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28.07.08

il fascino maledetto dello scrittore (part XLVI)

banconote

di Giuseppe Braga

alle nove meno venti esco dai tornelli e vado diretto al bar del mezzanino. Cappuccio e brioche, il solito, insomma. In testa, pensieri spettinati. Ho appena terminato di leggere Port Tropique di Barry Gifford, che caldamente consiglio (capitoletti brevi e intensi, non molto spesso, centosessanta pagine, l’ideale, un noir come si deve, senza inutili fronzoli, giocato più sulla psicologia che sull’azione), e ci son rimasto male, ma davvero, che fino all’ultimo ci avevo sperato, ecco, e invece. Ordino e mentre consumo la colazione ho in testa il mar dei Carabi, altro che il mezzanino, una vecchia valigia zeppa di dollari, Franz che sorseggia una birra gelata e mangia gamberetti alla griglia, giovani mulatte che sculettano e ti lanciano occhiate fiammeggianti, trafficanti pericolosi, contrabbandieri senza scrupoli e un rivoluzionario un po’ ciarlatano. Ingurgitato l’ultimo sorso di cappuccio al banco, mi dirigo verso la cassa, estraggo dal portafogli una banconota stropicciata da cinque euro, l’ultima banconota che il mio portafogli contiene, sentendomi adesso sì, un po’ come Franz Hall, la stiracchio leggermente e la allungo alla giovane cassiera, carina devo dire, anche due belle tette, se dovessi sbilanciarmi, ma antipatica come la morte. Mai un sorriso, mai un buongiorno o un arrivederci. Lo scontrino, solo quando le gira. Prende in mano la banconota piuttosto schifata, tutto nella norma, insomma, con appena due dita, sulle punte, se avesse delle pinzette userebbe quelle, sicuro, manco le avessi passato un pannolino sporco e puzzolente pieno zeppo di merda magari un po’ molliccia, tanto per stare su un tema che mi sta piuttosto a cuore, se la rigira tra le mani, scuote la testa, sussurra qualcosa di incomprensibile, fa di no, eh no, fa no con la testa e sospira. Poi vedo che armeggia con una cazzo di macchinetta strana, una di quelle che servono per controllare se le banconote sono vere o false, una di quella macchinette che tu ci fai passare sopra la banconota incriminata e quella, a seconda che sia buona o taroccata, emette una luce blu fluorescente. Imbarazzante, devo dire. Sia la luce da disco anni ottanta che la situazione in sé. La fa passare per tre o quattro volte, si vede che non è del tutto convinta. Io attendo e intanto dietro di me si sta pure formando una discreta fila. Già m’immagino i commenti, ah, ma lo sai che oggi ci stava un tipo al bar che ha cercato di smerciare una banconota falsa? Ma davvero? Ma sì, un poveretto, poi, cinque euro... Ma che cazzo. Mi viene pure da pensare, in quella lunga attesa, che non c’ho neanche mezza monetina in tasca. Dopo un paio di minuti di raggi fluorescenti e di grugniti, sempre a testa bassa, la giovane cassiera apre lo sportellino della cassa, ci infila, non del tutto convinta, la stropicciata banconota incriminata e mi allunga il resto. Me lo intasco il più rapidamente possibile e me la svigno quasi correndo, stavolta sono io quello che non saluta. Ma che cazzo. Risalendo le scale del metrò continuo a chiedermi perché mi ostino ad andare in quel cazzo di bar e non in quello di Port Tropique, non so.

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21.07.08

un dito sì, ma magari nel culo

di Giuseppe Braga

lo ammetto, non ne posso più, e per dirlo io che sono uno che c’ha una pazienza che è difficile da immaginarsi la pazienza che c’ho io, vuol dire che il bicchiere è colmo, dai. Che io non mi capacito, purtroppo (per me) è da una quindicina d’anni che non mi capacito, lo ammetto (spero vivamente me ne aspettino un po' meno, ecco). Che quando parla del nord, quell’uomo ributtante che sembra uscito da un fumetto di Alan Ford, è come se ci avesse tutto il nord con lui, prima trecentomila coi fucili caldi, poi quindici milioni pronti a battersi per la libertà, e via di questo passo esponenziale galattico planetario.

