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31.03.08
la natura dell'inchiostro

Posted by Giuseppe Braga at 10:19 | Comments (0)
26.03.08
Maniaci (ci uccidono con l’onda)
di Giuseppe Braga
[un racconto scritto nove anni fa]
Mi aggiravo come uno zombie trasandato e maledetto. Capellone senza futuro. Mi ero fatto le trecce e sembravo lo zio tossico di pippi calzelunghe. Era da qualche settimana che non dormivo più di tre, quattro ore per notte. Non è che avessi poi tutte queste grandi cose da fare, più che altro arrivava una certa ora e il sonno svaniva. Se non coglievo l’attimo stavo sveglio con gli occhi sbarrati fino alle prime ore dell’alba. Brutta storia per uno come me abituato a dormire parecchio.
Fortuna era che mi fossi comprato il videoregistratore da poco. Avevo così l’occasione d’ammortizzarne subito la spesa e di passare le ore notturne in modo decente. Si fa per dire. Peccato che avevo solo due videocassette. Continuavo a rivederle all’infinito: una era di Truffaurt e l’altra di Kieslowski, ma non mi addormentavo lo stesso. Incredibile ma vero. M’ingegnavo per uscire indenne notte dopo notte e, senza scordarmi dei due sommi maestri, mi vedevo repliche notturne di telefilm o programmi improbabili trasmessi anni prima e cancellati dalla storia del cinema e della tv. Anzi, mai scritti credo. Le aste notturne non riuscivo a reggerle, gli spezzoni di film porno neppure, perché sul più bello sfuocavano l’immagine o cambiavano scena e nell’inquadratura successiva si rivedevano due pirla completamente vestiti e si intuiva subito che prima di arrivare a vedere una tetta grossa o una bella figa in primo piano, saresti potuto anche andare a comprarti la videocassetta o andare affanculo, come preferivi. Quindi... a proposito, i cazzi non si vedevano mai. Non che mi fregasse più di tanto, ma era più che altro una questione di parità di sessi.
Tra un cazzo e un lazzo m’è venuta in mente una situazione, al proposito, accaduta qualche tempo fa. Un mio vecchio amico, poco prima di sposarsi, aveva deciso di vedersi un bel film con la futura moglie. Erano vergini e non nel senso dello zodiaco, ma nell’altro. Ma erano anche persone aperte alla sperimentazione. Si erano dunque lanciati, incuriositi da questo mondo ancora poco indagato e per loro misterioso. Era quindi andato in edicola (non in un sexy shop perché si vergognava, che volete farci, il vecchio retaggio cattolico è duro a morire) e aveva preso in mano, non senza un certo imbarazzo, la prima cassetta a caso: aveva buttato l’occhio malandrino e rapido sul bancone dedicato all’argomento e... zac!, come un falchetto s’era impossessato dello scottante video. Al momento di pagare l’amara sorpresa: costava sessantacinquemila lire, un’enormità, ma ormai era lì e non poteva più non comprarla. Infine a casa il patatrac. Si era accorto subito (che bell’intuito) che aveva esagerato. Il titolo diceva tutto e niente ed in effetti poteva trarre in inganno: QUELLA PORCA SULL’ARCA. Era la storia della cassiera di una macelleria che, in preda ad una crisi mistica, decideva di abbandonare l’attività ed il marito perché scopriva di amare gli animali. Nel senso che immaginate anche voi. Infatti per tutto il film c’è lei che con la scusa di un ipotetico diluvio imminente, se la fa nell’ordine con un pastore tedesco, con un cavallo pezzato, con una grossa scimmia (nel film, la scimmia è l’attore che interpretava il marito, travestito) e persino con un ippopotamo svogliato, ma con un cazzo da spavento. Se li portava uno ad uno sull’arca e si faceva ingroppare allegramente. Ne erano usciti provati. Inorriditi e con l’idea del sesso leggermente deviata. Dopo un quarto d’ora lei l’aveva lasciato. Lui ora è entrato in seminario. Di lei si sono perse le tracce. Mi hanno detto che lavora al WWF, ma non so se mi stavano prendendo in giro o cosa. La videocassetta me la sono fatta regalare subito dopo il fattaccio, ora ce l’ha in prestito mio cugino perché se la vuole duplicare (pare sia introvabile) ed aspetto che me la ridia indietro per rivedermela. Non era male come film. Erano belle le scenografie, oltre al cazzo dell’ippopotamo che, forse, adesso che ci penso, era una protesi. Non poteva avercelo così grosso... magari se lo era fatto trapiantare da un toro o da un cavallo.
