26.09.06
I miei personaggi mi scrivono / 8. Gianni Turchetta
Con grande piacere, ricevo e pubblico la lettera inviatami da Gianni Turchetta (docente di Letteratura e cultura nell’Italia contemporanea all'Università Statale di Milano e molto altro...)
Caro Giuseppe,
con enorme ritardo, ti scrivo per ringraziarti del tuo libro, e delle belle parole che mi scrivi, sia nella dedica sia nel libro stesso (peraltro accomunandomi [con mia soddisfazione] a un amico di vecchia data come Danilo Manera, con cui ci conoscemmo più di vent’anni fa nella redazione della grande “Linea d’ombra” di Fofi, e di cui sono ormai da parecchi anni collega in Università).
Confesso che non l’ho letto tutto, ma solo per larghi squarci: e l’ho trovato vivace, divertente, intelligente; forse un po’ troppo aderente alla realtà biografica. Ma è sicuramente un libro molto interessante, e mi riprometto di leggerlo con più attenzione, quando l’università mi lascerà un po’ respirare (mi massacrano: pare che questo significhi che faccio carriera; sì, vabbè, ma… che fatica: ed è soprattutto lavoro amministrativo, burocrazia, riunioni etc.etc.).
Tornando alle tue parole, davvero molto gentili (anzi: fin troppo! Non sono così colto… sono pieno di abissali ignoranze anche su cose che dovrei conoscere almeno un pochino).
Peraltro (lasciamelo dire…), vorrei rassicurarti anche sul “lì sotto” (cui accenni con divertita malizia): che nonostante la non più rosea età (48 anni) continua a darmi parecchie soddisfazioni… [non dico altro] Ovviamente in questo caso non posso fornire performances pubbliche, e quindi… devi credermi sulla fiducia… (se fossimo più in confidenza, avrei potuto dirti: “portami tua sorella”, ma non posso…)
Vabbè, scusa se metto a scherzare così pesantemente (però dico verità vere!): ma forse anche nelle lezioni si sarà capito che sono convinto che la letteratura sia vita (troppo spesso i miei colleghi prof la uccidono), e che la vita… sia da vivere (perdona la banalità…), e… che cosa sarebbe la vita senza le donne?
[…]
Gianni Turchetta
Posted by Giuseppe Braga at 07:32 | Comments (3)
19.09.06
I miei personaggi mi scrivono / 7. Con tutti i crismi
di Paolo Gravellini
Ecco sì, allora non me lo sono inventato. E' documentato nel libro di Braga. Quella sera lessi. E prima ancora scrissi il mio primo (e unico) racconto. Lo volevo che rispettasse tutti i crismi appuntati sui miei fogli senza righe quadretti. Le note delle precedenti lezioni. Quasi una formula esatta (i crismi). Eppure il ricordo di quella serata di Tikkun, scappato dall'ufficio che è tardi, mi insospettisce.
- Chi legge stasera? - Buttò lì la Signora Dettaglio.
- Tocca a te, dai, avevi promesso che lo facevi -, mi disse qualcuno alle spalle, forse Braga stesso.
- Leggo io, se nessun'altro ha portato qualcosa naturalmente -.
Nessun'altro aveva portato qualcosa, sarebbe stato meglio che qualcun altro avesse avuto qualcosa da leggere, mi sarei tirato indietro mostrando generosità, spirito di gruppo e umiltà, - no figurati leggi tu, io non ho niente di speciale – avrei detto. Non c'era più scampo invece, toccò a me.
I compagni aspiranti si rilassano, gli occhietti fissi su di me, sentiamo, sentiamo un pò, è la prima volta per questo qui. Alcuni sono spettatori al colosseo, sangue. Gli altri, genitori al saggio di danza della figlioletta, compassione. Qualsiasi capitombolo, compassione.
