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05.02.08

Poet'astri [11.]

di Giuseppe Braga

Capitolo Cinque

Ero sotto la doccia. L’acqua calda lavava via il vomito rappreso. Lentamente si scioglieva anche il dolore, iniziavo a stare meglio. La sbronza mi era passata da un bel po’ e l’unica cosa che m’aveva lasciato in eredità era un terribile mal di testa. I muscoli si stavano allentando, il getto caldo mi rigenerava e mi stava aiutando a ricomporre i pezzi. Avevo riattaccato le tesserine del mosaico e quel che ne era uscito non era un gran bel mosaico. Scremate le varianti e i particolari più o meno superflui, chi ci aveva rimesso ero stato solo io.

Era semplice, banale come la tabellina del sei. Avevo perso quattrocentomila lire, i libri che avrei dovuto prendere non li avevo comprati e il pranzo me l’ero vomitato tutto sui calzoni. E adesso avevo bisogno di una mezza dozzina d’aspirine, che non avevo. Porca troia, ogni cosa era cominciata dal momento in cui avevo incontrato il Butteroni. Era una jattura, quello!
Mi distesi sul divano imprecando contro la sfortuna, pensando che avrei rinunciato volentieri ai miei soldi, piuttosto che rivedere quel presentatore da quattro soldi. Socchiusi gli occhi e sfinito mi addormentai. Feci un primo breve sogno orribile.
Ero crocefisso a testa in giù e Butteroni, vestito da Topolino, mi stava piantando dei chiodi nei piedi. Io tenevo gelosamente tra le mani la copia di un libro di poesie, che però non riuscivo a leggere perché aveva solo pagine bianche. Da un bidone della spazzatura iniziarono a uscire le parole del libro disarticolate tra loro. Un vento denso e caramelloso spazzava via ogni cosa e il primo sogno lasciava il posto al secondo, ancora peggio se possibile. Entrò in scena un corteo. Era un corteo composto da centinaia di persone che silenziosamente si avvicinavano a una bara. Erano dei frati o qualcosa di simile, perché avevano i capi coperti da grossi cappucci. Alcuni di loro in mano stringevano dei libri. Camminavano in fila, incolonnati due a due. Più che un corteo pareva una processione funebre. Nella bara, sotto un metro e mezzo di terra c’ero io, rivestito di polvere e scarafaggi. La lenta processione era giunta al termine. Si fermarono intorno alla fossa, si tolsero i cappucci e io potei vederli. Vidi i loro volti e fu così che li vidi. Erano in cerchio attorno alla buca e io li conoscevo tutti. Uno per uno. In prima fila c’erano loro, i miei genitori, ma non solo. C’erano i genitori dei miei genitori e i nonni dei miei genitori e i nonni dei miei nonni e i bisnonni dei miei nonni e i trisavori dei miei bisnonni e... erano più di cento ed erano tutti lì. I miei avi, l’albero genealogico al completo. Non ne mancava uno, per l’accidenti. Ognuno con in mano un libricino più o meno voluminoso, più o meno alto, più o meno pesante: Withman, Pavese, Rimbaud, Neruda, Baudelaire, Bukowski, Garçia Lorca, Ginsberg, Jim Morrison... li stavano buttando sopra la mia bara, se li strappavano dalle mani e li lanciavano con disprezzo nella fossa. Se ne sbarazzavano sdegnosamente. Gli scarafaggi ringraziavano, avrebbero avuto da leggere poesie per i prossimi cent’anni. Non era finita, gli avi intonarono un coro funebre che suonava all’incirca così:

Marco ricorda:
prima che la ferita diventi piaga
tu cerca di cambiar strada
poiché comunque vada
la poesia non paga
oh caro ricorda:
la poesia non...
la poesia...
la...

