16.11.07

i miei lettori mi scrivono / 14. lo conosco Joyce?

di Lorenzo Mercatanti

carissimo Giuseppe,
ti scrivo per dirti che ho letto il tuo libro e spero ne scriverai e, soprattutto, ne pubblicherai ancora altrettanto interessanti e divertenti, nel frattempo alle librerie pratesi che conosco ho detto di tenere il tuo libro in evidenza, e quando vedo che mi hanno dato retta provvedo a dargli una spintarella io, del tipo spostarlo subito accanto all'ultimo romanzo di Veronesi che qui, puoi immaginare, vende molto bene e alla gente gli cascano sopra gl'occhi e io mi auguro che, accanto il tuo libro, funzioni quella faccenda del significante e significato.
ancora complimenti e buon lavoro alto e basso,
lorenzo mercatanti

Posted by Giuseppe Braga at 09:12 | Comments (0)

23.07.07

i miei lettori mi scrivono / 13. Dimitri Tollini

Dimitri ha letto il 'Joyce' e, in tempo reale, mi ha scritto queste due mail che riporto qui sotto.

Ciao, questa è veramente la tua mail? (pag. 65 del tuo romanzo)
Se la risposta è si, vorrei farti complimenti preventivi... sono solo a pag. 97, ma me lo sto "bevendo".
L'ho comprato un po' di tempo fa... e ieri sera mi ha "chiamato" :-)
Intenso, vibrante e fortemente evocativo. Mi assomiglia molto, moltissimo.
Grazie
[19/7/07]

Ciao Giuseppe, ho letto tutto, fino all’ultima riga. Un caleidoscopio ecco cosa mi è sembrato.
Dentro, tra i tuoi frammenti, anche pezzetti della mia vita e gran parte dei miei sogni, colorati e lucidi.
Un caleidoscopio ed un viaggio con una meta precisa e senza un arrivo, ma solo la partenza.
Mi è piaciuto moltissimo.
Io scrivo per la tv ('La prova del cuoco' tra gli altri programmi… a pag 167 mi è preso un colpo) e come tutti sogno il tuo sogno.
Grazie del ringraziamento finale, originale e tenero, che ricambio.
Mi hai fatto stare bene per un giorno e mezzo, mica è poco!
Ciao e spero di ri-leggerti presto.
Con stima, vera.

Dimitri Tollini
[20/7/07]

Posted by Giuseppe Braga at 19:25 | Comments (5)

06.12.06

I miei lettori mi scrivono / 12. Giuseppe Rasconi

Impressioni a ruota libera

di Giuseppe Rasconi

Ho parlato con diversi amici che come me hanno letto “Ma tu lo conosci Joyce?” e ripensando ad alcuni episodi, l’avventurarsi e le peripezie dell’aspirante scrittore in cerca di successo, nei meandri kafkiani delle scuole di scrittura e della vita, non potevamo non scoppiare a ridere.

Devo anche ammettere che alcuni giorni fa, quando ho finito di leggere il libro, m’è un po’ dispiaciuto. Non sono un divoratore di romanzi, per intenderci, di quelli che ne leggono quattro/cinque al mese, al massimo nello stesso periodo riesco a leggerne uno o poco più. Un romanzo, a me piace assimilarlo, senza fretta, viverlo e per quanto possibile memorizzarlo. E pur avendone letti molti, sono pochi i libri per i quali ho provato dispiacere perché finissero; per quel che mi riguarda si contano sulle dita della mano.
Devo dire che all’inizio “Ma tu lo conosci Joyce?” mi sembrava rivolto ad una stretta cerchia di persone, velato, che richiedeva anche un certo impegno per entrare in sintonia con l’atmosfera: le citazioni, i personaggi, quelli famosi e non, la libreria Tikkun.
Poi, come in un giorno in cui la nebbia dirada lentamente, si è manifestato a poco a poco, straordinario.
Dall’inizio per me un po’ uggioso, si apre gradualmente, con le serate fuori città dell’aspirante scrittore e l’atmosfera Kafkiana e divertente degli indimenticabili primi successi: Pioltello con la “Gazzetta della Martesana” , Genova per “Terre di mezzo” e Zanè per la presentazione dell’antologia di “Scontrini”. Ma è da "Voce del verbo Rollare" in poi, che il romanzo spicca veramente il volo, decolla in modo geniale, in un crescendo di situazioni comiche, e un po’ amare ("Gli editori, questi sconosciuti") e autoironiche e veramente spassose (tant’è che mentre stavo leggendo in un treno un po’ affollato l’episodio di “Cose pelose” e di C.D., non sono riuscito a trattenermi dal ridere, fortuna che c’era mia moglie, mi sarebbe proprio scocciato mettermi a ridere da solo, davanti agli altri passeggeri).
In questo romanzo mi sono per molti aspetti immedesimato, come in “Certezze Ma-tematiche” dove quel che c’è scritto m’ha in gran parte coinvolto, e che posto sapientemente in fondo al libro, provoca in persone come me, il dispiacere che a questo punto sia finito.