Mi feci forza. Sapevo di aver messo tutti gli ingerdienti giusti nel racconto, avevo seguito gli appunti, pure Kennedy c'era (la Storia). Due epoche che si rincorrono attraverso il legame padre figlio, riscatto della memoria del primo, Kennedy non muore a Dallas.
Dopo le prime righe riesco a sentirmi, sono anch'io seduto di fronte con la fretta di farmi un'opinione su quello che ascolto, ma non mi capisco, è troppo complicato. Vedo qualcuno nelle prime file che si sistema sulla sedia, la storia non funziona, non offro appigli, non accompagno, troppa fatica, stupido.
Terminai quasi sottovoce. Volevo scusarmi. Rinaldo mi fissò dubbioso, Lucia comprensiva le-prime-volte-va-sempre-così. Fioccarono le domande: ma che foto era quella che cercava? Perchè Kennedy è dal Woytila? Che fine ha fa fatto la ragazzina?
Come sempre quando mi sento braccato ringhio: si capiva benissimo… qui era charo che… assolutamente era voluto l'elemento di disturbo…
Poi rinunciai. Fu ben in vista la mia bandiera bianca. Quindi ecco la fase degli incoraggiamenti: - beh, però potresti riscriverlo, l'idea era buona -, qualcun altro: - bisogna allenarsi, scrivere è per il 90% un lavoro da artigiano -.
Tornai a sedermi, anche Braga mi incoraggiò: - la descrizione della ragazzina era forte, comunque-.
Però. Forse ricordo male. Ho riletto il racconto da solo concentrato obiettivo, bisogna lasciar passare del tempo prima di rileggere. Mi sembra tutto chiaro. Forse mi diagnosticarono tutti un talento evidente, la Signora Dettaglio disse che bisognava assolutamente pubblicarlo. Qualcuno chiese come era nata l'idea di non far morire Kennedy per un caso fortuito.
Ritornai al mio posto e Braga commentò con una pacca sulla spalla e un sorriso.
Ecco, di sicuro ci fu solo il sorriso.
Paolo Gravellini
Posted by Giuseppe Braga at 07:34 | Comments (0)
17.07.06
I miei personaggi mi scrivono / 6. Il mio primo vero fan in carne e ossa
Io, chi sono io? Io sono un personaggio del libro di Giuseppe Braga, sì, lo scrittore milanese, l’architetto, quello lì che ha scritto “Ma tu lo conosci Joyce?” (io no, personalmente, ma di nome sì, lo conosco). Mi chiamo Stefano, e nel libro, se cercate bene, c’è anche il mio cognome.
Mi trovate alle pagine 102-103, quindi non direi proprio di essere uno dei personaggi principali, però insomma, un po’ di gloria ce l’ho anche io, visto che sono il primo vero fan di Braga. Ma vi pensate? Sono il suo primo fan e sono citato nel suo libro. Vasco Rossi mica cita il suo primo fan ai suoi concerti. Forse neanche Paola e Chiara lo fanno. Io comunque sono talmente fan che se l’avesse pubblicato prima, il suo libro, l’avrei inserito nella mia tesi sulla letteratura pop (e tengo a precisare che era una tesi, mica una tesina, come lui dice nel capitolo che mi riguarda). Detto questo, a me Braga mi fa sbregare, e scusate il bisticcio verbale. Quando sono a lezione e non mi passa, tiro fuori il suo libro e mi faccio qualche risata, così almeno il tempo passa più velocemente. Ce ne vorrebbe un po’ di più, di gente che non si prende tanto sul serio e che magari, ogni tanto, ci fa vedere la realtà da un altro punto di vista. Perché, si sarà capito, Braga non parla solo di scrittura creativa, di autori e di scuole varie: parla anche della società, della nostra società, quella in cui siamo tutti belli invischiati. Grazie Giuse! Per il libro e, ovviamente, per la citazione.
