14.07.08
il fascino maledetto dello scrittore (part XLV)
di Giuseppe Braga
Pare, dico pare, che durante i lavori di ristrutturazione che stanno facendo al venticinquesimo piano abbiano trovato dell’amianto nel contro-soffitto. Il Coordinatore dell’Emergenza, ci ha riuniti per parlare della prossima prova di evacuazione (del palazzo, non dell’intestino crasso del sindaco) che verrà fatta prossimamente. Però siccome le voci sull’amianto stanno circolando incontrollate, ecco che il mio collega M., scrupoloso e diligente, considerando che ci troviamo nella sede preposta (la riunione di tutti gli addetti alla sicurezza), ecco che alza la mano, prende la parola e fa la domanda.
“Scusi, volevo sapere da lei la conferma o meno, rispetto ad alcune voci che corrono su presunte presenze di amianto nel palazzo…”
Il coordinatore di fresca nomina lo guarda sarcastico.
“Ma lei a che piano sta?”
“Al quinto.”
“E allora di che si preoccupa?”
“In che senso, scusi…”
“Tanto l’amianto sta al venticinquesimo, ci stanno venti piani di distanza, stia tranquillo…”, e giù una crassa, questa sì, risata.
Dopo la gran battuta, giù tutta una serie di rassicurazioni molto parecchio fumose per nulla alquanto dettagliate. Pronti per l’evacuazione d’emergenza, allora. Avanti tutta. Siamo indubbiamente in ottime mani.
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06.07.08
Duecentoquarantasei ringraziamenti
Sempre a proposito del rendiconto sulle vendite, di questo libro qui (il solito, insomma, l’unico, per ora, ecco), di cui ho scritto qui, rileggendo con calma e con assoluta estrema accurata attenzione la lettera della casa editrice, districandomi a fatica tra tutti quei numeri, mi son ben reso conto, con meravigliata entusiastica esaltante festosa maniacale incredula sorpresa, che nell’anno solare duemilasette, lo scorso appena passato, ecco, in quell'anno lì, di copie, ne sono state vendute ben duecentoquarantasei, che sommate alle circa ottocento e rotti dell'anno precedente, ovvero duemilasei, fanno un eccitante totale straordinario di circa mille copie e rotti (che io, ve lo assicuro, non ho così tanti parenti e/o amici, fidatevi credetemi, e quindi sta cosa qui, egocentricamente auto-referenzialmente parlando, mi ha tirato un bel po' su il morale, eccolo). Mica poche, insomma, dai (per l'esattezza un totalone di millecinquantotto), che poi ci abbiamo anche il corrente duemila e otto, per incrementare arrotondare le vendite, che cazzo dai! Ecco che dunque, specificatamente, oggi, ci tenevo a ringraziarli tutti, che dio li abbia in gloria, i duecentoquarantasei acquirenti dell'anno duemilasette (che spero siano stati altrettanti lettori). Se volete, carissimi duecentoquarantasei, ci scappa pure una birra, se volete, palesatevi che ve la offro molto parecchio volentieri, ecco. Non secondariamente, birra a parte, io li ringrazio proprio davvero molto parecchio, questi mitici e valorosi duecentoquarantasei, eccoli, per il non secondario fatto che, se non ci fossero stati, altro che ventisette euro, altro che, avrei dovuto rimborsare…
Posted by Giuseppe Braga at 13:19 | Comments (0)
01.07.08
Premonizioni
di Giuseppe Braga
Sono un paio di notti che faccio strani sogni, col senno del poi, senza dubbio premonitori. Nel primo ho sognato Linus, quello di radio deejay, non quello di Schultz, eravamo da qualche parte, all’aperto, ci si incontrava casualmente, lui mi guardava incuriosito, come se mi avesse già visto da qualche parte, e mi chiedeva se per caso non avessi scritto un libro, e mi pareva interessato alla faccenda, sì, insomma, non aveva l’aria di prendermi per il culo, ecco, ed ecco che allora io coglievo l’occasione al volo e gli dicevo, be’, sì, gli dicevo che in effetti, be’ sì, io un libro in effetti l’avevo scritto, e di colpo, come solo nei sogni, anche in quelli premonitori, può succedere, mi si materializzava tra le mani una meravigliosa profumatissima copia del mio meraviglioso e vendutissimo libro.
E così, senza alcun imbarazzo, glielo allungavo e gli dicevo, cazzo Linus, leggilo perché è davvero tanto interessante e significativo, questo libro, in quanto libro, meraviglioso e istruttivo e sbellicante, che poi l’abbia scritto io, questo libro, be’, ecco, direi che è una pura coincidenza astrale, ed è assolutamente secondario, fidati, Linus, leggimelo e poi dimmelo, cioè, dimmelo se t’ho raccontato una meravigliosa e sbellicante cazzata, oppure no. Lui mi sorrideva mostrandomi una dentatura splendidamente abbagliante e mi salutava, con cordialità radiofonica, portando via con sé il mio libro sottobraccio. Tutto quanto bellissimo. Una scena di chiusura di sogno splendida, una delle più belle che io mi ricordi (limitatamente ai miei, di sogni).
Ieri notte invece, è stata la volta di Andrea De Carlo. Qui una spiegazione me la sono data subito. L’avevo sentito in un’intervista, quel pomeriggio stesso, a radio 24, raccontare di sé, della sua vita e del suo essere scrittore, oltre che suonatore di mandolino (e rammaricandosi di non averlo portato con sé, in radio). Bando alle ciance e ai mandolini, nel sogno, ero lì che gironzolavo in un luogo sconosciuto e affollato e, in un men che non si dica, me lo ritrovavo di fronte, sorridente e affabile, lui il De Carlo Andrea, e sì, inutile negarlo, lo trovavo immediatamente subito a colpo d’occhio molto giovanile, di bell’aspetto (come nella realtà è di suo, ecco), e all’istante scattava quel non so che, tra scrittori giovanili ci si intende, e così, dopo le dovute presentazioni, cominciavo a conversare amabilmente come si conversa abitualmente con gli scrittori, anzi, mi correggo, tra scrittori, e dunque avevamo preso a raccontarci reciprocamente le nostre rispettive opere letterarie, ma poi, visto che la mia, di opera, si esauriva subito, un titolo e via, ecco che dunque ci si era concentrati e si parlava soprattutto della sua. E a me questa cosa andava più che bene, io sono un estimatore di De Carlo. Anche in questo sogno per nulla imbarazzato e anzi, parecchio disinvolto, gli confessavo, da onesto estimatore, di aver letto solo due dei suoi primi libri (che, considerata la mole complessiva della sua opera letteraria, numericamente parlando, sono ben poca cosa). Lui sorrideva benevolente e per nulla irritato offeso, e intanto mi firmava con dedica le due copie dei suoi libri che anche in questa circostanza, miracolosamente, erano saltate fuori chissà quando chissà come chissà da dove. Molto generoso e bendisposto, il buon vecchio ma giovanilissimo Andrea D.C., anche quando mi confondevo sulla terminologia numerica dei titoli dei suoi due famosi libri, chiamandoli erroneamente: Di noi due e Due di tre. Imperdonabile, ma lui mi perdonava. Una brava persona, insomma, oltre a un grande scrittore.
Stamattina invece, più che un sogno, m’è capitato di precipitare in un incubo. Sono ancora sotto shock, ve ne sarete accorti, scusate la punteggiatura e la sintassi, non so se prenderla sul ridere o buttarmi qui dal ventesimo, che oggi dal ventesimo si vede anche la grigna. Sentite qua. Trovo una lettera intestata, è della casa editrice del mio libro, quello meraviglioso del sogno con Linus, tanto per capirci. La apro con curiosità, bene, è il rendiconto delle vendite relative al duemilasette. Prendo a leggerla, ci capisco poco, c’ho dei grossi limiti, tra copie stampate, copie invendute, copie rispedite in deposito, copie destinazione macero, copie di qua e copie di là, copie di su e copie di giù, spese varie, ecc., ci capisco meno di una mazza, dunque mi rompo, abbandono la decodificazione letterale sistematica e salto in fondo, salto al saldo, che tra l’altro siamo quasi in stagione, vado al saldo che è la cosa che comunque a noi scrittori di un certo livello, interessa certamente di più. Cazzo, rileggo tre volte per essere sicuro di non avere sbagliato. Non ho sbagliato, porcaccia puttanaccia ladraccia infamaccia schifosa, non ho sbagliato, ho letto proprio davvero bene.
Quel cazzo di meno (-) davanti alla cifra finale non ci dovrebbe essere, eh no che non dovrebbe starci. Che cazzo ci fa lì? Chi l’ha messo?
In soldoni (quelli che non ho), il rendiconto, nudo e crudo, mi dice che, non solo non ci ho guadagnato un cavolo di niente (certo, si parla specificamente dell’anno duemilasette, certo, certo, nel futuro venderò a pacchi, certo, come no), ma qui sono addirittura io che devo sganciare 27 euro. Be’, tutto sommato mi poteva andar peggio, dai. Però. Chissà se accettano i ticket…
Posted by Giuseppe Braga at 19:40 | Comments (2)
13.05.08
il fascino maledetto dello scrittore (part XLIV)
perdonatelo, che non sa quel che dice
di Giuseppe Braga
brunetta non sa quel che dice. non so voi, ma io oggi ci sto dando dentro tantissimo, appena arrivato, manco la giacca mi son levato, ho acceso il pc, mi son rimboccato le maniche e mi son messo sotto, sto sudando di brutto, sì, son tutto sudato come un cammello sudato che s'è perso nel deserto, già già, neanche un attimo di pausa e son qui dalle otto precise (vi faccio controllare il badge, se non mi credete), fatica fatica fatica solo e soltanto tanta fatica, manco un caffè, manco una sigaretta (non sottilizziamo, io non fumo, ma questo non c’entra), neppure una sbirciatina su internet. sto concentrato sul monitor. brunetta non sa quel che dice. nel dubbio, per una conferma, solo una cosa ho controllato, sapete cosa? prima ho messo in stand by per non perdere nulla di ciò che avevo fatto e poi mi son guardato intorno, già. e lo posso dire con serena pacata onestissima tranquillità. brunetta non sa quel che dice. tutti i colleghi del mio piano (e li ho contati, ci stanno tutti, altro che assenteisti!, tutti ci stanno!) son lì, motivati reattivi concentrati, li ho visti con questi occhi qui, dovete credermi, chini piegati curvi sulle loro scrivanie, tutti a darci dentro come forsennati. brunetta non sa quel che dice, i funzionari pubblici sgobbano come matti folli indemoniati. il brunetta ministro non è credibile. mi spiace per lui ma non sa quel che dice. è molto più credibile, oltre che intonata, la brunetta dei ricchi e poveri, ve lo assicuro io. e adesso scusatemi, vi saluto, che c’ho da finire la mia partita a tetris. alla faccia di brunetta. che ne sa lui delle insidiose difficoltà intrinseche del quinto livello? sto a un passo dal record, per la puttana miseria...
Posted by Giuseppe Braga at 11:03 | Comments (0)
20.11.07
il fascino maledetto dello scrittore (part XLIII)
chi va e chi viene
di Giuseppe Braga
qui è andato via il sole ma in compenso è tornato il mio capo, diciamo, puntualizzando, che mi sto riferendo al mio vecchio, di capo, e che comunque, pur essendo vecchio e superato dal nuovo, continua a essere il mio capo. Forse per nostalgia. Chi lo sa. Oggi vuole che faccia l'ennesima correzione a una tavola che ho già rifatto e modificato una decina di volte e che ormai mi sta uscendo dagli occhi. Non ne posso più. Ma siccome lui resta, pur nostalgicamente, il mio capo, mi metto diligentemente al lavoro. Lui se ne rallegra, esce e si raccomanda. Come se ce ne fosse bisogno.
Guarda che è una Variante che deve andar via il prima possibile.
Mezz’ora appena ed ecco che entrano in ufficio l’architetto F. e il suo collaboratore B.
A che punto sei con le piste ciclabili?
Lo sai che abbiamo l’urgenza.
Direttamente dall’alto.
Le piste ciclabili sono una priorità dell’amministrazione.
In qualche maniera, dopo qualche sudore freddo e tentennamento, prendo tempo, io sono un mago nel prender tempo. Ma di tempo non è che sia riuscito a prenderne molto. Domani ritornano. E io le piste ciclabili non le ho proprio toccate. Loro, sia come sia, sono talmente prioritari che, dopo avermi ridcordato la priorità, se ne vanno di corsa (a piedi) anche loro.
Nemmeno lo spazio di tirare il fiato e arriva lui. L’altro mio capo, quello vero, quello attuale, il mio capo propositivo e ottimistico.
Scusa la domanda, mi fa.
Prego, gli faccio io.
Ma tu adesso cosa stai facendo?
In che senso, scusa.
Voglio dire, per chi stai lavorando?
Non mi lascia il tempo di rispondergli e mi chiede se ho voglia di andare a lavorare nel suo ufficio, che ci sarebbe bisogno. Io lo guardo e glielo dico. Non posso non dirglielo.
C’avrei le piste ciclabili, prioritarie per l’amministrazione e la Variante urgente, prioritaria per Z. Mi spiace, ma non mi posso proprio muovere da qui.
Ma come, ma cosa c’entra Z., ma come, ma cosa c’entrano le piste ciclabili, adesso!
Si blocca. Monta un’espressione quasi offesa. C’è rimasto male. Si vede. A me un po' spiace, ma non ci posso far niente. Io sono un modesto esecutore. Un semplice disegnatore. Uno che prende ordini. Lui ringhia e sbuffa. Ora mi sembra meno ottimistico di prima.
Così non va bene, dice. Così non va bene, non va bene, no che non va bene così. Ripete tra sé, e intanto se ne va.
Che cavolo, è lui il mio capo. C’ha ragione. Come si permettono. Quasi quasi oggi, per solidarietà, nel dubbio, non faccio nulla.
Posted by Giuseppe Braga at 11:14 | Comments (0)
15.11.07
Terre di mezzo, concorso letterario 2008
da qualche giorno è online il bando 2008 del concorso letterario di Terre di mezzo. Il tema di quest'anno è:
LONTANO DAL CUORE
Vite di confine, periferie dell'anima, amori sotterranei, città invisibili
Il testo integrale del bando lo trovate sul sito di Terre
Posted by Giuseppe Braga at 13:45
31.10.07
il fascino maledetto dello scrittore (part XLII)
passatempo
di Giuseppe Braga
oggi, a tavola. Un pranzo quasi completo come era da settimane che non ne facevo più (petto di pollo impanato, tocco di pizza fatta in casa, insalata, caffè)
mio padre: ma cosa dici.
mia madre: gli chiedevo se oltre al lavoro in ufficio avesse altre attività. Qualche altro lavoretto in ballo, insomma.
io: be', no. Non proprio.
mio padre: di tempo ne avresti, però. Lavori tre giorni a settimana, dai.
io: ...
mia madre: be', ma almeno stai scrivendo?
io: sì, qualcosina, sì.
mia madre: dai, meno male, almeno quello.
mio padre: ma cosa dici.
mia madre: ..?
io: ..?
mio padre: scrivere...
mia madre: ..?
io: ..?
mio padre: ma cosa dici. Quello è un passatempo, dai.