Trascorrevo le notti stancamente tra un canale e l’altro, tra una sigaretta e l’altra e di tanto in tanto non disdegnavo dal tirarmi una bella sega. Ora so che si aprirà un dibattito. Io non ero contrario per principio alla masturbazione, perciò pur non esagerando, capitava che mi spugnettassi. Voi non so. A me di notte veniva meglio. Risultava tutto più credibile ed in un certo senso aveva il suo romanticismo. Avevo instaurato un bel rapporto tra la mano e il cazzo: si riconoscevano subito. Se mi davano del segaiolo non mi incazzavo, ognuno di noi c’aveva le sue abitudini, no? Naturalmente mi piaceva scopare e non c’è neanche bisogno di dirlo. Le donne mi piacevano per la loro varietà pressoché sterminata. Spesso venivo catturato dai particolari, come uno sguardo o un vestito o un taglio di capelli. Tra l’altro, non mi piace incensarmi ma devo dirlo, piacevo parecchio alle donne, io. Questo mi rimaneva oscuro (non ero poi questo granché), ma era una situazione che non contrastavo di certo. Comunque sia in quel periodo ero fidanzato e con la mia Amina andava tutto fin troppo bene. Ci si vedeva piuttosto poco a dire il vero. Aveva una gran pazienza. Lei mi lasciava i miei spazi, io me li prendevo e ne ero contento. Abitavamo ai due poli opposti della città. Ero cosciente che prima o poi si sarebbe arrivati alla resa dei conti, del tipo: tu mi trascuri, non stiamo mai insieme, sei poco presente, etc., ma io facevo il possibile e non avevo molto da rimproverarmi. L’amavo nel mio modo un po' bizzarro e surreale. Così la mia vita procedeva senza alti né bassi: un poco cool, per niente trendy e molto casual. Proprio nell’accezione italianizzante che, tradotta, diventa: casuale, dovuta al caso, al colpo di culo improvviso. Che aspettavo da sempre (e sempre avrei aspettato). Mi ricordo i primi vagiti, ero già stanco allora, presumo pensassi chiaramente di avere sbagliato epoca e luogo. Piangevo perché me ne volevo andare, altro che... Quanto tempo era passato. Non mi ero accorto della vita che si era mangiata una parte fondamentale di me. Una parte che non sarebbe mai più tornata indietro a farmi compagnia. La gioventù se ne era andata, ingoiata e digerita. L’avevo probabilmente già ruttata fuori insieme all’infanzia e all’adolescenza. Che pena: stavo invecchiando, ma mi dicevo che stavo solo crescendo. Forse è vero che cresco, ma nel senso che avanzo e LORO possono fare a meno di me in qualsiasi momento. Loro, sono il sistema, la società corrotta del magna magna generale, loro, quelli che ci stanno uccidendo con l’onda. Anni fa c’era per davvero un omino che si aggirava con un carretto e che scriveva con la vernice sui muri e sulle strade questa frase: ci uccidono con l’onda. Cazzo, stai a vedere che aveva ragione lui, quel pazzo. Adesso tra antenne, parabole (non quella del buon samaritano...), cellulari, bombe atomiche, tric e trac, marchingegni strani e cazzi vari non sai più dove andare. E io ogni tanto mi fermo davanti a uno dei pochi alberi che sono rimasti nella mia zona, un tiglio malmesso e lo guardo. Lo contemplo ed è come se vedessi il mondo, sento riprendere fluire il sangue e mi sento gli organi interni battere, non per forza d’inerzia come avviene di solito, ma perché sono desiderosi di farlo. Sono brevi attimi di felicità, spezzati dai gas di scarico e dal tg4 di fede che sbuca dalle finestre delle case: due tipi d’inquinamento diversi, ma ugualmente dannosi. Io preferivo la bici all’auto, ma la tenevo in cantina con le ruote sgonfie. Era troppo faticoso pensare di gonfiarle, tirarla fuori e usarla. Troppo difficile, quindi non la utilizzavo mai. Mi spostavo in automobile, una vecchia citroen blu elettrico scrostata che non aveva molte speranze di vedere il nuovo millennio. Durante il giorno ero impiegato nell’amministrazione comunale della mia città. Non mi piaceva affatto come lavoro, comunque lo facevo. Pur non essendo particolarmente attaccato ai soldi, riconoscevo che erano imprescindibili, per tirare avanti.