Ste
Posted by Giuseppe Braga at 09:17 | Comments (0)
06.07.06
I miei personaggi mi scrivono / 5. la Signora Dettaglio
Ricevo e pubblico (senza alcuna censura), il commento al vetriolo della Sig.ra Dett. (vedere foto allegate)

Caro Braga (e scrivo caro, nota il gentile dettaglio, anche se non dovrei, considerato come ti sei comportato),
sono la Signora Dettaglio e ti dico subito una cosa – che dettaglio non è –: io, a questo gioco al massacro, non ci sto! Eh, no, no, no!
Tanto per cominciare, io non mi sono mai cotonata i capelli! Ma che ti è saltato in mente! Pura follia, io i miei capelli non li tingo neppure, figurati un po’! Le mie sono pieghe naturali, accidenti a te!
E poi, dettagliatamente, puntualizziamo una buona volta per tutte, che:

Io li amo i cannibali, Tiziano Scarpa in testa (i capelli qui non c’entrano, lui tra l’altro è pelato, come ben sai). E non ho mai paragonato i tuoi scritti (mediocri, per dirla tutta e fuori dai denti) coi loro, ma che, scherzi?
E ancora (te ne sarai accorto anche tu, o no? Ma dove vivi, nel mondo dei sogni? A Bragopoli, per caso?), forse ti sarà sfuggito, ma questo non è certo un dettaglio insignificante, loro, quel gruppo là, non sono più neanche loro, quelli là, dei cannibali… è da anni che non lo sono più! Nel frattempo, in questi anni (anni nei quali tu ti trastullavi a Bragopoli), ti fosse sfuggito (evidentemente sì), loro, quel gruppo là, sono diventati onnivori! Hanno allargato, insieme alle vedute letterarie, anche le loro abitudini alimentari (Lucarelli va pazzo per le lasagne al forno col pesto, tanto per dire, Pinketts, ogni mattina se non si fa un bel pinzimonio gli gira male, Ammaniti si fa scorpacciate di pizze surgelate e Aldo Nove… be’, facile, questa la sanno anche i sassi, Aldino si fa i Quattro Salti in Padella un giorno sì e l’altro pure)!
Altro punto dolente: Amo la Elena Ferrante, e allora? Che problemi hai, al riguardo? Lasciamela stare, la Ferrante, anche se fosse Starnone, dio non voglia, lasciamela stare, per favore!
E ancora (come vedi non mi sfugge alcun dettaglio, a me): il tuo racconto per Scontrini, quella cavolo di storiella sul futon alla giapponese acquistato all’Ikea, non mi piaceva quando lo leggesti al corso, non mi piace ora che me l’hai fatto ricordare e non mi piacerà nemmeno in futuro, quindi… ma poi, scusami tanto, bello mio, adesso non si può più nemmeno criticare piccole operine ambientate in grandi magazzini seriali d’arredamento scandinavi? Ma chi ti credi di essere, Arturo Bandini, forse? Per non dire di questa fissa infantile e puerile per John Fante, ma dai, ma cresci un po’, ma va là…
Amo anche A.K., e allora? C’hai da ridire pure su di lei? Quel giorno era nervosa, a ragion veduta lo era, ma solo dopo, io, solo più tardi, l’ho saputo. Era appena uscita dal dentista (un dente del giudizio grosso così, le han tolto), ma io, solo dopo sono venuta a saperlo, però. E a te, a voi, non l’ho detto. Cosa facevo, mi mettevo a spettegolare sui denti di A.K.? Per chi m’hai presa, per una portinaia qualsiasi di Bragopoli?
Ma adesso, adesso che sai la vera dettagliata verità, che fai, lo aggiungi a mano, rettifichi a pagina 127 (ventinovesima riga, tanto per essere precisi) su tutte le copie vendute? (spero poche… passami la dettagliatissima e deliberata benevola cattiveria)
Mio non più troppo caro Braga, quante sciocchezze in libertà che ho trovato nel tuo mediocre libro, e neanche questo è un dettaglio di poco conto, sai?, perché se in un libro trovi tante sciocchezze in libertà (io ne ho trovate in quantità industriale, nel tuo), non può certo essere un buon libro!
