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10.03.08
Mattinale
di Giuseppe Braga
Entrando nel bar, mi accorsi di essere rimasto senza soldi. La sera prima ero uscito a bere con dei vecchi colleghi e non m’era rimasta una lira nel portafogli. Quelle sono situazioni in cui non puoi certo tirarti indietro. Deviai allo sportello della banca e prelevai l’indispensabile. Vidi dalla ricevuta che il tempo delle ristrettezze si stava decisamente avvicinando. Il conto proseguiva a scendere. In maniera verticale. Ma non potevo farci molto. Il sussidio mi bastava appena per l’affitto e le spese mensili.
Il resto me lo bevevo via. E che poi succeda quel che succeda, ero solito dirmi. Ero comunque in attesa che si concretizzasse un affare. Questione di qualche giorno, mi aveva detto quel tale, il dottor ‘converrà con me che’. Lo chiamavo in quel modo, per via del fatto che ogni tre parole ci ficcava dentro quel ‘converrà con me che’. Era un brav’uomo, almeno così m’era parso. Lavorava come assicuratore in una grossa azienda di automobili. Ma poi aveva anche un secondo lavoro. Parallelo. Per arrotondare, diceva lui. Una sorta di commercio d’automobili. Si trattava di portare delle vetture, dall’Italia alla Svizzera. Si attraversava il confine con le auto - tutte Mercedes e Bmw - e poi si tornava indietro col treno. Chiaro che c’era qualcosa di strano. Evidente che la faccenda puzzava, ma a me interessava solo il grano. E a quanto pareva lì ne girava parecchio. Non potevo fare altro che aspettare. E bere. Finalmente entrai nel bar.
Erano appena le dieci del mattino, e la giornata sarebbe stata come le ultime di questi mesi. Lunga e alcolica. M’andava più che bene così. Dopotutto non pretendevo molto, io. Diedi un’occhiata intorno. Vicino all’angolo occupato dal flipper c’era un vecchio signore sulla settantina, stava guardando fuori dalla finestra, ma i suoi occhi vagavano assenti verso chissà quali direzioni. In mano teneva un calice di vino bianco. Avrebbe dovuto berne ancora parecchi, per riuscire a sopportare i pesi che si portava appresso. Aveva mani che tremavano e occhi lucidi. La barba sfatta e un vestito stirato male. Per un attimo lo guardai e mi fece davvero pena. Poi andai verso il banco e feci finta che non esistesse. All’interno del bar, oltre a me, c’era solo lui. Nessun altro che noi due. Quella era l’ora della pausa di metà mattina e, di tanto in tanto, qualche segretaria di qualche ufficio scendeva a bersi un caffè o un cappuccino. Avveniva di rado, comunque. E questo non mi pareva per l’appunto uno di quei giorni. M’importava niente, alla fine dei conti. Un bel paio di gambe o di tette le avrei anche potute vedere un’altra volta. Non c’era tutta ‘sta urgenza. E di certo non mi cambiavano l’esistenza. Di norma quel bar di periferia rimaneva poco frequentato fino all’ora di pranzo. Poi sì che si riempiva d’impiegati e di segretarie. Io solitamente a quell’ora me ne tornavo a casa. Detestavo la confusione. Cercavo di dormire un pò e solo dopo, verso le due e mezza, tre, tornavo al bar. Non mangiavo quasi mai a mezzogiorno. L’appetito mi cominciava a venire intorno alle nove di sera. Loro invece, gli impiegati e le segretarie, all’ora di pranzo mangiavano. Soprattutto cose veloci, panini, insalate o toast. E bevevano. Anche loro. Spremute d’arancio. O acqua minerale. O coca light. Alla fine chiudevano con l’espresso. Ristretto macchiato caldo. Di tempo da perdere loro non ne avevano. Bisognava pur produrre. Io invece, al contrario, di tempo ne avevo da sbatter via. E a riguardo della produttività, non avevo idea di che cosa fosse. E così iniziavo con il mio mezzo litro di bianco frizzante, appunto, verso le dieci. Mi portavo sempre dietro un libro, un vecchio libro di poesie che però non leggevo mai. Piuttosto davo una sbirciatina al giornale che stava sopra al frigo dei gelati, mi facevo un paio di partite al flipper e poi, intorno alla mezza, passavo al rosso. Due o tre bicchieri, non andavo oltre. Quando capitava, scambiavo qualche chiacchiera con Agostino, il barista. Un piccoletto, sui cinquanta o giù di lì, che era venuto su dalla Sardegna trent’anni prima. Con un cazzo di niente in mano. Povero in canna, insomma. Ma che adesso gestiva il locale insieme alla moglie e ai due figli.