Già, il prezzo da pagare per un buon pasto.
Posted by Giuseppe Braga at 15:56 | Comments (2)
24.10.07
il fascino maledetto dello scrittore (part XLI)
appetibile
il mercoledì io lavoro mezza giornata. non lo dico per mettere invidia a nessuno, ma solo per dire come stanno le cose, ecco. che le cose però stanno anche in un altro modo.
che alcuni colleghi non vedono l'ora che io me ne vada. già. fanno il conto alla rovescia, partendo intorno alle dieci, dieci e mezza della mattina. intendiamoci. non è che stia così sul culo ai miei colleghi, tanto da meritarmi il conto alla rovescia. sono una persona a modo che non rompe il cazzo a nessuno, tendenzialmente. anzi, tutti a chiedermi ancora come sto e come sono smagrito e poi cazzo è quella roba che c’hai lì, che adesso m'è appunto uscita una crosta schifosa inguardabile sul naso, una roba che ho provato a scrostare stamattina ma con risultati pessimi. che adesso s'è già riformata peggio di prima. crosta a parte. il mercoledì a quest'ora di solito io non ci sono, qui, in ufficio. oggi è un caso che sia ancora qui. e sto vedendo e sentendo e capendo parecchie molte cose. che già sapevo però, dai. che qui l'ufficio si trasforma in sala ristorante. che oggi sono in quattro, un paio per tavolo, tutte colleghe provenienti da svariati piani che si danno appuntamento qui. che due di loro hanno dovuto cambiare piano, che c'ero io. il guastafeste. che il mio tavolo è appetibile, spazioso luminoso vista strada. che adesso mi sento davvero a disagio, a sentire i profumi delle tagliatelle e dell'arrosto e delle patatine. anche le zucchine gratinate. ma non è per questo che mi sento a disagio. piuttosto. le vedo sacrificate, strette strette. ecco. che di solito, come da orario, dal mercoledì al venerdì, il mio posto è libero, appetibilissimo, e loro c'hanno a disposizione un tavolo in più. che mi dispiaccio davvero a vederle mangiare così tutte strette strette sacrificate. che adesso mi hanno offerto anche mezza mela e un panino. che dai. che mi sento proprio fuori posto. che quasi quasi me ne esco, prendo mezz'ora di permesso, esco e le lascio pranzare in santa pace. che guastafeste del cazzo che sono. fanno bene a fare il conto alla rovescia. che dai. buon appetito e scusate per il disturbo.
Posted by Giuseppe Braga at 13:20 | Comments (5)
il fascino maledetto dello scrittore (part XL)
che stamattina ho preso il metrò che era stracolmo che si faceva a cazzotti per salirci e per riuscire a restarci sopra che ci si sgomitava e calpestava i piedi che poi c’ho pensato però che più o meno un giorno sì e l’altro pure che la mattina capita sempre così che però oggi ho invidiato tanto molto parecchio quei cavolo di commissari dell’Expo…
Posted by Giuseppe Braga at 09:23 | Comments (0)
23.10.07
il fascino maledetto dello scrittore (part XXXIX)
che secondo me ce la facciamo, sì
di Giuseppe Braga
che qui voi forse non sapete ma noi stiamo in pieno marasma Expo. Che sono le giornate decisive. Che ci sono da spezzare le reni a quei turchi di Smirne. Che poi adesso in Turchia ci stanno i curdi incazzati neri, dai. Che secondo me ce la facciamo alla grande.
Che ci saremmo potuti anche risparmiare qualche effetto speciale. Che la sindachessa l’ho vista sui giornali di oggi, che stava tutta in ghingheri con la fascia tricolore e sorrideva col suo sorriso molto aperto e sorridente. Che stanno facendo le cose in grande e che non si può dire il contrario certo che no. Che ieri hanno sparato in cinque aree strategiche della città cinque fasci di luce luminosi che ci hanno illuminato la notte. Che la luna a un certo punto non si vedeva più. Che i raggi luminosi azzurrognoli hanno perforato anche le nuvole. Che prima, tutta la delegazione che però non so in quanti fossero esattamente, hanno tutti mangiato panoramicamente all’ultimo piano del grattacielo Pirelli. Che c’era da far colpo sui commissari. Che secondo me, chissà che prelibatezze han mangiato. Che secondo me ce la facciamo, dai che ce la facciamo. Che c’è da far colpo sui commissari perché alla fine saranno i commissari a decidere. Che prima ancora, sempre con l’intento di far colpo, hanno sorvolato la città sopra due elicotteroni della madonna. Che c’è stato un collega che m’ha raccontato che a lui ieri gli è sembrato di sentire partire le note della Cavalcata delle Walkirie, ma forse era solo suggestione. Che comunque, Wagner a parte, secondo me ce la facciamo, sì. Che prima ancora sempre ieri credo nel pomeriggio sono saliti sul metrò (stranamente deserto e pulito, pare abbia detto sorpreso un certo commissario non tanto coglione come forse speravano certi dei nostri) e si sono diretti verso l’area preposta all’esposizione universale del duemilaquindici. Che nel frattempo i nostri hanno ripulito nottetempo la piazza davanti alla Stazione Centrale e non solo quella. Che i nostri (per dirla tutta: gli spazzini che lavorano per i nostri) hanno ripulito i muri dai graffiti, le sporcizie e le schifezze e le cartacce per terra, ma solo i muri e le strade che incidentalmente rientravano nel tragitto che avrebbero percorso insieme ai commissari. Che mi sembra del tutto ovvia come cosa. Che certo non sono andati in periferia. Che in periferia sinceramente ci stanno gli straccioni, dai. Che tra l’altro se fossero andati in periferia, i nostri e i commissari, avrebbero pure rischiato di incrociare quei cinquanta ospiti del CPT di via Corelli, per lo più algerini, che nel tentativo di fuga, hanno spaccato devastato ogni cosa che si sono trovati davanti. Che non sarebbe stato proprio il biglietto da visita ideale da mostrare ai commissari. Che secondo me, anche grazie a questi astuti accorgimenti di percorso stradali, secondo me ce la facciamo, sì. Che io adesso voglio dirlo che io mica sono contrario all’Expo 2015 che non vorrei si travisassero i miei pensieri. Che diavolo.
Che poi stasera per chiudere tutti in gloria tutte queste giornate febbrili e tutte itineranti, che poi tutti in allegria stanchi ma felici andranno tutti a cena nella villa di Silvio. Che poi mi sono chiesto, appena letta la notizia, va bene tutto, ma che cazzo c'entra Silvio?
Posted by Giuseppe Braga at 15:32 | Comments (1)
16.10.07
il fascino maledetto dello scrittore (part XXXVIII)
l’appetito vien mangiando
di Giuseppe Braga
oggi ho mangiato un piatto composito (me lo son fatto comporre io e non posso che prendermela con me stesso), composto da: quattro gamberetti, tre fettine di zucchine gratinate col pan grattato, tocchelli sparsi di patate e fagiolini, tranci di palmito qua e là che perlomeno davano un tocco esotico al tutto. poi, a parte, fuori dal piatto, due micro panini. una mezza naturale. ho lasciato metà roba nel piatto, ma i due micro panini li ho mangiati fino all’ultima briciola. poi mi sono rifatto, si fa per dire, con un fettino di torta tanto soffice con tanta panna e tanto cioccolato e tanto pan di spagna. E ci aggiungerei tanto pesante, visto che c’è l’ho ancora qui sullo stomaco, fermo in coda, tra i palmiti e i gamberetti, da tre ore e mezza abbondanti.
certe volte me le cerco proprio da solo, le rogne…
Posted by Giuseppe Braga at 16:05 | Comments (3)
il fascino maledetto dello scrittore (part XXXVII)
smagrito
di Giuseppe Braga
sono nel laboratorio eliografico, ho una tavola in mano e sto parlando con s., titolare dell’ufficio. poco distante, diciamo a non più di tre metri, due consulenti esterni, ormai da considerarsi interni, nel senso che lavorano qui dentro più o meno da quanto ci sto io, che consultano alcune tavole del piano regolatore.
di punto in bianco, una dei due, la intravedo appena, interrompe la sua occupazione, alza gli occhi su di me, comincia a squadrarmi. io faccio finta di nulla, ma me li sento, i suoi occhi addosso. e la cosa mi infastidisce un po’. manco il tempo di dirle qualcosa, che è lei che s’intromette. strabuzza le pupille, mi punta l’indice contro e fa, preoccupata, quasi urlando, oggettivamente isterica, quasi avesse visto un cazzo di fantasma.
“ma come sei dimagritooo! oddiooo!!! e come sei pallidooo! oh madonna! ma stai beneee? cosa t’è successooo?”
ho mollato la tavola nelle mani dell’imbarazzato s., l’ho fulminata con lo sguardo, ho girato i tacchi e me ne sono andato.
va bene tutto, ma era la decima persona, quel giorno che.
Posted by Giuseppe Braga at 07:50 | Comments (2)
10.10.07
il fascino maledetto dello scrittore (part XXXVI)
non è bello ciò ch’è bello…
di Giuseppe Braga
Sono sul metrò. Fa caldo. È pieno zeppo di gente. Terzo giorno di lavoro dopo le vacanze malate. C’ho l’umore a terra, anzi sta un po’ più sotto, visto che mi trovo in metrò. Allarme quasi rosso. Vicino al livello di guardia. Per mantenerlo qualitativamente alla stessa quota, bello basso e tristanzuolo, da un paio di giorni ho ripreso a leggere Il soccombente di Thomas Bernhard, facili ironie a parte, una gran bel libro che fa parecchio riflettere. Alzo gli occhi da pagina sessanta che ormai manca una fermata alla mia. Sale una bellissima ragazza.
Giovane, sinuosa, occhi scuri, ciglia lunghe, sguardo un po' imbronciato. Capelli lisci e lunghi che le incorniciano un graziosissimo viso da cerbiatta. Mi distraggo, va da sé, Il soccombente per qualche secondo soccombe. Poi mi rituffo per qualche riga sul libro, giusto per arrivare al punto e finire la frase. Mi alzo e sono pronto a scendere. Sfilo di fianco alla ragazza e le do un penultimo sguardo fintamente distratto. I nostri occhi per un breve momento si incrociano. È proprio bella, sì. Non m’ero sbagliato. Scendo, faccio qualche passo, m’avvicino alle scale, intanto le porte si richiudono, il metrò riparte e io, per un’ultima volta, provo a incrociare lo sguardo della ragazza cerbiatta. Ma mi accorgo d’essermi voltato troppo tardi, la carrozza nella quale sta lei, è già oltre il mio raggio visivo. Mi devo accontentare di scambiare lo sguardo con un tizio che si sta grattando un orecchio e che, occhio e croce, c’ha le palle girate almeno tanto quanto le mie. Peccato. Mi rigiro, che ormai sono a mezzo metro dalle scale e faccio per mettere il piede sul primo scalino, devo rallentare la mia azione però, perché tre persone, frettolosamente e senza un apparente valido motivo, mi tagliano la strada. Maleducati del cazzo, penso tra me. Ma quando abbasso gli occhi sul primo gradino capisco. Ci sta un’enorme vomitata composita e di cui preferisco sorvolare sulla sua composizione compositamente composta, che occupa, in larghezza, trequarti della rampa. I primi tre gradini risultano impraticabili (ammesso non ci si diverta a sguazzare coi piedi in certo materiale umano di risulta). Non mi faccio scoraggiare, nel senso che non prendo questa scusa per ritardare o addirittura per non entrare in ufficio, troppo facile, e così, agilmente, sto tornando molto agile ragazzi, sto riacquistando la mia piena forma fisica, ehi, agilmente, salto i primi tre gradini e con un sorriso che trattengo a stento, proseguo sicuro su per le scale. Mi metto a pensare alla bruttezza e alla bellezza, a questi due concetti qui, che volete, anche Umberto Eco ci si è messo a riflettere e ci ha scritto pure un libro, quindi mi pare una cosa del tutto naturale anche per me, pensare a questi concetti basilari qui. Semplici evidenti lampanti, evidenze che la vita ci sbatte sotto gli occhi a ogni momento delle nostre cazzo di giornate. Penso alla ragazza cerbiatta, ai nostri sguardi fugaci e penso all’enorme e composita vomitata che ho schivato per un pelo. Cazzo, poi però non ci penso e non guardo più gli scalini, ed è così che sento un cazzo di splash sotto la suola destra ed è così che me la sento tutta appiccicosa ed è così che sento, anzi vedo, sotto al piede, un’altra chiazza, più piccola certo, ma alla stessa maniera molto composita e parecchio appiccicosa. Cazzo però, quel cazzo di stronzo aveva vomitato due volte. Fanculo.
Posted by Giuseppe Braga at 09:10 | Comments (2)
09.10.07
il fascino maledetto dello scrittore (part XXXV)
Ritorni
di Giuseppe Braga
oggi, qui al lavoro, per me, è l’ultimo giorno prima delle vacanze. Poche facce in giro, ascensori che arrivano subito e corridoi deserti. Uffici chiusi. Mi aspettano quaranta giorni lontano dal Palazzo, secondo me rischio pure che mi venga nostalgia.
Ai primi di agosto scrivevo così. Beata innocenza. Poi nel frattempo le cose sono andate un bel po’ diversamente. E adesso che sono tornato, non quaranta giorni dopo, ma sessanta abbondanti, ecco, altro che nostalgia, dopo un giorno e qualche minuto, mi verrebbe già da scappare a gambe levate. Qualsiasi meta mi andrebbe bene. Non faccio lo schizzinoso, io. Anche Ceppaloni, a mali estremi.
Ieri come preventivato, tutti a salutarmi e tutti a chiedermi come stavo. Come stai? Ho saputo che sei stato male. Ti vedo sciupato, in effetti. Ma davvero? Guarda che roba strana, però. Eh, già, sono cose lunghe, già. E adesso come stai? Be’, sì, ti sei un po’ smagrito, sì. Ma adesso stai bene, vero? Vero che stai bene? Bene, bene, molto bene. L’importante è la salute. Già. Non ci piove. E le Varianti al Piano Regolatore, ovviamente. Che ai miei capi della mia salute importa sì, ma solo in funzione del fatto che io sia efficiente, dinamico e produttivo. Che non la discuto mica sta cosa qui. Che ci mancherebbe. Che però nemmeno il tempo di sistemarmi la sedia e la scrivania (nota a margine: ho trovato quasi apparecchiato per il pranzo, pensate un po’, un tovagliolo di carta piegato di fianco al monitor, la tastiera spostata di lato, chiazze di sugo, patacche appiccicose e macchie equivoche sparse qua e là… ciò sta a significare che la mia scrivania in mia assenza s’è trasformata in un riservato tranquillo tavolo da pranzo, ottavo piano, non proprio vista mare… nulla di nuovo, insomma) ed ecco che il telefono squilla ed ecco che si presentano col malloppo sotto mano ed ecco che cominciano a dirti e a spiegarti che il lavoro ha una certa sua urgenza ed ecco che ti ritrovi le belle Varianti sotto al naso. Ed ecco che già rimpiangi gli arrosticini. Pure la febbre quasi rimpiangi. È il lavoro, bellezza. Già. E però. Fanculo a chi l’ha inventato.