Ma ti rendi conto? Oh, cos’altro mi sovviene in mente, adesso, oh mamma mia!, hai persino dato del millantatore a Raul Montanari, ma che, ma ti sei impazzito? Ma, dico, ma non t’ha ancora querelato? Evidentemente ha un gran buon cuore, prendi esempio… e poi, Rollo (!) l’hai paragonato a un punto esclamativo! Pura follia… mah, meglio che mi fermi qui, sì, sarà meglio, che io ho stile e non voglio infierire.
Insomma, hai sputato nel piatto in cui hai mangiato per anni, questo lo capisci, vero? Vergognati, screanzato che non sei altro!
A non risentirci (e questo è il mio dettagliato saluto, finale e definitivo)
La (non più) tua Signora Dettaglio
Posted by Giuseppe Braga at 09:46 | Comments (10)
29.06.06
I miei personaggi mi scrivono / 4. Ferruccio Parazzoli
Ferruccio Parazzoli, il grande, mitico Paraz’, mi ha fatto l’onore di leggere il libro. Non bastasse, mi ha anche scritto.
Se siete curiosi (o dubbiosi), leggete anche voi.
Caro Braga, ho ricevuto il suo libro, grazie. L'ho anche letto e mi sono molto divertito, anche per quanto riguarda me stesso. Bravo Mozzi a pubblicarlo. E adesso che cosa scriverà,- se scriverà - di nuovo? Molti auguri e a presto.
Ferruccio Parazzoli
___________
qui sotto, un mio modesto omaggio a Parazzoli

Posted by Giuseppe Braga at 15:31 | Comments (1)
23.06.06
I miei personaggi mi scrivono / 3. Enrico Palandri
Caro Braga,
ho visto il suo libro e il ritratto che fa di quel che ho raccontato nel corso alla Tikkun [n.d.r.: "Mr. E.P. e l'elogio del proprio (super) Ego", pag. 109, di "Ma tu lo conosci Joyce?"]. Le auguro buona fortuna. Il libro mi ricorda altri ritratti un po' crudeli con cui altri autori (soprattutto recentemente) si sono affermati; io guardo un po' da un'altra parte, come sa.
Quello che mi sembra curioso è che si sia preso la briga di scrivere di me ma, pare di capire da quel che scrive, non di leggere qualche mio libro; forse fa parte dello stile che ha scelto per il suo libro. Leopardi dice che non possiamo far altro che parlare di noi stessi, e questo forse nel mio caso è eccessivo come lei dice. Ma anche parlando di altri parliamo di noi stessi. A me pare di fare un'altra cosa, probabilmente in quella lezione come nelle altre che faccio: cerco di motivare in modo personale e a cui i miei studenti si possano richiamare, le ragioni che ci attraggono verso contenuti culturali e umani. I libri che leggiamo, le idee di cui partecipiamo, ecc. Mi spiace averle dato così poco il senso di questo percorso che non è stato affatto, come lei sembra suggerire, facile. Le auguro di incontrare ragioni più profonde per dedicarsi alle lettere che, come lei ha già ben capito, non danno denaro e spesso non permettono facilmente neppure di trovare un editore.
Capisco che non c'è ostilità nei miei confronti e che è la cifra stilistica che ha scelto a portarla a scrivere in questo modo. Non sono offeso, ma non ho neppure riso molto. Sono certo che però rideranno altri.
Enrico Palandri
Posted by Giuseppe Braga at 10:07 | Comments (1)
16.06.06
I miei personaggi mi scrivono / 2. Marcello Baraghini
Per chi non lo sapesse, Marcello Baraghini, è l'editore di Stampa Alternativa.
Per chi non lo sapesse, Marcello Baraghini, è un uomo molto spiritoso, oltre che, sinteticamente esplicito.
Ecco la sua risposta... ah, dimenticavo: grazie ancora Marcello!
