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18.02.08
Le mani sulla città (il fascino indiscreto della periferia)*
di Giuseppe Braga
Sotto un cielo di nebbia che un cielo non è… siamo usciti di casa e andati incontro al destino. È una giornata senza pretese e non ci succede una volta al mese… e i miei occhi, coi tuoi, vanno incontro alla strada, sui motori e le luci brilla altera la luna e non parliamo di niente in questa scura pianura, l’auto va dolcemente dentro la notte più scura…
[Una giornata senza pretese, Vinicio Capossela]
[*] questo racconto è uscito nell'antologia Milanoanthology, edita da Perrone. Una piccola precisazione. Nell'antologia il racconto è stato impaginato - senza il mio consenso e del tutto arbitrariamente - in maniera diversa da come l'avevo scritto e pensato. Diciamo. Ci son rimasto un po' male ma non ne ho fatto un dramma, ecco. Questa che pubblico è la versione orginale.
Il fascino indiscreto di vivere in periferia – una condizione più esistenziale che geografica – è alzarsi alle sei e mezza del mattino, stomaco ancora blindato e pensieri alla rinfusa nella testa, lavarsi i capelli, farsi la barba, tagliuzzarsi qua e là, tamponare alla buona con la carta igienica, scendere le scale, aprire il portone, guardarsi attorno straniti – ogni giorno come se fosse la prima volta – attraversare la strada e rendersi conto che c’è già la nebbia, nonostante siano solo i primi d’ottobre, che sta piovigginando, contro ogni assodato criterio e crisma meteorologico che si rispetti e che i capelli sono fradici. Il phon s’è rotto tre anni fa e non hai mai pensato di cambiarlo, già. Il fascino indiscreto dell’homo sapiens di periferia del nuovo millennio è non perdersi d’animo, scrollarsi di dosso buoni e cattivi pensieri, fendere la nebbia con passo risoluto, salire in auto, una vecchia Polo sprovvista di marmitta catalitica, prima maniera modello base, scaldarla un po’, molto più che un po’, metterla in moto e partire. Provarci, perlomeno.
Fermarsi alla prima curva. Non è mai calda a sufficienza. Dopotutto sedici anni per un’auto cominciano a essere un’età rispettabile. Infischiarsene di questi sofismi, sfidare le leggi dell’invecchiamento e ripartire di slancio, quasi sgommando, un piccolo gesto indisciplinato che non guasta, col rumore sordo del motore e della marmitta sferragliante. Forza e coraggio. Milano sta sempre lì. Chi cazzo la smuove Milano? Una decrepita spendacciona che ha fatto troppe indigestioni, col sangue guasto e le ossa scricchiolanti. Milano t’aspetta anche oggi, Milano. Nella sua banale ma diabolica apparenza di metropoli che ripugna e attrae. Un’anziana maitresse col trucco sfatto e le chiappe molli. Un ossimoro da un milione e mezzo d’abitanti. E di settecentomila pendolari. Che a Milano ci vanno per lavorare. Intasando allegramente le vie d’accesso. Da lunedì a venerdì. Orario di punta illimitato no stop. Eccoti lì anche tu, benarrivato nella confraternita. Incanalarti ubbidiente senza il minimo moto di ribellione. Trovare altre fottutissime auto come la tua, anche se di altre fatture, modelli, dimensioni ed epoche. Immetterti nella fila disordinata e ordinatamente, come un soldatino, fare la coda. Guardare il cielo, sono le sette e dieci, ancora buio. Intravedere ai bordi della statale fottutissimi cacciatori arrancare in mezzo alla poltiglia e in cuor tuo sperare che si impallinino a vicenda, esclusi i cani, superare una dozzina di semafori, oltrepassare il cartello dei limiti comunali, abbassare il finestrino, respirare a pieni polmoni. L’aria di Milano a te piace da morire, nonostante i livelli di Pm10 elevatissimi e francamente intollerabili. Osservare come un entomologo gli altri esseri umani che ti sono di fianco, ognuno indaffarato inesorabilmente in qualche altra occupazione, guidare soltanto non se ne parla proprio, si perderebbero minuti preziosi e basta. Chi legge il giornale, chi chiacchiera al telefono, chi si trucca, chi sgrida il figlio, chi aggiorna l’agendina, chi invia sms, chi fa la colazione, chi. Al semaforo dell’Esselunga finalmente svolti nel contro viale. Alzi gli occhi per renderti conto. La scenografia nella quale ti muovi è essenziale e desolante. L’architettura urbana di periferia è meno complicata di quel che si possa credere ma lascia sempre stupefatti. Alveoli multipiano con le intonacature scrostate. Torri residenziali in via di ristrutturazione, fasciate da teloni che somigliano a sudari di seconda mano. Impalcature come scheletri d’acciaio aggrappati alla carne. Cortine