Venni svegliato dallo squillo del telefono. Come paralizzato, ancora dentro al sogno, non mi alzai dal divano e lasciai partire la segreteria.
“Pronto Margheritaaa, pronto rispondi! Lo so che sei in casa... rispondimi per diooo!” Clic.
Avevano sbagliato numero o forse stavo continuando a sognare, non capivo bene cosa stesse accadendo. Mi trascinai assonnato sul letto e mi ci stesi sopra. Mi risvegliai la mattina seguente. Stavo meglio, decisamente meglio. La testa non mi doleva più e mi sentivo fresco e riposato. Osservai l’orologio, avevo dormito ininterrottamente per sedici ore. Aprii la finestra e vidi il gelso. Sorrisi compiaciuto, convinto che la giornata che stava per cominciare sarebbe stata una buona giornata. Un pallido sole intiepidiva la stanza, l’autunno era alle porte ormai. Mi bevvi un caffè e mi mangiai un pacco di frollini scaduti da due mesi. Tanto se sei sano dentro sei sano sempre, mi ripetei un tot di volte sbadigliando. In rapida successione ripensai agli eventi della giornata precedente e cercai di riderci sopra. Ma non risi per niente e anzi mi sentii avvampare dentro le budella una collera cieca nei confronti del Butteroni.
“Ti spezzerei le ossa, se solo ti avessi per le mani, brutta canaglia!”
Poi ebbi un’intuizione che, solo più avanti, riconobbi decisiva. Mi rividi nel cortile mentre buttavo nella spazzatura i miei quaderni. Mi ricordai anche del primo breve sogno che avevo fatto la sera precedente.
“Ma qui devo intervenire prima che sia troppo tardi! Cazzo, quello è stato senza dubbio un segno premonitore...”
Uscii in mutande nel cortile e mi impegnai nella ricerca. Arrivai nel punto in cui si raccoglievano i rifiuti di tutto il vicinato, alzai il coperchio del bidone e fui sommerso da un’onda puzzolente. Era un lavoraccio, lo sapevo, ma l’avrei dovuto svolgere a ogni costo. Infilai metà braccio nel pattume e iniziai a rovistare. Bucce, frutta marcia, avanzi di carne, lische di pesce, gusci di uova, barattoli di conserve, tubetti di dentifricio, bottiglie vuote, frattaglie d’animale, un preservativo, verdure stracotte, lattine, un giornaletto dei testimoni di geova, una confezione di spaghetti, un depliant di un’agenzia immobiliare, due pannolini sporchi e, sotto un paio di vecchie scarpe, i miei quaderni! Eccoli finalmente! Come speravo gli spazzini non erano ancora passati. I miei quaderni! Li ritrovai in condizioni piuttosto decenti, dopotutto. Erano macchiati e puzzavano, ma non era certo un problema quello. Li avrei ripuliti con amorevole cura, pagina dopo pagina, riga su riga, parola per parola. Se fosse stato necessario, nel caso in cui l’odore micidiale che emanavano non si fosse dileguato ad esempio, mi sarei trascritto le poesie su altri quaderni, avrei riportato ogni frase con la dovuta devozione. Naturalmente a mano. Perché a me piaceva scrivere ed ero sinceramente innamorato dell’inchiostro nero sulla pagina bianca. Quel loro incontro ripetuto, ogni volta uguale, ma tutte le volte diverso, mi colpiva l’anima. Mi stordiva i sensi. Le parole inclinate un po’ a destra e scritte in stampatello - il corsivo non sapevo nemmeno cosa fosse -, le righe che sfilavano leggere una sull’altra e le virgole, le cancellature e le sottolineature, i segni neri sulle pagine bianche. Fogli immacolati, agnelli sacrificali immolati nel nome dell’arte! Che errore che avevo commesso buttandoli in quel modo. Il giorno prima poi, mica un anno fa. Che flagello, mi stavo separando dalle mie creature. Le stavo condannando alla morte. Che leggerezza imperdonabile. Loro erano le mie opere e sarebbero divenute immortali. Avrebbero guadagnato l’eternità passando per la porta principale! Non v’erano dubbi al riguardo. Nessun dubbio, no... io per lo meno dubbi non ne avevo. Tornai dentro e rilessi trattenendo il fiato (in egual misura per l’emozione e per la puzza) tutti gli scritti. Ero colmo di gioia e di nausea. Oh, come mi piacevano queste sensazioni contrastanti! Leggendo avidamente mi resi conto che non erano poi così male quelle composizioni. Erano buone anzi. “Chissà cosa m’è preso ieri, mah!”, esclamai quando ebbi finito. Le avrei soltanto ritoccate qua e là apportando piccole veniali correzioni. Niente di sostanziale perché lo spessore c’era, il genio anche e quindi... suonarono alla porta. Mi avviai ad aprire sperando non fosse il mio vicino di casa, noto rompicoglioni. Quel vicino lo detestavo. Lui e quel suo cagnolino in miniatura tisico che abbaiava in continuazione e che mi pisciava sulla soglia ogni mattina, non li sopportavo granché. E dalla sera in cui, tornando dal pub di Bruno ubriaco, gli avevo vomitato sull’auto (una BMW nuova di zecca), l’odio era diventato reciproco. Fortunatamente i rapporti erano ridotti al minimo. Anzi meno. Erano le undici e mezza di mattina. Quando girai la chiave e aprii la porta mi sgorgò feroce un latrato animalesco.
“Nooo!!! Tuuu!!! Che coraggio!!! Non ci credooo!!! Dimmi che non è verooo!!!”
“Caro ragasso che ti è preso ieri? Eravamo tutti in pensiero per te. Ti sembra quello il modo di andartene? Senza nemmeno salutare...”
“Maaa... come hai fatto a sapere dove abitooo???”
“Eh, caro ragasso, le vie del Butteroni sono infinite...”, disse lisciandosi i capelli inumiditi dalla brillantina.
Non lo feci finire e lo brancai per la camicia. La mia mossa parve sorprenderlo, lo vidi bloccarsi e sbiancare rapidamente. Gli urlai selvaggiamente nell’orecchio.
“Brutto sporco bastardo, rivoglio subito indietro i miei soldi, hai capito?”
“Maaa certooo ragasso mio... ero per l’appunto venuto... ma lascia che ti spieghi...”
“Ahhh, come sono incazzato! Aahh, ma come sono incazzatooo!!! Tu non sai come sono incazzatooo!!! Puttana merdaaa!!!”
Tenevo serrato forte il pugno e per un istante ebbi l’impulso di scaricarglielo addosso insieme a tutta la rabbia che avevo compressa nello stomaco. Fu solo un momento però. Lo stavo guardando con occhi sprezzanti e carichi di risentimento, pronto a sferrargli un destro micidiale, ma ad un tratto mi parve d’avere davanti un’altra persona. Lo vidi come non l’avevo mai veduto prima. Aveva le palpebre socchiuse e inumidite dalle lacrime, le rughe del viso sembravano più evidenti di come mi erano apparse il giorno prima e pareva essere invecchiato improvvisamente. Aveva un brutto colorito in faccia, un paio di brufoli maturi sulla fronte e l’alito che gli puzzava d’aglio. L’attaccatura dei capelli era molto alta, stava stempiandosi ai lati e la tintura nera stava andandosene rapidamente. Riuscivo a intravedere anche qualche capello bianco, inoltre era spettinato e aveva un lungo pelo ispido che gli fuoriusciva dall’orecchio mutilato. Stava malmesso, insomma. Sembrava un personaggio appena uscito da un film di Fassbinder. Mi fece pena. Provai compassione per quell’uomo che si stava avviando verso la vecchiaia in così malo modo. Guardai bene: gli mancava anche un bottone della giacca.
“Ragasso mio”, disse con voce tremolante attendendo una mia risposta che tardava ad arrivare.
“Marco scusa, ti prego lasciami spiegare.”
A quelle parole, era la prima volta in cui mi chiamava per nome, mollai la presa e rimasi zitto. Distolsi lo sguardo e lo soffermai su una formichina che stava trasportando un’enorme briciola di pane. Nel silenzio della mattina, come un temporale in lontananza, lo sentii singhiozzare sommessamente. Senza accorgercene eravamo entrati in una scena neorealista. A quel punto mi commossi anch’io e gli dissi di entrare.
Feci un caffè e gli chiesi di cominciare. Conoscendolo, lo pregai anche d’essere coinciso. Lo fu solo fino a un certo punto, infatti parlò per un’ora e mezza. Mi aveva abituato a molto peggio comunque. Attaccò così.

