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06.08.08
Quella notte sull’elefante con Nicole, al Moulin Rouge!
di Giuseppe Braga
Categoria: Scriver cover sui tetti di Parigi
Protagonisti: Christian (Ewan McGregor), Satine (Nicole Kidman))
Fonte: Moulin Rouge!, Baz Luhrmann (USA, 2001)
Fermo immagine. Satine è in piedi sul dorso dell’elefante indiano, Christian le sta a un passo, ha la bocca spalancata e si protende verso di lei. La luna è un cartone tondo e giallo, con naso e occhi stilizzati. Tiro un sospiro, trattengo il fiato e schiaccio play. Parte il medley. Canto insieme a loro, non resisto. Un posticino fisso su quel terrazzo, a pochi passi dalla Torre Eiffel e da Montmartre, mi piacerebbe avercelo, una mansardina, anche abusiva, non pretendo un attico con piscina.
Come un sogno ricorrente, come un’elegia sotterranea a metà strada tra il cuore e le corde vocali, mi ci ritrovo catapultato dentro. Satine m’ha stregato ancora, eccomi al Moulin Rouge!
La vicenda, in breve: Parigi, 1899, in piena rivoluzione bohemienne, Christian (Ewan McGregor), scrittore scalcinato senza un franco bucato, per sua fortuna belloccio, s’innamora perdutamente di Satine (Nicole Kidman), stella del Moulin Rouge – locale da ballo notturno e peccaminoso bordello. Ma insorgono due grossi problemi. Per cominciare, Nicole e il suo impresario, un lurido sudaticcio ciccione dal nome nazistoide, sono due stronzetti nientemale che preferiscono avere a che fare con uomini facoltosi (nello specifico, ci si mette di mezzo un tale, ricco sfondato, chiamato Il Duca), piuttosto che con scrittori scalcinati. Questo gretto pragmatismo iniziale però, verrà frantumato dall’invincibile forza dell’amore (non a caso le parole chiave del film sono Verità, Bellezza, Libertà, Amore). La poverina inoltre (seconda e decisiva questione), è affetta da tisi. E dai suoi primi colpi di tosse, capiamo che l’epilogo sarà drammatico.
Cerco di non dare nell’occhio, m’accuccio sulla proboscide e osservo. Il corteggiamento di Ewan è avvolgente e sinuoso. Il belloccio, ormai sbarellato e con lo sguardo da pesce lesso (in verità, va detto, lui si trova lì grazie ai preziosi consigli del suo bislacco, assenzio-dipendente, amichetto Toulouse Lautrec), non ha la minima intenzione di scendere da quel tetto senza prima averla sedotta. Per contro, Satine, con un portamento e una classe che non si insegnano in nessuna scuola (nemmeno in quella di Maria De Filippi), con voce da usignuolo intonato, cerca d’opporre resistenza. Ma all’amore bohemienne, non me ne vogliano i pragmatici milionari alla Briatore, non si può resistere in alcun modo.
Il medley (coi testi dei brani riscritti da quel geniaccio d’un Baz) è partito. Mi metto comodo, per quanto si possa star comodi accucciati dove sono. Il faccione tondo della luna riempie l’orizzonte e contrappunta liricamente le voci dei nostri due. La notte è tutta colore, nuvole e sentimento. Parigi è una Parigi di cartongesso, solida e bellissima, e io sono un ectoplasma di celluloide, un povero voyeur nascosto sulla proboscide d’un elefante di cartone. Il corteggiamento, intanto, si snoda attraverso i riarrangiamenti di pezzi pop rock come All you need is love, Don’t leave me this way, Heroes, In the name of love, I will always love you e Your Song.
Si stacca la punta della proboscide e quasi volo giù, devo fare attenzione. Loro per mia fortuna non s’accorgono di nulla e continuano il duetto. Guardando Nicole in questo momento – il vestito rosso, la cangiante cascata di capelli, l’eleganza dei gesti, il disarmante sorriso – mi chiedo come si possa fare a non innamorarsene. Sarebbe impossibile. Per me lo è. Premurandomi di non finire di sotto, mi domando anche un’altra cosa, affascinato e col kleenex a portata di naso. Mi chiedo come diavolo abbia fatto, quell’angelo etereo e meraviglioso, a sopportare per tutti quegli anni quel tappo mezzo incapace di Tom. Me li immagino pure, è una mia discutibile fantasia, lo so (un sogno dentro al sogno si potrebbe dire), me li immagino durante le snervanti riprese di Eyes Wide Shut, con lei che, senza voler infierire, suggerisce le battute e gli spiega, paziente e materna, l’intonazione e la gestualità corrette, di nascosto dal buon vecchio e severo Stanley. Ma quello era un altro film (o sogno?), d’accordo.
A questo punto, nel mio sogno, saltellando agile qua e là, scivolo nella pancia dell’elefante. Satine e Christian si stanno baciando ai piedi del letto, ignorandomi come al solito. Non mi perdo d’animo e, leggiadro come una colombella, frantumo un candelabro (saranno di cartapesta, ma sono pesanti!) sulla capoccia di Ewan che, sorpreso e stordito, crolla sul pavimento. Volteggiando sulle punte come un Nureyev in gran forma, m’inumidisco le labbra e raggiungo Nicole. Il mio grosso errore è quello d’aprire gli occhi, ogni volta me ne scordo, ogni volta mi succede. Riaprendoli, m’accorgo che lei è incongruamente ancora nello schermo, mentre io sono al di qua, grottescamente fuori campo, con i miei vestiti dozzinali acquistati all’Oviesse, senza assenzio, senza Toulouse, con una birra ormai calda in mano e la barba sfatta. Mortale tra i mortali, insomma, ma con un’inspiegabile ebbrezza nel cuore… forse perché, come sussurra Satine con l’ultimo filo di voce rimastole in gola, uscendo tragicamente di scena, la più grande cosa che si può imparare, nella vita, è amare e lasciarsi amare.
Già, come darle torto.
[Posa 'sto libro e baciami, Zandegù editore, 2007]
Posted by Giuseppe Braga at 06.08.08 11:19