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05.03.08

Anomalie

di Giuseppe Braga

C’è un onda nella mia testa. Cresce e si ritrae. Quando il giorno termina e ricade sulla notte, quest’onda inconsapevole, inarrestabile massa d’acqua, mi sommerge. Ne vengo colpito. Massacrato. Provo a risalire, ma rimango sotto. Senza respiro. Perduto e trasparente. Annegato in quell’orrendo mare. Fangoso e opprimente. Onda che batte a tempo e che non mi risparmia. Risuona ossessiva. Invadente. Devastante. Lurida. E quando arriva a lambire le mie palpebre, io non posso far altro che obbedirle.

Qualche tempo fa ho acquistato una pistola. Una calibro 12. Da allora la tengo sul comodino. È trascorso un anno. L’ho comprata da certa gente che ho conosciuto in un certo posto. Non ne avevo mai posseduta una, prima. Mai avevo sparato in vita mia. A militare, da ragazzo, stavo in infermeria e avevo a che fare con le siringhe e i tamponi, mai con le pistole. Ma ora sta lì. Sul comodino a fianco al letto. Non è che abbia paura che mi entrino in casa o che, il motivo è diverso. Sicuro che coi tempi che corrono, una pistola farebbe comodo a tutti. Lo confesso. Io la tengo lì, a portata di mano sopra al comodino, solo perché devo risolvere una questione strettamente privata. Molto personale. Del resto io con quella pistola non ho mai ammazzato nessuno, fino a prova contraria. Eppure ho dovuto subire una grossa ingiustizia.

Sono stato in galera. Tre anni, quattro mesi e nove giorni. Al gabbio, come dicono da quelle parti, la vita non c’entra proprio un cazzo con quella che sta qua fuori. M’hanno messo dentro perché una sera ho fatto a cazzotti con un poliziotto. Non era un poliziotto qualunque. Tra me e lui correva un odio particolare. Insanabile. Irrecuperabile. E così, dopo avergli spaccato la testa con un calcio, ho preso il coltello e gli ho squarciato la pancia. La lama, in quel periodo, la tenevo sempre con me. Difesa personale. Il sangue, ricordo, è uscito a fiotti; lui, il poliziotto, è caduto come un sacco vuoto e ben presto si è trovato in un mare. Senza onde. Denso. Rosso scuro. Di sangue ne teneva parecchio, quel grasso bastardo. Ma nonostante il taglio, profondo e ben assestato, non è morto. S’è salvato. Quel figlio di puttana l’ha scampata. I suoi colleghi quando m’hanno preso, me l’hanno fatta pagare molto cara. Tre anni e quattro mesi. E nove giorni. Ma un motivo per fare ciò che ho fatto, io ce l’avevo.

Le onde, ogni modo, ho iniziato a vederle allora. Onde d’inquietudine. Inizialmente le vedevo soltanto. Appena un’idea, in lontananza. Sfuocata. In controluce. Col sole che svaniva alle spalle. Era sempre una sera d’estate. Ma durò poco. Ben presto calò la notte. E giunse l’inverno. Cominciai anche a sentirle. Onde dal suono cupo. Il rumore del mare. Sordo e notturno, ogni notte più spaventoso. Onde alte e schiumose, compatte. Enormi. Paurosamente schiumose. Io scappavo, correvo a più non posso, ma non avevo scampo. Non c’era possibilità di sfuggire loro. Gridavo atterrito. Erano onde di paura. I secondini non gradivano le mie implorazioni d’aiuto. Il peso del manganello s’abbatteva con regolarità sulla mia schiena. Su testa, gambe e braccia. Solitamente a quel punto svenivo. Ma loro, i secondini, proseguivano a picchiare. Avevo quasi ammazzato uno di loro. C’era da capirli.

Onde di dolore. Tre anni, quattro mesi e nove giorni di dolore.

Venne il momento in cui uscii. Trovai molte cose fuori posto. Ci rimisi del tempo per capire. Poi venne quel giorno e mi comprai la pistola. Un anno fa. Quell’uomo s’era salvato, ma io avevo giurato a me stesso che l’avrei ammazzato. A qualunque costo. Avrei sfidato le onde, ancora.

Dormo con la pistola a fianco del letto, sul comodino. Ma non perché abbia paura. Il motivo è un altro. È che, stavolta, davvero, lo devo ammazzare sul serio.

Vi chiederete il motivo del mio accanimento. È giunto il momento di rendervi a parte.

Lui, quel poliziotto, è il nuovo marito di mia moglie. Della mia ex moglie. Quando scoprii che se la scopava, quattro anni fa, cercai di risolvere la questione in maniera civile. Ma lui non mi diede neppure retta. Allora m’arrabbiai. Inizialmente mi fermai alle minacce. Ma lui niente. Come se nulla fosse. Poi rinchiusi mia moglie, la mia ex moglie, in casa. Le impedii di uscire. Arrivai persino al punto di legarla al letto. Ben presto intuii che non avrebbe funzionato. Soprattutto a lungo andare. Quindi decisi di affrontare quel tale, il poliziotto. Ci scaldammo subito e arrivammo alle mani. Bastò una frase. Non credevo di avere tanta forza. Eppure.

Eppure l’ho steso con un pugno, poi gli ho tirato un calcio sulla testa. E ho atteso.

Attendevo che si rialzasse. E lui si è rialzato. Ma quando l’ha fatto io ero pronto. Con la lama. Un taglio orizzontale, da fianco a fianco. Nell’addome. Dentro quella grossa pancia di merda. Ho cominciato a correre, credevo d’averlo fatto fuori. Correvo senza direzione. Con le mani sporche di sangue e il coltello ripiegato nella tasca. Volevo farle vedere il sangue sulla lama, le mani insanguinate. Ma lei non c’era. Mia moglie non era in casa. Era scappata. Pensare che, da quella sera, non l’ho mai più vista. Gli agenti al contrario, vennero quella notte stessa a prendermi. Io, in fondo, li aspettavo. Suonarono alla porta e io aprii loro, con la camicia ancora impregnata di sangue. Quello che non aspettavo erano le onde. Quelle arrivarono immediatamente dopo. Onde di rabbia e di impotenza, di vergogna. Di disperazione. Onde di disgrazia.

Più forte gridavo, più dure erano le bastonate. Ma anch’io non morii. Ora sono un sopravvissuto. Preparato per affrontarlo. Di nuovo. Con la mia pistola e con le mie onde nella testa. Che crescono e si ritraggono. Che crescono e si ritraggono.

Posted by Giuseppe Braga at 05.03.08 10:13

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