d’edilizia popolare compatte come dighe. File di lampioni e di siepi. Rotaie in fuga verso il centro. Alberi sparuti e malconci. Trovi un parcheggio, uno degli ultimi, nel troncone di via senza uscita ormai scoperta da tutti e non solo più prerogativa di pochi, fai a piedi cinquecento metri abbondanti su una lunga striscia di marciapiede, accostato alle rotaie del tram da una parte, al grosso viale trafficato dall’altra, pensi che ci sarebbe l’imbarazzo della scelta, metti il caso che un giorno volessi fare un gesto estremo, solo decidere se farsi arrotare dal quindici che va a Rozzano o da qualche grosso copertone o paraurti di un furgone. Arrivare al capolinea della metropolitana, linea verde, raccattare il giornale gratuito solo per gli oroscopi e le recensioni televisive, scendere giù, comprare il carnet da dieci biglietti per la modica cifra di nove euro e venti, con un risparmio netto di ottanta centesimi, obliterare, scendere ancora, aspettare l’arrivo del metrò, sederti a culo su uno degli ultimi posti liberi del vagone, il penultimo, leggiucchiare notiziole dementi, francamente irrilevanti, perlopiù stupide, il pedaggio per arrivare agli oroscopi che stanno in ultima pagina, Pete Doherty con la faccia insanguinata, gli italiani che dormono di meno, Casini polemico con Follini, Adriano è in Brasile, i due vincitori della Pupa e del Secchione, le bestemmie in tv, ascoltare, forzosamente, i fottutissimi discorsi di giovinastri che anziché parlare urlano, saranno stati gli omogeneizzati che si trangugiavano da piccoli o il lettore mp3 che c’hanno incollato alle orecchie, alzarti una fermata prima della tua per non dovere fare a pugni per scendere, spintonare un po’, tutto nella norma, salire le scale, fermarti, ingurgitare cappuccio e cornetto al bar del mezzanino, risalire le scale mobili dal sottosuolo, senza alcun’altra scusa per tardare l’entrata, salire altre scale, riaffiorare in superficie, constatare che il sole ha fatto capolino, fare venti metri, il fottutissimo Palazzo ce l’hai davanti, non s’è mosso nella notte, no, nemmeno saltato per aria, peccato, ventiquattro piani che incombono come un incubo ricorrente, ventiquattro piani che t’aspettano a braccia aperte. Oltrepassata la porta a vetri dell’ingresso, ecco altri scalini. Una rampa da sette alzate, alla faccia dell’abbattimento delle barriere architettoniche, priva di piattaforma elevatrice. Una meraviglia per i portatori d’handicap che ringraziano ogni volta. Ma l’Amministrazione Comunale, l’ente che ti tiene in ostaggio, così come le fa, le regole può anche derogarle. All’entrata il badge elettronico per qualche attimo ti fa sentire importante. Guardi gli sfigati che sono accampati al di là dei tornelli, in un limbo a-temporale, li osservi mentre sono in fila allo sportello dell’accettazione, che devono mostrare un documento, i poveracci, che devono staccare un numero, gli sfigatoni, che devono aspettare il loro turno, i miserabili questuanti, l’orario di ricevimento del pubblico. Tu invece, col potere effimero d’un lasciapassare di plastica, entri facile, infili nella fessura il tesserino magnetico e bip!, è fatta. Adesso tu sei al di qua, loro ancora e chissà per quanto nell’anticamera a-temporale. Con le loro cartellette gonfie di disegni, di documenti, di richieste e di pratiche da vidimare. Lavori Pubblici. Attività Edilizie. Varianti Urbanistiche. Piani di Recupero. Piccole e Grandi Opere. Demolizioni. Ricostruzioni. Pratiche Catastali. Lottizzazioni. E li vorresti vedere, ah sì, eccome se li vorresti vedere (qualche volta succede), districarsi tra uffici, attese, stanze, macchinette del caffé, corridoi, piani (ventiquattro, come un giorno intero), informazioni da decifrare, criptiche e incomplete, scusi mi saprebbe indicare, no, no, no guardi, non è di mia competenza, dovrebbe rivolgersi al collega, moduli prestampati, codici fiscali e indirizzi, il collega è momentaneamente fuori ufficio ma torna subito, non si preoccupi, attenda pure qui, qui dove?, come, dove?, ma qui, non vede?, in coda con gli altri. Un girone dantesco postmoderno, una fitta giungla dove al posto delle liane, carte bollate e formulari, un inferno regolato da documenti e archivi, un rebus a schema libero, un labirinto in verticale da sconsigliare vivamente agli irritabili, ai permalosi e ai deboli di cuore. Il luogo oscuro dove si decidono le sorti e i destini della metropoli. La tua personale città dentro la città. Alveare, fortezza invincibile posizionata nel cuore urbano, allestita e attrezzata con