Posted by Giuseppe Braga at 08:19 | Comments (2)
24.07.07
il fascino maledetto dello scrittore (part XXXIV)
io la amo, questa città!
di Giuseppe Braga
alla fine, oggi, in ufficio, me ne sono venuto in auto. non c'avevo il sentimento d’infilarmi sotto terra. e allora, niente metrò. a dire la verità ci ho pensato su un po', ma poi al momento, ho girato a sinistra, e via, ho imboccato la strada verso il palazzo. traffico intenso ma scorrevole. invece delle facce abbattute e tristi che avrei incrociato se avessi preso il metrò, automobilisti già belli incazzati e mattinieri che scattavano sulla coda del rosso per guadagnare secondi preziosi. una volta giunto in zona, mi sono totalmente dedicato alla ricerca del parcheggio. un lavoro, di questi tempi.
potrei dire: pensavo peggio. sono riuscito a trovarlo più facilmente, meno male, di quel che pensavo. peggio, appunto. ho girato un po', d’accordo, ma l'ho trovato con discreta agilità, senza strisce del cavolo, una specie di miracolo urbano di mezz’estate. poi ho fatto colazione nel bar self-service dove talvolta vado a mangiare in pausa pranzo e non volevo credere alle mie orecchie. cappuccino e brioche: due euro e quindici (2,15 €)! me lo sono fatto ripetere due volte, ma cazzo, da non crederci... non bastasse, il tipo alla cassa, bel furbetto di merda, mi si perdoni, ha pure cercato di fregarmi trenta centesimi, fingendo di confondere una moneta da cinquanta (che gli avevo dato) con una da venti. tanto, avrà pensato, furto per furto... ora mi chiedo, me lo chiedo sempre, tutte le volte in cui incappo in queste piccole disavventure: li incontro tutti io, ‘sti furbastri, oppure c’ho proprio una faccia da pirla che invoglia sfrenatamente alla truffa? be’, col dubbio che mi solleticava il cervello e col cappuccio che stava scivolando nello stomaco, ho bevuto, ho salutato con una smorfia, sono uscito, ho percorso, occhi bassi e alleggerito di qualche moneta, un buon tocco di via M. G., già immersa nello smog, poi gli occhi li ho alzati e sapete cosa?, il palazzo stava lì. sempre più incombente, sempre più inevitabile, sempre più sporco. e alla fine mi ha inghiottito. senza pietà. anche oggi. che ero venuto in auto.
Posted by Giuseppe Braga at 10:26 | Comments (0)
10.07.07
il fascino maledetto dello scrittore (part XXXIII)
A volte ritornano
di Giuseppe Braga
Finalmente sono arrivato alla fine, finalmente. L’aggiornamento al P.R.G., intendo quello. L’ultimo scoglio ce l’ho qui davanti. Appiccicare i nuovi cartigli, con i codici e le intestazioni aggiornati, alle tavole dei Verdi Privati e a quelle Radar. Una dozzina in tutto. Scendo in laboratorio eliografico e mi faccio dare le tavole. I cartigli ce li ho già sul mio tavolo luminoso. Ma ci sta un problema.
Il mio rotolo di scotch trasparente è quasi finito. Ne ho bisogno di un altro. Altrimenti, ciccia. Cerco nei cassetti, ma come sospettavo, niente. M’affaccio nell’ufficio di fronte e chiedo se per caso… no, ci spiace, non ne abbiamo. Devi chiedere in segreteria, sono loro che adesso tengono il materiale di cancelleria.
Percorro il corridoio speranzoso. Busso ed entro. Chiedo alla segretaria. Lei mi dice sì, certo. È gentile. Ma ho il vago sentore che non abbia inteso completamente il tipo di scotch che mi serve. Apre l’armadio e mi porge un rotolo. Come immaginavo. È scotch, effettivamente è un rotolo di scotch, non ci piove che è scotch, quello che mi sta porgendo è proprio scotch. Ma non è la tipologia precisa di scotch che serve a me. Glielo dico, lei ci rimane un po’ male. Insiste, prendilo comunque, mi fa.
Le dico: a me serve quel particolare tipo di scotch trasparente che poi, una volta applicato sul disegno, dopo averne fatte le copie eliografiche, non si vede.
E perché non si vede?
Perché è trasparente.
Ma anche questo è trasparente, e lo alza mettendolo controluce.
Sì, trasparente è trasparente, ma in realtà è un po’ giallino, vedi?
Alla fine ne conviene anche lei e dopo una breve discussione troviamo un accordo a metà. Lo scotch che voleva rifilarmi è trasparente ma non troppo. Ed è troppo giallino per l’utilizzo che ne devo fare. A denti stretti lo ammette anche lei. Io però assumo un’aria contrita e malinconica, piuttosto depressa. Che ne convenga la segretaria mi importa fino a un certo punto. Io il mio problema di scotch ce l’ho ancora. Lei mi vede un po’ pensieroso e sembra spremersi per trovare una soluzione e per non farmi proprio uscire da lì a mani vuote e senza speranze. Poi ecco che si illumina. Ha avuto un’idea.
Dovresti provare a chiedere a Cozza, mi fa lei.
Cosa, cosa, cosa? Cooozzaaa???
Sì, certo, lui ha ancora del materiale. Lo tiene in uno scatolone non so bene dove.
Ma…
Dovresti provare con lui, sì.
Io sbianco, cioè, io non è che mi veda, ma più che altro lo sento. Sento che mi sto sbiancando, ho anche un forte giramento di testa. Mi appoggio allo stipite della porta, alzo gli occhi al soffitto e sospiro.
Cosa c’è, qualcosa non va?, mi fa quasi preoccupata.
Niente, niente…
Cozza. Ancora lui. Ho già capito, tocca che dovrò andarmelo a comprare da me, sto cavolo di scotch trasparente…
Posted by Giuseppe Braga at 12:30 | Comments (0)
03.07.07
il fascino maledetto dello scrittore (part XXXII)
sempre i migliori che…
di Giuseppe Braga
all’ora di pranzo, ieri. sto rientrando nel Palazzo col mio sacchetto di plastica (contenente un panino con la cotoletta, una bottiglietta d’acqua e un dolcino – capitemi, per tirarmi un po’ su), sono nell’atrio ascensori e sento un gran vociare provenire dal basso, dalla sala gialla, quella preposta alle grandi occasioni, commissioni edilizie incluse, e allora m’affaccio
e guardo e vedo un fottio di gente, un brulicare che sembravano formiche, un insieme di voci che altro che i cori bulgari, almeno mezzo Palazzo era lì, sembrava di stare in una di quelle notti magiche e grazie al cielo mai vissute, una di quelle notti che solitamente vedo al tg3 regione, una di quelle notti alle colonne di San Lorenzo, sembrava d’essere precipitati nella pazza loca movida milanese, sembrava, ed erano solo le tredici e trenta di un qualsiasi lunedì di inizio luglio, era, gente con bicchieri e piatti e tramezzini e tartine in mano, gente che faceva andare le ganasce allegramente, ma che era successo?, mi son chiesto e poi mi son risposto, semplice, era semplice, era che G****, l’anziano commesso del Palazzo, un personaggio noto, simpatico e popolare, uno di quelli sempre col sorriso e con la battuta pronta, a suo modo una rarità, l’unico tra i commessi che girava ancora indossando la divisa (a seconda delle stagioni, grigia o blu), se ne stava andando in pensione, ecco il perché di tutto quell’affollamento, era la sua festa, era, una grande, grandissima festa, direi, già, già, una vita passata a far su e giù per ascensori, ventiquattro piani esclusi gli interrati, su e giù a consegnar pratiche e plichi e faldoni e buste e pacchi e pacchetti, una vita trascorsa a percorrere in lungo e in largo i corridoi, a bussare alle porte degli uffici, a chiedere permesso, una vita di buongiorno e buonasera, come andiamo oggi, be’, altro che, se la meritava eccome, una festa così…
Posted by Giuseppe Braga at 07:52 | Comments (0)
27.06.07
il fascino maledetto dello scrittore (part XXXI)
disgrazie quotidiane
di Giuseppe Braga
Oggi non fa caldo. Ma l’aria è lo stesso appiccicosa. Oggi nell’aria si nasconde qualcosa di indefinibile e di insidioso. Qualcosa che non sai ben definire, qualcosa che ti si appiccicherà nei polmoni, qualcosa che ti bloccherà il respiro. Oggi tutto sembra rarefatto, tutto sembra girare al rallentatore, tutto sembra ruotare al contrario. La cartina della città si sta staccando dalla parete. Da tre giorni. Lentamente, un angolo alla volta. Lo scotch con il caldo non fa più presa. La caduta è inevitabile. Sai che cadrà, non sai quando. La città e i suoi quadranti, mestamente, scivoleranno sul pavimento. Senza far troppo rumore. I distacchi più dolorosi avvengono così. Una cosa buona forse ci sta. Avrai la città finalmente ai tuoi piedi. Ma è solo una metafora del cazzo. E le metafore ti hanno stancato. Sei solo, in ufficio. Appoggi i gomiti sulla scrivania e ti scivolano via. Ci avranno mangiato ancora, in tua assenza. Forse è l’olio dei pomodori o forse il burro della pasta. Non è di certo coca-cola, quella appiccica di brutto. Per terra qualche briciola di pane che scricchiola sotto le rotelle, nel cestino i resti di un pranzo, i cartoni di una pizza, una bottiglietta d’acqua, in somma, tutto regolare. Ti osservi da fuori. Ti specchi nel monitor del computer. La faccia è la solita, già. Ma i tuoi gesti sono privi di grazia e ottusamente lenti. Ti paiono inconcludenti. Annullati. Forse è davvero così. Forse oggi non concluderai proprio un bel niente. Forse è meglio avvisarlo subito il tuo capo. Senti capo, oggi mi sa che non ce la faccio proprio, sai… già, oggi è uno di quei giorni – e tu lo sai fin da quando hai aperto gli occhi – uno di quei giorni che non finiranno mai…
Posted by Giuseppe Braga at 11:28 | Comments (5)
26.06.07
il fascino maledetto dello scrittore (part XXX)
presenze
di Giuseppe Braga
fate conto che sia un incubo, oppure un’allucinazione dovuta al caldo torrido e pazzesco al quale siamo sottoposti in questi bollenti giorni, fate conto che sia una roba del genere, tanto non lo state vivendo voi, giusto?, fate conto sia così e sentite questa…
sono con un tizio alto, il mio capo, che io so, non so come ma lo so, non essere il mio capo, un tizio che si è fatto passare per anni per mio capo, ma che io l’ho scoperta troppo tardi ‘sta cosa qui, un bel tipo che si chiama Z*, che fa il capo, a prescindere, alto, elegantissimo nonostante i trentacinque gradi, magro, asciutto e con un filo di barba, dalle movenze dinoccolate, col pennino stilografico che gli spunta dal taschino della camicia, un po' snob, quasi dandy, roba che Oscar Wilde ci andrebbe matto per uno così, be’, sono in corridoio con questo bellissimo tizio alto che mi blocca, poco elegantemente, ostruendomi il passaggio e che mi fa, il tizio alto, col tono di voce che hanno tutti i capi, perentorio e sogghignante: finisci l'aggiornamento, forza, scusa, ma che ci fai in giro per il corridoio, dai, su, che ti manca ancora una variante, solo una, dai che è l’ultima, forza, che ci fai in giro a bighellonare? Non dirmi che hai altre cose da fare che tanto io… forza, finisci l’aggiornamento, dai… che se non ci riesci, entro oggi, diciamo entro mezz’ora, puoi sempre fare gli straordinari!
Io in realtà, sempre in questo sogno allucinante dovuto al gran caldo che ovviamente non ha nulla a che fare con la realistica reale realtà, io mi trovo in corridoio non per diletto, ma perché sto seguendo le orme di un collega esperto e stagionato che somiglia a un orco affamato, che guarda tutti con occhi famelici, occhi da acquolina in bocca. L’orco è un orrido essere a tre teste e sette mani, è un ottimo disegnatore anche per quello, già, instancabile lavoratore, pelato ma non per colpa sua, e un po' sudaticcio, con lunghissimi peli del naso che gli fuoriescono dalle narici (ah, a guardarlo bene, di narici ne ha quattro), un orco lavoratore che tra poco andrà in pensione, ma che fino all'ultimo ha fermissima e ben chiara l’intenzione di rompere i coglioni a più colleghi possibile… l’orco pretende che gli faccia una serie di disegni, una cinquantina, e che glieli faccia entro mezz’ora, altrimenti promette di farmi a pezzi a mani ignude (ne ha sette, farebbe molto in fretta, gli credo sulla parola) e di sbranarmi (entro mezz’ora).
Poi mi distraggo un attimo, provo a svincolarmi e mi dirigo verso il bagno. Ma il bagno è chiuso, sbarrato con lo scotch, incredibile!, pare sia intasato, si sussurra (voci di corridoio). E soprattutto me lo suggerisce una vocina interna al mio orecchio sinistro, esso sì, il mio orecchio intendo, intasato di cerume. Dimentico rapidamente il bagno intasato, mi distraggo ancora e non so come, ma mi ritrovo seduto alla mia postazione, * piano, stanza 1**, spalle alla vetrata bollente e battuta dal sole cocente (ottimo conduttore di calore, il vetro), sudante, grondante e gemente, sono lì, seduto spalle al vetro, col mio capo, quello vero, quello garantito e unico, il capo entusiasta e propositivo, sono lì col mio capo e coi suoi colleghi pazzi (le sue fidate guardie del corpo, una mezza dozzina di guardie del corpo scelte, agghindate da guerrieri ninja) che gli dan manforte e che mi parlano tutti insieme, a dirla tutta mi stanno urlando nell’orecchio, il destro, quello libero dal cerume, me lo stanno urlando e intimando e minacciando, con le lame dei ferri sguainate e taglienti, poggiate sulla mia gola: vogliono un avvio del procedimento, sì, una pratica, una specie di pre-variante, insomma un cazzo di disegno che devo fare subito, immediatamente!, in barba all’orco orrido, quadrinariciuto e peloso, ma non è solo questo, loro questo disegno lo vogliono enorme, grossissimo, un super quadrante di Milano, un formato extra large, assurdamente enorme e sproporzionato, una scala impropria, un lenzuolo che non uscirà mai da nessun plotter esistente, questi qui lo vogliono subito!, perlomeno entro mezz’ora, ecco, perché si tratta di un’urgenza urgentemente urgente che urge portare all’assessore, una roba in scala 1:1, un pezzo di città a grandezza naturale, oddio, nel quale, per sfuggire a quei ninja del cazzo, sapete cosa, mi ci infilo dentro anch’io e… oplà, eccomi trapassato nel mondo reale, quello bidimensionale, fatto di carta, quote altimetriche, strade, piazze, inchiostro di china e…
Posted by Giuseppe Braga at 13:25 | Comments (3)
25.06.07
il fascino maledetto dello scrittore (part XXIX)
cominciamo bene
di Giuseppe Braga
Lunedì mattina, ore 8.03. Faccio tutto automaticamente come un fottuto automa del cazzo. Mi siedo alla mia postazione, appoggio la cartelletta sui fancoil dietro la sedia, guardo il soffitto sperando che (non) mi crolli in testa, do uno sguardo fuori dalla vetrata, accendo il computer, allungo la mano verso destra per accendere la radio. Tutto bene, o quasi. Qualcosa non funziona come dovrebbe. La mano l’allungo ma non accendo niente, sapete perché? Semplice, perché la radio non c’è più.