Be’, sì, forse una parte di ragione ce l’ha, il ributtante, il nord gli sta dietro, è vero, ma nel senso che gli sta alle calcagna, che lo insegue e che se potesse lo investirebbe (auto, moto, furgoncino, camion o triciclo, è uguale) di brutto. Che io mi sento disarmato di fronte a uno così. Che non possiamo nemmeno dirgli che gli rifaremmo i connotati che ormai è tutto sbilenco e scombinato e storto di suo. Diciamola tutta, a me fa pure molta parecchia tenerezza, quasi pietà, ma nel senso buono della pietà intendo, quando lo vedo e lo sento bofonchiare frasi sconnesse che avrebbero bisogno di un traduttore simultaneo, che sembra sempre che gli manchi il respiro e che stramazzi a terra da un momento all'altro, a me mi fa una certa molta parecchia pietà. Ma poi finisce subito lì. Perché le spara talmente troppo grosse che anch'io che c'ho tanta pazienza adesso c'ho il bicchiere colmissimo strapieno e non ne posso davvero più. Ma quello lì, dico io, anziché starsene seduto a sfogliarsi il giornale (anche la padania se vuole, gliela comprerei volentieri io) in santa pace su una panchina del parchetto vicino casa sua, su tra i purissimi nordistici monti bergamaschi o magari gironzolare per baretti e farsi offrire un po’ di bianchini spruzzati, dico io, come dovrebbe fare, quello lì, invece, siede e occupa una bella poltroncina da ministro nella città dei ladroni (e lui per primo, che ha studiato tanto, dovrebbe conoscere la proprietà transitiva). Puttana ladra miseria. Che pena, che sconforto, che malessere, che infinita tristezza. Ma come ci siamo ridotti. Ma ce lo meritavamo davvero? Che abbiamo fatto di così terribile? Con lui, il detto la sai l’ultima, va modificato in la sai la penultima, perché già domani (se ci va male, magari pure oggi pomeriggio) ne sparerà un’altra delle sue, sempre più esponenziale, si capisce. E dire che non si può nemmeno dare la colpa al caldo, che questa è un’estate temperata.

Che io però, adesso che ho perso la pazienza, che io glielo direi, già, potessi glielo direi col cuore in mano per davvero, gli direi, invece di pensare ai professori che arrivano dal sud e che inquinano le scuole del nord e poverini i suoi studenti puri nordisti, che perché invece non pensa a suo figlio purissimo del nord bocciato non so più quante volte, tanto ignorante, e temo tanto pirla, come il padre, che se è medico chirurgo lui, il padre pirla intendo, allora io sono il direttore della nasa e concorro per un paio di nobel.

Ma caro ministro, e dico ministro tappandomi il naso, ma perché quel dito che continui ad alzare e brandire come simulacro di quell’altra cosa, cosa che ormai, sempre a naso, non alzi e brandisci più come ai bei tempi, ma perché quel dito medio del cazzo non te lo infili – e già che ci sei non te lo tronchi definitivamente – su per il culo e ci lasci in pace una buona volta per tutte?

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18.07.08

oggi

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quarantuno anni + quindici mesi e sei giorni

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15.07.08

Virginia on my mind

Seggiolino

di Giuseppe Braga

A Virginia le ho montato un nuovo seggiolino, è stato un po’ complicato ma alla fine ce l’ho fatta. Gliel’ho montato sul sedile posteriore della skoda. Lo sforzo è stato ben ricompensato, però. Lei, l’ho visto subito, ha gradito molto. Ci sta come un papa, sul suo nuovo – che poi è di seconda mano, vabbè – seggiolino, bella dritta che può guardare fuori, non come prima, tutta sacrificata, rivolta verso lo schienale del sedile anteriore e mezza sdraiata. Ecco, rispetto a come stava messa prima, adesso, fuori di dubbio, ci sta come un papa, ci sta. Diciamola tutta quanta, però. A me mi fa tanto moltissimo piacere che lei ci stia comoda, che possa guardar fuori, osservare le auto e gli alberi e le case che scorrono, dare un’occhiata al cielo, rimirare le nuvole, ecco, tutte ste cose qua, a me mi fanno un grande grandissimo piacere. E però a me, la cosa, nel complesso, mi piace un po’ meno, lo devo confessare. Perché, stando dietro, la piccola Virginia mi è tanto più lontana e fuori portata. E così adesso non la posso più accarezzare tenerle la manina stringerle l’indice farle il solletico sotto ai piedi grattarle l’orecchio solleticarle il ginocchio soffiarle sui capelli ecc. O meglio, potrei anche farlo, ecco, allungandomi piegandomi curvandomi torcendomi un po’, però poi, c'ho pure pensato a questo, se mi distraggo e sbando e vado a sbattere contro qualcosa, poi chi ce lo va a dire poi, a tutti gli altri, mamma nonni zii cugini di secondo grado compresi? Che ho sbandato perché le volevo fare il solletico sotto ai piedini?