Giuseppe, cerco di non fare errori, anche grazie a una supervisione del mio testo. Ho letto subito il tuo libro perché affronta problemi a me cari, come ben sai. L'ho letto tutto e mi sono divertito. Succede di rado, credimi. Grazie quindi, e saluti cordiali.
Marcello
Ed ecco il brano di Ma tu lo conosci Joyce?, al quale si riferiva (pag. 196, se volete verificare di persona...).
Cose respinte
Non posso dire d’avere cattivi rapporti con le case editrici, assolutamente no. Diciamo piuttosto, che sono loro a non avere una buona predisposizione nei miei riguardi. O meglio, per essere più precisi, non tanto nei miei riguardi, quanto nei riguardi di ciò che mando loro da leggere.
Il mio primato personale riguarda il romanzo Oblò: 6 a 2, anche se conto di rifarmi col prossimo set. Va detto anche, che le due risposte positive erano di case editrici a pagamento e dunque non le considero molto rilevanti. Quindi, come si dice in gergo tennistico, un bel cappotto. Tra i rifiuti migliori, la risposta più suggestiva fu quella che mi diede Marcello Baraghini (quasi un omonimo in miniatura, ma mi riferisco solo ai nostri cognomi, sia ben chiaro!) di Stampa Alternativa. Dopo neppure un mese che gli avevo spedito il mio manoscritto, via posta ordinaria, in una busta intestata, trovo un foglietto di carta, formato cm. 9x9, battuto a macchina, sul quale c’è scritto:
Caro Giuseppe,
il racconto è gradevole ma non siamo noi l’editore che fa per te. quei due-tre libri “letterari” all’anno che possiamo pubblicare li dedichiamo, come avrai potuto constatare dal sito, ai dannati, pedofini, drogatoni, trans, e via dicendo.
Seguivano i saluti e la firma, a mano, in pennarello nero. A parte il fatto che ancora mi sto chiedendo chi siano mai ‘sti cazzo di pedofini, quantomeno – parrebbe – l’ha letto tutto e pure velocemente. Quindi, volevo dirti grazie Marcello.
Posted by Giuseppe Braga at 09:16 | Comments (1)
09.06.06
I miei personaggi mi scrivono / 1. Montanari: "Come volevasi dimostrare"
[parte oggi una nuova rubrica, all'interno della quale troveranno spazio alcuni commenti (alcuni davvero piccanti!) e risposte (alcune al vetriolo, preparatevi!) che mi sono giunte direttamente, nientemeno che dai personaggi di Ma tu lo conosci Joyce?. La rubrica non poteva che chiamarsi: I miei personaggi mi scrivono e infatti si chiama così. Oggi si comincia con un entusiasta Raul Montanari... giuse.braga]
di Raul Montanari
Come volevasi dimostrare
Avevo ragione io e torto Scarpa!
Caro Giuseppe, il libro è perfetto nel suo genere: spassoso, preciso, pieno di cose; l'ho divorato. Lo so che io esagero sempre, ma che ci vuoi fare? Non sarà Kafka, è Braga e va benissimo così. Farò quello che posso per aiutarlo, e tanto per cominciare lo pubblicizzerò nei miei corsi di scrittura, che adesso faccio solo a nome mio.
Detto fra noi, quella volta è andata così.
[…] La vecchia tremenda che forse ricorderai filmò tutta la cerimonia finale; ancora oggi, quando mi capita di rivederla, mi si stringe un po' il cuore quando arriva il momento in cui io parto con un discorso un po' imploso sul dolore di dover negare gratificazioni a chi scrive con passione, sul fatto che non c'è nessuna, proprio nessuna differenza sul piano della semplice emotività fra chi pubblica e chi non pubblica, o addirittura fra chi ha talento e chi non lo ha. A un certo punto, come forse ricorderai, Tiziano interviene e mi stronca con un aggettivo irresistibile, che fa ridere tutti:
"Raul, è inutile farla lunga: quando si respinge il testo di una persona gli si infligge una ferita immedicabile, e basta."