A lavorare cercavo di andarci tutti i giorni. Ed era iniziato a succedere proprio in ufficio. Telefonate strane. Concentrate nelle prime ore della giornata. Chiamavano e quando io rispondevo, mettevano giù la cornetta. Inizialmente non ci avevo fatto caso. Quando le telefonate le ricevevano i miei colleghi, venivo espressamente richiesto e solo sentendo la mia voce, riattaccavano. Era un uomo o almeno una voce maschile. La faccenda iniziava a incuriosirmi. In una settimana dieci, dodici chiamate del genere non potevano considerarsi un caso. Dalla curiosità ero passato alla diffidenza quando avevano iniziato a telefonarmi anche a casa. Ripetutamente, cinque o sei telefonate a sera. Alzavo il ricevitore e dall’altra parte del filo sentivo qualche istante di silenzio seguito dal rumore sgradevole della cornetta che si abbassa. Non sapevo che pensare al riguardo, ma continuavo a non dare troppo peso alla faccenda visto che nel frattempo avevo elaborato una mia teoria cosmica, un vero e proprio dogma incrollabile: pensavo che nella vita di cose davvero importanti ce ne fossero incredibilmente poche, per cui era insensato preoccuparsi o incazzarsi preventivamente e inutilmente. Troppa fatica ed energie sprecate. Mi ero fatto l’idea che fosse un maniaco, ma che fosse anche molto timido e che non avesse il fisico per poterlo fare, magari si stava allenando e aveva scelto me come trainer involontario.
Avevo una seconda attività. La passione di scrivere mi era nata da ragazzo. Ero partito con le poesie, ma la professoressa di lettere del liceo durante un intervallo (ho ancora stampate nella testa le sue parole impietose) m’aveva suggerito amabilmente di lasciar perdere, ero dunque passato a scrivere testi per canzoni (in pratica riciclavo le poesie che avevo già scritto, cambiando solo qualche frase qua e là), ma in questo caso il cantante del mio gruppo si era rifiutato di cantarli. Avevo abbandonato il mondo della musica, ripromettendomi di tornarci in seguito. Dai venti ai ventisette circa, ho avuto un periodo improduttivo e sterile, artisticamente parlando, dal quale sono riemerso grazie ad Amina. La sola sua presenza aveva riacceso in me quel lato artistico e poetico, sopito da anni di inattività e da anni di frustrazioni represse. Avevo ripreso a scrivere alla faccia della prof. stronza. Scrivevo favole per bambini: mi ero inventato un personaggio, a metà tra l’uomo ragno ed heidy e l’avevo chiamato la moschella. Si trattava di una mosca ballerina che ballava in punta di zampe a tempo di tarantella. Le storie erano ambientate in un futuro non ben definito, non a napoli ma su saturno. Come favole facevano piuttosto schifo, ma venivano pubblicate lo stesso su una rivista per bambini. Forse perché il direttore era uno zio di Amina. Ma questo è solo un particolare di poco conto.
