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25.06.08

Virginia on my mind

Sesta malattia

di Giuseppe Braga

Virginia ha un difetto, sempre che si possa dire così, riferendosi a una bambina di quattordici mesi. Sia come sia. Appena annusa che nei paraggi ci sta un camice bianco, anche la panettiera, su questo non fa distinzioni, sgrana gli occhi, increspa le labbra e prende a strillare. I lacrimoni le escono irrefrenabili, copiosamente copiosi. Inconsolabile, nemmeno il topino marrone (topino molto realistico, una volta mia madre l’ha visto in auto e non voleva salire, pensando fosse vero) dell’Ikea o il libretto colorato mezzo squadernato con le pappe o le chiavi della skoda (che restano le preferite, nei momenti difficili, le chiavi riescono a fare miracoli), riescono a placarla. Lei vede un camice bianco e non capisce più niente, urla e pianti e strilli come se piovesse.

Stando in tema meteorologico, usciamo col solleone, Virginia porta un bel cappellino rosa (strano davvero, però) e sta comodamente seduta sul passeggino. Sono le tre e un quarto, l’appuntamento è alle tre e mezza, fuori ci saranno trentacinque gradi, l’auto è una lamiera bollente sotto il sole, se mi vedessero quelli di telefono azzurro mi farebbero arrestare, un paio d’anni senza la condizionale, credo. Ma non sono così scriteriato, dai. Tra i pochi optional della mia skoda fabia, l’aria condizionata non manca. Metto in moto, accendo l’aria a manetta. Intanto che l’auto si rinfresca, noi ci mettiamo all’ombra e cogliamo qualche margherita. Peccato non ci sia qualcuno di telefono azzurro nei paraggi, avrebbe assistito a una scenetta molto agreste e bucolica e io mi sarei riscattato all’istante.

Poi partiamo e in un quarto d’ora siamo nello studio della pediatra. L’attesa è breve, per fortuna. Io sto sudando come una fontanella. Un po’ il sole, un po’ apri e chiudi il passeggino, un po’ e prendi la borsa, e un po’ guarda il topino, e un po’, hai sete, dai bevi un po’, ecc., tutte operazioni che richiedono tempismo, energia e volitività, doti che non rientrano esattamente nel mio bagaglio tecnico esistenziale, ecco.

Virginia appena scorge il camice bianco cambia immediatamente espressione e comincia a essere sospettosa. Si contorce e si agita tutta, se potesse, scivolerebbe fuori dal passeggino e scapperebbe a gambe levate. Prende a guardarla di traverso, gli occhi le si stanno già facendo lucidi. Io le ammollo le chiavi della skoda e lei si distrae. Entriamo. La dottoressa m’accoglie subito bene.

“Ma lei non doveva venire alle diciassette?”
“Veramente lei mi ha dato l’appuntamento alle tre e mezza.”
“Ma quando, scusi?”
“Stamattina, le ho telefonato e…”
Dubbiosa, va a controllare sull’agenda. Scuote la testa. Non sembra convinta, poi si arrende.
“Però non le posso fare la visita di controllo, oggi solo emergenze.”
“D’accordo, come vuole lei.”
“Voi siete qui per i denti, giusto?”
“Veramente no…”
“E allora per cosa?”
“Ecco, Virginia ha avuto due giorni di febbre alta, poi è scesa, ma le sono usciti fuori…”
“I molari, anche a lei?”
“No, puntini rossi.”
“Ah.”
“Sulla pancia.”
“Ah ah.”
Agita le braccia, le alza sopra la testa, poi se le lascia scivolare lungo i fianchi. Sbuffa.
“Ah, sì, mi scusi, m’ero confusa con l’appuntamento delle diciassette.”
La guardo un po’ stranito. Da questa tizia dipende la salute di mia figlia. Mi sa che telefono azzurro, se va avanti così, lo chiamo io.
“La metta sul lettino e cominci a spogliarla.”
La prelevo dal passeggino con molta delicatezza, la metto sul lettino, le do un paio di baci sulla testolina, le sussurro dolci paroline, e lei, naturalmente, comincia a urlare e a dimenarsi come un vitellino sul punto d’essere sgozzato. I bambini riescono a farti sentire un Erode anche quando tu ci metti tutte le buone intenzioni.
“Mi spieghi bene come sono andate le cose”, mi fa la pediatra, come nulla fosse. Di situazioni del genere ne avrà viste a migliaia. Probabile che le vadano pure a noia, ormai. Glielo spiego, cerco di fare del mio meglio, ecco, mentre cerco di spogliare Virginia e di tenerla calma, cerco di spiegarle come sono andate le cose. La doppia impresa è doppiamente fallimentare, lo so già in partenza.
“Al pronto soccorso, ieri, ci hanno detto di venire subito per vedere come procede l’esantema e…”.
La Virginia mi guarda con gli occhi della disperazione, so bene che un giorno me la farà pagare, per intanto si limita a lanciare via con rabbia le chiavi dell’auto e poi, con la mano libera, cerca di smanacciarmi via gli occhiali. Gli occhiali riesco a salvarli, le chiavi dell’auto un po’ meno, le vedo volare, atterrare e scivolare sotto la scrivania. Bel lancio, però.