Quel discorso lo stavo facendo anzitutto per te; naturalmente non era alla mancanza di talento che mi riferivo, anzi, ma all'essere al di qua o al di là dello steccato.
Posso solo augurarti, con affetto e senza nessuna perfidia, di trovarti prestissimo anche tu nell'imbarazzo in cui mi trovo io ogni volta che devo dare un giudizio negativo.
Ciao!
Raul
[qui sotto, per una migliore comprensione della mail, riporto il brano citato da Raul Montanari, tratto da Ma tu lo conosci Joyce?]
Andiamo a trovare Silvana nella sua villa di Como, le guardie del corpo ci perquisiscono e solo dopo un paio d’ore riusciamo a entrare. Ci sono stati dei tentativi di furti ultimamente e allora la nostra ha dovuto correre ai ripari. Hanno provato a rubarle alcuni vecchi racconti, pare che dietro al tentativo di furto ci fosse un noto scrittore in crisi creativa. Pur essendo in crisi s’era ricordato di aver letto, anni prima, un racconto di Silvana (che durante l’intervista ci permetteremo di chiamare, bonariamente s’intende, bambina già vecchia). Da quel giorno, sconvolto dalla talentuosa bravura della fanciulla quasi marcita, la sua vita non era stata più la stessa. Il noto scrittore ora pare essersi dato all’alcol e alle corse di cavalli. La crisi creativa non l’ha ancora abbandonato, ma Silvana (ci tiene molto che si sappia), gli ha perdonato quel gesto sconsiderato e ora sono tornati a essere gli amici d’un tempo.
Silvana ci accoglie distesa sul suo divano in pelle nera, sembra serena e rilassata. Accanto a lei ha le immancabili e insostituibili caramelle alla mentuccia che rinfrescano l’alito e di cui lei ne è testimonial ufficiale su scala mondiale.
Si parlerà di talento e scrittura, non ne vedo l’ora. Accendo il registratore, si comincia.
[Nota del Redattore: di seguito viene riportato uno stralcio significativo dell’intervista. Chi volesse leggerla integralmente può visitare il sito ufficiale della nostra rivista]
i.: Ma chi te l’ha detto?
b.g.v.: Beh, Raul Montanari mi disse che avevo talento, molto talento e perciò…
i.: E perciò?
b.g.v.: E perciò, chi ha talento ha delle responsabilità in più rispetto a chi ne è privo.
i.: E perciò?
b.g.v.: E perciò io mi sono bloccata. Mi hanno diagnosticato il talento e io mi sono bloccata.
i.: Ansia da prestazione?
b.g.v.: Proprio così, esattamente così.
i.: Da non crederci però.
b.g.v.: Cosa scusa?
i.: Che tu abbia creduto a quel millantatore di Montanari.
b.g.v.: Perché offendi il mio mentore, nonché scopritore, certificatore e portavoce universale del mio talento? Come ti permetti?
i.: Te lo spiego subito. Alcuni anni fa, ti parlo di circa cinque, sei anni fa, ho avuto modo anch’io di seguire un corso di scrittura creativa tenuto da Montanari. Lo gestiva in coppia con Tiziano Scarpa (montanaro e scarpa, bella scampagnata assicurata, no?).
b.g.v.: E allora? Buon per te.
i.: Aspetta non ho mica finito. Ad uno dei primi incontri mi alzai e lessi un racconto breve. Sai, anch’io mi diletto a scrivere.
b.g.v.: La cosa, se davvero vuoi saperlo, non mi sorprende più di tanto. Ormai scrivono tutti, ormai. E non parliamo delle cose che pubblicano. Di tutto, davvero.
i.: Non mi permetterei mai di paragonarmi a te, te l’assicuro. Il mio è solo un passatempo come un altro.
b.g.v.: Ecco, già va meglio. Prosegui pure, adesso.