Ero anche rientrato nel giro musicale. Alla grande. Ero diventato il cantante di un gruppo che faceva oggettivamente cagare. Anch’io per la verità. Essendoci formati da poco e mancandoci un nome, io avevo proposto di chiamarci the cagoni’s, che poi non mi sbagliavo di molto, ma il batterista, che era quello che ci credeva più di tutti e che non aveva un briciolo d’ironia (casualmente era anche il più scarso della compagnia), s’era risentito e mi aveva allontanato in malo modo dal gruppo. Poi ero tornato perché non riuscivano a trovare nessun’altro che volesse cantare con loro. Ci credo, facevano davvero cagare. Avevamo fatto pace. Una tregua momentanea, ne ero certo, ma il nome continuava a mancarci... In quel periodo mi sentivo vagamente un artista e volevo vivere da tale. Probabilmente non lo ero e non lo sembravo neppure. Ignoravo comunque ciò che di me pensava la gente, tiravo dritto per la mia strada e m’inventavo sempre nuove storie della moschella su saturno.
Le telefonate non avevano diminuito d’intensità. Era come se il maniaco conoscesse i miei spostamenti. Un pomeriggio ero uscito prima dall’ufficio e l’istante dopo essere entrato in casa, il telefono aveva cominciato a squillare. Al mio pronto aveva riattaccato immediatamente. Non un sospiro, non un gemito, non una parola. Solo silenzio. Quella volta avevo dovuto staccare l’apparecchio perché ero arrivato al limite di sopportazione: una telefonata ogni cinque minuti. Anch’io che ero paziente quel pomeriggio mi ero rotto i coglioni. Continuavo a non sentirmi particolarmente preoccupato. Avevo altro a cui pensare. Avevo una fiducia inattaccabile nel genere umano e non sarebbe stato questo maniaco da quattro soldi a farmi cambiare idea. Poi aveva iniziato a chiamarmi durante le notti. Io ero sveglio senza sonno davanti alla tv e rispondevo, sapendo benissimo chi fosse. Lui restava muto per alcuni secondi prima di riagganciare. Io abbassavo il volume e tacevo insieme a lui. Avevamo instaurato un rapporto strano, molto intimo, fondato sui silenzi. Avevo imparato a convivere con lui. Tra simili ci si capisce quasi subito.
Dai silenzi era passato alle sinfonie. Nelle telefonate notturne mi deliziava con Mozart e Beethoven, Haydin e Vivaldi. Era un muto colto e raffinato. Conosceva la storia della musica alla perfezione. Avvicinava la cornetta alle casse, quando voleva sottolineare i passaggi più significativi delle opere che mi stava proponendo. Le chiamate adesso erano diminuite d’intensità, ma erano aumentate in qualità e durata. Io non mettevo mai giù per primo, aspettavo che fosse lui a decidere il momento. Capitava sempre più di frequente però, che mi addormentassi all’ascolto con la cornetta in mano... poco male, tanto pagava lui la telefonata. Quelle armonie che m’arrivavano all’orecchio tramite il telefono da chissà dove, avevano il potere di farmi addormentare di schianto. Amina era convinta fosse un angelo. Molto poetica come idea. Io nutrivo dei dubbi. Un giorno avevo trovato sulla soglia di casa delle strane impronte e qualche piuma, ma non ci avevo fatto caso. Ora telefonava solo di notte e io dopo qualche secondo partivo. L’eroica era la mia preferita: dopo il primo movimento russavo che era un piacere.
Una mattina, mentre mi lavavo la faccia e mi vedevo riflesso nello specchio crepato del bagno, avevo riflettuto sui recenti fatti. Uscendo di casa avevo rivisto le piume e mi ero infine chiesto se ognuno di noi avesse davvero un angelo custode da qualche parte che garantisse per lui. Pensavo che, forse, il telefonista muto fosse il mio, ma il mistero sussisteva. Ad ogni buon conto, per evitare sorprese, mi ero comprato tutte le sinfonie di Beethoven e l’opera omnia di Mozart. Non volevo mica farmi trovare impreparato, io.