Me ne faccio prontamente una ragione (anche perché la vedo in bella vista, sulla scrivania del collega della stanza limitrofa adiacente).
E poi adesso ho un altro problema impellente. Lancio un’occhiata di puro odio alla scrivania vuota del collega limitrofo, appena torna facciamo i conti, e mi dirigo in bagno. Il problema impellente mi sta portando proprio lì. Sapete cosa? È proprio impellente, già. Scaricherò la mia rabbia e non solo, sulla mia tazza preferita. Ecco che faccio per aprire la porta e… oh cazzo!
BAGNO INAGIBILE E IMPRATICABILE
Appiccicato alla cazzo con un nastro di scotch del cazzo marrone bello largo. Per l’accidenti, mi vedo costretto a reprimere tutta la mia rabbia, e non solo.
Molto bene, cazzo, la settimana comincia col piede giusto…
Posted by Giuseppe Braga at 08:29 | Comments (2)
07.06.07
il nutrimento dello scrittore maledetto
dolci spese
di Giuseppe Braga
M’è capitato in mano lo scontrino dell’ultima spesa che ho fatto all’esselunga di via dei Missaglia. Lunedì scorso, ore 17.17. Fidatevi, è tutto vero, lo giuro. Non che mi voglia vantare (c'è ben poco di cui vantarsi), ma solo perché ci tengo a dirvi sempre la verità, ecco…
shoppers (da intendersi il sacchetto giallo di plastica)
latte clam aq pet (da intendersi mezzo litro di latte intero a lunga conservazione)
santa rosa albicocche (da intendersi la confettura di frutta, o per meglio dire, la marmellata)
biscotti nonna (da intendersi i Biscotti della Nonna Doria: zucchero latte fior di farina…)
milka bianco (da intendersi tavoletta a 100 grammi di cioccolato bianco)
ciocc. ess. extra fon (da intendersi tavoletta di cioccolato extra fondente al 75%)
milka lufflè (da intendersi come un tavoletta di cioccolato soffiato da 60 grammi)
mul. bianco pangoccioli (da intendersi una confezione di deliziose brioche dalla forma circolare, morbide e soffici al tatto, tempestate da gocciole di cioccolato)
insalatina bio (da intendersi un sacchetto di insalata da 150 grammi… scusate, ma questa m’è proprio sfuggita dentro per sbaglio… credo, ogni buon conto, che la lascerò serenamente marcire in qualche scompartimento periferico del mio frigo)
glasse vaniglia (da intendersi la confezione doppia di budini della centrale del latte di Milano)
crostatine alb. ess. (da intendersi un confezione da sei, di simpatiche crostatine all’albicocca)
bisc. palmine (da intendersi una confezione di dolci sfoglie di pasta sfoglia – del Bianco Forno, questa è pubblicità, lo so, ma ve le caldeggio caldamente perché son tanto buone davvero – vagamente somiglianti a piccole palme)
totale euro 15,36
bellissimo scontrino, vero? Quasi quasi me lo incornicio. Molto parecchio originale, zuccheroso e sdolcinato, solo un po’ troppo stucchevole forse… ehi, ma chi lo dice che non ci sta più spazio per i buoni sentimenti?
Posted by Giuseppe Braga at 11:43 | Comments (2)
23.05.07
il fascino maledetto dello scrittore (part XXVIII)
inoppugnabili verità
di Giuseppe Braga
oggi al bar del metrò, stampata sopra la bustina di zucchero (il cui contenuto zuccheroso ho interamente versato nel cappuccino), ci stava scritto questo breve aforisma:
"non essere giù perché la tua donna ti ha lasciato; ne troverai un'altra e ti lascerà anche quella."
Charles Bukowski
non bastasse, ho girato la bustina e ho visto che ci stava un'altra breve intensa illuminante frase pure dall'altra parte, eccola:
"la catena del matrimonio è così pesante che per portarla ci vogliono due persone e qualche volta tre."
(Alexandre Dumas)
'sti scrittori ne sanno una più del diavolo, 'sti scrittori, continuavo a pensare, mentre alternativamente mi rigiravo tra le mani la bustina e m’intingevo la brioche nel cappuccio bollente. per un attimo ho temuto di confondermi, ma la bustina non l’ho intinta, no.
bene, una volta terminata la colazione mi son messo in tasca la bustina vuota, ho pagato, sono uscito e son risalito con le scale mobili. la città era già un forno ed erano solo le sette e trequarti del mattino. ho ripensato fugacemente alle grandi verità che avevo avuto la fortuna di leggere pochi istanti prima. già. ero stato decisamente fortunato. che ci vuole per cominciare meglio la giornata?
Posted by Giuseppe Braga at 08:34 | Comments (4)
22.05.07
Follow up!
(5° e ultima parte)
ore 14.32: il dio degli anti-informatici esiste. Il dio che detesta internet, pure… è saltata la rete, ovvero, niente collegamento tra pc e dunque, niente test finale… incrociamo le dita, incrociamo e speriamo che la rete resti sconnessa per l’eternità. Questo è un dio che usa ancora le matite, i rapido graph, i tecnigrafi e le squadrette.
E ha avuto evidentemente pietà di noi, di me in particolare. Un dio rustico e campagnolo, un dio che si è fatto da solo, sudando sui libri e sui tavoli da disegno, lasciando macchie di sudore sui fogli lucidi, utilizzando il compasso e i curvilinee, ricorrendo alla gomma e alle lamette per cancellare gli errori, un dio che deplora i doppi clic e che trova insulsi i mouse e i salva con nome, un dio che ama disegnare a mano, perché le mani sono diverse le une dalle altre, le mani non si comprano in pacchetti plastificati contenenti cd e manuali di istruzioni… le mani non si devono avviare con una spina elettrica. Questo dio sta dalla mia parte, è acclarato, ma nemmeno questo dio può far nulla contro i sistemi operativi e le reti informatiche di nuova generazione.
ore 14.44: la rete, infatti, nonostante dio, è stata ripristinata.
ore 14.50: compilato online un questionario generico sul corso e sull’insegnante (gli ho dato voti altissimi, a Matteo, ma tutti quanti meritati…), la sua validità, la sua utilità, ecc.
ore 14.51: Matteo gira per i banchi e consegna a ciascuno il diploma di fine corso. È un diploma bellissimo, formato A4, per metà viola e per metà bianco, con un bel titolo in inglese: Certificate of Completion!, che meraviglioso diploma, ragazzi!
ore 15.00: si fa sul serio, si comincia il test…
che poi, ora che mi ci penso e lo penso che saranno le 15.01, il diploma già ce l’abbiamo e anche se faccio un test da schifo come credo che farò, chi se ne importa?, ecco, io il bellissimo diploma per metà viola ce l’ho di già!
ore 15.46: ho finito il test, terminato, quasi per ultimo e senza fiato. Scoppiato e in debito d'ossigeno Trenta domande, trenta risposte, alcune buttate là un po’ a casaccio… sapete che c'è, temo di aver fatto una figura pessima, peggio che pessima, schifosa, peggio, e di gran lunga!, della cazzo di macedonia che mi ha rifilato il gestore egiziano della simpaticissima trattoria.
ore 15.58: silenzio, comincia la correzione in aula.
Prima risposta:
Braga hai sbagliato…
Oh cazzo, ma era facilissima! Se ho sbagliato questa, chissà le altre…
Eh, già, non sei andato benissimo, in effetti…
Siamo a posto. E sono pronto al peggio. E oggettivamente parlando, usando parametri percentuali universalmente riconosciuti, sono andato malino, maluccio, molto male, ecco. Il mio nome - Matteo è bravo ma un po’ sadico, diciamocelo, e legge a voce alta i nomi di chi ha ciccato le risposte - il mio nome è echeggiato parecchie volte…
risultato finale: ho preso decisamente meno del minimo per passare, ovvero meno di ventuno/trentesimi, ma qui Matteo ha avuto cuore e non ha gridato a tutti il mio scarsissimo e penoso voto…
risultato definitivo e finale: pessimo, molto parecchio peggio che pessimo!
risultato finalissimo: alla fine acchiappo il diploma, mi faccio largo tra la folla e fuggo giù per le scale, ignominiosamente, ricoperto di insulti e fischi e... e tutto finì con un doppio clic sull'icona di autocad!
avviso finale ai naviganti: non fatevi ingannare dal timer/orologio che ci sta in calce ai post, è indietro di un’ora, vi assicuro che i post li ho inseriti in tempo reale, a mio rischio e pericolo (il ridicolo risultato del test ne è la dimostrazione), qui, dentro l’aula dalle pareti color beige, clandestinamente!, e non a casa, stravaccato col ventilatore (che no ho) sparato in piena fronte e con una bella bellissima fresca freschissima birretta che mi scende giù per l’arsa gola…
Posted by Giuseppe Braga at 15:10 | Comments (1)
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(4° parte)
Ore 13.48: rientriamo in aula che Matteo è già lì, seduto al suo posto. Probabile che non si sia mosso, si sa, i professori cervelloni si nutrono del proprio lavoro. Si sarà mangiato qualche polilinea e qualche layer e qualche solido ruotato.
Noi invece, e per noi intendo un gruppetto di sette persone, Francesco e Andrea inclusi, siamo andati a pranzare in una trattoria convenzionata consigliataci dalla collega di una nostra collega, dunque, una nostra collega, in senso ampio del termine. Ecco, avrebbe fatto meglio a non consigliarcela. Presto detto. La trattoria era una di quelle trattorie che quando le vedi da fuori dici, ehi, fa proprio schifo, ma pensi, dentro di te, ti illudi, magari dentro, sì, magari dentro è meglio. Poi entri e schiatti di caldo nei primi tre secondi, ti guardi intorno e dici, ehi no fa davvero schifo, però non ti rassegni e pensi, dai, magari, anzi probabile, farà pur schifo, ma si mangerà tanto tanto bene… spesso capita così, vero?, spesso non è l’abito che ti fa il monaco, vero? Ecco, stavolta non era vero per un cazzo. Onestamente, detto con tutta l’onestà intellettuale di cui dispongo, ecco, erano anni che non mangiavo così schifosamente (escludendo le volte in cui mi cucino io)…
La trattoria è gestita da un simpatico signore egiziano che di egiziano c’aveva molto poco. Faceva simpatiche battute in milanese, in particolare con un gruppetto di vigili che stava lì a mangiare. Che se hanno mangiato come noi, credo di sì, è stato solo per puro culo che non gli abbiano comminato una multa per divieto di pranzo!
Io ho mangiato una bistecca di manzo ai ferri che non sapeva di bistecca e nemmeno di manzo e poi delle patate arrosto che non sapevano di patate e che non erano arrostite come dovrebbero esserlo le patate che vengono denominate arrosto. Colpo di genio finale, da perfetto autolesionista, mi son preso la macedonia… fortunatamente una vocina dentro di me mi ha salvato. L’ho lasciata lì nella sua bella ciotolina, ehi, non era una macedonia di frutta, quella!, i pezzetti colorati che ci galleggiavano dentro erano tutto tranne che pezzetti di frutta, e poi, già, galleggiavano dentro a cosa?, cos’era quel liquido giallastro e bituminoso nel quale si rigiravano insofferenti quei poveri pezzetti di finta frutta? E che cazzo erano, alla fine, quei pezzetti colorati? Blocchi tridimensionali di oggetti geo-referenziati di Autocad?
ore 14.15: abbandono queste domande esistenzial/gastronomiche e torno a Matteo. Ci sta spiegando la risoluzione di un esercizio del compito (orbite, estrusioni e ombre in 3D). Che non ho fatto, già.
E tra un po’ comincia il test finale… aiutooo!
Posted by Giuseppe Braga at 13:03 | Comments (1)
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(3° parte)
Si ricomincia con i blocchi. I blocchi sono una roba utilissima e molto pratica, ammesso se ne capiscano le logiche intrinseche. Io c’ho qualche problema nel capirle, ecco.
Domande senza risposta:
Meglio salvare con Salva con nome o con mblocco?
Finestra o Zoom estensione?
Riordina con attributi o edita oggetto?
Spazio carta o spazio modello?
Design Center o Proprietà CTRL+1?
Cappuccino e brioche o caffelatte con pane e marmellata?
È mezzogiorno, mi sta venendo fame, tutti questi sforzi mnemonici e intellettualmente oltre le mie possibilità mi hanno aperto lo stomaco (sopravvissuto, per il momento, alla fredda e malsana aria del condizionatore)…
ore 12.05: Matteo annuncia che il test lo faremo verso le due di oggi pomeriggio.
ore 12.07: Matteo si è incistato incriccato incagliato su un problema, un’anomalia del sistema la definisce lui, molto specifico che non starò qui a dirvi, non vi voglio così male, dai, adesso sta quasi smadonnando, pensa un po’...
ore 12.09: Matteo ha risolto il problema. Di già. L’ho detto che è un super cervellone del cavolo, mannaggia a lui!
ore 12.21: Francesco dalla prima fila, comincia a sparare giù un sacco di domande molto pertinenti e appropriate, bravo Francesco!
Note sintetiche riguardanti Francesco: Francesco è un abilissimo disegnatore Cad, nonché geometra, nonché mio ex collega di stanza, nonché accanito tifoso del Milan (oggi lo vedo teso, che domani ci sta la finale di Champions), nonché nativo di Vittuone, piccolo e vivace centro situato nella provincia ovest di Milano. Ha una voce molto stentorea, molto bella quando non si lascia andare a commenti sguaiati su Ronaldo e Pippo Inzaghi, bassa, con un bellissimo volume incorporato altissimo. Fa sempre un sacco di domande, Francesco, in discreta percentuale, trattasi di domande pertinenti e utili anche agli altri. Oggi indossa una magliettina rossa a maniche corte con colletto, stile Lacoste (perdonatemi, ma non ho visto se ci sta il coccodrillo, però), occhiali dalla montatura in metallo leggera e trendy, pelata rasata di fresco (che non indossa solo oggi, evidentemente). Pantaloni beige che si abbinano a meraviglia con le pareti dell’aula e scarpe sportive Puma color argento. Calzini blu. Francesco, fatemelo dire, è senza alcun dubbio il più elegante, qui, dentro l’aula dalle pareti beige.
ore 12.48: la descrizione di Francesco mi ha fatto perdere completamente il filo del discorso che stava facendo Matteo.
ore 12.49: ho un dejavù, l’esame scritto di inglese di terza media. Faceva caldo, fuori, le tapparelle erano abbassate e io ho copiato tutto dal mio compagno Bruno.
ore 12. 51: blocchi nidificati e coordinate X e Y, ecco di cosa sta parlando Matteo. Sapete che c’è? Ne so quanto prima.
ehi, scusate, pausa pranzo... a dopo!