Non è necessario partire subito bene, nella vita. Quando lo vedevo, e cioè ogni giorno tranne la domenica che rimaneva chiuso, non riuscivo a trattenermi dal pensarci. Io, infatti, pur avendo avuto, per così dire, un buon inizio, adesso non avevo, semplicemente, più nulla. Avevo perso tutto. A dar retta alla mia ex moglie, anche la dignità. Ma lei, va detto, quando parlava, di me, con me, esagerava. Sempre. Pensare che un tempo formavamo una discreta coppia. Si scopava bene, per lo meno. Anni fa, parecchi. Ora lei stava con un gioielliere. L’avevo visto un paio di volte, ma non mi era sembrato un gran tipo. Poi magari è pieno così di grano, visto il lavoro che fa. Un tipo dimesso, soprappeso e stempiato. Sulla cinquantina. Che però le riusciva a dare le sicurezze che io non ero in grado. Economiche, immagino. Le altre, e certo, a ben pensarci, non contavano poi tanto.
Era una storia che era finita da tre anni, quella con mia moglie. Senza rimpianti o che. Quasi non me la ricordavo neanche. I contorni del suo viso mi apparivano confusi. Dovevo concentrarmi per poter ricordare l’intenzione dei suoi sguardi. Era lontana, molto. In un’altra vita, si può dire. Non saprei neppure come definirla adesso. A onor del vero noi due non fummo mai completamente felici e la disgrazia che colpì il bambino c’entrò, certo che influì, ma solo fino a un certo punto. Troppo diversi. Non passava settimana che non litigassimo. Negli ultimi tempi anche per le scuse più banali. E un paio di volte giungemmo perfino alle mani. E di fronte al piccolo, per giunta. E questa, a esser sincero, è l’unica cosa di cui mi pento. Ancora adesso. Poi ci fu l’incidente. E tutto non fu più come prima. Nulla lo restò. Per i sensi di colpa cercò d’ammazzarsi coi tranquillanti, il giorno stesso. Non ci riuscì, sfortunatamente. Io dopo una settimana cominciai a bere forte. Due tecniche di suicidio diverse, se confrontate. La mia più lenta, ma inesorabile. E infallibile, date retta. Lei poi, se ne andò via una sera, senza dirmi nulla. Col gioielliere che l’aspettava giù in strada con il motore della macchina acceso. Io, mi sembra di ricordare, stavo sdraiato sul tappeto abbracciato alla mia bottiglia di whisky. Da quella sera, ora rammento, decisi di chiudere coi super alcolici. E mia moglie, per intanto, decise di chiudere con me. Ma la vita è questa roba qui. Inutile incazzarsi. C’è ben poco daffare.
Quella mattina il bar era deserto più degli altri giorni. Erano le undici e mezza e io ero passato al rosso, Barbera mica Chianti, con ragionevole facilità. Il vuoto che mi circondava mi consentiva di interpretare il futuro con maggior chiarezza. Il dottore mi aveva consigliato di non eccedere nel bere e di smettere di fumare. L’avevo ascoltato solo per metà. Risparmiando sulle Marlboro potevo sbevazzare un po’ di più. Del resto non m’era costato troppo. Ero sempre stato un fumatore piuttosto anomalo. Non avevo il vizio. Quindi avevo smesso. I dottori, per quanto possibile, andrebbero sempre ascoltati. Per quel che riguardava l’alcol invece, gli avevo detto chiaro e tondo che non c’erano speranze. E che non avrei mai smesso. M’importava niente. Dei guasti provocati alla salute e delle altre solite cagate che ti dicono i medici per metterti paura. Il fegato dopotutto era mio.
Il bicchiere non lo avrei mai posato se non svuotato e se non in punto di morte. L’aspettavo io, la morte. Fretta non ne avevo. Ero sempre lì. Seduto. In quel bar.
Posted by Giuseppe Braga at 10.03.08 11:48