La genialità della pediatra prende a manifestarsi nella sua pienezza.
“Allora che cos’ha?”
D’accordo che il mio livello di voce è generalmente basso, d’accordo che Virginia strilla, però mi sembrava d’essere stato chiaro a sufficienza. Glielo rispiego brevemente e le allungo il referto che mi hanno rilasciato al pronto soccorso. Lei lo mette da parte senza degnarlo di uno sguardo.
“La faccia distendere sul lettino e la tenga ferma”, mi fa, molto concentrata.
Io ormai non distinguo più la pelle della mia schiena dalla camicia. Il sudore m’ha fatto da collante.
Comincia a visitarla. Le controlla le orecchie, le guarda la gola, le passa la mano sulla fontanella, le tocca la pancia e il torace. Annuisce soddisfatta. Virginia non ha smesso un attimo di gridare e di dimenarsi selvaggiamente.
“La rivesta pure”, dice, e per me è come una liberazione. Ci volta le spalle e si dirige alla scrivania.
Dopo che s’è seduta e che ha dato un’occhiata al referto del pronto soccorso, me lo dice.
“Non è nulla.”
“E quei puntini, scusi?”
“Lasci perdere i puntini, le analisi vanno bene.”
“Sì, pensi che le hanno fatto due prelievi, perché la prima provetta è andata persa… ma si può?”
Alla dottoressa, dei prelievi e delle piccole disfunzioni della sanità italiana, non importa molto. Va avanti come se non avessi detto nulla.
“Al pronto soccorso che le hanno detto?”
“All’inizio, che poteva essere morbillo, poi…”, mi interrompe.
“Dell’esantema non deve preoccuparsi, vede, con questo caldo è normale che si acuisca e che ci impieghi un po’ di tempo ad andar via…”
“Sì, ma di preciso cos’ha?”
“Al pronto soccorso, vedo scritto qui, le hanno diagnosticato sesta malattia, giusto?”
“In realtà, hanno detto probabilmente sesta malattia, ecco…”
“Allora mettiamo sesta malattia anche noi, cosa dice, le va bene?”
“Se pensa sia quella, direi di sì…”
“Ottimo allora, e vada per la sesta malattia.”
“…”
“La faccia bere molto e controlli se fa la pipì, arrivederci.”
“Arrivederci.”

Prendo su la Virginia, poco convinto ma fa niente, non si può pretendere sempre il massimo della chiarezza e della rassicurazione, dai pediatri, ecco, la rimetto sul passeggino, ora sembra tornata la calma, ha capito anche lei che ce ne stiamo andando via, le riesco anche a strappare un sorriso, molto bene, usciamo e ci rimettiamo in marcia sotto il sole. Di camici bianchi nemmeno l’ombra. Solo grigio cemento molliccio che mi cuoce le suole delle scarpe. Grondo e caracollo come un cammello stanco. Dopo pochi minuti siamo all’auto. Fa caldo, molto parecchio, anche più di prima. Mi frugo nella tasca, ma non le trovo, controllo nell’altra, stessa cosa. Sudo ancora di più. Provo a guardare nel passeggino, niente. Poi mi ritorna in mente la scena. Il lancio, il volo, l’atterraggio, la scrivania.

Porcaccia miseriaccia ladra.
Cazzo.
Le chiavi…

Posted by Giuseppe Braga at 12:08 | Comments (0)

24.06.08

Azzurra Libertà

di Giuseppe Braga

L’oroscopo era stato chiaro, doveva trovarsi un Guru. E lui ce lo disse così, con la sua consueta e proverbiale noncuranza, appena deglutito l’ultimo tocco di cotoletta. Che volesse cambiare la sua vita, quello l’avevamo capito già da un po’. Ben prima che tirasse fuori il Guru. Da quand’era andato in pensione, quel pover’uomo di mio padre, s’era messo a leggere gli oroscopi, giocare al solitario, guardare i programmi televisivi del mattino e a scervellarsi su come ridare un senso alla propria vita. Un Guru, adesso lui doveva trovarsi un Guru! A ogni costo, eh sì! Prima ancora di finire la frase, aveva aggiunto: “Se riusciamo nel colpo, ci sistemiamo.”

Il plurale non impressionò né me, tanto meno mia madre. L’usava sempre, lui, anche quando non era pensionato. Era per quello che mamma, anche quella sera, lo stava ascoltando sì, ma distrattamente. Preferiva senza ombra di dubbio la tele, a quell’ora. E sarebbe stata una cena come le altre, se mio padre, concludendo il ragionamento, non ci avesse comunicato la sua nuova, geniale, stupefacente idea: “Entriamo in politica, signori miei!”
Quella sì ch’era bella! Mamma dimenticò per un momento Striscia la Notizia e si protese verso di lui con fare incredulo.
“Abbiamo letto che cercano persone”, disse mio padre, provandosi a dare un tono.
“Proprio tu, che non sei mai andato a votare in vita tua…”, mia madre restava perplessa.
“Abbiamo sentito dire che cercano persone”, ripeté lui, quasi scocciato, “questa sarà la nostra grande occasione per cambiare. Ora però, abbiamo la necessità di trovarci un Guru”, e terminò la frase, forzando l’accento sulla prima u, alzando il mento e aprendosi in un sorriso che pareva essersi studiato per ore allo specchio.