Posted by Giuseppe Braga at 17:33 | Comments (0)

14.07.08

il fascino maledetto dello scrittore (part XLV)

di Giuseppe Braga

Pare, dico pare, che durante i lavori di ristrutturazione che stanno facendo al venticinquesimo piano abbiano trovato dell’amianto nel contro-soffitto. Il Coordinatore dell’Emergenza, ci ha riuniti per parlare della prossima prova di evacuazione (del palazzo, non dell’intestino crasso del sindaco) che verrà fatta prossimamente. Però siccome le voci sull’amianto stanno circolando incontrollate, ecco che il mio collega M., scrupoloso e diligente, considerando che ci troviamo nella sede preposta (la riunione di tutti gli addetti alla sicurezza), ecco che alza la mano, prende la parola e fa la domanda.

“Scusi, volevo sapere da lei la conferma o meno, rispetto ad alcune voci che corrono su presunte presenze di amianto nel palazzo…”

Il coordinatore di fresca nomina lo guarda sarcastico.

“Ma lei a che piano sta?”
“Al quinto.”
“E allora di che si preoccupa?”
“In che senso, scusi…”
“Tanto l’amianto sta al venticinquesimo, ci stanno venti piani di distanza, stia tranquillo…”, e giù una crassa, questa sì, risata.

Dopo la gran battuta, giù tutta una serie di rassicurazioni molto parecchio fumose per nulla alquanto dettagliate. Pronti per l’evacuazione d’emergenza, allora. Avanti tutta. Siamo indubbiamente in ottime mani.

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08.07.08

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Posted by Giuseppe Braga at 14:07 | Comments (0)

06.07.08

Duecentoquarantasei ringraziamenti

Sempre a proposito del rendiconto sulle vendite, di questo libro qui (il solito, insomma, l’unico, per ora, ecco), di cui ho scritto qui, rileggendo con calma e con assoluta estrema accurata attenzione la lettera della casa editrice, districandomi a fatica tra tutti quei numeri, mi son ben reso conto, con meravigliata entusiastica esaltante festosa maniacale incredula sorpresa, che nell’anno solare duemilasette, lo scorso appena passato, ecco, in quell'anno lì, di copie, ne sono state vendute ben duecentoquarantasei, che sommate alle circa ottocento e rotti dell'anno precedente, ovvero duemilasei, fanno un eccitante totale straordinario di circa mille copie e rotti (che io, ve lo assicuro, non ho così tanti parenti e/o amici, fidatevi credetemi, e quindi sta cosa qui, egocentricamente auto-referenzialmente parlando, mi ha tirato un bel po' su il morale, eccolo). Mica poche, insomma, dai (per l'esattezza un totalone di millecinquantotto), che poi ci abbiamo anche il corrente duemila e otto, per incrementare arrotondare le vendite, che cazzo dai! Ecco che dunque, specificatamente, oggi, ci tenevo a ringraziarli tutti, che dio li abbia in gloria, i duecentoquarantasei acquirenti dell'anno duemilasette (che spero siano stati altrettanti lettori). Se volete, carissimi duecentoquarantasei, ci scappa pure una birra, se volete, palesatevi che ve la offro molto parecchio volentieri, ecco. Non secondariamente, birra a parte, io li ringrazio proprio davvero molto parecchio, questi mitici e valorosi duecentoquarantasei, eccoli, per il non secondario fatto che, se non ci fossero stati, altro che ventisette euro, altro che, avrei dovuto rimborsare…

Posted by Giuseppe Braga at 13:19 | Comments (0)

03.07.08

Virginia on my mind

Virginia c’ha un modo tutto suo di mangiare. Vuole che le si mettano sul ripiano del seggiolone piccoli pezzetti di pappa, è lei stessa col ditino a indicare il punto esatto preciso, così che lei possa prenderseli a piacimento e (tra un’imboccata e l’altra che le si da col cucchiaino), auto-imboccarsi da sola. Giorno dopo giorno si sta specializzando, affinando la tecnica. Le sue piccole dita laboriose si industriano e armeggiano che è un piacere, qualche volta, bontà sua, capita pure, generosa di una bambina, che ti offra qualche avanzo sputacchiato. Il problema, ammesso lo sia, è che lei pretende di usare le manine anche con lo yogurt e con l’omogeneizzato, finendo per impiastricciarsi tutta, gomiti guance naso capelli compresi. Va da sé che con le stelline, gli anellini e i chicchi di riso, le cose vadano un po' meglio. Coi biscotti poi, è l'apoteosi. A ogni buon conto, ecco le prove.