i.: Ho perso il filo…
b.g.v.: Mi parlavi di una sottospecie di racconto, che avevi scritto…
i.: Ah, sì, ora mi spiego. Era la triste storia di un uomo che scopre che la moglie lo tradisce e per un’altra serie di motivi tristi che non sto qui a spiegare ma che avevano reso l’uomo davvero triste, quasi un parassita vegetale, alla fine del racconto (qualche riga soltanto a esser precisi) andava a trovare in ufficio la moglie (lui il lavoro l’aveva perso e questo era un altro dei motivi che lo rendevano particolarmente triste), apriva la finestra e si buttava giù dal ventesimo piano sfracellandosi a due metri da un lampione. Polpette di carne, però almeno non era più triste.
b.g.v.: Che sottospecie di racconto triste.
i.: Hai proprio ragione, era di una tristezza disarmante. Eppure, appena terminato di leggere, Montanari s’è alzato, mi s’è fatto vicino (attenzione, era la seconda volta che lo vedevo) e ha detto, davanti a tutto il resto della classe: ragazzi, questo è un racconto bellissimo, qui c’è del talento. Tutto negatività, negazioni ripetute, tensione narrativa perfetta, eccetera, eccetera.
b.g.v.: Vuoi che ti dica che sei bravo? Guarda, te lo dico: bravo… e allora?
i.: Se mi lasci finire.
b.g.v.: Ah, ma certo, prego, vada avanti, sottospecie di talentuoso.
i.: Alla fine il Montanari dice, testuale, testuale, potessi venire fulminato all’istante: beh, questo è un racconto che paragonerei, beh sì, insomma beh, si avvicina molto al modo di scrivere, beh, di Kafka.
b.g.v.: Beh, e allora?
i.: Non capisci? Ha detto Kafka, se t’è sfuggito, Kafka ha detto. Sono tornato di corsa a casa e raggiante come il sole di ferragosto, la prima cosa che ho detto a mio padre è stata, sai che Montanari lo scrittore, ha detto che scrivo come Kafka? Mio padre m’ha guardato come si guarderebbe un deficiente che ha preso l’insolazione sotto il sole di ferragosto e poi m’ha detto, guarda che Kafka scriveva cose troppo tristi, lascia perdere, cambia genere, vai sul leggero. Ci rimasi male, si capisce, niente però, rispetto a quello che accadde dopo. Forse avrei dovuto capire qualcosa già in quel momento, chissà.
b.g.v.: Non te l’ha mai detto nessuno che sei davvero una sottospecie di deficiente?
i.: Veramente non mi sembra il caso di insultare…
b.g.v.: Forza, vedi d’andare avanti che io ho degli altri impegni oltre a quello di dover concedere un’intervista a una sottospecie di deficiente che anziché intervistarmi mi si mette a raccontare una sottospecie di stupida storiellina.
i.: D’accordo, ho capito, sarò breve.
b.g.v.: Speriamo.
i.: Dunque, arriviamo alla serata conclusiva del corso, nella sala del comune, coi fiori e col presentatore che sembrava di stare in diretta da Sanremo. In quella serata finale si leggevano i racconti migliori del corso, con assessore, bibliotecari, pubblico, eccetera, eccetera. Ero lì e ci avevo portato pure mia madre, figurarsi un po’, ero orgoglioso come una scimmia, ma mio padre, più orgoglioso di me, mica c’era voluto venire lui, scrivi cose troppo tristi vedi di cambiare genere, mi aveva ripetuto ancora e ancora, sulla soglia, poco prima che uscissi con mia madre. C’erano altri miei amici alla serata finale del corso, Montanari m’aveva accostato a Kafka e anche se a mio padre non andava a genio, Kafka restava pur sempre Kafka, insomma era una roba da farti girare la testa, e io avevo invitato tutti gli amici possibili. Beh, arriva il momento della lettura dei racconti migliori e nessuno di noi immaginava quali sarebbero stati letti (ovviamente, il mio l’avrebbero di sicuro letto, c’hai una sorta di Kafka formato tascabile per le mani e vorresti non leggerlo durante la serata finale, dove vengono letti i migliori racconti del corso?). Com’è come non è, Montanari e Scarpa ci avevano tenuto la suspense e…
b.g.v.: Dura ancora molto, scusa? E questa me la chiami sintesi?