Il giorno successivo tornò a casa con una cartelletta di plastica rigida trasparente. Venne in sala da pranzo e ci diede l’annuncio. Aveva la faccia che sembrava un sole, tanto irradiava felicità. Mamma era intenta a vedersi Uomini e Donne, stava per finire la trasmissione e non si voleva perdere l’eliminazione di uno dei pretendenti. Dal pubblico gridavano te ne devi andare, sei arrogante e ignorante… vattene, ignorante!
“Siamo entrati nei Club”, fece papà, ma la sua voce era contrastata e quasi soverchiata dalle urla che uscivano dal televisore.
A me, che stavo sfogliando, distratto e svogliato, TV Sorrisi e Canzoni, seduto sul divano accanto a mamma, venne da pensare alla settimana che avevano trascorso in Tunisia, l’anno prima, in un villaggio del Club Mediteranee. Forse aveva deciso di tornarci e bisognava associarsi per tempo, per poter usufruire di certi sconti e agevolazioni. Dopotutto, in quella vacanza s’erano divertiti un mondo. Gli chiesi se aveva già deciso la località.
“Ma che cavolo vai a pensare!”, rispose piccato.
“Quella cartelletta, allora, che cos’è?”, gli fece mamma, mentre, a fatica, provava a staccare gli occhi dal ciuffo, biondo e improbabile, della presentatrice.
“Anzitutto, chiariamolo subito, questa non è una cartelletta!”, e sembrava parecchio risentito mentre lo diceva. “Cominciamo a imparare a chiamare le cose col loro nome.”
Io e mamma ci guardammo per un momento, con la storia del plurale non si sapeva mai di chi e cosa stesse parlando. Il soggetto era instabile.
Prese in mano la cartelletta, nel frattempo l’aveva premurosamente appoggiata sul tavolo da pranzo, l’accarezzò dolcemente come fosse un tesoro estratto da qualche abissale profondità marina e disse convinto: “Questo è il kit di base.”
Poi ci osservò come non l’avevo mai visto fare, uno sguardo intriso di compatimento misto disprezzo, la strinse a sé e andò in camera. Io e mamma restammo di sasso. Ma per poco. Stava per iniziare Verissimo e i nostri pensieri vennero catturati immediatamente dal sorriso gentile, dolce e rassicurante di Cristina Parodi.
La sera seguente trovai apparecchiato per quattro. Il profumo che veniva dalla cucina era più che invitante. Mamma s’era data un gran daffare. Cena a base di pesce, aveva ordinato papà e lei s’era messa sotto. Non mi sono neppure vista il film di Rete4, mi fece scocciata. Ce n’era uno con Amedeo Nazzari, ma tuo padre m’ha fatto una testa così che non ti dico. Sono dovuta andare all’Esselunga a comprargli i gamberoni, il polipo, le seppioline e il branzino freschi.
Si trattava d’una faccenda maledettamente importante. Mamma s’era persa un film col suo attore preferito. E il pesce, non era neanche venerdì, tanto per dirne una… poi sentii girare la chiave della porta. Era papà, e non era solo. Entrò trionfale dall’ingresso e ci presentò, tutto impettito, l’uomo che aveva al suo fianco. Utilizzò poche, semplici parole, misurate e controllate, come se avesse timore di sbagliare e di fare brutta figura.
“Una persona seria e per bene, che ci aiuterà nell’intento che ci siamo preposti. Un uomo colto, raffinato, d’un’altissima levatura morale. D’ampie vedute e liberista. Proiettato nel futuro. Faciliterà il nostro inserimento nei Club.”
L’uomo d’ampie vedute, il Guru, si chiamava Gianluigi Giovanazzi. Avrà avuto cinquant’anni, ma ne dimostrava una decina (almeno, una decina) in meno. Abbronzato, ben rasato, impeccabile nel suo completo blu scuro, camicia azzurra e cravatta Regimental. Mani curatissime. Gesti disinvolti e affettati. Sorriso prestampato e dentatura, per quel che mi riusciva di vedere, perfetta.

Durante la cena, la televisione, ovviamente, come da consolidata consuetudine casalinga, era rimasta accesa. A volume basso, in sottofondo, ci teneva compagnia. Mio padre e l’illustre ospite, entrati in confidenza fin dall’antipasto, commentavano le notizie con apparente distacco.
“La giovinezza non è un dato anagrafico, è uno stato dell’anima, una condizione dello spirito”, aveva detto il Guru, scandendo meccanicamente le parole, cercando d’interpretare un servizio del TG5 sull’ennesimo viaggio del papa. Poi aveva sbattuto le ciglia e aveva sorriso, in modo inequivocabilmente malizioso, a mio padre. Aveva continuato, tra una forchettata e l’altra.
“La libertà è la nostra filosofia, la nostra fede, la nostra religione, la nostra bandiera.”
La Borsa di piazza Affari era in salita, + 1,4%.
“Noi concepiamo la politica come una guerra contro la povertà, una guerra contro le tasse ingiuste, una guerra contro la criminalità.”
Il conduttore era passato alla pagina, molto sostanziosa, di cronaca nera. Gli albanesi continuavano a svaligiare le ville nel veneto. Un noto politico, tra uno sputo e l’altro, li voleva tutti dentro. Un altro invece, fuori. Nel senso, fuori dai coglioni, che li rispedissero a casa loro.
“E’ necessaria, ormai è divenuta inevitabile, sì, sì, una decisa scelta di campo.”
Il TG5 trasmetteva il pareggio del Milan nell’ultima partita di Champion’s League.
“Il nostro Leader è perseguitato da una sinistra illiberale”, sospirò, afflitto e preoccupato, il Guru.

