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25.06.08

Virginia on my mind

Sesta malattia

di Giuseppe Braga

Virginia ha un difetto, sempre che si possa dire così, riferendosi a una bambina di quattordici mesi. Sia come sia. Appena annusa che nei paraggi ci sta un camice bianco, anche la panettiera, su questo non fa distinzioni, sgrana gli occhi, increspa le labbra e prende a strillare. I lacrimoni le escono irrefrenabili, copiosamente copiosi. Inconsolabile, nemmeno il topino marrone (topino molto realistico, una volta mia madre l’ha visto in auto e non voleva salire, pensando fosse vero) dell’Ikea o il libretto colorato mezzo squadernato con le pappe o le chiavi della skoda (che restano le preferite, nei momenti difficili, le chiavi riescono a fare miracoli), riescono a placarla. Lei vede un camice bianco e non capisce più niente, urla e pianti e strilli come se piovesse.

Stando in tema meteorologico, usciamo col solleone, Virginia porta un bel cappellino rosa (strano davvero, però) e sta comodamente seduta sul passeggino. Sono le tre e un quarto, l’appuntamento è alle tre e mezza, fuori ci saranno trentacinque gradi, l’auto è una lamiera bollente sotto il sole, se mi vedessero quelli di telefono azzurro mi farebbero arrestare, un paio d’anni senza la condizionale, credo. Ma non sono così scriteriato, dai. Tra i pochi optional della mia skoda fabia, l’aria condizionata non manca. Metto in moto, accendo l’aria a manetta. Intanto che l’auto si rinfresca, noi ci mettiamo all’ombra e cogliamo qualche margherita. Peccato non ci sia qualcuno di telefono azzurro nei paraggi, avrebbe assistito a una scenetta molto agreste e bucolica e io mi sarei riscattato all’istante.

Poi partiamo e in un quarto d’ora siamo nello studio della pediatra. L’attesa è breve, per fortuna. Io sto sudando come una fontanella. Un po’ il sole, un po’ apri e chiudi il passeggino, un po’ e prendi la borsa, e un po’ guarda il topino, e un po’, hai sete, dai bevi un po’, ecc., tutte operazioni che richiedono tempismo, energia e volitività, doti che non rientrano esattamente nel mio bagaglio tecnico esistenziale, ecco.

Virginia appena scorge il camice bianco cambia immediatamente espressione e comincia a essere sospettosa. Si contorce e si agita tutta, se potesse, scivolerebbe fuori dal passeggino e scapperebbe a gambe levate. Prende a guardarla di traverso, gli occhi le si stanno già facendo lucidi. Io le ammollo le chiavi della skoda e lei si distrae. Entriamo. La dottoressa m’accoglie subito bene.

“Ma lei non doveva venire alle diciassette?”
“Veramente lei mi ha dato l’appuntamento alle tre e mezza.”
“Ma quando, scusi?”
“Stamattina, le ho telefonato e…”
Dubbiosa, va a controllare sull’agenda. Scuote la testa. Non sembra convinta, poi si arrende.
“Però non le posso fare la visita di controllo, oggi solo emergenze.”
“D’accordo, come vuole lei.”
“Voi siete qui per i denti, giusto?”
“Veramente no…”
“E allora per cosa?”
“Ecco, Virginia ha avuto due giorni di febbre alta, poi è scesa, ma le sono usciti fuori…”
“I molari, anche a lei?”
“No, puntini rossi.”
“Ah.”
“Sulla pancia.”
“Ah ah.”
Agita le braccia, le alza sopra la testa, poi se le lascia scivolare lungo i fianchi. Sbuffa.
“Ah, sì, mi scusi, m’ero confusa con l’appuntamento delle diciassette.”
La guardo un po’ stranito. Da questa tizia dipende la salute di mia figlia. Mi sa che telefono azzurro, se va avanti così, lo chiamo io.
“La metta sul lettino e cominci a spogliarla.”
La prelevo dal passeggino con molta delicatezza, la metto sul lettino, le do un paio di baci sulla testolina, le sussurro dolci paroline, e lei, naturalmente, comincia a urlare e a dimenarsi come un vitellino sul punto d’essere sgozzato. I bambini riescono a farti sentire un Erode anche quando tu ci metti tutte le buone intenzioni.
“Mi spieghi bene come sono andate le cose”, mi fa la pediatra, come nulla fosse. Di situazioni del genere ne avrà viste a migliaia. Probabile che le vadano pure a noia, ormai. Glielo spiego, cerco di fare del mio meglio, ecco, mentre cerco di spogliare Virginia e di tenerla calma, cerco di spiegarle come sono andate le cose. La doppia impresa è doppiamente fallimentare, lo so già in partenza.
“Al pronto soccorso, ieri, ci hanno detto di venire subito per vedere come procede l’esantema e…”.
La Virginia mi guarda con gli occhi della disperazione, so bene che un giorno me la farà pagare, per intanto si limita a lanciare via con rabbia le chiavi dell’auto e poi, con la mano libera, cerca di smanacciarmi via gli occhiali. Gli occhiali riesco a salvarli, le chiavi dell’auto un po’ meno, le vedo volare, atterrare e scivolare sotto la scrivania. Bel lancio, però.