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Posted by Giuseppe Braga at 11:09 | Comments (1)

02.07.08

Viaggi a buon mercato (2000)

di Giuseppe Braga

Lasciatemi dire. A me viaggiare non piace. O, per meglio precisare, non come lo intendete voi. I miei viaggi sono esercizi virtuosi. Avete capito bene: virtuosi. Non ho sbagliato, non volevo assolutamente intendere, come avrete senz’altro pensato, virtuali.

Sono al supermercato e ho il cestello, attenzione ho detto cestello, che il carrello mi impiccia. Troppo grande e scomodo (e poi quelle stupide monetine), quindi non lo prendo mai. Meno spesa faccio, meno soldi spendo, non so se. Preferisco risparmiare io, con questi chiari di luna. Adesso sono le nove e venti del mattino e sono pronto. Il biglietto non mi serve. Le mie sono tutte corsie preferenziali.

Primo viaggio: Arance di Sicilia.
Secondo viaggio: Miele d’api (e certo che è d’api!) di castagno, Abruzzo.
Terzo viaggio: Emmental, Svizzera facile.
Quarto viaggio: The Lipton, Inghilterra o India, fate voi.
Quinto viaggio: Pane di Altamura, Puglie e tavoliere delle.
Sesto viaggio: Tonno in scatola, Norvegia, anche se fa freddo.
Settimo viaggio: Lattine di birra (pacco da otto), Germania, Olanda, Scozia, Belgio, Irlanda, ecc. (Interrail, credo mi convenga quello).
Ottavo viaggio: Prosciutto, latte e parmigiano; Parma, Bologna e dintorni.
Nono viaggio: Banane. Africa, credo.
Decimo viaggio: Primex supersottile (confezione da dodici), fa niente anche se li fanno a Corsico, dietro casa mia. Quegli affari servono sempre.
Undicesimo viaggio: Wurstel, Monaco di Baviera, Germania del sud. Fiche a mazzi.
Dodicesimo viaggio: Senape (da mettere sopra ai wurstel), non lo so.
Tredicesimo viaggio: Paella valenciana – quattro porzioni abbondanti – lo dice il nome.
Ultimo viaggio: Pomodori in scatola. Se li trovo, Campbell (come la gran figa nera che stava con Briatore), conseguentemente Andy Wharol, quindi Stati Uniti d’America, perciò New York. Precipuamente Manhattan. La Grande Mela, quella della Val di Non… che tanto preferisco le fragole. Israele, forse. Ogni modo sto con l’Intifada. ‘Fanculo.

Ho finito. Torno a casa. Pago con carta bancomat. Globalizzazione, I suppose.

Posted by Giuseppe Braga at 14:35 | Comments (2)

01.07.08

Premonizioni

di Giuseppe Braga

Sono un paio di notti che faccio strani sogni, col senno del poi, senza dubbio premonitori. Nel primo ho sognato Linus, quello di radio deejay, non quello di Schultz, eravamo da qualche parte, all’aperto, ci si incontrava casualmente, lui mi guardava incuriosito, come se mi avesse già visto da qualche parte, e mi chiedeva se per caso non avessi scritto un libro, e mi pareva interessato alla faccenda, sì, insomma, non aveva l’aria di prendermi per il culo, ecco, ed ecco che allora io coglievo l’occasione al volo e gli dicevo, be’, sì, gli dicevo che in effetti, be’ sì, io un libro in effetti l’avevo scritto, e di colpo, come solo nei sogni, anche in quelli premonitori, può succedere, mi si materializzava tra le mani una meravigliosa profumatissima copia del mio meraviglioso e vendutissimo libro.

E così, senza alcun imbarazzo, glielo allungavo e gli dicevo, cazzo Linus, leggilo perché è davvero tanto interessante e significativo, questo libro, in quanto libro, meraviglioso e istruttivo e sbellicante, che poi l’abbia scritto io, questo libro, be’, ecco, direi che è una pura coincidenza astrale, ed è assolutamente secondario, fidati, Linus, leggimelo e poi dimmelo, cioè, dimmelo se t’ho raccontato una meravigliosa e sbellicante cazzata, oppure no. Lui mi sorrideva mostrandomi una dentatura splendidamente abbagliante e mi salutava, con cordialità radiofonica, portando via con sé il mio libro sottobraccio. Tutto quanto bellissimo. Una scena di chiusura di sogno splendida, una delle più belle che io mi ricordi (limitatamente ai miei, di sogni).