Adesso c’era la pubblicità dell’Amaro Montenegro e a me era andata di traverso la mousse al limone di mamma. Fino a quel momento avevo cercato con tutte le mie forze di scacciare dalla testa quel tarlo che mi picchiava sulle tempie. Ma ora non c’erano più margini d’errore. Papà stava per scendere in campo. Con la scusa di una telefonata urgente, m’ero precipitato in camera dei miei genitori. In bella vista accanto al comodino di papà c’era la cartelletta, il kit di base, per dirla come lui. Lo presi e lo misi sul letto, mi sudavano le mani. Non potevo fare altrimenti. L’aprii con molta cautela.

una cravatta Regimental ancora incellofanata
il piccolo manuale d’istruzioni del perfetto candidato
due gemelli d’oro
una spilletta col logo del partito
un mazzetto di volantini a sfondo azzurro, con bianche nuvolette, soffici e paffute
due libri: Discorsi per la democrazia e L’Italia che ho in mente
un poster ripiegato in quattro, del quale vedevo solo uno spicchio di fronte lucida (purtroppo piuttosto familiare, nonostante i famosi e leggendari trapianti)
un pettine tricolore
un dentifricio
uno spazzolino da denti
una scatola di mentine

Non impiegai molto a capirlo. Porca la puttana. Altro che Club Mediteranee. Avevo sbagliato. E di grosso, puttana ladra. Riposi il kit dove l’avevo trovato e tornai in sala, sconsolato e depresso. Vidi il Gabibbo saltellare insieme alle Veline e il mondo parve crollarmi addosso.

Papà s’imbarcò su Azzurra, la nave della Libertà, il trentuno marzo del duemila. La nave salpò dal porto di Genova. Mamma decise ch’era opportuno, anzi necessario, andarci. Per salutarlo col fazzoletto come fanno nei film, disse. Io fui costretto ad accompagnarla, nonostante la mia evidente riluttanza. Erano trascorsi due mesi dalla cena col Guru ed erano due mesi esatti (non era una semplice coincidenza) che avevo troncato con mio padre. Lo ignoravo. Avevo smesso di parlargli. Tutto gli avrei concesso (iscriversi al Partito Umanista, diventare vegetariano, testimone di Geova o convertirsi all’Islam), ma questo era davvero troppo. L’ultima sera in cui ci parlammo (la sera del pesce, dopo che il Guru se n’era andato), gli provai a ricordare i trascorsi antifascisti del nonno (suo padre), tanto per cominciare. Passai a rammentargli le numerose voci (tutt’altro che positive) che circolavano, riguardo il suo nuovo Leader. Gli intrighi poco chiari che avevano coinvolto i suoi collaboratori, le nuove e fortunate alleanze politiche con partiti di dubbia provenienza. Il nonno si starà rivoltando nella tomba, conclusi amareggiato.
“Vergognati di dire certe cose”, mi rispose lui, “e il nonno lascialo stare per favore. Qui ci sono in gioco le libertà e noi ne saremo il baluardo, tienilo a mente!”
Quella sera poi, mi consolai con La sai l’ultima?, e almeno risi un po’.

Era primavera, ma a Genova stava piovendo.

“Viaggio bagnato, viaggio fortunatooo!”, stava urlando un deficiente dalla plancia di Azzurra, la nave della Libertà. Il Leader, in splendida forma, dispensava saluti e sorrisi, circondato da guardie del corpo nerborute, alte il doppio di lui. Il programma consisteva nel circumnavigare la penisola, toccando dieci importanti porti di dieci regioni diverse, prima d’approdare festosamente, dopo due settimane di navigazione, a Venezia. Quel viaggio doveva servire ad aprire la campagna elettorale delle ormai prossime elezioni Regionali. Una campagna difficile quanto aspra, aveva detto con tono solenne e grave papà, guardando dentro gli occhi lucidi di mamma.
“Non piangere, torneremo presto. E’ una grande sfida, un’affermazione ineludibile di Libertà. L’Italia ci aspetta e noi non possiamo tirarci indietro proprio ora!”
Lo vedemmo salire sulla nave a braccetto insieme al Guru Giovanazzi. Stavolta, almeno, l’uso del plurale era corretto. Sorridenti e felici, determinati a cambiare la Storia politica italiana. Nell’aria, le melodiose e contagiose note dell’Inno del partito.

La nave salpò mentre l’acqua, dall’alto, continuava a scendere fastidiosa sulle nostre teste. Bisogna essere ottimisti nella vita, aveva affermato papà sulla porta d’ingresso, lasciamo a casa ombrelli e impermeabili, vedrai che uscirà il sole. Mamma aveva ubbidito e così noi ci beccavamo pioggia, nuvoloni e tuoni. D’azzurro neppure l’ombra.
Restammo a guardare la nave allontanarsi, via via tra le onde, un puntino bianco nel mare scuro, agitato e schiumoso. Un’immagine molto poetica, a suo modo. Presi mamma sottobraccio e le sorrisi. Cercai di consolarla cavando fuori un po’ d’ottimismo anch’io.
“Vedrai che tornerà presto. E poi sarà sufficiente guardare il TG4 e sapremo esattamente dov’è e cosa sta facendo. Anzi, se ci va bene, riusciremo anche a vederlo in qualche inquadratura.”
Mamma sorrise e si soffiò il naso nel fazzoletto che aveva sventolato fino a un istante prima. Molto più utile ora, pensai, ma non glielo dissi, era già molto scossa così.
“Sì, forse hai ragione tu, bisogna essere ottimisti”, fece lei, “ma sai, è stato un cambiamento così improvviso che ancora non me ne rendo conto…”

Cercammo di rendercene conto e, a partire dai giorni successivi, la vita riprese, più o meno, come prima. Film del pomeriggio di Rete4, Verissimo e pesce solo al venerdì. Al posto di Passaparola, il TG4, giusto per vedere Azzurra, la nave della Libertà, solcare le onde del Mediterraneo. Striscia la Notizia e la classica programmazione serale Mediaset. Le Iene, Il Bagaglino, I Filmissimi di Rete4 e Non solo Moda di Canale5. La vita era ripresa. Tutto come prima. Anzi, no. Qualcosa cambiò, in effetti.

