nella birra al triplo malto
Credo nel lavoro, meglio se preso a piccole dosi
Credo che la fantasia ci potrebbe salvare ma credo l’abbiano già detto
Credo che il sessantotto sia stata una gran cosa, ma se fossi arrivato prima io
Credo che la notte sia fatta per amarsi, ma scopare la mattina non mi dispiace
Credo che l’indifferenza sia uno dei mali di questa società
Credo di non essere indifferente alla cosa
Credo che noi aspettiamo sempre un pretesto per far ciò di cui non abbiamo coraggio
Credo che bisogna aver coraggio per essere coraggiosi
Credo che Lapallisse fosse un genio, altro che palle
Credo di avere sbagliato epoca
Credo che qualsiasi epoca per me sarebbe stata sbagliata
Credo che il mondo sia pieno di ciarlatani
Credo di non essere un ciarlatano
Credo di non sapere cosa voglia dire, esattamente, ciarlatano
Credo che far ridere sia più difficile che far piangere
Credo che la new age sia una gran cazzata, me ne assumo tutte le responsabilità
Credo che la sincerità sia un miraggio e che il mondo sia un deserto
Credo nella felicità
Credo di non essere stato felice per più di mezz’ora di seguito
Credo che, generalmente, gli inizi siano meglio dei finali
Credo che aspetterò primavera, come Bandini
Credo che il nuovo a volte sia più vecchio del vecchio
Credo nel silenzio
Credo negli oleandri
Credo nelle montagne coi ghiacciai permanenti, ma preferisco le isole greche
Credo nelle contraddizioni
Credo ai comuni denuclearizzati e alle Aut. Min. conc. n°
Credo a Stanlio e a Olio
Credo alle comiche, cosmiche o meno
Credo alle citazioni, dichiarate si capisce
Credo ai destini incrociati
Credo ai colpi di culo, che forse sono la stessa cosa
Credo nella pastasciutta, meglio se riscaldata
Credo alle periferie, sempre e comunque
Credo negli uomini politici
Credo nell’avanspettacolo
Credo che i due mondi si somiglino
Credo che si dovrebbero vergognare tutti quanti
Credo di essere un qualunquista
Credo che non mi vergogno di esserlo
Credo che molte parole si disperdano nel vento
Credo che Bob Dylan avesse ragione da vendere
Credo abbia venduto anche molti dischi
Credo sia meglio essere in anticipo, ma quasi sempre arrivo in ritardo
Credo nei numeri, ma fino ad un certo punto
Credo che credo siano due sillabe come tante
Credo, una targa e una nota, ad esempio
Credo negli errori
Credo nella fatica
Credo nella paura
Credo al beneficio d’inventario
Credo ai colori, ma i film in bianco e nero li lascerei così come sono
Credo alle forbici
Credo sia importante saper tagliare, quand’è necessario
Credo vada bene anche un coltello
Credo alle metafore
Credo alle bugie
Credo, believe
Credo, credenza: dottrina, armadio con ante
Credo nel caos
Credo di esserne un valido esponente
Credo nel sesso, astenersi dominatori
Credo nel vegetarianesimo, ma mangio la mortadella senza avere crisi di coscienza
Credo nei simboli, ma non ne ho nessuno sotto mano
Credo negli esempi facili
Credo nell’ozio
Credo nelle bolle di sapone
Credo al carnevale, a ferragosto e alla festa d’ognissanti, meglio tenerseli buoni quelli
Credo in Fellini, Woody Allen, Kubrick, Tom Waits, Bukowski, Carver e Fante, fortuna che ci sono loro, altro che santi
Credo siano loro, i miei santi
Credo nel cioccolato fondente
Credo nelle trasformazioni epocali e nelle scoperte scientifiche, ci credo e basta
Credo che dovremmo imparare a guardare sempre più avanti
Credo che dovremmo sforzarci di non dimenticare mai
Credo che l’intelligenza artificiale sia una buona cosa ma quella naturale è infinitamente meglio
Credo nelle parole, di più nei gesti
Credo che a volte le due cose coincidano
Credo nell’arte
Credo nell’ispirazione
Credo che un giorno finirà
Credo che quel giorno sarà un triste giorno
Credo nelle lasagne al forno col formaggio grattugiato sopra
Credo che la musica sia una chiave per aprire molte porte
Credo che senza chiavi non ci sia musica
Credo che l’anima sia un motore e che vada tenuta sotto controllo
Credo che, nel caso specifico, sia difficile trovare i meccanici adeguati
Credo che il corpo, spesso, sia fuorviante
Credo nella bellezza
Credo nell’inutilità delle azioni superflue
Credo negli originali, ma anche alle copie, quando sono buone
Credo di aver copiato, spesso pure male
Credo nei pentimenti
Credo che per stavolta non mi pento
Credo che l’importante è la salute
Credo nei luoghi comuni
Credo di avere la febbre
Credo d’essere scoppiato, nei polmoni come nella testa
Credo che non finirà mai
Credo, credimi, credetemi!, io ci credo
Almeno, credo.