“Ragasso, ti voglio dire la verità, tutta la verità. Guarda che io a te ci tengo e sai perché? Perché tu mi sembri un tipo in gamba, una faccia pulita, insomma. Sai, nel nostro ambiente io ne ho viste di tutti i colori, non hai idea del marciume che…
E meno male che quasi subito ho conosciuto la Luisa. Una fortuna. Ho capito che era la donna giusta. Me la sono sposata la settimana dopo. Fu vero amore a prima vista e nel vero senso della parola. La vidi al cinema, che spettacolo, riempiva lo schermo. Sai, devi saperlo, eh sì, fino a qualche anno fa la mia Luisa non era così. Sì, voglio dire, ecco, così in carne come l’hai vista tu ieri, centododici chili… ma che ci vuoi fare, da quando ha smesso di fare film, ha iniziato a mangiare senza freni. Oh sai, una volta la Luisa faceva l’attrice. Film di qualità, film importanti, film di cassetta. Hai mai sentito parlare di Orgasmi Stellari o di A qualcuno piacciono ribollite? Hanno venduto molto anche nel mercato dell’home video. La gente vuole il sentimento e la passione. La gente vuole queste cose qui. E se tu, nelle grandi storie d’amore d’una volta, tu c’infili grandi tette, grossi culi e qualche pisellone che schizza qua e là, i giochi sono fatti. Lei era una grande professionista, lavorava e mi rendeva felice...
Ma poi quel marciume di cui ti parlavo... ah, quei maiali! Me l’hanno fatta fuori, la mia Luisa, hanno cominciato a non darle più le parti che meritava, l’hanno relegata a ruoli da comparsa e lei, il mio amore, m’è caduta nella depressione più totale. Ha abbandonato la carriera e si è chiusa in casa, anzi in cucina: voleva solo mangiare, solo mangiare, solo mangiare...
Io ho provato a farla ragionare, ma lei niente, si ostinava e si accaniva sugli arrosti e sulla pastasciutta... l’ho voluta nel mio programma, l’ho imposta alla produzione, ma poi mi faceva delle scenate insopportabili in diretta. Lei era una grande attrice e si sentiva sprecata in Fatti quotidiani...
Passammo dei brutti momenti, fu un periodo tremendo per entrambi. Decidemmo di comune accordo di lasciarci. Io scelsi la tv e lei si prese il frigo, ma da persone civili quali eravamo, non abbiamo mai litigato e siamo sempre riusciti ad andare d’accordo, nel bene come nel male, sempre. Coi soldi degli alimenti s’è comprata quell’appartamento in centro e l’ha risistemato, hai potuto vedere no? Ha tirato su una cosa carina... è stata brava, tutto da sola ha fatto. Poi ha chiamato qualche sua vecchia amica ex-attrice e ha messo in piedi l’attività. Devo riconoscerle che ha fatto un bel lavoro. Oh, anche ieri se devo dire, s’è comportata da dio. Si vede che è una grande professionista. Adesso sta meglio, l’hai visto anche tu che scoppia di salute. Non ha più problemi, chili in eccedenza a parte, e il cinema non le manca più. Io di tanto in tanto le porto qualche amico o conoscente e così ci facciamo delle belle rimpatriate...
Ieri credevo di farti una bella sorpresa e invece... ma con Tanny è andata alla grande, eh!? Birbantello, quella negretta è una favola e non puoi dirmi mica di no. Come te lo ciuccia lei non te lo ciuccia nessuno. A proposito, ero convinto di avere avuto una grande idea con quei costumi da Biancaneve, ma invece niente, mah! Non è che forse avresti preferito Cappuccetto Rosso?
Ti chiedo scusa figliolo, adesso che conosco i tuoi gusti vedrò di combinare meglio, se mai ci sarà una prossima occasione in cui... piuttosto, vorrei dirti il vero motivo per cui sono venuto...”