Posted by Giuseppe Braga at 11:35 | Comments (0)
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(2° parte)
Matteo il professore ha un pc davanti, come noi tutti, e dietro di lui c’è uno schermo sul quale viene proiettato ciò che disegna e/o scrive. Sappiate, giusto come nota di cronaca, che Matteo disegna e scrive come un forsennato, stargli al passo, adesso ci sto provando, ehi, non è roba semplice, affatto.
ore 10.43: adesso, dopo le prime domande generiche, passiamo a controllare i compiti.
ore 10.51: a me mi sta vendendo mal di stomaco: la cioccolata , i compiti che non ho fatto (i più scettici di voi avevano ragione, già…) o le spiegazioni molto troppo ostiche del professore?
ore 10.59: Ora siamo immersi in un’affascinante discussione che ruota attorno alle scale metriche, ai millimetri, ai metri e ai pollici, alla georeferenzialità, alle immagini raster, ai margini di errore e al fatto che la terra è rotonda…
ore 11.04: sono un uomo migliore. Ho imparato una cosa nuova utilissima: vi siete mai chiesti come ruotare correttamente un rettangolo (e allinearlo ad esempio a un edificio esistente)? Io no, e se non me l’avesse fatto vedere Matteo non me lo sarei mai chiesto, certo, ma adesso lo so fare, ecco… e sono un uomo decisamente migliore.
ore 11.28: ho appena scoperto i miei limiti. Evidentissimi, giganteschi, marchiani. Ho sbagliato a scalare un edificio, ho ciccato di brutto la scala!, e non mi ci raccapezzo con gli stili di quota e con le scale generali e… be’, avrei senz’altro bisogno di una pausa, credo (ma nel senso che tutto il mondo si fermasse, anche voi, sì!, dandomi modo di recuperare il tempo perduto…).
ore 11.28: il miracolo è avvenuto, facciamo pausa…
Posted by Giuseppe Braga at 10:29 | Comments (0)
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Esperimento di scrittura (clandestina) in diretta
(1° parte)
di Giuseppe Braga
Sono a Lambrate, in un complesso scolastico piuttosto grosso, ci sta pure la scuola steineriana, in un'ala dell’edificio. Noi siamo nell’ultima aula dell’ultima ala. Siamo in dodici, escluso il professore. C’abbiamo da fare il follow up!
Trattasi della giornata conclusiva del corso di Autocad versione 2006, full avanzato. Conclusiva, riassuntiva e riepilogativa. Con test finale!
Ma per il test c’è tempo, il test lo faremo nel pomeriggio. Ora, clandestinamente e in tempo reale, un test anche questo, proverò a riportare, alla lettera!, quello che sta accadendo…
Antefatto: c’erano anche dei compiti da fare, abbiam avuto un mesetto di tempo per farli (il corso vero e proprio s’è svolto in aprile), e oggi ci saranno le correzioni e le delucidazioni necessarie. Ma non è tutto. I compiti non sono tutto nella vita, vero? E poi chissà, magari li ho pure fatti, non siate prevenuti, voi che ne sapete?
ore 9.05 arrivo in aula
ore 9.10 arriva il professore
ore 9.11 esco a prendermi una cioccolata alla macchinetta insieme a Francesco e Andrea
ore 9.14 rientro in aula, il professore sta già spiegando, Andrea e Francesco si accomodano in prima fila, i secchioni esistono a ogni latitudine e a ogni età, io mi metto un po’ defilato, in fondo come piace tanto a me.
ore 9.16 tanto sono rapito dalle prime spiegazioni che sta sfornando il professore, che ho l’illuminazione: apro un file di word e comincio a scrivere…
Note sintetiche sul professore: si chiama Matteo, è giovane, c’ha dei basettoni scompigliati e capelli sale e pepe. È arrivato in moto, lo dico non solo per i basettoni, e i capelli, scompigliati, ma per il casco da moto che teneva in mano quando è entrato. Ha un leggero accento piemontese ma potrebbe pure essere un lombardo spurio. Una magliettina a girocollo marrone con maniche lunghe. Matteo è un super esperto di Autocad (conosce tutte le differenze, anche le più inessenziali e nascoste, tra le varie versioni del programma e tenete conto che ogni anno esce una nuova versione), un vero e proprio super cervellone. A pelle e non solo a pelle, pur rivestendo il ruolo che riveste, è molto parecchio simpatico. Oltre che tanto tanto umano. Anche se un buon 70% di quello che dice tende drammaticamente a sfuggirmi…
Note sintetiche riguardanti l’aula: ha le pareti dipinte con un beige poco incoraggiante, delle tapparelline di plastica verdi malmesse e cavi sparsi un po’ ovunque sul pavimento. Le luci sono spente ma ci si vede benissimo. Dal di fuori si sentono le urla divertite dei bambini che, stando esclusivamente e basandosi solo sulle loro urla, si può supporre che si stiano molto divertendo. Facessimo subito una bella pausa anche noi, son sicuro che mi divertirei pure io. Sono sempre divertenti, gli intervalli, soprattutto quando sei a scuola, meglio ancora se puoi scorrazzare libero per il cortile insieme ai tuoi compagni e urlare a squarciagola. L’aula è incredibilmente fresca, nonostante la giornata sia caldissima e afosa. Ci sta un piccolo problema che non vorrei degenerasse. Di fianco c’ho un condizionatore che mi spara aria fredda proprio addosso. Temo per la mia cervicale. E temo che la cioccolata calda possa rivoltarsi nello stomaco e produrre tragici effetti indesiderati…
Note sintetiche riguardanti gli altri corsisti: sono undici. Cinque dei quali del mio stesso settore. Tendenzialmente tutti abbastanza attenti. Anche se ne ho appena beccato uno che si leggeva le pagine sportive de La Repubblica online.
Note sintetiche riguardanti me stesso: ho una magliettina scura, di un colore indefinibile, maniche lunghe e girocollo. Pantaloni a quadretti un po’ frivoli. All stars alte, nere. Barba di quattro giorni. Nient’altro da dichiarare.
ore 10.32: ecco, fin qui ho scritto quel che potete leggere fin qui...
a tra poco per il seguito.
Posted by Giuseppe Braga at 09:21 | Comments (2)
21.05.07
il fascino maledetto dello scrittore (part XXVII)
consulenti
di Giuseppe Braga
nella vita, si sa, ogni cosa, unità fattore ingrediente elemento, quantificabile (per dimensioni, spazi, distanze, ecc.), al di là di ogni classificazione, è estremamente soggettiva. Parametri oggettivi dichiarati e universalmente riconosciuti non sono facili da avere. Un minuto può essere vissuto come fosse un’eternità o come fosse un attimo. Dieci metri, idem. Banalità, direte voi. Banalità, sì, lo dico anch’io.
Ecco, però basterebbe saperlo, intendo dire, sapere con chi si ha a che fare e come la pensa il tuo interlocutore. Ma solo per avere un terreno cognitivo e conoscitivo condiviso. Il mio nuovo capo per esempio, prendiamo lui per esempio. Propositivo, ottimista, entusiasta con l’indice nerboruto e peloso. Per lui quindici persone in una stessa stanza, pur grande e luminosa (e polverosa, ci aggiungo io), per lui non sono molte, quindici persone. Per me non saprei dire, invece, sul momento non ve lo saprei dire. Una volta che sarò lì, insieme agli altri quattordici (e al plotter e al server e alle stampanti e alla fotocopiatrice e a qualcos’altro di sicuro), ve lo saprò dire, ecco.
Perché prima o poi, ecco, io al nono piano, nello stanzone insieme ai consulenti, ci dovrò andare. Mi tocca, già. Questione di tempo, soggettivo, il tempo (e delle correzioni agli aggiornamenti del P.R.G. che dovrò fare… che fin quando non le faccio, le belle correzioni, dal mio attuale ufficio, io da lì non mi muovo, ecco).
Posted by Giuseppe Braga at 07:29 | Comments (0)
19.05.07
il fascino maledetto dello scrittore (part XXVI)
nuova logistica
di Giuseppe Braga
Siamo sempre lì, dopo mezz’ora di spiegazioni e di annunci entusiasti e promettenti e incoraggianti e invitanti riguardanti il nostro futuro all’interno del nuovo gruppo. Siamo ancora lì, tutti e tre nella stanza del geometra F***. È il capo che, da buon capo, tiene in mano le redini del discorso.
Vi starete chiedendo perché vi ho chiamati.
Facciamo tutti e tre di sì con la testa. Con modalità e inclinazioni diverse, ma i nostri sono inequivocabilmente tre sì. Ce lo stiamo chiedendo, già.
Ho da sottoporvi la mia nuova proposta.
Proposta di…?
La nuova logistica, ragazzi!
Ci guardiamo in faccia con meno entusiasmo. Tira aria di traslochi.
Il capo estrae da una cartellina la piantina di un piano tipo del Palazzo.
Dobbiamo riorganizzare gli spazi. È necessario. Il nuovo gruppo di lavoro è folto e nutrito e numeroso e sostanzioso e… eh, e ci servirà almeno mezzo piano per contenerci tutti. Presumibilmente ci sposteremo tutti al nono. Che ne dite, voi?
Ci guardiamo in faccia ancora con meno entusiasmo. Traslochiamo, allora è proprio vero.
F*** guarda sconsolato il suo ufficio, alle pareti c’ha un sacco di bellissimi variegati poster. Io e il funzionario G*** non guardiamo niente ma pensiamo agli scatoloni che ci aspettano e basta.
Pensavo di mettervi tutti e tre nella stessa stanza, insieme a P**, che ne dite?
Io non dico niente, ci mancherebbe pure che mi metta a questionare. Sono l’ultimo arrivato e in quanto tale non ho molto diritto di parola. So come girano le cose in queste situazioni. Infatti il capo guarda tutti tranne me, dando per scontato che a ma vada bene. Anche agli altri sembrerebbe andar bene, ma fino a un certo punto. Qualche perplessità effettivamente sussiste.
Ma capo, forse, ecco, in quattro in una stanza…
Non saprei dirti capo, però anche a me quattro mi sembrano troppi…
Il capo, mostrandosi ancora una volta per quel che è, ovvero un capo molto parecchio propositivo e reattivo, non ci pensa due volte, rintuzza i dubbi e taglia la testa al toro.
Vorrà dire che voi due, insieme a P**, visto che siete già del mio gruppo, starete insieme nello stesso ufficio, e circola di rosso una stanza sulla piantina, mentre lui, e mi indica col suo grande indice peloso, andrà nello stanzone del server, col plotter, le stampanti e insieme ai consulenti… così può andare?
F*** e G*** si guardano sollevati e fanno di sì.
Io non provo nemmeno a ribattere che il capo si è già alzato. Ma una domanda, proprio mentre si sta richiudendo la porta dietro di sé, gliela riesco a fare.
Capo, scusa, una semplice curiosità.
Dimmi.
Ma quanti sono i consulenti?
Non molti, non ti preoccupare.
Posted by Giuseppe Braga at 15:24 | Comments (0)
18.05.07
il fascino maledetto dello scrittore (part XXV)
area 51
di Giuseppe Braga
Ieri è andata così. Sono arrivato dove dovevo arrivare e non c’era nessuno, troppo presto m’ha detto il ragazzo che mi ha aperto il portone, poco prima di richiudermelo in faccia. Sono tornato in auto e per ingannare l’attesa mi sono ascoltato gli Afterhours. Dopo mezz’ora sono uscito di nuovo dall’auto. Un poco più speranzoso, l’ammetto. Nel frattempo era scesa la nebbia. Ho fatto cento metri a piedi, brancolando nella foschia. Loro erano arrivati, li ho visti, tra la fitta nebbia fitta, erano loro, sì.
Ci siamo salutati, siamo entrati, stavolta il portone era aperto, abbiamo mostrato la tessera, ci siamo avviati a un tavolo. Un capannone grosso grosso piuttosto spoglio, luci basse e arredamento spartano, con musica a palla (e se dico a palla, credetemi, la musica era davvero fortissimamente a palla, la musica, sparata così per tutta la serata). Una roba da spaccarti i timpani, le palle e la testa, più o meno in quest’ordine. Ci siamo accomodati al tavolo, in ordine sparso. Eravamo in sette, come i cavalieri pistoleri del film western. Siamo partiti col Valpolicella, rosso dignitoso, tanto lo dico ma io di vini non ci capisco un cavolo, e poi, continuando a bere, abbiamo cominciato a mangiare. All’area 51 funziona tipo self-service, ti alzi e vai a prenderti la carne fatta alla brace dai ragazzi del locale. Salsiccia, costolette e cosce di pollo in abbondanza. Io ho mangiato una salsiccia e due costolette piccole piccole, un pezzo di pane e svariati bicchieri di vino. Per tutto il tempo ho cercato di memorizzare i compagni di tavolo. In qualche maniera ci sono riuscito, ma molto a grandi linee, ecco, non saprei dire se ci sono riuscito completamente. La nostra variegata tavolata a ogni buon conto era composta da:
Zeta, un ragazzo alquanto sopra le righe che beve e fuma come un turco e la sua fidanzata Beta (una ragazza con una vocina acutissima che con tutto quel frastuono veniva schiacciata e non si riusciva mai sentire, nemmeno quando urlava).
Eta, uno scrittore importante (di cui lessi un libro che mi piacque alquanto, anni addietro), accompagnato da un amico attore, Meta.
Un certo Pilo, fotografo veneto che lavora a Milano ma che vive in provincia di Mantova e che, molto casualmente, è amico di uno scrittore che ha pubblicato per la stessa casa editrice con la quale è uscito il mio libro (qui onestamente, ci voleva la De Filippi o la Carrà!). Con lui ho parlato di Leon Battista Alberti, di mezzi di trasporto extraurbani e di gusti letterari (va matto per Irwin Welsh!). Pilo mi sta simpatico, inutile che lo nasconda, e simpatico è dir poco! Sapete perché? Ora ve lo dico subito, ve lo dico. Perché a un certo punto mi fa: senti te lo devo proprio dire, sai a chi somigli tu?, e io già che mi pensavo, anzi, mestamente, non gliel’ho fatto nemmeno dire e gliel’ho detto io stesso: a Renato Zero ultima maniera… tutt’al più a Gianni Togni, quando cantava Luna, è vero?
Eh no! Ma cosa dici! Tu sei identico a Jeff Bridges!
(inciso: Jeff è quel grandioso immaginifico superlativo attore che ha interpretato il Grande Lebowski!)
Cazzo, l’ho ringraziato con le lacrime agli occhi, Jeff/Drugo (insieme a Gianni Morandi, Xavier Zanetti, John Mc Enroe e pochi altri) è uno dei miei miti!
(inciso numero due: che poi, guardandolo bene, ci somigliava molto di più lui che non io, ma vabbè…)
Al tavolo c’era anche Seta. Quel ragazzo lì, fatemelo dire, è un gran cervellone, sì, e ha tutta la mia incondizionata ammirazione. Seta sta preparando una tesi su Edgar Allan Poe. Era seduto a fianco di Eta e così, la cosa è stata del tutto naturale e spontanea, si sono messi a parlare fitti fitti di Poe, di poetiche anglosassoni, di traduttori italiani, di traduzioni in francese, ecc.