[tratto da Ma tu lo conosci Joyce?]
Posted by Giuseppe Braga at 15:10 | Comments (0)
07.11.07
Lezioni Creative
di Giuseppe Braga
[Ma tu lo conosci Joyce? comincia così, con questo strabiliante pezzo. Be', ditemi voi se non è un inizio folgorante questo qui, dai, su, su!, ditemelo voi...]
Ho frequentato alcuni corsi e ora ve ne vorrei parlare. Non parlo di boulevard parigini o di avenue newyorkesi, ma di tutt’altro. Ho passato i trent’anni e sono passato attraverso parecchi corsi. Trafitto, come il drago infilzato dal santo. So di persone che hanno seguito corsi di yoga e fotografia, persino di shiatzu e di découpage. Io, scrittura creativa.
Scrittura: e qui parliamo di serate, sottratte alla tv e alle navigazioni telematiche.
Creativa: come il caciucco e la pasta ai frutti di mare della Buitoni.
Chiariamo subito di che si tratta. Scrivere non può essere considerato un hobby e chiunque ha praticato, sa. Non può venire paragonato a un corso di tennis o di nuoto. O magari di chitarra, quattro note e via. C’era una volta una gatta e sono solo canzonette. Non scherziamo. Con la scrittura creativa c’è ben poco da ironizzare. A partire dagli organizzatori. È solito per loro (insegnanti, docenti, editors, scrittori, critici, addetti del mestiere, autori di fama, filosofi, etc.), precisare – doverosamente tutti lo fanno – talune cose fin dall’inizio. Ciò è importante e necessario per l’emergente aspirante scrittore.
Esempio ricorrente: cosa non è Scrittura. O meglio, Letteratura. Qui le citazioni e i consigli, veri e propri avvertimenti, non mancano (vedere prego, la teoria crociana, la paraletteratura, il patetico, il troppo esplicito, il resoconto giornalistico…).
Poi ci sono loro, i corsisti aspiranti scrittori. Mi ci metto dentro anch’io, chiaro che sì. Anzitutto le frustrazioni e le illusioni. Si potrebbe partire da lì, da quello che si vorrebbe che fosse. Da ciò che manca ancora. Da ciò che forse mai sarà.
La cifra stilistica, i modelli di riferimento (e qui ci si ingegna a chi la spara più grossa: su Manzoni vai sul sicuro, con Tondelli dipende dai corsi, Kafka è una certezza, coi russi non sbagli mai, con Salinger e Calvino invece, si rischia).
Le sperimentazioni (scrivo un giallo alla Dürrenmatt strizzando l’occhio alla Highsmith; provo a rifare il verso ad Aldo Nove con un pizzico di Welsh e un goccio di Scarpa; mi cimento col romanzo di formazione: Törless, Werther, Caulfield; provoco emozioni forti e trasgredisco: Bukowski, Busi, Mishima, Henry Miller; saccheggio autori di sicuro successo, come King, Crichton, De Carlo, Bruno Vespa e Bevilacqua).
Inevitabili fioccheranno le prime critiche e inevitabilmente verranno i tentativi di giustificare con le parole (verba volant) ciò che si è scritto (scripta manent): tutto inutile (sovente dannoso), superfluo, sterile e infruttuoso, ma di ciò ci si scorda ogni volta. La memoria storica è una dote appannaggio di pochissimi eletti. E dunque, intemerati, imbecilli e senza memoria, si striscia patetici, cercando di risalire (più precisamente di non affogare) graffiando vetri rossi e fiammeggianti di vergogna.
Ricordarsi: meglio il silenzio, sempre e ovunque. Talune ritirate possono anche risultare dignitose oltre che rivelarsi vantaggiose per il futuro. E soprattutto occorrerebbe premurarsi di salvare il salvabile.
Incupirsi e ingoiare ingloriosamente infidi indigesti (allitterazione voluta, intendo sottolineare) rospi insomma, è molto meglio che avventurarsi in caparbie e insensate arrampicate senza senso.
Dopo le sacrosante critiche ecco i consigli, che essendo d’autore, valgono il doppio. Ma i consigli guarda caso, spesso equivalgono a stroncature. Dunque siamo al punto daccapo.
Funziona. Non funziona. Suona male. Suona bene. Non suona per niente!