Papà, sbarcando con gli altri a Venezia, scappò col Guru e non tornò più a casa.

Posted by Giuseppe Braga at 10:06 | Comments (0)

20.06.08

Virginia on my mind

in piedi, a piedi

di Giuseppe Braga

Virginia ha cominciato a camminare, da sola, da tre settimane. Ci ha preso subito gusto. Adesso va piuttosto spedita, anche in salita e in curva. E i bambini così piccoli, quando li vedi camminare tutti così tutti barcollanti e incerti e ondeggianti e traballanti e tentennanti e nonostante ciò, intendo, nonostante tutti quei loro barcollamenti incertezze ondeggiamenti e tentennamenti, ecco, be’, i bambini così piccoli, dicevo, quando tu li vedi sgambettare senza mai cadere, ecco, anche quando sarebbe logico lo facessero, tu non puoi non pensare a un piccolo miracolo motorio gravitazionale. E almeno questa, è una cosa tanto parecchio molto davvero bella.

Posted by Giuseppe Braga at 15:26 | Comments (0)

16.06.08

cose importanti, invettiva creativa

[avvertenza: ogni riferimento a nomi cose animali città è puramente casuale involontario e fortuito]

di Giuseppe Braga

settimana scorsa sono stato invitato a una serata importante. Non mi capita troppo spesso. In generale, d’essere invitato da qualche parte, nello specifico, figuriamoci, in un posto importante come quello dell’altra sera: l’atelier bellissimo di un giovane artista emergente. Ero lì insieme agli altri autori, ed è stata l’occasione per conoscerci tutti, di un’importante guida turistica locale, guida che uscirà nell’importante mese di settembre, il prossimo venturo. Dico subito, oltre a essere stata una serata importante, è stata una serata particolarmente istruttiva. Soprattutto perché ho avuta l’importante opportunità di conoscere e di discorrere amabilmente con alcune persone. In particolare con una, straordinariamente importante.

L’altra sera, non ve lo nascondo, questa persona m’ha fatto molto incazzare. Ora vi dico.

Anzitutto, non mi si dica che ero partito prevenuto, filippo (questo è un nome di fantasia) somiglia in maniera impressionante a un mio vecchio compagno di scuola delle elementari, luigi (questo è un nome vero). Di professione macellaio, hobby rockabilly. Quindi ero partito, per empatia, con i migliori propositi.

filippo m, il cui importante cognome, che qui ometto per importanti ragioni d’opportunità, coincide simultaneamente a un insetto con le ali molto fastidioso, ma mai quanto lui (anche se insetto non è, o almeno crede di non esserlo), e all’importante capitale dell’ex impero del male comunista, la grande madre patria dei grandissimi Fiodor e Leone. E questa è giusto una curiosità, nulla di più.

filippo m è giornalista con importanti aspirazioni letterarie, meglio dirlo, che quasi me ne scordavo.
È anche figlio e doppiamente nipote d’arte, questo lo ha confidato, all’uditorio rapito dal suo eloquio, solo verso la fine, chissà, forse per evitare che l’uditorio rapito facesse stupide e infondate e sciocche e malevole illazioni.

filippo m, è addentro alle importanti cose giornalistiche, sa tutto di tutti, tanto per dire, è uno di quelli che senza alcuna soggezione chiama per nome le grandi penne del quotidiano per cui lavora. Gianni, Antonio, Eugenio, Vittorio e via discorrendo così, come fossero vecchi amici. Probabile che lo siano, non ho elementi per affermare il contrario. filippo capitale del comunismo mondiale ormai caduta in disgrazia, scrive articoli per l’importante quotidiano il cui nome comincia per r e finisce per a. I suoi articoli fino a prova contraria sono importanti e si trovano, cercando bene, nelle pagine locali. Ne ho letto uno (a dir la verità un pezzetto) sulla cucina etnica, roba da farti venire i brividoni lungo la schiena, c’ho ancora la pelle accapponata.

filippo l’insetto appiccicoso, pur riconoscendo che ormai scrivono proprio tutti, ha comunque pure lui già scritto un libro, il cui titolo è ovviamente top secret. Lui scrive molto bene (anche qui non ho elementi per affermare il contrario), parole sue, il suo libro è una cosa importante che resterà. Il suo futuro libro (attualmente, per precisione, definibile, più appropriatamente, manoscritto) lo sta leggendo una casa editrice romana (ma anche qui tutto è ammantato dal più fitto dei misteri). Egli ci ha altresì svelato che è stata la misteriosa casa editrice stessa a richiederglielo, perciò, conveniamo anche noi, si tratterà senza dubbi di un libro importante. Io sono già curioso adesso, figuriamoci un po’. So già. L’attesa sarà molto snervante.

filippo m ha trent’anni, pochi capelli sulla fronte (di più sulla nuca, meglio che niente, insomma), due occhietti porcini ravvicinati, faccia tonda tendente al pallido e un sorriso accattivante, ma solo per i pesci rossi e i barboncini. Mani come zampette, ma sudaticce, per non smentire il cognome. Non una gran bellezza, ecco. Quando non è d’accordo con quello che gli si dice (molto spesso, per quel poco che ho visto), produce delle smorfie buffe. Sarebbe meglio non le facesse, che così peggiora solo la situazione, di per sé già piuttosto tragica. Ma a lui piace tanto sottolineare la sua presunta superiorità intellettuale e culturale. Tra lui e gli altri ci sta un abisso. Che mi pare strano che stia ancora confinato lì alle cronache locali, a uno così io gli avrei affidato gli editoriali in prima pagina.

filippo l’importante capitale dell’ex impero del male comunista, come dicevamo, è giornalista, ma sogna di fare lo scrittore. Come tutti noi, insomma, nulla di nuovo sotto il sole. Non parte da zero, però. Ha già scritto alcune importanti cose, stanno in giro, qui e là, e mi scuso se non posso essere più preciso, ma a domanda precisa lui ha glissato, dicendo, evasivamente, che ha scritto cose qui e là, stando molto sul generico. Impossibile strappargli qualcosa di più. Una sfinge, a forma d’insetto.