Posted by Giuseppe Braga at 09:00 | Comments (0)

12.09.06

I miei lettori mi scrivono / 11. Pur non essendo un romanzo...

di Francesca

Ho appena finito di leggere “Ma tu lo conosci Joyce?” e volevo dirti che mi è piaciuto tantissimo, ho riso molto, ma soprattutto mi ha permesso di mettere il naso in molte cose dalle quali mi tenevo lontana per paura o timidezza, chissà. Comunque ti volevo dire fondamentalmente due cose:

1- che il tuo libro, pur non essendo un romanzo, con la trama e tutto il resto mi ha fatto l'effetto che a volte fanno i bei romanzi, e cioè che quando li finisci ti accorgi di esserti affezionato ai personaggi talmente tanto che lasciarli ti dispiace (e qui penso soprattutto alla Signora Dettaglio, a Parazzoli e a M.r. E.P. - anche se probabilmente incontrati dal vero non sarebbero per nulla così).

2- io vorrei proprio tanto leggere "Oblò". È stupido da parte mia, nel senso che non so nulla di quel libro, di cosa parla, quanto è lungo, chi sono i personaggi... però, non so perché, io lo vorrei proprio leggere. Forse è proprio il fatto che per il momento non sia reperibile a far insorgere desideri così immotivati, in fondo chi non ha pensato, almeno per un momento, di voler leggere “Canemacchina” di Guido Laremi?

Ad ogni modo, spero che nel frattempo tu abbia trovato un editore.

[...]

ciao e grazie

Francesca

Posted by Giuseppe Braga at 10:19 | Comments (3)

06.09.06

I miei lettori mi scrivono / 10. L'aspirante scrittore, un animale sociale

di Andrea

Ma tu lo conosci Joyce?

Che dire, è la prima volta nella mia carriera di lettore che mi imbatto in un libro scritto da una persona che ho conosciuto, anzi è la prima volta che leggo un libro con in copertina mezzo ritratto di una persona che conosco.

L'approccio è stato cauto e timido, avevo l'impressione di entrare nell'intimità altrui e per contro, assegnare il vero volto ad alcuni personaggi, toglie un poco all'immaginario che solitamente una lettura mi solletica.
Dopo un inizio un poco ostico dove ho vinto un po' i miei timori di intruso, la narrazione mi ha avvolto e mi sono ritrovato nel sotterraneo della libreria Tikkun alla luce delle candele (per la verità quando c'ero stato avevano ancora le lampadine).
Il libro mi ha sorpreso, mi ha rivelato che l'aspirante scrittore non è un animale solitario come immaginavo, ma bensì un animale sociale che si riunisce in branchi dove ognuno cerca e trova i difetti veri o presunti dell'altro in nome di un talento che è sempre superiore a quello altrui, regola a cui non sfugge neanche il protagonista.
Mi ha sorpreso scoprire che questo atteggiamento non abbandona l'animale scrittore quando diventa famoso, ma cambia solamente obbiettivo indirizzandosi altrove o in altre forme, che sia una peculiarità dello scrittore?
Una narrazione fluida, allegra e un ritratto graffiante del sottobosco letterario sconosciuto ai più.

Dopo la lettura, "Ma tu lo conosci Joyce?" riposa sullo scaffale accanto a “Il Partigiano Johnny”, chissà che sia di buon auspicio… (guarda che quel libro merita proprio).

Andrea

Posted by Giuseppe Braga at 07:29 | Comments (0)

12.07.06

I miei lettori mi scrivono / 9. Francesca Pagliarulo

Ho appena finito di leggerlo, il tuo romanzo-diario-riscossa-di-ogni aspirantescrittore.
Carissimo giuse.braga, grazie.

Mi sono divertita immensamente perché alla fine, voi aspiranti, siete molto più coraggiosi e simpatici (non tutti, ma almeno quelli che compaiono nel tuo libro) di noi che non osiamo neanche aspirare! Pensa che io non ho mai preso una penna in mano (se non quando abitavo in Giappone, ma quella è un'altra storia) perché, ogni volta che cominciavo a formulare una frase mentalmente, già mi vedevo attorniata dagli scrittori più grandi di tutti i tempi. Specialmente quelli già morti che incutono anche più timore. Non ho mai frequentato un corso di scrittura creativa ma, avendo appena aperto una libreria a Venezia [lo scorso giugno, ndr], ne ospiterò uno da ottobre. Allora avrò la scusa per infiltrarmi con discrezione. La mia è una libreria di viaggi (viaggi e miraggi, come dire) e non solo. Sarebbe molto bello se tu avessi voglia di presentarci il tuo libro o magari di venire a parlarci della tua esperienza di veterano di corsi. Fammi sapere se sei interessato.

Ti faccio i miei migliori auguri, non demordere che mi sembri sulla strada giusta.