Manca di dinamica, è privo di rotondità, non convince. Riscrivi ch’è meglio.
L’errore: l’elogio dell’errore, la condanna dell’errore. E alla fine tu riscrivi comunque. Il linguaggio e le sue forme. Conviene che riscrivi, almeno tu che hai buone potenzialità. Qui manca il plot. L’intreccio non regge. I limiti sono evidenti. Non saprei che dire. Ormai s’è detto tutto. C’è niente da aggiungere. O da inventare. Prova a riscrivere. Già, come no.
Potrei solo ricordare che:
Ho visto lacrime
Ho visto abbrutimenti psico-fisici precoci, devastanti e permanenti
Ho visto persone che hanno saltato cene per intere settimane, per riscrivere cose che non ne sarebbe valsa la pena comunque
Ho visto uomini (ma anche donne, se è per questo) che non hanno chiuso occhio per intere notti, continuando a sognare frasi che mai riusciranno a scrivere
Ho visto e… quand’era il mio turno ho taciuto, chinato il capo e incassato (io c’ho memoria, ragazzi!)
Leggere, bisogna leggere, figliuoli:
Calvino e le lezioni americane, tanto per
chi ama Manzoni – legittimo, ma cazzo… ancora lui
chi Baricco (per fortuna ne ho incontrati pochi)
chi Carver (monumentale!, ma pare che ne abbia rovinati parecchi)
chi Tondelli e di conseguenza gli anni settanta e ottanta, di più gli ottanta
su Cechov, niente da dire
approposito di Henry James neppure
Glossario geometrico: schemi metrici, l’ellisse, l’iperbole, l’architettura delle parole
E ora passiamo a Lui.
Il soggetto principale.
Il protagonista.
L’IO narrante.
L’emergente aspirante scrittore (meglio conosciuto con l’appellativo di giovin scrittore) è un animale strano. Strano ma non raro, purtroppo. Piuttosto il contrario. Le strade ne sono popolate, le metropolitane zeppe. Sei sul vagone e vai al lavoro e sai, ne hai l’assoluta certezza cazzo!, che di fianco hai tanti altri aspiranti scrittori (magari pure più bravi di te) e tu vorresti farli fuori, ammazzarne quanti più ne riesci, tanto per avere meno potenziali antagonisti emergenti in giro. Meno aspiranti esistono, più alta è la probabilità che. Qui entra in gioco l’altra variabile decisiva: la fortuna. Letterariamente definita: la gran botta di culo. E allora eccoci in pista.
Flash back: ma perché mi sono fissato con la scrittura?
E dire che da bambino ero bravo coi colori. Le parole le ho sempre viste con diffidenza, in lontananza e controluce. Come oggetti misteriosi. Contavano di più i fatti, ecco tutto. Quando sentivo disquisire e commentare, questi gran professori della parola, io restavo di sale. Colori. E magari suoni. Ma rimanevo incerto sulle parole, sospettoso e cauto. Anche s’erano quelle che permettevano (pure a me dopotutto) di comunicare.
Il giovin scrittore, come si diceva, è un animale strano. E varie sono le sue specie. Poeta e contadino, dotto e ignorante. Capace d’illuminarsi, d’elevarsi oltre l’imprevedibile e al tempo stesso, di precipitare nei flutti melmosi e angusti della vergogna più intollerabile e cupa. Patetico ma coraggioso, gli va riconosciuto. Frustrato ma puro. Candido e ingenuo. Tragico e ridicolo, per usare un settenario e ossimoro un po’ abusato.
Se si prende troppo sul serio fa la figura del pirla, ma attenzione: se fa il contrario e si comporta da cinico disincantato, significa che – nove volte e mezzo su dieci – è già stato respinto da una ventina di case editrici e disintegrato da qualche commento a qualche suo scritto (al quale teneva come a suo figlio). Ma bisogna andare oltre all’apparenza. Essere puntigliosi, caparbi, tenaci, folli, maledetti e anche un po’ deficienti, che non guasta. Anche quando tuo padre ti guarda – e tu ti senti effettivamente deficiente – (lui che aveva scommesso su di te, pagandoti, ma siamo passati già in un altro secolo nel frattempo, l’università e il contorno) con quell’aria sconsolata e depressa e scuote la testa e pensa, povero me, che figlio incapace che mi tocca di avere… e tu che gli parli di un tal concorso nel quale ti sei piazzato bene e che non ti hanno pubblicato per un niente, e di quell’editor (bella signora, tra l’altro) che ha letto un tuo racconto e ti ha detto che hai buone potenzialità (accidenti!) e che potrebbe pubblicarti il libro (mentre tu sei già arrivato a scriverne altri tre o quattro), ma che in cambio dovresti sganciare una discreta sommetta.