“Era ora”, pensai sottovoce. Era già trascorsa un’ora abbondante. Impostò la voce e, nel farlo, gli si accese quella luce strana negli occhi. Riprese a parlare.

“Tu adesso penserai senz’altro a quei soldi che ti devo, ma cosa vuoi che siano quelle quattrocentomila, suvvia... ascoltami, scordati di quei soldi per ora. Ti voglio dire una cosa che forse non sai, tu sei così giovane... i soldi nella vita non sono un cazzo e non servono a niente. Certo, non posso negarlo... belle macchine, belle donne, ma poi? No, dico: e poi? Guardami bene, tu sei una di quelle persone che non hanno bisogno di questo. Quelle sciocchezze lasciale ai mentecatti come me, ai poveri vecchi che si arrabattano dalla mattina alla sera per sbarcare il lunario, ai mercenari. Tu sei diverso, sei un artista, un vero artista! Io lo vedo e lo sento, io l’annuso nell’aria. Tu sei un poeta e i poeti non hanno bisogno di quattro soldi, i veri poeti ci cacano, sopra ai soldi. Io ti vedo e vedo nei tuoi occhi la fame... tu vuoi la gloria e la fama, altro che quattrocentomila lire! Io ti posso dare quello che stai cercando, io ti voglio aiutare. Ho deciso, io ti devo aiutare! E tu diventerai famoso! E dopo... ma sì, più avanti arriveranno anche i soldi, vedrai. Ma ti accorgerai ben presto che non ti porteranno felicità, perché tu vuoi altro, tu sei diverso... tu vuoi oltrepassare la vita. Io lo so che tu brami l’immortalità eterna!”