Io ascoltavo, come mi è solito fare (ascoltare è una delle cose che mi riescono meglio). Due bei cervelloni. Poco altro da aggiungere.
Dopo la carne alla brace (con l’ordine delle pietanze curiosamente invertito) è arrivata la pasta e Poe, per forza di cose, è passato in secondo piano. Pennette al sugo fumanti. Buone buone buone.
Poi, dopo le pennette e svariati bicchieri di rosso (sempre Valpolicella), insieme a Zeta, a Eta e al suo amico Meta, ce ne siamo usciti e ci siamo fumati una canna nella nebbia. Sì, anch’io, a dir la verità ho fatto solo tre tiri, giusto per star in compagnia, ecco.
Il grande Pilo, il fotografo veneto che lavora a Milano e abita vicino a Mantova, nel frattempo se n’era andato (assicurandomi che avrebbe comprato il mio libro, grazie Pilo, troppo buono, Pilo!).
Alfine, dopo essere rientrato ed essermi bevuto altri tre bicchieri di Valpolicella, saranno state l’una e mezza circa, anch’io ho salutato l’alquanto eterogenea e bislacca e variegata e alcolica compagnia (sul tavolo c’erano i vuoti di almeno otto bottiglie di Valpolicella) e mi sono avviato zigzagante verso l’hinterland basso milanese, non prima d’aver smadonnato e imprecato contro molte cose, inanimate e non, per via di un’incresciosa circostanza. Ovvero, un paio di buontemponi m’avevano incastrato l’auto con le loro due e ho dovuto impegnarmi oltre il limite per uscir fuori dal parcheggio (alquanto sopra le righe, il parcheggio, inteso nella sua complessità e varietà e demenzialità e insulsaggine: auto messe proprio a cazzo senza nessuna logica, né apparente, né metafisica).
Ieri è andata così. Ecco, e oggi, sapete che c’è, oggi c’ho proprio un bel mal di testa.
[dicembre 06]
Posted by Giuseppe Braga at 15:42 | Comments (0)
17.05.07
Il fascino maledetto dello scrittore (part XXIV)
cuore operativo
di Giuseppe Braga
Il mio nuovo capo, che per ora non lo è ancora completamente, ma in qualche maniera lo è, funzionario pragmatico ed entusiasta, mi telefona.
Riunione informale al sesto piano, dice con la sua voce eccitata e propositiva. Ce la fai a scendere tra cinque minuti o sei impegnato?
D’accordo, gli rispondo, scendo subito, dopo avere fatto passare un paio di secondi, non di più, e aver contemplato la possibilità di farmi contagiare da tanta eccitazione.
No, non riesco a farmi contagiare. Sia quel che sia, di cose da fare, al momento, non ne ho. Mi guardo intorno. Il tavolo luminoso è spento e sgombro. I materiali da lavoro, chiusi nella scatoletta di metallo. Per il momento calma piatta. Sono in attesa delle correzioni ai miei fenomenali aggiornamenti, quindi per il momento mi rilasso, ma dopo, quando arriveranno le rettifiche, sì che dovrò darci dentro. Sempre sopra, inarcato, prostrato e curvo sopra le sacre tavole del P.R.G., sudando e smadonnando come da copione... ma fortunatamente quelli, se il dio delle varianti vorrà, saranno gli ultimi ritocchi, prima della stampa e della pubblicazione definitiva.
Eh, be’, non si scherza mica, eh, alla fine della fiera, ho modificato il Piano Regolatore Generale della grande capitale morale ed economica della nazione, mica quello di Vidigulfo, ammesso Vidigulfo abbia un piano regolatore, e mi perdonino i vidigulfesi…
Scendo al sesto. Mi aspettano nella stanza del geometra F***. Sono in tre, F*** (be’, cazzo, è il suo ufficio, per forza che ci sta), G***, funzionario inquieto con aspirazioni artistiche e il mio nuovo capo.
Allora, esordisce lui, il nuovo grande capo.
Allora?, gli facciamo noi?
No, dico, allora siete pronti?
Siamo pronti per cosa?
Per la nuova avventura, no?
Che sarebbe…?
Il nuovo gruppo di lavoro!
Be’?
Come be’, se ancora non l’avete capito, siete voi tre, il nuovo gruppo operativo del nostro nuovo settore!
Ci guardiamo in faccia. Molto bene.
Sì, perché gli altri componenti del gruppo sono tutti consulenti esterni, gli unici interni sarete voi.
Una bella responsabilità, faccio io un po’ ironico.
Bravo, hai centrato il punto. Voi sarete la continuità, voi sarete il nucleo operativo, il cuore pulsante del progetto!
Tutto ruota intorno a noi, insomma…, lo dico con la faccia seria, ma mi scappa l’accento alla Megan.
Stavolta infatti coglie il tono. I capi hanno sempre una marcia in più, mai sottovalutarli i capi. Sia nuovi che passati che venturi.
Guarda che non c’è niente da scherzare. Il nostro nuovo gruppo si occuperà delle sorti della città. I nuovi sviluppi urbani paseranno da qui. Lo sai almeno questo?
Sì, mi sembra d’averlo sentito dire…
Ci andremo a occupare del nuovo Piano del Territorio. Il vecchio P.R.G. va in pensione, finalmente…
Come? Ma quando scusa?, questa non la sapevo mica.
Tra poco, molto poco, pochissimo non preoccuparti…
Sempre pensato che stavo facendo un lavoro del cazzo.
Posted by Giuseppe Braga at 13:33 | Comments (0)
30.04.07
il fascino maledetto dello scrittore (part XXIII)
cronache frammentarie da un ponte
di Giuseppe Braga
è lunedì mattina. sono le nove. uno dice. è il trenta di aprile, domani è festa, primo maggio, chi cazzo verrà in ufficio? perlomeno, io mi dicevo questa cosa qui, ecco. baldanzoso. e mi facevo i miei bei conti. fantasticavo. il capo non ci sarà, i colleghi di stanza non ci saranno, il collega dell’ufficio attiguo comunicante, men che meno, che viene da bergamo, lui, e figurati se non si fa il ponte chi viene da bergamo.
sul piano, in buona sostanza, non ci sarà nessuno, potrei concedere qualcosa alle segretarie, che stanno lontanissime in fondo al corridoio, e io allora, sapete che faccio?, mi metto qui bello sereno e conscio dei miei mezzi creativi, accendo a palla lifegate e scrivo tranquillo e pacifico e produttivo. e invece. porcaccio giuda infame, altro che ponte, qui ci sta mezzo piano, ci sta. compreso il capo, naturalmente. però, sapete che c’è, io un bel file word me lo apro e lo tengo lì. facciamo che, strategicamente, apro anche le tavole del piano regolatore e le distribuisco un po’ qua e un po’ là, sul tavolo luminoso, mi sparpaglio pure i materiali da lavoro, scotch, taglierini e rapido graph. giusto per dare una parvenza. ecco fatto. oplà. ora sì che ci siamo.
be’, sapete che vi dico? buona festa del lavoro a tutti i lavoratori. me compreso, sì.
Posted by Giuseppe Braga at 14:04 | Comments (4)
24.04.07
il fascino maledetto dello scrittore (part XXII)
corsi e ricorsi
di Giuseppe Braga
Il corso di computer com’è andato?
Bene, direi.
Credi ti sia servito? Sai, a noi interessa la crescita professionale dei nostri nuovi collaboratori.
Certo, certo…
Allora, è stato utile?
Sì, insomma, direi…
Parla chiaro, t’è servito oppure no?
Come dire…
Non fare il reticente, dai.
Ecco, come fare a spiegare, senza urtarne la suscettibilità, al tuo nuovo capo (questo dovrebbe essere quello buono e definitivo, almeno fino alla prossima settimana...) che il corso che hai frequentato e che loro, i tuoi responsabili, c’hanno tenuto molto che tu frequentassi, non ti servirà per il semplice fatto che finora hai usato un altro programma e che da quando entrerai effettivamente nel nuovo gruppo, ne dovrai usare un altro ancora, completamente diverso?
Posted by Giuseppe Braga at 14:49 | Comments (1)
11.04.07
il fascino maledetto dello scrittore (part XXI)
già, è vero!
di Giuseppe Braga
Scusa, capo…
Non sono più il tuo capo.
Già, è vero. Come ti devo chiamare, allora?
Col mio nome, no?
Già, è vero.
Senti A***, volevo darti una grande notizia.
Sentiamola.
Ho finito l’aggiornamento!
Sicuro?
Be’, sì. Tutte le varianti che ci stavano sull’elenco le ho fatte, quindi…
Ma non è mica terminato, il lavoro.
Ah, no?
Il bello viene adesso.
Intendi dire?
Che adesso devi andare giù in laboratorio eliografico e farti fare tutte le copie, ricontrollare una per una le varianti che hai inserito, staccare da ogni tavola del Piano Regolatore – e ti ricordo che sono trentadue tavole – l’adesivo con i dati e i riferimenti ormai superati, riscrivere e riattaccare quelli nuovi.
Già, è vero…
E non è tutto.
Ah, no?
Ci sta da sistemare la Legenda con le nuove simbologie e da ordinare le tavole dei Verdi Privati…
Già, è vero.
Buon lavoro, allora.
Grazie, capo.
E smettila una buona volta di chiamarmi capo che non lo sono più da un pezzo, ormai, il tuo capo…
Già, è vero.
Figuriamoci se lo fosse stato. M’avrebbe dato da ramazzare pure i cessi, magari…
Posted by Giuseppe Braga at 20:00 | Comments (1)
10.04.07
il fascino maledetto dello scrittore (part XX)
pausa pranzo alla milanese
di Giuseppe Braga
Ho incontrato il mio amico Lapo (che non c’entra nulla con quell’altro Lapo, sia ben chiaro!) sotto i portici di fronte alla Stazione Centrale, era in giacca di velluto pure lui, ma la sua beige. Fumava una sigarettina delle sue, solo tabacco però. Ci siamo salutati e avviati al selfservice Antares, che dovrebbe essere una costellazione, se non mi sbaglio. Ma questo Antares sta per terra (c’ha anche una sala sotterranea), in via Vittor Pisani, tutta cemento e palazzoni perlopiù anonimi, e non nel cielo stellato.
Mentre andavamo, sempre sotto ‘sti portici alti alti, direi piuttosto imponenti, vagamente fascisti, ho girato la testa di novanta gradi verso sinistra, non so perché, sarà stato il mio fluido e infallibile intuito magico che mi guida sempre verso i vips d’ogni razza modalità e specie, e chi t’ho visto, di grazia? No, dico, chi t’ho visto? Be’, insieme al barista – stavamo attraversando i tavolini di un bar all’aperto, cioè, all’aperto ma sempre sotto gli imponenti portici – e con la sua, immagino, fidanzata, un tipino morettino grazioso, ma non l’ho vista bene e quindi non ci posso giurare, be’, lì, insieme a loro due, che si salutavano, c’era nientedimeno che Lorenzo (il cognome non lo so e non voglio saperlo), Lorenzo, come Lorenzo chi? Ma Lorenzo, cazzo, Lorenzo, già!, Lorenzo del Primo Grande Fratello…! Cazzo, Lorenzo, era davvero proprio lui, già… mannaggia che emozione, ragazzi!
All’Antares, riacquistata la necessaria calma, ma ancora un poco scosso, ho fatto la fila ordinato col vassoio in mano e quando è arrivato il mio turno ho chiesto un piatto tris, che poi sarebbe l’unica tipologia di piatto che in quel precipuo selfservice, tu, cioè io, ovvero noi, dipendenti dell’amministrazione comunale, possiamo permetterci di prendere (usufruendo del badge).
Il piatto tris è siffatto: è un piatto regolarmente circolare come quasi tutti i piatti, ma al suo interno suddiviso in tre settori. Non valicabili, i settori.
Fatta la fila, presi il vassoio, le posate, un panino piccolo piccolo, un bicchiere di plastica e una bottiglietta d’acqua da mezzo litro, tutto consentito, mi son messo in coda al banco delle pietanze. Avevo già le idee piuttosto chiare. Io all’Antares ci son già andato un po’ di volte e più o meno quando son lì mi mangio sempre le stesse cose.
Ovvero.
un settore del piatto tris me lo faccio riempire col roast beef.
un altro con un contorno a scelta, di solito patate arrosto, stavolta mi son lasciato andare e le ho prese fritte.
e poi con un primo che solitamente però non mangio mai. Troppi intingoli nei primi piatti che fanno all’Antares.
Capitemi però, è disdicevole prendere un primo (ma anche un secondo o un contorno, s’è per quello) e lasciarlo lì nel piatto, capitemi. Non che io non ci avessi tentato. Ma loro, gli addetti alle pietanze dell’Antares, sono sempre stati irremovibili. Il piatto tris va riempito in ogni suo settore. Non importa se tu li implori e dici loro che avanzerai tutto quel settore (specificatamente quello dedicato al primo) e quindi è inutile che te lo riempiano, a loro non frega una beata mazza. Loro i tre settori li devono riempire per forza, da contratto, insomma.
Fatti mettere due secondi, allora, no? Potreste dirmi voi.
Fosse così facile, dico io…
Be’, a sto punto dovete sapere ogni cosa, a questo punto, sì, non voglio che ci siano segreti o fraintendimenti tra noi. A questo punto me la canto. Allora. Non è che il piatto tris si può riempire a proprio piacimento, così, a cazzo, un settore di roast beef, un altro di arrosto e magari una fetta di torta al cioccolato. Eh no, il piatto tris va riempito con un preciso e studiato criterio. Ovvero. Con un primo, con un secondo e con un contorno. L’unica deroga consentita è: un secondo e due contorni. Che è poi quello che ho fatto io oggi. Già. Alla fine mi son preso quattro fette di melanzane, belle asciutte senza sughi e brodaglie strane, fatte alla griglia… tiè!
Un’altra possibilità che qualche volta ho visto fare al mio amico Michele, una scappatoia alla regola fissa del piatto tris, comunale pure lui e dunque condannato al tris, è quella di prendersi due primi e un secondo. O due primi e un contorno. Ma a me par esagerato, dai, tutta quella pasta, e poi i primi sono troppo incasinati di sugo e condimento e non mi attirano manco un po’.
Lapo invece non è comunale, beato lui, e può spaziare come meglio crede. E infatti ha spaziato. S’è preso un bel piatto unico (oblungo e non tondo, attenzione!) con mezzo pollo arrosto abbondante e una gran montagnola di patatine fritte. Pure la maionese s’è preso, due bustine! E ce le ha sparate sopra, a casaccio, sia sul pollo che sulle patate… per non parlare dei cinque, dico cinque panini!, che s’è sbafato, quel porco.