Ieri notte invece, è stata la volta di Andrea De Carlo. Qui una spiegazione me la sono data subito. L’avevo sentito in un’intervista, quel pomeriggio stesso, a radio 24, raccontare di sé, della sua vita e del suo essere scrittore, oltre che suonatore di mandolino (e rammaricandosi di non averlo portato con sé, in radio). Bando alle ciance e ai mandolini, nel sogno, ero lì che gironzolavo in un luogo sconosciuto e affollato e, in un men che non si dica, me lo ritrovavo di fronte, sorridente e affabile, lui il De Carlo Andrea, e sì, inutile negarlo, lo trovavo immediatamente subito a colpo d’occhio molto giovanile, di bell’aspetto (come nella realtà è di suo, ecco), e all’istante scattava quel non so che, tra scrittori giovanili ci si intende, e così, dopo le dovute presentazioni, cominciavo a conversare amabilmente come si conversa abitualmente con gli scrittori, anzi, mi correggo, tra scrittori, e dunque avevamo preso a raccontarci reciprocamente le nostre rispettive opere letterarie, ma poi, visto che la mia, di opera, si esauriva subito, un titolo e via, ecco che dunque ci si era concentrati e si parlava soprattutto della sua. E a me questa cosa andava più che bene, io sono un estimatore di De Carlo. Anche in questo sogno per nulla imbarazzato e anzi, parecchio disinvolto, gli confessavo, da onesto estimatore, di aver letto solo due dei suoi primi libri (che, considerata la mole complessiva della sua opera letteraria, numericamente parlando, sono ben poca cosa). Lui sorrideva benevolente e per nulla irritato offeso, e intanto mi firmava con dedica le due copie dei suoi libri che anche in questa circostanza, miracolosamente, erano saltate fuori chissà quando chissà come chissà da dove. Molto generoso e bendisposto, il buon vecchio ma giovanilissimo Andrea D.C., anche quando mi confondevo sulla terminologia numerica dei titoli dei suoi due famosi libri, chiamandoli erroneamente: Di noi due e Due di tre. Imperdonabile, ma lui mi perdonava. Una brava persona, insomma, oltre a un grande scrittore.

Stamattina invece, più che un sogno, m’è capitato di precipitare in un incubo. Sono ancora sotto shock, ve ne sarete accorti, scusate la punteggiatura e la sintassi, non so se prenderla sul ridere o buttarmi qui dal ventesimo, che oggi dal ventesimo si vede anche la grigna. Sentite qua. Trovo una lettera intestata, è della casa editrice del mio libro, quello meraviglioso del sogno con Linus, tanto per capirci. La apro con curiosità, bene, è il rendiconto delle vendite relative al duemilasette. Prendo a leggerla, ci capisco poco, c’ho dei grossi limiti, tra copie stampate, copie invendute, copie rispedite in deposito, copie destinazione macero, copie di qua e copie di là, copie di su e copie di giù, spese varie, ecc., ci capisco meno di una mazza, dunque mi rompo, abbandono la decodificazione letterale sistematica e salto in fondo, salto al saldo, che tra l’altro siamo quasi in stagione, vado al saldo che è la cosa che comunque a noi scrittori di un certo livello, interessa certamente di più. Cazzo, rileggo tre volte per essere sicuro di non avere sbagliato. Non ho sbagliato, porcaccia puttanaccia ladraccia infamaccia schifosa, non ho sbagliato, ho letto proprio davvero bene.

Quel cazzo di meno (-) davanti alla cifra finale non ci dovrebbe essere, eh no che non dovrebbe starci. Che cazzo ci fa lì? Chi l’ha messo?

In soldoni (quelli che non ho), il rendiconto, nudo e crudo, mi dice che, non solo non ci ho guadagnato un cavolo di niente (certo, si parla specificamente dell’anno duemilasette, certo, certo, nel futuro venderò a pacchi, certo, come no), ma qui sono addirittura io che devo sganciare 27 euro. Be’, tutto sommato mi poteva andar peggio, dai. Però. Chissà se accettano i ticket…

Posted by Giuseppe Braga at 19:40 | Comments (2)