Io però, che sono curioso come la merda e diffidente per natura, io però ieri ho cercato bene, sì, ho digitato nome e cognome su google e ho voluto vedere se qualche traccia ci stava. Nulla di nulla di nulla, sono rimasto deluso, davvero. Più per lui che per me, devo essere sincero. Solo una sua intervista a un ex pilota (oltre al già citato importante pezzo sulla cucina etnica). Di racconti nemmeno l’ombra, manco un mezzo incipit, neanche un quarto di frase, però internet non è tutto, mica è la bibbia, internet, dai. Magari è uscito qualcosa di suo sulla gazzetta della martesana o sull’eco di baggio e la rete non ne è a conoscenza. Non sarebbe l’unico, insomma.

Io da filippo m, vada come vada, mi aspetto grandi cose, lo dico senza ironia, anche se mi sta tendenzialmente sul culo. Io sono uno sportivo. Lo vedo ben centrato, lo vedo sul pezzo, lo vedo con quello sguardo di chi è ormai pronto, lui ha fatto la gavetta, lo vedo, si vede, se lo merita, soprattutto per il cognome (e per il padre e per lo zio e per il nonno) che porta.

Vi starete chiedendo, e allora, perché ce l’hai con lui, scusa? Ci arrivo subito, al perché.

filippo l’insetto con le ali nonché capitale dell’importante nazione che una volta stava dietro la cortina di ferro, ha avuto l’ardire, disinibito come un vero giornalista (ma forse sospinto dall’effetto della birra che aveva bevuto), di vaticinarmi un grande futuro. Sì, un grande futuro dietro le spalle. Senza troppi giri di parole, i giornalisti (di più quelli frustrati, e l’altra sera ce ne stavano in giro più d’uno) non amano i giri di parole, appena possono affondano il coltello della frustrazione nelle carni altrui, cercando di contagiarne più che possono. Direi che questa è la mia crosta. Sono dei gran fetenti, se volete che mi sbilanci. Cinici e fetenti. Ma è probabile che in questo caso umano ci sia un’altra spiegazione. Meno cinica e più tricologica. Io suppongo l’abbia detto perché invidioso dei miei capelli (non di ciò che ho scritto, scrivo e scriverò, che non ha mai letto e mai, spero, leggerà) e della mia fulgida bellezza (lui quando arriverà alla mia fulgida età, se non sta attento, si ritroverà a essere un tozzo flaccido cicciotello pelato). L’immagine è tutto, del resto, anche per i giornalisti mezzo (gli concedo ancora mezza possibilità di redenzione, del resto, perlomeno anagraficamente, è ancora giovane) frustrati.

L’importante filippo insetto fastidioso, non è un approssimativo, è uno, ad esempio, che conosce le figure retoriche molto bene. Perciò a un certo punto, quando ha capito che nemmeno con un trapianto portentoso sarebbe mai riuscito ad avere i miei capelli, ecco, lui m’ha insultato, così, aggratis, ma l’insulto, lui, lo ha mascherato abilmente dietro a un complimento. Ecco, quella che ha utilizzato è una figura retorica, lo so per certo, anche se non mi ricordo come si chiami. Fidatevi di un uomo senza memoria (e senza futuro).

Mi ha detto, il filippo capitale della vodka, senza che io gli avessi chiesto nulla, mi ha detto così.

Vuoi sapere cosa penso di te?

A bruciapelo, con la bavetta agli angoli della bocca. E così, con gli occhietti sempre più vicini, lo sguardo fisso sulla mia fluente chioma e la linguetta sibilante, ha sputato fuori quel che gli stava sul gozzo.

Penso che hai l’aspetto interessante di un Oscar Wilde (!!?), ma che sei vecchio bolso e senza futuro. Sei arrivato tardi, sei fuori tempo massimo. Quello che dovevi dire l’hai già detto, ormai sei senza domani. Datti all’ippica!

Secco e perentorio, come piace a me. Definitivo funereo tombale, come mi piace un po’ meno. E lascio a voi stabilire quali fossero i complimenti e quali gli insulti.

A prescindere, nemmeno tanto male come immagine, vero? L’ho detto che il ragazzo ci sa fare.
E però. Cazzo c’entra Oscar Wilde? E però. Cazzo ne sa di quello che ho detto, e scritto, io?

Sia come sia ci son rimasto di sale, non mi son toccato le parti basse, se volete saperlo, ma l’ho presa molto male. Come mio solito, un marchio di fabbrica da brevetto, ho incassato con stile e ci ho bevuto sopra. Gli ho sorriso e gli ho detto che presumibilmente aveva ragione, evidentemente, ho pensato, mi trovavo davanti a un veggente e non lo sapevo, colpa mia che non avevo riconosciuto in lui queste doti soprannaturali. Certo, quello che mi aveva rivolto, a ben pensarci, ci ho cominciato a pensare un po’ dopo, ecco, era un insulto gratuito, una cattiveria buttata lì per far colpo, una piccineria per sentirsi meno invisibili di quel che si è, un ronzio molesto. Fossi stato un po’ più ubriaco di quello che già non ero, non ci fosse stato di mezzo il tavolo, gli avrei dovuto ammollare una grossa scoreggia in faccia, così imparava, il piccolo insetto che si posa solitamente sugli escrementi ma che in questo caso specifico tende a posarsi su se stesso. Che screanzato d’un pivellino.