Sia quel che sia, abbiam mangiato, tutto bene, all’aperto, sotto il tendone dell’Antares che sta sotto i portici larghi e imponenti e un po’ fascisti di via Vittor Pisani. Parlato un po’ di tutto, con Lapo. Pollo arrosto incluso. Alla fine tutto bene, già, mangiato quasi tutto (avanzata solo una fettina di melanzana). Ci siamo alzati sazi e felici e siamo andati a berci un caffè nel primo bar che stava sulla strada. Poi Lapo s’è arrotolato un’altra sigarettina delle sue, se l’è accesa e, sotto il sole davanti alla Stazione Centrale, fuori dai portici imponenti e fascisti, all’aria aperta insomma, con un cielo azzurro stinto tipicamente milanese, la gente frettolosa e le auto che fremevano in attesa del verde, ci siamo dati appuntamento alla prossima pausa pranzo.
Che ormai era giunta l’ora. Che io c’avevo il mio bellissimo ufficio che m’aspettava, a me. Che già quasi ne sentivo la nostalgia, già...
Posted by Giuseppe Braga at 14:32 | Comments (2)
07.04.07
Cose che non ti chiedono più, cose che non smettono un attimo di chiederti, cose che, presumibilmente, cominceranno a chiederti molto presto…
di Giuseppe Braga
[post molto parecchio disordinato, ispiratomi da un’importante ricorrenza prettamente personale. Ovvero, non Pasqua, ma la prima copia di Ma tu lo conosci Joyce? che ho potuto prendere tra le mani, esattamente un anno fa]
Pubblichi un libro. Hai una fortuna, trovi qualcuno che te lo pubblica. Inizi a dare un senso a tutto quel tempo che hai passato chiuso in casa, quando tutti te lo chiedevano (anche il vicino di casa che ti bracca sempre con la bolletta dell’acqua da pagare, in mano), col tono di chi si sta rivolgendo a qualcuno a cui manca qualche rotella.
Cazzo fai tutto quel tempo quando non lavori?
Ah, ma dai, scrivi? Pensa, anche mio cugino… comunque è bello come hobby!
Sì, ok, scrivi, ma poi?
Ah, complimenti, sei un poeta?
Caspita, scrittore… però! Ti avevo lasciato che facevi il pittore! Non dipingi più, allora?
Bravo, però. Nello specifico che cosa scrivi, fumetti?
Lavorare niente, eh? Beato te!
Mi dai quindici euro e venti per la bolletta dell’acqua?
Il libro viene pubblicato, esce nelle librerie, una gran bella soddisfazione, già. Non ti chiedono più che cazzo fai a casa, da mattina a sera con le lattine di birra nello stomaco e lo stereo a palla. Meno male. Un passo in avanti, già. Il libro è un deterrente a domande del genere. Ne cominciano a fioccare di altre, però.
Quanto tempo ci hai messo a scriverlo?
Ma l’hai scritto tutto tu, cioè, tutto da solo? (questa, meravigliosa e insuperabile, nel dettaglio, la trovate qui)
Ma di cosa parla, esattamente?
Hai dovuto pagare qualcosa?
Ti pagano? Quanto ti pagano?
Quanto hai venduto? (questa, già solo dopo una settimana dalla pubblicazione…)
La copertina l’hai scelta tu?
Il titolo?
Quante pagine sono?
Delle ultime tre ci metto pure i commenti ricorrenti, alle mie risposte, più o meno standard:
Originale come copertina…
Originale come titolo…
Ah, però… sono tante duecentotrenta pagine…
E qui scattava il dubbio (lo percepivo negli occhi e nelle espressioni fin troppo eloquenti): ma va là, mica l’hai scritto tutto tu, a chi cazzo vuoi darla a bere! Duecentotrenta pagine sono troppe, dai…
C’era anche chi il libro lo acquistava, lo leggeva e poi le domande me le faceva dopo averlo acquistato e letto. Coloro li apprezzavo (e li apprezzo) decisamente di più. Questione di empatia, ecco.
Ci sei andato giù pesante, però… e la bambina già vecchia come l’ha presa?
E la signora dettaglio?
E la simpatica ragazza che legge sempre lei?
(Nota: io rispondevo, rispondo e risponderò sempre diplomaticamente, lusingato, diplomatico… ma senza peli sulla lingua, come insegnano nei Reality!)
La bambina non l’ho più sentita. So che non c’è rimasta bene anche se credo che non l’abbia nemmeno aperto, il libro (e poi come avrebbe fatto ad apirlo, se lei ci sta dentro?). Quindi. Le auguro una carriera fulgida, fulminante e splendente. Nel campo artistico (e non) che preferisce. Lunga vita a lei e a tutte le bambine prodigio invecchiate precocemente che circolano per il globo terracqueo.
Parentesi televisiva esplicativa ed emblematica.
Ad Amici, trasmissione cult di MariaDeFilippi, di cui ho visto pressoché tutte le puntate, sia quelle del sabato pomeriggio che quelle della domenica sera (con un misto di riluttanza, attrazione, ripulsione, odio fisico, amore trascendente, prurito alle mani, incredulità, ansia crescente – nei momenti del televoto e delle eliminazioni andavo in trance, soffrivo o gioivo, dipendeva dai casi, m’immedesimavo coi ragazzi, ma anche coi professori, soprattutto coi ragazzi però, che tra di loro erano tutto fuorché amici…), un giorno, ho assistito a questa scena. Lo giuro sull’Ulisse. La trascrivo a braccio come meglio mi riesce.
Location: il bellissimo studio di Amici in Cinecittà, Roma.
Personaggi:
Federico (aspirante cantante umbro, poi vincitore del programma)
Garrison (ex ballerino, coreografo, insegnante della scuola di Amici)
Maria (De Filippi)
Maria (con la sua erre arrotata che noi tutti amiamo): ora vediamo l’errevuemme relativo all’episodio…
Si vede un filmato registrato, nel quale Federico l’aspirante cantante umbro si scaglia, un po’ istericamente, contro Garrison, colpevole di non averlo preso in simpatia e di averlo maltrattato durante le prove di danza.
Altra parentesi (se voi l’aveste visto, sto cavolo di Federico vincitore di Amici, l’avreste pensata come Garrison, date retta al pirla che sta scrivendo).
Federico (rivolto ad alcuni suoi compagni di classe, la paciosa e pacifica classe degli Amici di Maria): ma io con quello lì, con Garrison, non ci voglio più avere a che fare… non capisce niente, quello lì. È un cretino… fa i capricci, c’ha le preferenze, mi tratta male, ed è… è un bambino invecchiato!
Termina il filmato. L’inquadratura si sposta rapidamente su Federico che mormora: erano solo pensieri a caldo, fatti dopo una lezione di ballo pesante…
Poi la telecamera si ferma su Garrison. Visibilmente irritato. Rosso, più che rosso, paonazzo.
Maria, che non può lasciarsela mica scappare, un’occasione così: be’, Garrison, hai sentito cosa t’ha detto? Be’… che gli dici? Come la vivi? (come la vivi? è la tipica domanda mariadefilippiana).
Garrison, con il suo italiano storpiato e mezzo americano (perché magari non lo sapete ma Garrison è americano): cretino non lo accetto e lo trovo una mancanza di rispetto, io c’ho cinquant’anni e da un ragazzino di venti non mi faccio dire certe cose! Mentre invece… bambino invecchiato sì, l’accetto, ti dirò di più Maria, bambino invecchiato lo trovo quasi un complimento simpatico e divertente…
Che classe, ragazzi!, altro che la bellicosa e ipersensibile classe di Amici (e alcune classi di scrittura creativa frequentate da aspiranti scrittori che io conosco… ahah!).
Avete capito? Federico l’aspirante cantante umbro, gli aveva dato del Bambino Invecchiato, al grande Garrison!, proprio bella questa…
Ma ora, da quel giorno, qualche domanda sono io a pormela.
Eccole, le mie domande che mi frullano per la testa da quel giorno, son queste le domande che mi frullano per la testa. Eccole qui.
Ditemi voi, dovrei chiedere le Royalties?
Querelarli per plagio? Per evidente furto di idea?
Chiamare Woodkock e fargli aprire un fascicolo per appropriazione indebita?
Fine parentesi televisiva.
La signora dettaglio l’ho rivista solo in sogno. E non erano bei sogni. Fidatevi. Una volta mi voleva far fuori con un coltello, un’altra cercava di investirmi con un camion contro mano.
La simpatica ragazza che legge sempre (leggerà ancora? Chissà!) l’ho sentita solo via mail, un paio di volte. Ammetto che sento la sua mancanza e lo dico seriamente. Non scherzo affatto. Mi manca quella ragazza mi manca.
E le domando, ammesso sia in ascolto: dove sei?
Detto ciò, dico che non è vero niente. O meglio, ritratto subito: è tutto vero. Anzi no, lo è solo per metà. O forse per trequarti. E chiudo il siparietto. Loro, insieme agli altri (Rinaldo, Mr. E.P., Paraz’, ecc.), mio merito o malgrado, mi appartengono, sì, loro sono i miei personaggi, tutti usciti da qui (disponessi di YouTube o altre robe del genere, allegherei il link di un filmatino – ehi, ehi non allarmatevi, niente zoomate su slip di pizzo di professoresse distratte o mazzate in testa a giovani bulli – dicevo, di un filmatino dove si vedrebbero le mie dita che battono sulla tastiera del computer e poi, risalendo, le riprese si fermerebbero sull’emisfero destro del mio capoccione, che pare che provengano da lì, le idee cosiddette creative). Insomma, parlando terra terra come ci piace a noi, i personaggi del libro non c’entrano molto con le persone reali che mi hanno fornito l’ispirazione. I primi son fatti d’inchiostro e godono di tutte le libertà concesse dalla fantasia, i secondi sono, appunto, reali. E godono, più o meno, di ciò che fanno, o meno. Ai primi ho, modestamente, dato io loro virtualmente vita, ai secondi, mi par proprio di no. Che dite? Ma pare sia difficile capirla, sta cosa qui (lo dico in senso ampio, allargando il discorso e non riferendomi solo alla mia piccola opera). E l’ambiente letterario – e ciò che ruota intorno a esso – così come molti altri (calcio, mondo dello spettacolo, teatro di posa, ecc.), non spicca certo per ironia (e auto ironia).
Torno alla cronologia degli eventi.
Apro il blog, escono articoli, faccio qualche presentazione, arriva settembre e mi suona il cellulare.
Lei è il signor Braga?
Sì.
Sono *** del Corriere della Sera. Lei è disposto a lasciarci un’intervista telefonica?
Sì.
Non è che per caso ha qualche sua foto sotto mano?
Sì.
Non è che ce le può spedire?
Sì.
Senta…
Sì?
Nel caso non andassero bene per il giornale, è disposto a farsi fare delle foto?
Sì.
Ottimo allora. Lei stia lì, che poi la richiamo io.
Io ero al lavoro, era lunedì, e dove cazzo sarei dovuto andare?
Dopo mezz’ora mi chiama.
Braga?
Sì.
Guardi che le foto che ci ha spedito non vanno bene, fanno schifo.
Sì?
Sì. Ce ne vogliono altre. Le dobbiamo fare subito, che devono andare in stampa per il quotidiano di domani. Lei è disposto a farsi fare delle foto?
Sì, sì…
Bene, bene… ma senta una cosa, però.
Sì?
Com’è vestito?
In che senso, scusi…
Sì, cioè, non è che magari mi viene in cappotto, eh? Che non le salti in mente di venire con un cappotto, dico. Ci vuole qualcosa di giovane, un po’ casual. Una roba che evochi uno scrittore metropolitano…
Già.
Braga?
Sì?
Com’è vestito, allora?
Sono in camicia e jeans.
Colore della camicia?
Marrone.
Mmhh… direi che potrebbe andare, sì.
Una cosa che non mi toglierò mai dalla testa e che non ho avuto il coraggio di chiedere al signor *** del Corriere della Sera è la seguente: il dodici di settembre, a Milano, chi cazzo va in giro col cappotto? Il signor *** che cazzo di genere di persone conosce?
Sia quel che sia, mi fanno l’intervista al telefono, e mi fanno pure le foto. E il giorno seguente esce un articolo/intervista sul Corriere della Sera. Mezza pagina, pulita pulita. Io, in primo piano (seduto sul bordo del cavedio posto nel mezzo della piazza Duca D’Aosta, antistante la Stazione Centrale), con dietro il grattacielo Pirelli di Giò Ponti. Più metropolitano di così, si muore. I colleghi si fotocopiano la pagina (comprare il giornale sarebbe stato troppo) e se la girano tra di loro. Li vedo orgogliosi, i miei colleghi, più sorpresi che orgogliosi, ma per me fa all’incirca lo stesso. Il mio super capo, il direttore di settore, comincia a chiamarmi Maestro. Tutte le volte che mi incrocia in corridoio o che viene a fare le fotocopie nell’ufficio comunicante col mio.
Ehi, Maestro, come va?
Ma il libro mica lo compra. Già.
Ma intanto, sull’onda entusiastica dell’articolo, fioccano i complimenti.
Ah, be’, ma lo sai chi è quello lì? È un nostro collega! Ma va là, davvero?
Ma poi, tanto per non smentire le statistiche nazionali di settore (settore editoriale, non urbanistico), nessuno che si va a comprare il libro. Quello no. Leggere un libro? Non scherziamo ragazzi! Sarebbe davvero troppo, già. Nemmeno le fotocopie, nemmeno. Ma qui, perlomeno, la casa editrice sarà felice.
Poi a Baggio, specificatamente nella mia via, specificatamente nei civici prossimi a casa mia, divento, in un amen, una piccola celebrità. Vengo additato come i vip, cazzo!
Nota dolce amara: alcuni miei familiari erano molto più orgogliosi di me dopo l’articolo con foto che non dopo l’uscita del libro. Anche perché leggere l’articolo ci han messo due minuti, leggere il libro un po’ di più. E magari manco gli è piaciuto.
Altre domande.
Hai pagato per farti intervistare?
Ma come hai fatto?
Conosci qualcuno nel giornale? Dai, dì la verità!
Lo sai che c’hai un bel culo? (metaforica, questa, che nella foto ero ripreso frontale)
Un’altra bella domanda che mi è stata posta, una volta, in una libreria, è stata questa qui:
Ma chi è Joyce?
Altre due, non mi ricordo dove:
Lo sai che è proprio difficile come libro, il tuo?
Ma il tuo libro è facilissimo, ma lo sai che è semplice semplice il tuo libro?
In entrambi i casi:
Te l’ha già detto qualcuno… è vero?
Proseguiamo. Scritto un libro ci sta da pensare al futuro. E se non ci pensi tu…
E adesso?
Cioè, e adesso stai scrivendo qualcos’altro?
Cosa stai scrivendo adesso?
Stai pensando al prossimo libro?
Sì?
E di cosa parla il prossimo libro?
Lo puoi dire o è un segreto?
Chiudo in maniera zen, ovvero in maniera circolare, dando un colpo al cerchio, uno alla bicicletta e uno alla botte. Quindi torno da dov’ero partito, al principio (ovvero a un anno fa).
Due e mezza del pomeriggio di un venerdì dei primi di aprile. Suona il cellulare. Io sono al piano di sopra e cazzeggio amabilmente al computer (dando evidentemente ampiamente ragione ai dubbiosi che insistentemente mi facevano le domande relative ai miei passatempi casalinghi).