Francesca

Posted by Giuseppe Braga at 14:35 | Comments (0)

04.07.06

I miei lettori mi scrivono / 8. Giuseppe Carlotti

Odio gli scrittori

di Giuseppe Carlotti

[Giuseppe Carlotti , l'autore di Klito, romanzo uscito per Fazi Editore lo scorso anno, ha letto Ma tu lo conosci Joyce?. Ecco, a riguardo, il suo commento. gb]

Odio gli scrittori e tutto quello che rappresentano. Li trovo spocchiosi e davvero troppo narcisi. Nessuno è uno scrittore, forse nemmeno Joyce lo era. Siamo tutti esseri umani, qualcuno di noi scrive, c'è chi lo fa meglio e c'è chi lo fa peggio. Poi ci sono i critici, coloro che leggono i libri, ed i più nemmeno li leggono. Peccato, perché quello del critico è un mestiere autentico.

Ad esempio Antonio De Benedetti è un critico letterario. Quando entri a casa sua vieni investito dall'odore della carta. Successivamente scorgi migliaia di libri accatastati, dal pavimento fino al soffitto. Libri disposti su librerie pericolanti, tavoli, divani, davanzali delle finestre. E quando senti parlare Antonio De Benedetti vorresti stare lì ad ascoltarlo per sempre. Quando parla di Moravia, ad esempio. O di Dacia Maraini. Ora. Antonio ha pubblicato numerosissimi libri. Lo si potrebbe definire uno scrittore sopraffino. Ma io non credo che lui si autodefinirebbe scrittore. E' una persona troppo intelligente. Allo stesso modo, non definirei Giuseppe Braga uno scrittore. E scrittore -poi- per quale motivo? Forse perché qualcuno-da-qualche-parte-alla-fine-dopo-tanto-peregrinare-ha-pensato-di-pubblicargli-un-libro? Giuseppe Braga scrive da anni, ed il fatto che oggi sia acquistabile in libreria un suo romanzo non cambia assolutamente nulla. Nel merito, "Ma tu lo conosci Joyce?" è intriso di un umorismo milanesotto alle volte pesantello (specie quando l'autore si attarda in mimesi stilistiche di altri autori) ma tuttosommato godibile. Vi assicuro che non varrebbe la pena di leggerlo, se fosse tutto qui. Il libro di Braga, invece, merita assolutamente di essere letto perché è una miscela esplosiva di rabbia autentica e di quel risentimento che solo gli sconfitti riescono a provare, elaborare e mettere su carta. In questo senso Braga è un perdente: anche i perdenti, alla fine, vivono i loro trionfi. Non mi soffermerei tanto, ad esempio, sui ritratti dei docenti e dei vari "scrittori" incontrati da Braga nei corsi e seminari da lui frequentati. Quelle sono caricature da sorridere, sono pagine carine, a volte persino omaggi... nulla di veramente impattante. Invece è grandioso il ritratto dei compagni di corso: una masnada di derelitti (per giunta ipercompetitivi e terribilmente cinici) destinati ad essere spremuti nelle loro più estreme sostanze psico-economiche dal sistema perché... Perché le pecore sono pecore e come tali vengono semplicemente scannate. Uomini e donne che si invidiano, si odiano, si agitano e si picchiano per un mezzo elogio in più, per un "bravo" detto a mezzabocca a seguito della lettura ad alta voce di raccontini peggio che mediocri. Questi corsisti sono in realtà zombie senza speranza, gente destinata all'oblio, schiavi del nuovo millennio, condannati persino a combattersi tra di loro senza che in lontananza si intraveda mezzo -autentico- posto al sole. Arance (con poco o nullo succo) da spremere e gettare via: la nostra generazione in un ritratto autenticamente spietato. Peccato che quando Braga si renda conto di "stare esagerando", si tiri un po' indietro, quasi impaurito dalle stesse circostanze che racconta, quasi atterrito dal timore di risultare pesante per il lettore o, peggio, querelabile. Lo scrittore deve essere un violento! - mi verrebbe da dirti, mio caro omonimo di nome (ed in qualche episodio anche di fatto). Sono piccole ingenuità tipiche dell'esordiente, credo, che tuttavia non tolgono nulla al valore del romanzo. Intendiamoci: io sono convinto che la massa degli idioti troverà questo libro "irresistibilmente divertente". Confido invece che pochi sensibili ed ardimentosi lo trovino "terribilmente vero, drammatico e rabbioso", quale in effetti è.

Posted by Giuseppe Braga at 07:11 | Comments (8)

30.06.06

I miei lettori mi scrivono / 7. Gianluca Antoni

Da eterno aspirante scrittore, quale io sono, ho goduto nel rispecchiarmi nelle vicende raccontate in Ma tu lo conosci Joyce?. Giuseppe Braga è riuscito a dipingere con ironia questo eroe incompreso dall'ego sproporzionato che si sente vittima di un mondo editoriale incapace di cogliere e valorizzare il proprio genio. Eroe perdente, finchè non abbandona il ruolo di vittima e non mette realmente in discussione il proprio talento. È un romanzo spassoso, ben scritto e lucido.

Gianluca Antoni

Posted by Giuseppe Braga at 10:24 | Comments (0)

28.06.06

I miei lettori mi scrivono / 6. Francesca Susani

Ecco. L’ho finito anch’io il libro di Giuseppe.