i.: Ho quasi terminato…
b.g.v.: Mi correggo, sei una supersottospecie di deficiente.
i.: Sarà… comunque ecco che arriva il momento e io aspetto il mio turno, leggono il primo e poi il secondo e via così fino al sesto, quello che, sostengono i due scrittori, è il migliore e il meglio riuscito e io penso cazzo sì, eccolo che è il mio racconto, il mio racconto triste e disperato alla Kafka. Invece, nel breve giro di pochi minuti mi vengo a trovare in una situazione, sì kafkiana, ma così kafkiana che col mio racconto non c’entra un kafka. Ossia, come sesto e migliore di tutti, leggono il racconto d’un tizio che odierò per il resto della mia vita, un racconto dove c’è il protagonista che spara all’amante della moglie e io penso, cazzo, ma quello è il mio personaggio che è uscito, ha cambiato racconto e umore e adesso non è più tanto triste e non s’è ammazzato cadendo dal ventesimo piano, ma è andato bello spedito e ha fatto fuori l’amante della moglie. Sconvolto e imbarazzato ho salutato gli amici miei e ho riaccompagnato a casa mia madre. Lei cercava di consolarmi, io mi immaginavo mio padre che mi sbertucciava, te l’avevo detto io te l’avevo detto, sì o no che te l’avevo detto?, e mi prendeva per il culo per almeno un paio di mesi di fila, cosa che poi puntualmente è avvenuta.
b.g.v.: Bella figura da deficiente che ci hai fatto.
i.: Veramente la storia avrebbe un finale.
b.g.v.: Una sottospecie, vorrai dire.
i.: Non ci casco nelle provocazioni gratuite, io. Il giorno seguente vengo a sapere che a Scarpa il mio racconto alla Kafka aveva fatto schifo. Ma che Kafka e Kafka, avrebbe detto al collega scrittore Montanari, questo qui, riferendosi al mio racconto triste alla Kafka, è una robetta semplice semplice. Una robetta normale, un compitino ben fatto, nulla di più.
b.g.v.: Morale?
i.: Di morali ce ne sarebbero due.
b.g.v.: Addirittura…
i.: Morale uno, tra Montanari e Scarpa, vale di più, molto di più, il giudizio di Scarpa. Montanari rispetto a Scarpa è un due di coppe con briscola a fiori.
Morale due, che non può prescindere evidentemente dalla morale uno, io ci andrei coi piedi di piombo, quando a dare i giudizi è Montanari. Quello le spara giù davvero grosse, costa un cazzo a lui spararle grosse. Io insomma ci starei attento, fossi in te. Se però tu senti di avere del talento certificato e delle responsabilità così grandi…
b.g.v.: Basta, adesso mi sono davvero rotta di stare ad ascoltare le tue fregnacce. La vera morale te la dico io, se permetti. Io ho un meraviglioso talento che tu ti sogni. Tu sei una sottospecie di deficiente che mi ha fatto solo perdere tempo prezioso. Sei un frustrato e hai grossi problemi mentali, vatti a fare visitare, lo dico per il tuo bene, sai?
i.: Grazie.
b.g.v.: Figurati, non c’è di che.
A registratore spento, l’intervistatore: “Che gran pezzo di stronza che è sta qua.”
Lei invece, sdraiata sul divano, mentre si gusta una caramella alla mentuccia: “Che gran pezzo di sottospecie di deficiente che è quel deficiente sottosviluppato.”
Posted by Giuseppe Braga at 09:19 | Comments (1)