Mozzi: è arrivato!
io: ciao Giulio.
Mozzi: ce l’ho qui in mano!
io: scusa Giulio, cosa…
Mozzi: il libro, è arrivato e lo sto sfogliando adesso…
io: e com’è, com’è…
Mozzi: be’, è bellissimo, no?
io: già certo, che domanda scema… è ovvio che è bellissimo!
Mozzi: riesci a fare un salto qui, così lo vedi e prendi le tue copie o hai da fare?
io (che da fare, cazzeggio a parte, non ne avevo proprio): vengo subito!
E così andai in casa editrice. E così presi in mano il mio libro per la prima volta, lo sfogliai e mi sentii incredibilmente leggero, persin quasi felice, per qualche fuggevole attimo. Era, lo è tutt’ora, già, una cosa importante, una cosa davvero bella. Salutai tutti, ci complimentammo a vicenda, festeggiammo un po’, poi mi diedero le copie che mi spettavano, le misi in un sacchetto e tornai a casa in metropolitana. Faceva caldo, parecchio. Sudavo ma ero contento. Trovai il mio amico Fede che cazzeggiava in piazzetta (io gli amici me li scelgo bene, per affinità elettive) e brindai subito con lui. Poi rientrai a casa, mi stappai un’altra birra e nell’intimità del mio monolocale su due piani, stavolta seduto al tavolo della cucina a piano terra, scelsi la copia che mi sarei tenuto. Ne trovai una con due minuscole imperfezioni sul dorso e sul risvolto di copertina, decisi che sarebbe stata quella. Ci scrissi, in seconda pagina, in basso a sinistra, la data.
7 aprile ‘06
Era la mia copia. Una piccola parte che mi apparteneva. E che da quel giorno porto sempre con me.
Buon (primo) compleanno, mio piccolo Joyce!
Posted by Giuseppe Braga at 20:11 | Comments (3)
21.03.07
il fascino maledetto dello scrittore (part IXX)
irretito e fantasioso
di Giuseppe Braga
Il capo (che poi non so più se è il mio capo) entra. Mi vede al computer. Sono irrimediabilmente perso, irretito si potrebbe dire sfruttando un gioco di parole, nei commenti demenziali al post di Colombati su Vibrisse (a proposito del suo nuovo romanzo Rio). Lo vedo a stento, alcuni commenti mi stanno obnubilando la mente. Lui mi si fa avanti, a meno d’un metro da me, sbotta.
A che punto siamo?
Gli vorrei rispondere che siamo messi proprio davvero molto parecchio male, a proposito dei commenti demenziali, ma credo si riferisca ad altro.
A che punto siamo, mi rifà, indicando il tavolo luminoso e la bella tavola di Piano Regolatore saldamente appiccicata con lo scotch alla superficie vetrata. Poi non mi da il tempo di rispondere, anche se il mio tempo di risposta, che non c’è, è lunghissimo e ci farebbe a tempo a passare un interregionale che arranca in salita.
Lo vuoi finire, questo aggiornamento?
Faccio di sì con la testa senza aprire bocca, sempre più irretito dai commenti sempre più demenziali.
Dai, forza, dai, sbrigati, forza, l’ultimo sforzo, forza, che poi, una volta finito…
Già, mi ci penso senza dir nulla, una volta finito che…
Dai, forza, dacci dentro, forza, che una volta finito potrai dire, ecco, ho finalmente finito una cosa infinita, una cosa incredibilmente lunga, rognosa, enormemente esagerata, una cosa come…
Come?, stavolta apro bocca e glielo chiedo.
Una cosa sterminata, immensa come…
Come cosa capo? (io continuo a chiamarlo capo, nel dubbio)
Come… be’, tu che sei fantasioso estroso artista, sei tu che mi devi trovare l’iperbole adatta…
Mi ci penso un po’ su. Poi gli sparo.
Già, un po’ come la fabbrica del Duomo…
Lui mi guarda quasi schifato.
Che banalità! Ma questa è scontatissima!
Capo, è la prima che m’è venuta in mente…
E tu saresti l’artista fantasioso?
…
Pensa meno a scrivere e vedi di finire l’aggiornamento, va…
Posted by Giuseppe Braga at 11:05 | Comments (0)
15.03.07
il fascino maledetto dello scrittore (part XVIII)
Ignora(n)te
di Giuseppe Braga
Capo, scusa, hai un minuto?
Dimmi.
Ho saputo una cosa, l'altro ieri. Vorrei parlartene un momento.
Prego.
Z***** mi ha detto che in realtà sono nel suo gruppo.
Dunque.
Be’, in questo caso, tu non saresti più il mio capo.
E allora.
Niente, era giusto per sapere se tu lo sapevi, ecco. E poi…
Il mio capo, che poi non è il mio capo, ma l’ho scoperto solo l'altro ieri che non era il mio capo e in realtà adesso sto provando a chiederglielo direttamente a lui, per cercare di capire se effettivamente lui è ancora il mio capo oppure no, ecco, il mio capo che non era – non lo è più? – il mio capo, ma lo sarà mai stato, dico, almeno per un giorno?, fa spallucce e non mi risponde. Timidamente provo a insistere.
E poi, ecco, nulla di che, si capisce… però, e poi, ecco, mi
piacerebbe sapere per chi sto lavorando, ecco…
Ma lui niente, mi lancia uno sguardo distaccato e fa per andarsene.
Faccio l’ultimo tentativo.
Cioè, siccome è una cosa che mi riguarda, ecco, mi interesserebbe
saperlo… tutto qui, ecco.
La sai una cosa?
Sono tutt’orecchi.
Ecco, bravo. Ascolta qua.
Sono ricettivo, dimmi tutto.
Sai che c’è?
No, cosa c’è…?
C’è che a volte è meglio non saperle certe cose.
Come?
Semplice. Non te ne incaricare. Pensa al tuo.
Cosa?
Non sono cose per te, non te ne devi preoccupare.
Ma scusa, avrei anche piacere di sapere con chi devo…
Guarda, fidati, delle volte certe cose è meglio, molto meglio, non
saperle.
Ah.
Ignorale, insomma.
Ah ah.
Piuttosto.
Dimmi cap… ehm, dimmi, sì.
A che punto sei con l’aggiornamento del Piano Regolatore?
Lo vuoi sapere anche se non sei più il mio capo…?
Chi te l’ha detto che non lo sono? Io non l’ho detto.
Già, ma non hai nemmeno detto il contrario. È Z***** che mi ha detto
che…
Devi ignorarle, ‘ste cose. Non sono cose che ti riguardano. E Z*****
lascia che dica quel che vuole. Intesi?
Se lo dici tu.
Hai centrato il punto. Lo dico io, esatto. Mi raccomando allora, dacci dentro e vedi di finire in fretta. Che prima si finisce, meglio è.
Già, già.
Parola di capo, forse.
Posted by Giuseppe Braga at 10:10 | Comments (4)
13.03.07
il fascino maledetto dello scrittore (part XVII)
Dipendente, certo, ma di chi?
di Giuseppe Braga
Oggi, nell’atrio d’ingresso del Palazzo, ho fatto una grande scoperta, ho avuta una straordinaria rivelazione. Un’illuminazione vera e propria. Ho scoperto, infatti, che il mio capo, quello che ho creduto esserlo fino a un momento prima di trovarmi, giulivo e giocondo, nell’atrio del Palazzo, non lo era, in realtà. Dico, sto dicendo, dico, la vera realtà dei fatti concreti e non la realtà un po’ onirica delle supposizioni e dei se e dei ma e dei forse e magari un giorno e chissà e chi può dirlo.
L’architetto Z****, alto funzionario della bassa che ben conosco, mi ha fermato all’ascensore e col suo fare un po’ dinoccolato, mi ha edotto.
Mi raccomando, compila quella cosa che ti ho mandato e spediscimela.
Io l’ho guardato dal basso in alto, lui è davvero un altissimo funzionario, e molto sorpreso, ho provato a fare mente locale.
Ti riferisci alla mail di settimana scorsa con allegato quel foglio excell?, gli ho chiesto, dopo che la mia mente aveva ottimamente e repentinamente localizzato il punto in questione.
Esatto, l’hai detto! Sei l’ultimo, gli altri me l’hanno già rispedito compilato. Manchi solo tu.
Io ho rifatto mente locale, la seconda volta nell’arco di pochissimi secondi, e gliel’ho fatto presente.
Ma scusa, io ho visto che era rivolta ai tuoi collaboratori, non mi sembrava che mi riguardasse. Io sto con A*****, è lui il mio capo, non tu.
Ma va là. È qui che ti sbagli.
Ah. Pensa che credevo avessi sbagliato tu.
Nel senso?
Nel senso che avevi inserito il mio nome, nel tuo gruppo, per sbaglio.
Ma va là. Tu sei uno dei nostri!
Come dei vostri… e da quando, scusa?
Come da quando, va là, da sempre…
E tutto l’aggiornamento e il culo che mi sto facendo per il gruppo di A*****?
Sciocchezze… tu vieni da noi. Ti spostiamo di un paio di piani, adesso vediamo se al sesto o al decimo, questo lo vediamo a seconda dei buchi che si liberano, e vieni a star con noi. Uno come te, con le tue competenze e le tue risorse, ci serve come il pane.
Ah.
Basta taglierini e trasferibili e scotch di carta… ma va là, tutta roba antiquata!
Ah.
Con noi si lavora solo col computer!
Eh, tecnologici, eh…
Guarda che devi esser contento, va là…
Come no, sprizzo felicità ovunque, sono una fontanella di felicità, non vedi?
Ascolta, va là, compilami quel foglio excell in tutte le sue voci. Postazione, dotazione informatica, profilo professionale, titolo di studio e soprattutto le tue mansioni… che poi ci serviranno per… già, ma va là, scusami, ma quali sono esattamente le tue mansioni?
Posted by Giuseppe Braga at 13:33 | Comments (2)
06.03.07
il fascino maledetto dello scrittore (part. XVI)
Si sono esauriti gli asterischi
di Giuseppe Braga
Sono terminati gli asterischi trasferibili a otto punte. Nell’asciutta simbologia del Piano Regolatore stanno a indicare le aree dei verdi privati. Senza non si può. Vanno messi per forza. Altrimenti l’aggiornamento resta incompleto. E i verdi privati vengono invasi, magari da un bel parcheggio multi piano. Non sia mai.
Capo, ho da darti una notizia.
Sentiamola.
Non è troppo buona, eh.
Sentiamola.
Sono finiti gli asterischi dei verdi privati. Qui ne ho da mettere tre, in questa Variante.
Vediamo un po’.
Guarda la Variante e resta impassibile. Non sembra preoccupato. Io invece, un po’ sì.
E allora, adesso come facciamo, capo?
Sai che cosa?
Cosa.
Mi sorprende molto la tua domanda.
Cioè?
Ma sì, certo, uno come te…
Scusa?
Uno fantasioso come te, così abile tecnicamente e manualmente preparatissimo, non dovrebbe nemmeno porselo, il problema.
Ah. Dunque?
Ma come dunque, falli a mano, gli asterischi, no? Che ci vuole, per uno abile e fantasioso come te…
Che ne dite, ironizzava o diceva sul serio?
Posted by Giuseppe Braga at 09:53 | Comments (3)
26.02.07
il fascino maledetto dello scrittore (part XV)
Sfratti logistici
di Giuseppe Braga
il sole è alto e il cielo è di un blu stinto. Sereno, ma non limpido, un poco torbido. Le montagne oggi non si vedono, no. Stanotte il termometro è andato sotto zero. Traffico come da norma. Al bar sotto al metrò invece, non ci stava nessuno. La cosa mi ha un po’ inquietato, anche se il cappuccino me lo stavo già bevendo, per cui, eventualmente, quello che è stato, ormai è già stato. Ma l’avvenimento di giornata, notevolissimo!, è senz’altro un’altro.
Qui nel mio ufficio hanno fatto dei cambiamenti, ehm, logistici… dei grossi cambiamenti logistici. Cose da pazzi. Spiego. Hanno messo dentro altri armadi, come se quelli che già c’erano non bastassero. E poi. Hanno rivoltato l’arredamento, senza nemmeno consultare uno dei pochi architetti che ci stanno sul piano. Ma è stata un’emergenza, mi hanno fatto sapere. Già. Concentrando tutto nel poco spazio libero che restava, c’han messo anche un’altra scrivania e degli scaffali. E ancora. Un tavolo e un mobiletto, tutto nella zona della fotocopiatrice e del plotter. Perché tutto ciò? Semplicissimo, per far spazio al povero – lo dico senza ironia, eh! – collega P****, sfrattato dal suo ufficio, senza nemmeno il preavviso di quindici giorni. Alle nove di venerdì gli han detto che doveva abbandonare la stanza, alle dodici e mezza era già fuori... ecco. E adesso qui siamo in quattro. Nell’ufficio, intendo. In molti di più se contiamo tutti gli armadi. Molto bene. Ora però, per passare, mettiamo che tu voglia farti una fotocopia, talvolta accade, bisogna appiattirsi parecchio. Anche all’ingresso, con quel nuovissimo e bellissimo scaffale basso grigio un po’ scrostato e arrugginito, giusto dietro la porta, ci saranno cinquanta centimetri scarsi di luce per passare. L’attaccapanni non sapevano dove ficcarlo – era l’unico posto nel quale si poteva mettere, scusa – e così me lo sono ritrovato di fianco (fate conto che io sono molto, molto!, lontano dall’ingresso, in una specie di stanza attigua, nel punto più distante, insomma, ottima soluzione non c’è che dire), addossati al mio tavolo, una decina di bei rotoloni di carta – non sapevamo dove posizionarli, scusa – altri faldoni sopra il tavolo luminoso – li avrà lasciati lì qualcuno, scusa –, già, già, certo, come no…
Colmo dei colmi, nella casella di posta interna, trovo una mail del Servizio Logistica (in realtà penso che mi abbiano inserito nella loro mailing list per sbaglio, lo dico perché, oggettivamente, senza falsa modestia, io conto meno di zero). Sta completando una ricognizione degli spazi utilizzati nei vari Settori. Riorganizzazione, ottimizzazione, disposizione degli arredi, sistemazione ottimale del personale, pianificazione, fruizione degli spazi… quanto mi piacciono a me, queste curiose coincidenze…
Posted by Giuseppe Braga at 07:43 | Comments (8)
20.02.07
il fascino maledetto dello scrittore (part XIV)
c'era una volta in bacheca...
di Giuseppe Braga
qualcuno ha fatto sparire i fogli* che avevo messo (applicati con amore, con l’ausilio di adorabili puntine) sulla bacheca (in sughero) vicino agli ascensori del mio piano. erano lì da un po’, d'accordo, ma assicuro che non davano fastidio (almeno lo credevo, ingenuo che non sono altro ) a nessuno. di spazio ce n’era, di fianco, eccome se ce ne stava di spazio.
i miei fogli occupavano meno di un quarto, di quella bacheca. uno spazio che ritenevo adeguato. suvvia. non mi pareva troppo invadente. eddai. un piccolo modesto spazio auto referenziale auto celebrativo c