Vorrei premettere, visto che mi sembra che tutti i lettori che hanno scritto finora sono aspiranti scrittori, che io non lo sono. Sono un’amica di Giuseppe (non quella che ha avuto l’idea delle foto sul blog. No, no!). Sono forse anche un’aspirante scrittrice mancata: quando Giuseppe si è iscritto al primo (credo) corso di scrittura (che non penso sia lo stesso di cui racconta nel suo libro), un pensierino ce l’avevo fatto anch’io.

Mi sono decisa un anno dopo che lui aveva iniziato… mi sono proprio iscritta, con un’amica di allora, poi hanno cambiato orario, sede, non ricordo, l’amica ha seguito il corso, ma io non potevo… e così è finita lì la mia carriera di aspirante scrittrice.
E’ passato qualche anno. Giuseppe ha pubblicato un libro, io ho fatto due figli e ho capito che in fondo non sono fatta per scrivere… meglio leggere e correggere (!) i testi degli altri. Che poi è parte del mio lavoro… Forse in fondo è anche una mia piccola vendetta su chi invece ce l’ha fatta… chissà?

Comunque, torniamo al libro.

Quando Giuseppe mi ha detto che usciva un suo libro, non ho neanche lontanamente pensato che potessi non leggerlo, benché avessi già letto qualcosa scritto da lui e non ne fossi rimasta entusiasta. Ero ammirata dal fatto che riuscisse a creare racconti dall’inizio alla fine, a creare personaggi... ma quello che scriveva non era esattamente il mio genere.
Ma anche questa volta l’affetto per lui mi ha fatto prendere in mano il suo libro e iniziare a leggere… e, sorpresa, mi è piaciuto! Inizialmente pensavo che fosse perché conoscevo l’autore, perché me lo immaginavo a scrivere, me lo immaginavo perfettamente negli episodi che raccontava. Poi mi sono persa nel seguire i racconti e mi sono dimenticata di chi scriveva. Ogni tanto mi tornava in mente quando mi capitavano i capitoli che avevo ascoltato nel suo Reading, al quale nel frattempo ero andata. E allora mi divertivo ancora di più ricordando la sua voce che leggeva.
Il libro mi ha fatto proprio ridere (e chissà che qualcuno in metropolitana non abbia notato la copertina del volume che leggevo, ridendo di gusto, io l’ho sempre tenuta in bella mostra!).
I corsi di scrittura a qualcosa sono serviti, perché lo stile, rispetto ai primi tempi, è decisamente migliorato! E poi, c’è un cosa di cui sono grata a Giuseppe: e cioè che mi ha fatto prendere in mano un libro che altrimenti non avrei mai letto. Chi mi conosce mi accusa di essere piuttosto rigida nella scelta dei libri da leggere e un po’ è vero. E un libro come quello di Giuseppe non l’avrei mai preso in considerazione! E invece l’ho letto, e mi è piaciuto un sacco! Che dire di più?

Francesca Susani

p.s. Ehi, Matteo Ninni, il tuo commento mi è piaciuto molto, ma Giuseppe lo vogliamo vivo e vegeto!

Posted by Giuseppe Braga at 08:12 | Comments (2)

22.06.06

I miei lettori mi scrivono / 5. Cosa mi hai fatto ricordare Giusé.

Di Emanuele Gandolfo

Ti do del tu vista la nostra quasi coetaneità: tu in vista dei quaranta, che io da pochissimo ho accusato nel corpo e nella mente.
Arrivo a pag. 98 e compare "Storie. L'arte di scrivere", le vescicole sinaptiche, stancamente riversano neuromediatori nei valli ormai secchi: è la folgorazione.
Pure io mandai due raccontini. E pure io ricevetti risposta.
Vado a copiare, ovviamente ho tenuto copia della rivista, numero trenta del 1998; il secolo scorso ormai.

"Il racconto "Trambusti" ricorda una situazione ricorrente nella narrativa di Beckett: un individuo monologante seduto su una poltrona, in una situazione di quasi completo annichilimento e stimolato a parlare solo da sensazioni viscerali del proprio corpo. Il tono generale della narrazione è però ironico, con la scoperta che il brusio di fondo nella stanza, percepito dall'udito allucinato dell'io narrante, proviene dai propri testicoli.
Tale ironia è sostenuta da una vivace creatività linguistica che mantiene sempre alta la tensione narrativa. Una buona prova."

Nell'altro racconto si evocava mientepopodimeno che Gadda. Che dire: leggendo il tuo libro mi hai riportato alla mente un periodo più vivace e produttivo della mia vita. Io al tempo Storie lo comprai da Feltrinelli a Roma.

Il tuo libro mi è piaciuto. Nel senso che hai utilizzato un punto di vista ed uno stile molto accattivante. Mentre leggevo l'Ombra Scorticante di Moresco affiorava inquietante. Dopo aver letto “Lettere a nessuno” e i “Canti del caos” il tuo libro è quasi un balsamo vivificante.
Viviamo in un mondo difficile ma ci si può pure divertire non indulgendo alla comprensione. Fermo restando che “Lettere a nessuno” è un testo molto importante, ma...

Come vedi il tuo libro ha connesso neuroni con relative emozioni e ricordi.