E intanto sogni a occhi aperti (questo è grave) di diventare il caso letterario dell’anno, ma che dico, del decennio (ciò si verrebbe a scoprire dopo una decina d’anni d’accordo, ma intanto uno pone le basi), in Italia, ma anche in Europa (perché limitare la fantasia). Libro stampato distribuito ristampato e ridistribuito, così almeno per una ventina di volte, robe che la Tamaro al confronto è una nullità. E poi le interviste ai giornali, qualche copertina, l’ospitata – obbligatoria a sto punto – dal Costanzo (che in cuor nostro disprezziamo, ma visto che siamo entrati in un giro così grosso, non possiamo certo evitare), le cene formali, le serate letterarie in libreria, l’invito a discutere le tematiche del libro (che ha fatto costume e tendenza e unito i pareri di pubblico e di critica) in un paio d’università, belle donne che ti ronzano attorno come api golose e tu che dispensi consigli ed esortazioni su come e cosa si debba scrivere in questi nostri tempi dominati dalle televendite e dalle super vincite al lotto.
Il giovin scrittore, poco più che uno scherzo della natura. Poggiato su un filo, a volte teso, altre molle come uno spaghetto scotto, legge Proust e Bulgakov, cita Svevo e Madame Bovary. Si butta senza rete, acrobata sconsiderato, su ogni concorso letterario. E gli editori a pagamento, perché non provarci, sia mai che da cosa nasca cosa. Una luce malsana gli brilla attraverso gli occhi, si crede Ulisse (Omero o Joyce?) e afferma di aver parlato – proprio l’altro ieri! – con Kerouac e Arturo Bandini. Prima di dormire si legge una poesia di Neruda e, per non sbagliare, tiene la moleskine (rigorosamente a righe) sul comodino. Perché le idee sono come il lampo. Rapide e veloci arrivano e fulminee e repentine se ne vanno quando meno te l’aspetti.
La speranza d’essere notati, letti, scoperti. Quante volte non ci abbiamo costruito sopra castelli fantasiosi. Complimenti, gran bel pezzo. Un testo formidabile ragazzo, ma perché non mi fai leggere altro materiale? Potresti passare in casa editrice e lasciare i tuoi scritti.
I nostri figli, le nostre amate e odiate creature, la rappresentazione del nostro sudore. Famigerato fantomatico fantasmagorico, fantasticamente fatuo: il Manoscritto!
Romanzo potenziale, proiezione di oscene fantasie assolute e assurde, oggetto transazionale, terapia, fuga dalla realtà, espiazione e riscatto, sublimazione dell’io, sacrificio, redenzione, nemesi, condanna, purificazione dell’anima, mondo a parte, delitto e castigo, appunto.
Le regole sono sacre, ma spesso sottese stravolte scavalcate e sovvertite, dunque ecco il Prontuario Tascabile per l’Emergente Aspirante (concetti note parole da tenere bene a mente): come s’inizia come si conclude come si cattura il lettore, i topos, i luoghi comuni, gli archetipi e gli stereotipi, le intenzioni non dichiarate, quelle dichiarate, i sottintesi, il non detto, l’esplicito, l’allitterazione, il linguaggio alto, quello basso, l’incisività, la leggerezza, il pugno nello stomaco, il climax, l’anti-climax, l’idea giusta, la trovata fine a sé stessa, l’autocompiacimento, il distacco, la freddezza, la soglia d’attenzione, il flash back o analessi, il flash forward o prolessi, la paratassi, l’anacronia, le figure retoriche e quelle meno, il punto di vista interno mobile, la suspense, la falsa pista, la sorpresa, il flusso di coscienza, l’enfasi, l’enigma, il motto di spirito, l’happy end, la circonlocuzione, la trasgressione, l’eufemismo, la preterizione, la reticenza, la paronomasia, la metonimia, l’ipotiposi, l’anafora, il pleonasmo, l’anacoluto, la litote, il chiasmo, il narratore onnisciente m’è dolce naufragar in questo mare sempre caro mi fu vano e ignoto sempre ignoto e vano
È tempo di migrar, ma ricorda, laddove la scrittura termina, il sogno può continuare (Sigmund Freud o Marzullo?)
Bibliografia ragionata:
Il mestiere di scrivere (Carver, ancora lui)
Cerami Vincenzo (Consigli a un giovane scrittore, sullo scaffale della libreria fa sempre la sua bella figura)
L’autore in cerca di editore (giusto lì sta il punto)
L’editore in fuga dall’autore (di prossima pubblicazione, un editore se lo trova di sicuro)
si salvi chi può
amen, andate in pace
Posted by Giuseppe Braga at 16:50 | Comments (2)