Sulle belle donne avrei avuto qualcosina da ridire, ma non so come, quelle parole mi colpirono profondamente. Cazzo, aveva centrato il bersaglio in pieno. Quel diavolo d’un Butteroni m’aveva convinto. Avevo abboccato di nuovo come una stupida triglia al suo amo. Mi sarei fidato ancora di lui perché m’aveva letto dentro, perché era riuscito a farsi largo tra le frattaglie, mettendo a nudo la mia povera anima. Ero nudo proprio come lo era stato lui ieri, sul letto della Luisa. Ed ero quasi pronto per farmi fottere di nuovo.
Rimase in casa mia fino a sera. Cucinai un piatto di pasta in bianco e lui andò a comprare un paio di birre, coi miei soldi. Ci bevemmo anche una bottiglia di porto che era quasi diventata aceto. A stomaco pieno si lesse con grande attenzione le mie poesie e i miei scritti, commentandoli entusiasticamente. Non ne capiva granché, ma ci metteva impegno. Ne recitò un paio a voce alta e sembrò quasi essere sul punto di commuoversi, ma non so se fosse vero. Alla fine con gli occhi lucidi si congratulò e si lasciò andare con l’entusiasmo di cui era capace.
“Ragasso mio, faremo grandi cose io e te, grandi cose!”
Ma siccome l’avevo già sentita, non mi impressionai troppo. Fu a quel punto che mi parlò per la prima volta di A.M.P. Prugnozzo dè Pastorini, dove A.M.P. stava per Aldo Maria Paola. Mi tremarono le vene ai polsi: il Prugnozzo dè Pastorini era il più grande e famoso poeta ermetico vivente. Deglutii e mandai di traverso la saliva. Cazzo conosceva davvero il Prugnozzo? M’alzai di scatto dal tavolo e mi diressi in fondo alla stanza. Stavo di fronte agli scaffali inebetito, eccitato, euforico e m’era venuto un singhiozzo nervoso. Allungai la mano e feci cadere inavvertitamente Il ritratto di Dorian Gray, ma proprio dietro al capolavoro di Oscar Wilde si celava il libro che cercavo. Eccolo. Ricordavo perfettamente giorno e luogo in cui lo comprai (c’ero andato insieme ad Amina, erano trascorsi tre anni). Era il suo libro più importante, quello che lo aveva fatto assurgere tra gli immortali.

ERMETISMI INEBRIANTI ED ALTRE POESIE
di A.M.P. Prugnozzo dè Pastorini

Ce l’avevo tra le mani e me lo stavo rigirando incredulo. Avrei conosciuto l’autore, il Grande Poeta Prugnozzo dè Pastorini. Baciai il libro, riverente ed estasiato, come se mi trovassi al cospetto di una bellissima donna dal fascino irresistibile. Lo soffocai di carezze e me lo strinsi al petto. Sospirai profondamente. Socchiusi gli occhi.
“Achi non scherzare su certe cose. Conosci davvero il Prugnozzo?”
“Ragasso mio, prepara il vestito migliore che hai perché domani a quest’ora siamo lì da lui a fargli leggere le tue poesie!”
“Eeehhh?? Veramenteee??? Maaa... come hai fatto a... come fai a conoscerlo?”
“Bello mio, col mestiere che faccio non è poi così difficile”, disse con un tono da divo dello star system hollywoodiano.
Ormai s’era liberato del tutto dei panni dimessi indossati la mattina ed era tornato a essere il vero Butteroni. Esagerato, tronfio, straripante e incredibilmente pieno di sé.

[11.segue]

Posted by Giuseppe Braga at 05.02.08 09:03

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