Smesso no [di scrivere], ma sospeso sì. In questo periodo dopo la
nascita di mia figlia anche leggere (attività che sopra ogni altra mi da goduria smodata) è diventato difficilissimo.

buona giornata e buone cose

Emanuele Bruno Gandolfo

Posted by Giuseppe Braga at 11:28 | Comments (0)

15.06.06

I miei lettori mi scrivono / 4. Matteo Ninni

Mani sul tavolo, Giuseppe Braga.

di Matteo Ninni

Sono anche io un aspirante scrittore. O meglio, io lo sono ancora, mentre il buon Giuseppe Braga ormai è nell’olimpo dei pubblicati e ne siamo quasi tutti entusiasti, quasi perché tra gli aspiranti scrittori sono parecchi quelli invidiosi, che girano con i coltelli da cucina in tasca. Quanti ne ho visti.

Anche io ho frequentato covi di aspiranti scrittori e proprio in un covo di questi ho conosciuto il nostro, vostro Giuseppe Braga.
Bravo ragazzo, che ne dicano le vecchiette, forse impressionate dal suo look molto dark con quel capello nero lungo e gli occhiali spessi e la maglietta e i pantaloni rigorosamente neri.
Un vero indiano metropolitano dark ben disposto verso la letteratura.
Che poi io, il G.B., sono anni che non lo vedo. E quindi, come si fa con le persone che non ci sono più, i defunti, ho in testa una sua immagine che potrebbe essere un falso clamoroso, una di quelle costruzioni della mente, un braga idealizzato, insomma.
Oltretutto non sono più tanto sicuro che abbia mai portato gli occhiali. Né che porti sempre tutto nero addosso. Nella copertina del libro, ad esempio, non ce li ha gli occhiali. Però io me lo ricordo così. Bravo ragazzo.
Quando ho saputo che il Giuseppe Braga avrebbe pubblicato un libro, che me l’ha detto lui, ho subito pensato alle sue mail che tengo conservate nella cartella di posta arrivata.
Sono mail in cui mi dava consigli sui miei racconti, proprio mentre frequentavamo lo stesso corso di scrittura, il covo di cui parlavo sopra, immortalato per sempre nel suo best seller.
Mi sono detto, tu pensa se il Giuseppe Braga ci muore, grandi funerali, discorsi ufficiali, onorato dalla stampa nazionale, da una piazza di Milano e dall’insegna di un negozio di bigiotteria dark. Io avrei delle sue mail.
AH!
E’ solo questione di scegliere il momento giusto, il decennio dalla morte, il quarantennio dalla nascita, l’inaugurazione di una scuola di scrittura con il suo nome, l’apertura in via Torino di “Ma tu lo conosci Joyce – Bigiotteria Dark”.
Sono convinto che nella vita bisogna avere un piano e questo è un buon piano.
Prima cosa, chiedere a un avvocato o a un notaio di certificarmi l’autenticità di quelle mail. Seconda cosa, io c’ero. Sono testimone di buona parte di quello che in “Ma tu lo conosci Joyce” il nostro Giuse racconta. La libreria Tikkun io l’ho vissuta. Le valige di Paraz’ zeppe di ritagli io le ho viste. Della Signora Dettaglio ho l’indirizzo mail. Ho conosciuto la “simpatica ragazza che legge sempre lei” e “la bambina già vecchia”, credo o comunque ho ben presente due esemplari della stessa razza. Io in questo libro mi sono sentito a casa. L’ho visto prima nella realtà di tutti i giorni, come un compagno di trincea di Rigoni Stern, o un collega delle poste di Bukowsky, o Alberto Granado in moto con il Che. Potrei proporre un “dietro le quinte” per le pagine della cultura del Corriere, un “Io che ho visto Giuseppe Braga prendere appunti sul suo taccuino”. Insomma se il G. B. schiatta sono soldoni.
Quindi.
Bravo Giuseppe Braga!
Continua a scrivere! (E a bere…).
E tutti voi continuate a leggerlo.

Con affetto – Matteo Ninni.

Posted by Giuseppe Braga at 13:25 | Comments (0)

14.06.06

I miei lettori mi scrivono / 3. Un interessante carteggio con Remo Borgatti

Come fa un illustre sconosciuto ad emergere?

di Remo Borgatti

Egregio Giuseppe Braga,

ho acquistato e letto il Suo romanzo con l'intima convinzione (che era quasi una certezza) di trovarvi all'interno la conferma a molte se non proprio a tutte) delle opinioni che mi sono fatto dopo quasi quattro anni di frequentazione del mondo letterario-editoriale.
Ebbene sì, fuorviato dalle parole di Matteo B. Bianchi (che ha definito il libro alla stregua di un dizionario pratico per aspiranti scrittori) e speranzoso forse oltre il lecito, ho divorato le Sue duecento e passa pagine con lo spirito di chi cerca qualcosa in cui identificarsi. Inutilmente.