Non so se s’è capito, ma filippo m, con quella sua sprezzante affermazione carica di sicumera, mascherata da sarcastica ironia, filippo dicevo, proprio lui, m’ha fatto (seppur tardivamente, sono uno lentissimo di riflessi, io, così fuori dal tempo che quasi mi tocca dar ragione a quel piccolo coglione) tanto parecchio moltissimo incazzare. Mi sono sentito punto sul vivo, ecco. Ma come si permetteva. Gli avrei dovuto dire, dopo la scoreggia in faccia, gli avrei dovuto dire, prendendolo per il bavero e alitandogli in faccia tutto l’alcol che tenevo in corpo, non poco credetemi, ma tu che cazzo ne sai di me, piccolo insulso insetto di merda, cafoncello col bavero alzato, supponente bamboccino, flaccido e insignificante, stupido uomo che non sei altro, ma tu, che cazzo ne sai, tu, di me? Ma tu che cazzo ne sai, coglioncello di buona famiglia, tu che giochi a fare il giornalista e scrivi di molluschi e branzini?

E invece, come sempre, mi sono limitato a sorridergli amabilmente, scrollando appena un po’ il capo. Che gran faccia tosta, però. È così che si fa strada. Appena entrerà nell'età della ragione, devo assolutamente ricordarmi di dirlo a mia figlia.

In culo alla balena, filippo m.

Posted by Giuseppe Braga at 15:48 | Comments (5)

08.06.08

ineccepibile, forse [3.]

Soltanto l'ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità.

(lo diceva Neruda?)

Posted by Giuseppe Braga at 14:06 | Comments (0)

eco-balle alla milanese

(esempio di riciclo pseudo-letterario)

di Giuseppe Braga


Credo nel tetrapak
Credo nella raccolta differenziata
Ci credo, anche se non ho ancora capito dove cazzo vada buttato il tetrapak
Credo nella carta, anche in quella igienica, in alcuni momenti è molto più necessaria che non quella da scrivere
Credo negli scrittori
Credo nelle assonanze, nelle similitudini, nelle analogie e negli accostamenti
Credo che questa sia sottile ma che ci si possa arrivare
Credo nei concimi naturali

Credo nelle mucche, meglio senza estrogeni e steroidi
Credo nelle menti libere da concetti precostituiti
Credo nella carta riciclata
Credo nell’Amazzonia, credo se la stia passando maluccio
Credo di aver letto da qualche parte che ogni anno venga disboscata una superficie pari a qualcosa come mezza Austria, ma forse un po’ di più
Credo che gli austriaci siano fortunati a essere nati in Austria e non in Brasile, a quest’ora sarebbero stati sterminati già da decenni e addio prater e sacher torte
Credo agli scrittori eticamente corretti, politicamente sensibili e socialmente utili
Credo che dovrebbero essere loro i primi a mettersi una mano sulla coscienza
Credo che potrebbero andare in Amazzonia e toccare con mano, prendano esempio da Jovanotti
Credo che Jovanotti abbia venduto una paccata di libri, pur non essendo propriamente uno scrittore
Credo manco sia propriamente un cantante, vabbè ma queste son sottigliezze stereotipate già sentite
Credo, a prescindere dai sottili stereotipi, di aver sbagliato qualcosa nella vita
Credo negli anni sabbatici, soprattutto per gli scrittori, ma anche per quelli non propriamente tali
Credo che gli scrittori non debbano compiacere nessuno, nemmeno gli amazzonici disboscati
Credo nell’aria pulita
Credo nella pulizia, ma fino a un certo punto
Credo che ci siano vari tipi di pulizie che non mi piacciono affatto
Credo che a quel punto, ci siamo capiti, ecco, sia molto meglio vivere nella sporcizia
Credo nella monnezza napoletana, di più nella pizza, che ci volete fare, sono un buongustaio
Credo che si stava sempre meglio quando si stava peggio
Credo nell’energia rinnovabile
Credo nei parassiti
Credo nella legge dei grandi numeri
Credo che prima o poi la giustizia trionferà
Credo che i matematici siano dei grandissimi ruffiani paraculo, gente che vuole ammansire le masse ignoranti, quasi peggio che gli scrittori propriamente tali e non
Credo che queste mie righe siano largamente inutilmente inutili, lo so, lo so, lo so, lo so…
Credo che quelli di Life Gate sappiano già tutto
Credo di non essere eco-compatibile, ad esempio, in bocca c’ho un paio di capsule in oro e zinco e chissà cos’altro
Credo di non sapere cosa voglia dire a Impatto Zero, però lo dico perché fa abbastanza piuttosto parecchio figo dirlo, quelli di Life Gate lo dicono sempre
Credo che nel mio piccolo ho piantato solo un oleandro davanti casa mia, non so se basti
Credo nelle rock star impegnate, politicamente corrette e socialmente utili
Ci credo di più quando si limitano a cantare e basta
Credo che la difesa dell’ambiente rischi di diventare un gran bell’affare per chi già ci guadagna adesso, e parecchio, inzozzandolo
Credo che i furbi se ne fottano allegramente dell’ambiente, però fiutano bene dove tira il vento
Credo che i ghiacci dell’artico si stiano sciogliendo per davvero, sì
Credo che, detto tra noi, sia un grosso problema globale a livello mondiale
Credo che però, in tutta sincerità, saranno cazzi amari per le prossime generazioni, noi saremmo già da un’altra parte, ecco
Credo che ci si debba provare a consolare con piccole cose, quando si sta nella merda
Credo alle polveri sottili, credo di averne immagazzinata una gran bella quantità
Credo nella pianura padana e nella sua cappa mortifera, tutta colpa sua, le polveri che c’ho nei polmoni, porca puttana
Credo che se Milano fosse un’isola caraibica, lontana dalla pianura e dai padani, noi non avremmo problemi di viabilità, d’aria irrespirabile, di parametri fuori norma, di pm10, di smog, di traffico, di
Credo che non avremmo nemmeno la Moratti come sindaco
Credo che non avremmo avuto neanche Alberini, Formentini, Pillitteri, ecc.
Credo che mica sempre si stava sempre meglio quando si stava peggio, va anche contemplato il caso in cui si sta sempre male, questo è uno di quelli
Credo che una volta qui era tutta campagna
Credo… dove cazzo si deve buttare il tetrapak, qualcuno me lo sa dire?