La genialità della pediatra prende a manifestarsi nella sua pienezza.
“Allora che cos’ha?”
D’accordo che il mio livello di voce è generalmente basso, d’accordo che Virginia strilla, però mi sembrava d’essere stato chiaro a sufficienza. Glielo rispiego brevemente e le allungo il referto che mi hanno rilasciato al pronto soccorso. Lei lo mette da parte senza degnarlo di uno sguardo.
“La faccia distendere sul lettino e la tenga ferma”, mi fa, molto concentrata.
Io ormai non distinguo più la pelle della mia schiena dalla camicia. Il sudore m’ha fatto da collante.
Comincia a visitarla. Le controlla le orecchie, le guarda la gola, le passa la mano sulla fontanella, le tocca la pancia e il torace. Annuisce soddisfatta. Virginia non ha smesso un attimo di gridare e di dimenarsi selvaggiamente.
“La rivesta pure”, dice, e per me è come una liberazione. Ci volta le spalle e si dirige alla scrivania.
Dopo che s’è seduta e che ha dato un’occhiata al referto del pronto soccorso, me lo dice.
“Non è nulla.”
“E quei puntini, scusi?”
“Lasci perdere i puntini, le analisi vanno bene.”
“Sì, pensi che le hanno fatto due prelievi, perché la prima provetta è andata persa… ma si può?”
Alla dottoressa, dei prelievi e delle piccole disfunzioni della sanità italiana, non importa molto. Va avanti come se non avessi detto nulla.
“Al pronto soccorso che le hanno detto?”
“All’inizio, che poteva essere morbillo, poi…”, mi interrompe.
“Dell’esantema non deve preoccuparsi, vede, con questo caldo è normale che si acuisca e che ci impieghi un po’ di tempo ad andar via…”
“Sì, ma di preciso cos’ha?”
“Al pronto soccorso, vedo scritto qui, le hanno diagnosticato sesta malattia, giusto?”
“In realtà, hanno detto probabilmente sesta malattia, ecco…”
“Allora mettiamo sesta malattia anche noi, cosa dice, le va bene?”
“Se pensa sia quella, direi di sì…”
“Ottimo allora, e vada per la sesta malattia.”
“…”
“La faccia bere molto e controlli se fa la pipì, arrivederci.”
“Arrivederci.”

Prendo su la Virginia, poco convinto ma fa niente, non si può pretendere sempre il massimo della chiarezza e della rassicurazione, dai pediatri, ecco, la rimetto sul passeggino, ora sembra tornata la calma, ha capito anche lei che ce ne stiamo andando via, le riesco anche a strappare un sorriso, molto bene, usciamo e ci rimettiamo in marcia sotto il sole. Di camici bianchi nemmeno l’ombra. Solo grigio cemento molliccio che mi cuoce le suole delle scarpe. Grondo e caracollo come un cammello stanco. Dopo pochi minuti siamo all’auto. Fa caldo, molto parecchio, anche più di prima. Mi frugo nella tasca, ma non le trovo, controllo nell’altra, stessa cosa. Sudo ancora di più. Provo a guardare nel passeggino, niente. Poi mi ritorna in mente la scena. Il lancio, il volo, l’atterraggio, la scrivania.

Porcaccia miseriaccia ladra.
Cazzo.
Le chiavi…

Posted by Giuseppe Braga at 25.06.08 12:08

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