Alla fine, dopo aver salvato lo stile, mi sono rimaste in mano solo
alcune "perle" in un mare di concetti già detti e sentiti mille volte.
E mi è dispiaciuto. Sì, perché ho avuto la sensazione che Lei abbia sprecato una buona occasione per spiegare (o quantomeno provare a farlo, basandosi anche sulle Sue esperienze) i meccanismi e le relative storture di un mondo bizzarro, qual è senza dubbio quello editoriale.
Ho deciso di scriverLe dopo aver letto che la Grimaldi lamentava la prevedibilità dei finali nei libri gialli, in cui a prevalere è sempre la giustizia, e dopo aver intuito che lo stile che Lei predilige sia quello ironico-umoristico; ho deciso di farlo perché, guarda caso, io ho pubblicato due romanzi (con altrettante microscopiche case editrici non a pagamento) di cui il primo è un chick-lit al maschile e il secondo un giallo in cui l'assassino la sfanga; ho deciso di farlo perché il manoscritto che ho appena terminato è un romanzo in cui la trama non è affatto lineare e priva di complicanze. E nessuno si prenderà la briga di leggere e, meno che mai, pubblicare.
E allora? si starà chiedendo. E allora è proprio questo il punto. Il punto è che nel Suo libro avrei voluto trovare la spiegazione alla domanda: come fa un illustre sconosciuto ad emergere? Semplice, non emerge. Perché continuare a citare i soliti Carver e compagnia bella quali esempi di scrittura, quando poi il successo lo fanno Brown, Faletti e King? Non sarebbe meglio cercare di scrivere come loro? O come la Oates? O come Tom Wolfe? E non era meglio approfondire maggiormente il discorso relativo agli editori a pagamento, anziché liquidarlo in poche pagine?
Lei, che ha avuto il merito di farsi pubblicare da Sironi, doveva a mio avviso osare di più (sempre se esisteva la concreta possibilità di farlo) per trasformare il suo romanzo (che romanzo non è, bensì diario di esperienze) in una piccola bibbia per quella massa in costante moltiplicazione che è il popolo degli aspiranti scrittori.

La ringrazio per l'attenzione e La saluto.

[n.b.: dopo la mia risposta, Remo, a sua volta, mi ha scritto la seguente mail]

Caro Giuseppe,

va bene per il tu. Grazie a te per la risposta. In realtà, nella mie considerazioni precedenti temo di non essermi espresso come avrei voluto, preso com'ero dal bisogno-esigenza di dire tante cose in uno spazio ristretto (per evitare di farti venir sonno).
In realtà il tuo libro l'ho letto con piacere, ne ho particolarmente apprezzato lo stile (simile a quello del mio primo romanzo che, per inciso, se ti può interessare te lo spedisco per un giudizio a cui terrei molto) e l'accuratezza con cui hai descritto le situazioni citate. Su questo nulla da dire e se la tua intenzione era appunto quella di raccontare una storia di vita (più o meno, ma credo più più che meno) vissuta, niente da eccepire.
L'equivoco si è venuto a creare nel momento in cui le mie aspettative in parte alimentate anche da alcune frasi del risvolto di copertina) hanno cozzato contro un libro che accenna ma non affonda, lascia intuire e lascia sospesi. Aspettative, lo ribadisco, generate dalle molte domande e dalle altrettante constatazioni a cui sono giunto in questi anni di frequentazione editoriale e che avrei voluto ritrovare dentro "Ma tu lo conosci Joyce?".
Quindi forse il problema è più mio che tuo. Forse sono io che, aggirandomi tra gli stand del mercato-fiera di Torino, e vedendo centinaia di persone con borsette piene di gadget e vuote di libri, cercavo di capire (inutilmente) come funziona questo strano mondo.
Forse sono io che, quando ancora non avevo mai avuto rapporti con un editore, pensavo che loro (quelli seri, naturalmente, quelli non a pagamento) esistessero anche per accrescere il valore di un testo, anziché mortificarlo, prosciugarlo e tagliarlo brutalmente con il simbolo del dollaro al posto delle pupille, manco fossero Zio Paperone, perché "ogni pagina ha un costo e dato che sei un esordiente non puoi pensare che il tuo libro abbia un prezzo come i best-seller e allora via tutto l'inutile". Ma quanto c'è di veramente utile in un romanzo?
Ogni libro può essere ricondotto alla sua sinossi, un paio di cartelle.
Sai che risparmio? Forse sono io che quando leggo da più parti che "chissà quanti talenti inespressi ci sono in Italia; bisognerebbe dare loro voce!" ci credo per poi verificare che i media finiscono invariabilmente per recensire sempre i soliti nomi, le solite grosse case editrici (o qualche strano personaggio, sicuramente raccomandato).
Forse sono io che se devo fare una presentazione in libreria mi guardano come l'ultimo degli appestati (quando decidono di prendermi in considerazione, quando ordinano trenta copie del mio libro e lo lasciano quindici giorni in magazzino, se lo dimenticano, dicono a quei pochi disgraziati che io stesso ho indirizzato in libreria che il libro non esiste per poi riferirmi che non hanno venduto molte copie), dicono che l'unica data disponibile è il tal giorno poi arriva un altro autore pubblicato da Mondadori e improvvisamente si aprono le cateratte e c'è posto fino al...
Beh, penso che basti e spero che a questo punto davvero il tuo pc emetta un qualche suono intenso allo scopo di svegliarti, perché stavolta davvero ti sarai addormentato.
E' stato comunque un piacere colloquiare con te su lunghezze d'onda sulle quali ritengo entrambi siamo sintonizzati. Mi complimento con te per essere riuscito a pubblicare con Sironi (che non è Bompiani, ma ho la sensazione sia un ottimo editore) e ti autorizzo a fare delle mie mail ciò che ritieni più giusto e utile. Potremmo dilungarci all'infinito, su questi temi, e chissà che un giorno non ci sia occasione per farlo a voce. Per ora accontentiamoci di quello che passa il convento, tanto per banalizzare. Intanto leggerò i tuoi scontrini e mi auguro che qualcuno, prima o poi, prenda in considerazione i tuoi manoscritti inediti; se lo stile è il medesimo, li leggerò volentieri.
Anche a me è successo, rileggendomi, di sorridere da solo ed è un bel segno. Avrei molto da dire anche su questo, ma temo che il tuo pc non preveda una doppia sveglia e quindi ti saluto. Alla prossima e scusa il disturbo.