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“Sleep sleep tonight
and may your dreams
be realized...
so let it be...”
mlk.U2
p.s. è solo l’una e venti.
milano, 19 marzo 1999
Posted by Giuseppe Braga at 19:33 | Comments (0)
11.03.08
nello spazio di novantuno anni

(quattro generazioni a confronto. Senza dubbio la penultima è quella messa peggio)
Nonna Clementina ci ha lasciati all'incirca un mese e mezzo fa. Esattamente la sera in cui il governo Prodi è caduto, all'incirca alla stessa ora, minuto più, minuto meno. Ha sempre avuto un suo modo eccentrico per richiamare l'attenzione e per farsi notare, la mia nonna Clementina. A riguardo, di sicuro so due cose. E' stata nettamente infinitamente più longeva di Prodi (politicamentre parlando) e di tutti i governi di centro sinistra messi insieme elevati al quadrato. E le ho voluto tanto bene, sempre, anche quando faceva ammattire mio padre barricandosi in casa mettendo il divano contro la porta e gridandogliele dietro di tutti i colori. Detto che era eccentrica, vero? Ciao Clementina. Dove sei adesso, stai senz'altro meglio di tutti noi.
Posted by Giuseppe Braga at 10:54 | Comments (0)
10.03.08
Mattinale
di Giuseppe Braga
Entrando nel bar, mi accorsi di essere rimasto senza soldi. La sera prima ero uscito a bere con dei vecchi colleghi e non m’era rimasta una lira nel portafogli. Quelle sono situazioni in cui non puoi certo tirarti indietro. Deviai allo sportello della banca e prelevai l’indispensabile. Vidi dalla ricevuta che il tempo delle ristrettezze si stava decisamente avvicinando. Il conto proseguiva a scendere. In maniera verticale. Ma non potevo farci molto. Il sussidio mi bastava appena per l’affitto e le spese mensili.
Il resto me lo bevevo via. E che poi succeda quel che succeda, ero solito dirmi. Ero comunque in attesa che si concretizzasse un affare. Questione di qualche giorno, mi aveva detto quel tale, il dottor ‘converrà con me che’. Lo chiamavo in quel modo, per via del fatto che ogni tre parole ci ficcava dentro quel ‘converrà con me che’. Era un brav’uomo, almeno così m’era parso. Lavorava come assicuratore in una grossa azienda di automobili. Ma poi aveva anche un secondo lavoro. Parallelo. Per arrotondare, diceva lui. Una sorta di commercio d’automobili. Si trattava di portare delle vetture, dall’Italia alla Svizzera. Si attraversava il confine con le auto - tutte Mercedes e Bmw - e poi si tornava indietro col treno. Chiaro che c’era qualcosa di strano. Evidente che la faccenda puzzava, ma a me interessava solo il grano. E a quanto pareva lì ne girava parecchio. Non potevo fare altro che aspettare. E bere. Finalmente entrai nel bar.
Erano appena le dieci del mattino, e la giornata sarebbe stata come le ultime di questi mesi. Lunga e alcolica. M’andava più che bene così. Dopotutto non pretendevo molto, io. Diedi un’occhiata intorno. Vicino all’angolo occupato dal flipper c’era un vecchio signore sulla settantina, stava guardando fuori dalla finestra, ma i suoi occhi vagavano assenti verso chissà quali direzioni. In mano teneva un calice di vino bianco. Avrebbe dovuto berne ancora parecchi, per riuscire a sopportare i pesi che si portava appresso. Aveva mani che tremavano e occhi lucidi. La barba sfatta e un vestito stirato male. Per un attimo lo guardai e mi fece davvero pena. Poi andai verso il banco e feci finta che non esistesse. All’interno del bar, oltre a me, c’era solo lui. Nessun altro che noi due. Quella era l’ora della pausa di metà mattina e, di tanto in tanto, qualche segretaria di qualche ufficio scendeva a bersi un caffè o un cappuccino. Avveniva di rado, comunque. E questo non mi pareva per l’appunto uno di quei giorni. M’importava niente, alla fine dei conti. Un bel paio di gambe o di tette le avrei anche potute vedere un’altra volta. Non c’era tutta ‘sta urgenza. E di certo non mi cambiavano l’esistenza. Di norma quel bar di periferia rimaneva poco frequentato fino all’ora di pranzo. Poi sì che si riempiva d’impiegati e di segretarie. Io solitamente a quell’ora me ne tornavo a casa. Detestavo la confusione. Cercavo di dormire un pò e solo dopo, verso le due e mezza, tre, tornavo al bar. Non mangiavo quasi mai a mezzogiorno. L’appetito mi cominciava a venire intorno alle nove di sera. Loro invece, gli impiegati e le segretarie, all’ora di pranzo mangiavano. Soprattutto cose veloci, panini, insalate o toast. E bevevano. Anche loro. Spremute d’arancio. O acqua minerale. O coca light. Alla fine chiudevano con l’espresso. Ristretto macchiato caldo. Di tempo da perdere loro non ne avevano. Bisognava pur produrre. Io invece, al contrario, di tempo ne avevo da sbatter via. E a riguardo della produttività, non avevo idea di che cosa fosse. E così iniziavo con il mio mezzo litro di bianco frizzante, appunto, verso le dieci. Mi portavo sempre dietro un libro, un vecchio libro di poesie che però non leggevo mai. Piuttosto davo una sbirciatina al giornale che stava sopra al frigo dei gelati, mi facevo un paio di partite al flipper e poi, intorno alla mezza, passavo al rosso. Due o tre bicchieri, non andavo oltre. Quando capitava, scambiavo qualche chiacchiera con Agostino, il barista. Un piccoletto, sui cinquanta o giù di lì, che era venuto su dalla Sardegna trent’anni prima. Con un cazzo di niente in mano. Povero in canna, insomma. Ma che adesso gestiva il locale insieme alla moglie e ai due figli.