Posted by Giuseppe Braga at 12:48 | Comments (0)

07.06.08

due appuntamenti eco-joyciani

Oggi, sabato 7 giugno, dalle 19.00, presso The Photographers, via Cerano 22 - MILANO (zona via Savona) e in diretta streaming su http://www.liblab.org/tv/: Collaudo condiviso di Impianto eco-alfabetico urbano ad emissioni liriche
Per combattere l'effetto serra, serata di reading & slam poetry d'assalto per poeti metropolitani sostenibili, scrittori rinnovabili, curiosi compatibili, improvvisatori senza filtro e attori solari.
INGRESSO LIBERO, per ulteriori informazioni: http://www.liblab.org

Giovedì 12 giugno, ore 17.00, a Teramo, Festival Lib[e]ri 2008.
CONFRONTI: SCRITTURA E SOLITUDINI - Giuseppe Braga e Gianfranco Contini presentano i romanzi Ma tu lo conosci Joyce? (Sironi) e Tutto esaurito (Robin). Conversazione con gli autori a cura di Massimiliano Orsini.

Posted by Giuseppe Braga at 15:50 | Comments (0)

05.06.08

PICCOLO amore METROPOLITANO

di Giuseppe Braga
(maggio 1999)

Ti sto cercando. Dove sei finita, dove ti sei nascosta. Forse non lo sai, ma io ti ho sempre amata. Il mio desiderio è come un delirio ininterrotto. Cammino a piedi nudi per le tue vie polverose. Infette, trafficate, perverse e non avrò pace finché non sarai mia. Corro e non mi fermo un istante, non mi volto, non ho paura di incontrarti. Selvaggia e mostruosa, potresti annientare chiunque, ma non me. Ti sento, mi accarezzi la nuca e mi avvolgi piano, vuoi proteggermi o vuoi distruggermi? Non so cosa pensare, in realtà non voglio pensare a nulla. Vorrei solo sentirti mia e amarti, vincere le tue residue resistenze. Ti vedo, sei dentro ogni cosa, provocante ti specchi nelle tue torri di cristallo. Sei il bene e il male. Ti tocco, le mani prima affondano nell’asfalto liquido e poi strofinano i freddi neon delle insegne pubblicitarie. Sei la terra e il cielo. Ti fiuto, mai profumo fu più dolce, mai odore più acre. Sei il vento e la pioggia. Ti mangio, un treno in piena corsa deraglia dentro i labirinti della mia follia. Sei il giorno e la notte. Tu sei spietata e crudele, ti permetti di confondere vita e morte solo perché puoi dispensarle entrambe a tuo piacimento. Non provi nessun dolore? So che mi disprezzi, ma imparerai ad amarmi e quella sarà la tua fine: ti raderò al suolo e disperderò le tue ceneri nell’aria mattutina d’aprile.

Posted by Giuseppe Braga at 23:08 | Comments (0)

PERIFERIE dell’ANIMA

di Giuseppe Braga
(maggio 1999)

Anche stanotte la luna è triste e le stelle si sono perse dietro chissà quale stupido lampione. Mi mancano le forze e faccio fatica a tenere gli occhi aperti, quando li chiudo sento gli scheletri ballarmi dentro. Nella mia anima tutto si è spento ancora prima di illuminarsi. Vorrei essere triste e sola come la luna. Guardo fuori dal finestrino e vedo dei grossi animali che dormono e che non emettono suoni, vedo delle strisce di asfalto che hanno dimenticato il loro nome e che nessuno mai attraverserà. Il tempo è la mia malattia. L’auto scricchiola in continuazione e questi sedili appiccicosi si attaccano alla mia schiena, speriamo che finisca presto. Che strana notte, che strano posto, sembra un cimitero di vecchi elefanti piegati sulle ginocchia e incapaci di muoversi, con tanti occhi ravvicinati che si spengono uno dietro l’altro. Qui niente ha senso e questa notte forse non avrà mai fine. L’alba non arriverà a guarirmi. Ora lui ha finito, lo vedo, lo sento, è soddisfatto. I suoi sciocchi gemiti hanno squarciato l’aria e rotto il silenzio, giusto per il breve spazio di quell’inutile orgasmo. Le sue parole sono già lontane dalla mia memoria e viaggiano senza cintura verso l’inferno. Sono di fronte a questo mondo, cartapesta senza futuro. Sola, con il mio silenzio nelle braccia, mi cullo nella città vuota. Tutto si è spento ora, e finalmente mi sento triste come la luna, peccato non possa stare lassù con lei.

Posted by Giuseppe Braga at 22:18 | Comments (0)