Remo Borgatti

Posted by Giuseppe Braga at 15:03 | Comments (2)

07.06.06

I miei lettori mi scrivono / 2. Monica mi scrive

(un amico in comune: Luigi)

di Monica

Ciao Giuseppe, scusa, mi permetto di darti del tu pur non conoscendoti.
Sto leggendo il tuo libro e alla pagina 65 mi sono detta, gli scrivo. Ti chiederai il motivo. A parte dirti che il tuo libro mi rapisce, fosse anche solo per il fatto che mi sono immedesimata nel "tuo" personaggio, ossia in te, ma anche per lo stile linguistico, senza fronzoli, diretto, con "neologismi post-urbani". E poi la curiosità. Eh si, quella sta giocando parecchio.
Sto frequentando il corso di scrittura avanzato. E anche io ho trovato una Signora Dettaglio.

Ah, a proposito, mi presento. Sono Monica.
Lascia perdere le critiche, specialmente quelle che arrivano da certe persone, che parlano solo per parlare. Devi scrivere e scrivere senza arrenderti, queste le parole del nostro amico in comune.
Non so bene chi sia la tua B.G.V.. Noi ne abbiamo una al corso, che corrisponde alla descrizione nel tuo libro. Mi ha attaccato e stroncato durante la lettura di un mio racconto breve (Rollo era di turno quella sera). Quella sera ho messo in dubbio le mie passioni da scribacchina. Tutto per un commento freddo e "stroncaiolo".
Comunque, quello che volevo dirti (avevo cominciato a di-vagare) è grazie. Per avermi dato la conferma di non essere io quella sbagliata. Ho passato giorni a non scrivere, dopo quella lezione di Rollo.
Mi stai dando coraggio, insieme a Luigi, nell'osare e farmi spazio tra i commenti snob nel blog (la rima non va bene, lo so, machissenefrega è una mail). E tra i pre-giudizi dell'ultima fila del nostro corso.

Il monologo del Signor P. è fantastico!!!Ho riso da sola come una cretina per mezz'ora con la scena della telefonata che si svolgeva proprio davanti ai miei occhi, in maniera nitida.

GRAZIE PER IL TUO LIBRO E L'IRONIA CHE REGALI.
Monica

Posted by Giuseppe Braga at 15:32 | Comments (2)

01.06.06

I miei lettori mi scrivono / 1. Mestiere: aspirante scrittore.

[inauguro oggi, con molto piacere, una rubrica/sezione parallela ai Piani alti, nella quale troveranno spazio alcuni commenti e risposte che mi sono pervenute da persone che hanno avuto la bontà di leggere il mio libro. Si comincia oggi con Filomena. A presto, per altre succose novità... giuse.braga]

Mestiere: aspirante scrittore. Teorie e deliri sul caso, con riferimento.

di Filomena V.E. Matarrese

Sì, io lo conosco Joyce.
James Joyce, classe anno 1882, nato a Dublino, Irlanda, terra di poeti, navigatori e santi come l’Italia (dicono).
La sua era una domanda retorica?
Non si fa infatti riferimento alcuno a Joyce, se non tra i testi che non ha letto. Il che è un vero peccato.

E chiede se mai ci sarà qualcuno che si ricorda il primo libro letto.
Io sì, io ce l’ho scritto dentro, nel profondo. Era L’isola di Arturo di Elsa Morante. Avevo dieci anni, o giù di lì.
E dei classici ho fatto incetta, ma perché non avevo altro di che cibarmi, forse, e volevo conoscere, e leggere, e scrivere. Pensa che a due anni e mezzo piangevo perché volevo, per l’appunto, scrivere.

Io non so che farmene di quelle scuole di cui lui parla, lui che (sembra) reputa essenziale ed inscindibile quasi dal mestiere di scrittore quello di aver preso parte a corsi, o scuole, di scrittura creativa (ironizzando, of course) .
E vengono in mente Emily Dickinson che aveva scelto un esilio pressochè volontario.
Alessandro Manzoni che scrisse i Promessi Sposi senza essere andato a lezioni.
Dante Alighieri che non aveva nessuno che gli faceva il correttore di bozze.
Per fare alcuni esempi, ecco.