Non è necessario partire subito bene, nella vita. Quando lo vedevo, e cioè ogni giorno tranne la domenica che rimaneva chiuso, non riuscivo a trattenermi dal pensarci. Io, infatti, pur avendo avuto, per così dire, un buon inizio, adesso non avevo, semplicemente, più nulla. Avevo perso tutto. A dar retta alla mia ex moglie, anche la dignità. Ma lei, va detto, quando parlava, di me, con me, esagerava. Sempre. Pensare che un tempo formavamo una discreta coppia. Si scopava bene, per lo meno. Anni fa, parecchi. Ora lei stava con un gioielliere. L’avevo visto un paio di volte, ma non mi era sembrato un gran tipo. Poi magari è pieno così di grano, visto il lavoro che fa. Un tipo dimesso, soprappeso e stempiato. Sulla cinquantina. Che però le riusciva a dare le sicurezze che io non ero in grado. Economiche, immagino. Le altre, e certo, a ben pensarci, non contavano poi tanto.
Era una storia che era finita da tre anni, quella con mia moglie. Senza rimpianti o che. Quasi non me la ricordavo neanche. I contorni del suo viso mi apparivano confusi. Dovevo concentrarmi per poter ricordare l’intenzione dei suoi sguardi. Era lontana, molto. In un’altra vita, si può dire. Non saprei neppure come definirla adesso. A onor del vero noi due non fummo mai completamente felici e la disgrazia che colpì il bambino c’entrò, certo che influì, ma solo fino a un certo punto. Troppo diversi. Non passava settimana che non litigassimo. Negli ultimi tempi anche per le scuse più banali. E un paio di volte giungemmo perfino alle mani. E di fronte al piccolo, per giunta. E questa, a esser sincero, è l’unica cosa di cui mi pento. Ancora adesso. Poi ci fu l’incidente. E tutto non fu più come prima. Nulla lo restò. Per i sensi di colpa cercò d’ammazzarsi coi tranquillanti, il giorno stesso. Non ci riuscì, sfortunatamente. Io dopo una settimana cominciai a bere forte. Due tecniche di suicidio diverse, se confrontate. La mia più lenta, ma inesorabile. E infallibile, date retta. Lei poi, se ne andò via una sera, senza dirmi nulla. Col gioielliere che l’aspettava giù in strada con il motore della macchina acceso. Io, mi sembra di ricordare, stavo sdraiato sul tappeto abbracciato alla mia bottiglia di whisky. Da quella sera, ora rammento, decisi di chiudere coi super alcolici. E mia moglie, per intanto, decise di chiudere con me. Ma la vita è questa roba qui. Inutile incazzarsi. C’è ben poco daffare.