Nonostante il bel romanzo (che romanzo non è, quantunque lo si indichi in copertina) ci sono dei punti ben riusciti, perché è esilarante, perché è molto discorsivo.
Il bello della sua scrittura è che sembra di aver appena ricevuto una telefonata da un amico che non senti da parecchio, e che racconta tutte le novità della sua vita negli ultimi dieci anni, e lo fa con una simpatia che rende il discorso piacevole e a tratti accattivante. Soprattutto se poi nel mentre si dà un’occhiata alla copertina, dove troneggia lo sguardo scanzonato ed inquisitore dell’autore, che attira inesorabilmente il lettore spaurito che vaga in una libreria alla ricerca di qualcosa che “lo chiami”.

Il punto migliore del testo, l’apice, è la ricetta.
O meglio, se ho ben capito, se il libro da scrivere dovesse avere una ricetta, sarebbe:
"1/3 di John Fante; 1/3 di Bukowski; 1/6 di Salinger; 1/6 di Carver; un pizzico di Aldo Nove e di Niccolò Ammaniti. Frullare l’impasto e mettere in forno a 180° C per 45 minuti abbondanti. Lasciare intiepidire e servire freddo, spolverare a piacere con Roddy Doyle stagionato".
Davvero niente male, per chi ama la cucina, e la scrittura.

Notevoli gli assiomi, a mo’ di dogmi: In pratica, ‘sto Propp che non si studia più, almeno pare sia così, è stato uno che ha posto basi solide per classificare i generi.

Da tutte le parole, le frasi, le virgole e gli apostrofi spunta lui, lo scrittore e l’uomo Giuseppe Braga, che ha frequentato due scuole di scrittura creativa e che il massimo è Raymond Carver e il lettore se lo deve ricordare, Carver come quando si intaglia il legno e il segno rimane, Carver come gli sci, che fanno carving facendo scricchiolare le lamine sulla neve. Dice che Carver è il numero uno, il padre della brevità.
Ok, va bene, la brevitas. E se uno ha tanto da dire, come la mettiamo?
Non è che si è prolissi perché si vuol esserlo, è come una malattia congenita. E’ la stessa cosa di una persona che nasce con la propensione per i numeri e la matematica, e chi invece per il linguaggio.
Come si fa a non essere prolissi, se impari le (potenti) armi della comunicazione? Le mettono subito al tuo servizio e tu che devi fare? Amare la brevitas? Non sia mai detto. Che per carità, a me piacciono anche gli haiku, adoro gli ideogrammi che condensano un bel popo’ di roba in un’immagine, amo la potenza del simbolo in tutto il suo splendore, però mio dio, non mi si venga a dire che la brevitas è oro colato e la prolissità tende alla spazzatura.
E’ chiaro che dipende anche da cosa si vuol dire. Ecco, appunto. The message to convey, questa cosa si rende meglio in inglese, che della brevitas ha fatto la sua arma. Tremila parole italiane e due inglesi, e il gioco è fatto.

…poi arrivi tu, Giuseppe Braga, e alle critiche reagisci con un sorriso.
Mi viene da chiedere se è finzione, ma si avverte che giochi diversamente, che non te ne curi. Quasi quasi te ne compiaci (stile Wilde, per bene o male che se ne parli, l’importante è che se ne parli).
A volte sembra simpaticamente che volevi parlare e scrivere e conoscere e vedere e sentire e vivere, che so Aldo Nove, perché alla fine bramavi smaniosamente un suo consiglio “Dai tu che sei lì in cima dimmi come hai fatto ad inerpicarti”. Questo va bene per il trekking, ma un nuovo sport è la scalata dell’aspirante scrittore, e il libro di Braga è un manuale da centodieci e lode.
Per questo gli aspiranti scrittori ringraziano.
Perché ci si sente un po’ tutti scribacchini dei nostri tempi, e Braga si distingue per il suo bel modo di osservare la realtà, e soprattutto di viverla e trasporla, affinché non se ne perda il senso assurdo. C’è chi ha detto che scrive un po’ alla beat, in realtà ha il suo stile, e colpisce dritto nel segno.
Al contempo a volte traspaiono insicurezze naturali, umane: per quale motivo dobbiamo venire a patti con qualcosa che ci circonda? Perché mi si dice che uso troppi aggettivi e sono logorroico? Perché meglio meno onomatopee, anafore, e parlar solo di ciò che si conosce bene?

E nella seconda parte dell’opera, Giuseppe si improvvisa quasi medico, fornendo validi sostegni alle crisi di chi smania per la pubblicazione: sciorina liste di artisti musicali, elenchi di autori da cui non si può prescindere.

Il libro termina ma sembra che Giuse sia ancora lì con la penna in mano, ed infatti ha fornito a più riprese il suo indirizzo di posta elettronica: il desiderio di comunicazione e di raccontare/raccontarsi non si esaurisce con l’ultima pagina, ma continua a fluire nella mente, nelle idee e nell’anima dei lettori.

Posted by Giuseppe Braga at 13:47 | Comments (4)