Quella mattina il bar era deserto più degli altri giorni. Erano le undici e mezza e io ero passato al rosso, Barbera mica Chianti, con ragionevole facilità. Il vuoto che mi circondava mi consentiva di interpretare il futuro con maggior chiarezza. Il dottore mi aveva consigliato di non eccedere nel bere e di smettere di fumare. L’avevo ascoltato solo per metà. Risparmiando sulle Marlboro potevo sbevazzare un po’ di più. Del resto non m’era costato troppo. Ero sempre stato un fumatore piuttosto anomalo. Non avevo il vizio. Quindi avevo smesso. I dottori, per quanto possibile, andrebbero sempre ascoltati. Per quel che riguardava l’alcol invece, gli avevo detto chiaro e tondo che non c’erano speranze. E che non avrei mai smesso. M’importava niente. Dei guasti provocati alla salute e delle altre solite cagate che ti dicono i medici per metterti paura. Il fegato dopotutto era mio.
Il bicchiere non lo avrei mai posato se non svuotato e se non in punto di morte. L’aspettavo io, la morte. Fretta non ne avevo. Ero sempre lì. Seduto. In quel bar.
Posted by Giuseppe Braga at 11:48 | Comments (0)
05.03.08
Anomalie
di Giuseppe Braga
C’è un onda nella mia testa. Cresce e si ritrae. Quando il giorno termina e ricade sulla notte, quest’onda inconsapevole, inarrestabile massa d’acqua, mi sommerge. Ne vengo colpito. Massacrato. Provo a risalire, ma rimango sotto. Senza respiro. Perduto e trasparente. Annegato in quell’orrendo mare. Fangoso e opprimente. Onda che batte a tempo e che non mi risparmia. Risuona ossessiva. Invadente. Devastante. Lurida. E quando arriva a lambire le mie palpebre, io non posso far altro che obbedirle.
Qualche tempo fa ho acquistato una pistola. Una calibro 12. Da allora la tengo sul comodino. È trascorso un anno. L’ho comprata da certa gente che ho conosciuto in un certo posto. Non ne avevo mai posseduta una, prima. Mai avevo sparato in vita mia. A militare, da ragazzo, stavo in infermeria e avevo a che fare con le siringhe e i tamponi, mai con le pistole. Ma ora sta lì. Sul comodino a fianco al letto. Non è che abbia paura che mi entrino in casa o che, il motivo è diverso. Sicuro che coi tempi che corrono, una pistola farebbe comodo a tutti. Lo confesso. Io la tengo lì, a portata di mano sopra al comodino, solo perché devo risolvere una questione strettamente privata. Molto personale. Del resto io con quella pistola non ho mai ammazzato nessuno, fino a prova contraria. Eppure ho dovuto subire una grossa ingiustizia.
Sono stato in galera. Tre anni, quattro mesi e nove giorni. Al gabbio, come dicono da quelle parti, la vita non c’entra proprio un cazzo con quella che sta qua fuori. M’hanno messo dentro perché una sera ho fatto a cazzotti con un poliziotto. Non era un poliziotto qualunque. Tra me e lui correva un odio particolare. Insanabile. Irrecuperabile. E così, dopo avergli spaccato la testa con un calcio, ho preso il coltello e gli ho squarciato la pancia. La lama, in quel periodo, la tenevo sempre con me. Difesa personale. Il sangue, ricordo, è uscito a fiotti; lui, il poliziotto, è caduto come un sacco vuoto e ben presto si è trovato in un mare. Senza onde. Denso. Rosso scuro. Di sangue ne teneva parecchio, quel grasso bastardo. Ma nonostante il taglio, profondo e ben assestato, non è morto. S’è salvato. Quel figlio di puttana l’ha scampata. I suoi colleghi quando m’hanno preso, me l’hanno fatta pagare molto cara. Tre anni e quattro mesi. E nove giorni. Ma un motivo per fare ciò che ho fatto, io ce l’avevo.
Le onde, ogni modo, ho iniziato a vederle allora. Onde d’inquietudine. Inizialmente le vedevo soltanto. Appena un’idea, in lontananza. Sfuocata. In controluce. Col sole che svaniva alle spalle. Era sempre una sera d’estate. Ma durò poco. Ben presto calò la notte. E giunse l’inverno. Cominciai anche a sentirle. Onde dal suono cupo. Il rumore del mare. Sordo e notturno, ogni notte più spaventoso. Onde alte e schiumose, compatte. Enormi. Paurosamente schiumose. Io scappavo, correvo a più non posso, ma non avevo scampo. Non c’era possibilità di sfuggire loro. Gridavo atterrito. Erano onde di paura. I secondini non gradivano le mie implorazioni d’aiuto. Il peso del manganello s’abbatteva con regolarità sulla mia schiena. Su testa, gambe e braccia. Solitamente a quel punto svenivo. Ma loro, i secondini, proseguivano a picchiare. Avevo quasi ammazzato uno di loro. C’era da capirli.
Onde di dolore. Tre anni, quattro mesi e nove giorni di dolore.
Venne il momento in cui uscii. Trovai molte cose fuori posto. Ci rimisi del tempo per capire. Poi venne quel giorno e mi comprai la pistola. Un anno fa. Quell’uomo s’era salvato, ma io avevo giurato a me stesso che l’avrei ammazzato. A qualunque costo. Avrei sfidato le onde, ancora.
Dormo con la pistola a fianco del letto, sul comodino. Ma non perché abbia paura. Il motivo è un altro. È che, stavolta, davvero, lo devo ammazzare sul serio.
Vi chiederete il motivo del mio accanimento. È giunto il momento di rendervi a parte.
Lui, quel poliziotto, è il nuovo marito di mia moglie. Della mia ex moglie. Quando scoprii che se la scopava, quattro anni fa, cercai di risolvere la questione in maniera civile. Ma lui non mi diede neppure retta. Allora m’arrabbiai. Inizialmente mi fermai alle minacce. Ma lui niente. Come se nulla fosse. Poi rinchiusi mia moglie, la mia ex moglie, in casa. Le impedii di uscire. Arrivai persino al punto di legarla al letto. Ben presto intuii che non avrebbe funzionato. Soprattutto a lungo andare. Quindi decisi di affrontare quel tale, il poliziotto. Ci scaldammo subito e arrivammo alle mani. Bastò una frase. Non credevo di avere tanta forza. Eppure.
Eppure l’ho steso con un pugno, poi gli ho tirato un calcio sulla testa. E ho atteso.
Attendevo che si rialzasse. E lui si è rialzato. Ma quando l’ha fatto io ero pronto. Con la lama. Un taglio orizzontale, da fianco a fianco. Nell’addome. Dentro quella grossa pancia di merda. Ho cominciato a correre, credevo d’averlo fatto fuori. Correvo senza direzione. Con le mani sporche di sangue e il coltello ripiegato nella tasca. Volevo farle vedere il sangue sulla lama, le mani insanguinate. Ma lei non c’era. Mia moglie non era in casa. Era scappata. Pensare che, da quella sera, non l’ho mai più vista. Gli agenti al contrario, vennero quella notte stessa a prendermi. Io, in fondo, li aspettavo. Suonarono alla porta e io aprii loro, con la camicia ancora impregnata di sangue. Quello che non aspettavo erano le onde. Quelle arrivarono immediatamente dopo. Onde di rabbia e di impotenza, di vergogna. Di disperazione. Onde di disgrazia.
Più forte gridavo, più dure erano le bastonate. Ma anch’io non morii. Ora sono un sopravvissuto. Preparato per affrontarlo. Di nuovo. Con la mia pistola e con le mie onde nella testa. Che crescono e si ritraggono. Che crescono e si ritraggono.
Posted by Giuseppe Braga at 10:13 | Comments (0)
04.03.08
short cuts

Posted by Giuseppe Braga at 10:23 | Comments (0)
Virginia on my mind
Difesa personale
di Giuseppe Braga
Ieri Virginia ha tirato un pugno a Elia, di un mese più piccolo di lei, ma molto più pesante e lungo una decina di centimetri in più. Le voleva prendere il ciuccio, lo screanzato. Non doveva farlo, nemmeno a pensarla, una roba così, che sprovveduto. Se l’è meritato tutto, il pugno. Maschiaccio irrispettoso scostumato prepotente. Ci provano da subito, i maschi, ah.
Posted by Giuseppe Braga at 10:12 | Comments (0)