cellette autosufficienti, ventricoli dotati di termoconvettori e luci al neon. Sistemi di spostamento verticali, garantiti e insicuri. La città virtuale, colei che determina il futuro dell’altra, quella reale che sta di fuori. Otto e quattordici minuti, ecco, il display ti regala il verdetto, finalmente esisti anche tu. Non ti resta che innalzarti di tredici piani. Che fortuna. Questione di numeri. L’ascensore magicamente apre le porte e tu approdi nell’atrio. Ampio, spazioso. Arredandolo con giudizio ne verrebbe fuori un gran bel soggiorno. Invece c’è d’accontentarsi. Un vaso con una pianta grassa, un estintore, due bacheche sindacali. Tre bidoni per i rifiuti. Carta e plastica. Raccolta differenziata. Un armadio di lamiera grigia, vuoto ma chiuso a chiave. Bene. Puoi sentire i tuoi passi sul linoleum consumato, li puoi sentire svoltare l’angolo. E dietro l’angolo la prospettiva muta. Il corridoio è un buio cunicolo con la luce del giorno che fatica a filtrare, ma è tutto tuo. È presto, il tuo piano si deve ancora popolare. Ti lasci andare e accenni a un paio di passi di danza, la vita deve andare avanti nonostante le brutture che hai già visto e che, sai, ti aspetteranno puntuali anche oggi. Apri la porta dell’ufficio, accendi le luci e ti dirigi verso la scrivania. T’affacci alla vetrata, guardi di sotto. Dal tredicesimo la vista è quella che è. A volo d’uccello, escludendo il cielo autunnale piatto, dolente, opaco, il tuo sguardo viene catturato da due enormi teloni pubblicitari alti sei piani ciascuno, adagiati su un tappeto verde – un’edera così finta così posticcia così deprimente che ti verrebbe voglia d’incendiarla con una tanica di benzina. Più in basso, molto più piccolo, forse un segno dei tempi, ma pur sempre tre metri per cinque, un manifesto elettorale del partito dell’ex Premier. Poi le patatine, quelle che tirano, e l’orologio che non ti fa chiedere mai. Neppure l’ora. E un convenientissimo servizio telefonico, una mezza scimmia alta quanto una finestra che ride beata tenendo in mano la cornetta e, di fianco, la pubblicità d’una banca che più che una banca sembra una cattedrale gotica. Sotto, a portata di strappo, di spray e di sputo, una fitta schiera di manifestini collosi, sovrapposti malamente uno sull’altro, reclamizzanti concerti prossimi venturi. Piccoli nani in una foresta di giganti di cellulosa inchiostrata. Alzando lo sguardo, alla sommità dei palazzi tappezzati, poco sotto le antenne satellitari, tonde orecchie bianche puntate disordinatamente dentro l’universo mondo, quattro riflettori preposti a illuminare la scena in notturna, il congestionato viavai di automobilisti in cerca di fugaci incontri amorosi a pagamento che vivacizza e caratterizza da sempre la zona. I muri ciechi dei caseggiati milanesi sono fatti così. Si parlano e si guardano tra loro. Di giorno, ma soprattutto di notte. Si tengono compagnia, insomma. Ti affacci ancora e guardi sotto. A tredici piani di distanza, a livello del mare, non c’è il mare, c’è la strada. Vedi autobus, furgoni, automobili, camion, motocicli, una bicicletta, parcheggi gratta e sosta esauriti già alle nove del mattino, negozi, edicole, semafori, molto asfalto come fosse un oceano immobile e stagnante, un vigile, quattro taxi, due cani che pisciano, tre aiuole spelacchiate ma sponsorizzate, uffici, il terziario che avanza, uomini e donne d’affari, studenti, segretarie e impiegati, ringhiere stinte, muri screpolati, piani terra di abitazioni a novemila euro al mq., marciapiedi impraticabili occupati da auto in sosta senza il gratta e fuori legge, androni spaziosi, citofoni in ottone smaltato e, per chiudere, a gettare un’incombente ombra su tutto, il simbolo iperrealista dei tuoi tempi, l’edificio dell’INPS. Monolite di cemento armato e vetro che s’erge maestoso e solenne. Impossibile da ignorare, ce l’hai di fronte. Salendo all’ultimo piano del Palazzo – a quell’altezza l’INPS fa meno impressione e sembra molto più basso – se si è fortunati, si può godere un panorama eccezionale, lo spettacolo delle alpi, tutta la corona montuosa. Anche a Milano, se stai al ventiquattresimo piano e la giornata è favorevole, anche in una città affogata, umiliata, annerita dai gas di scarico e dai vapori inquinanti (oltre che dalle politiche urbanistiche inadeguate – inadeguate è da intendersi come un complimento – degli ultimi cento vent’anni), puoi gustarti viste mozzafiato. D’accordo, devi raggiungere il ventiquattresimo piano e avere la botta di culo di trovarti in una giornata particolarmente limpida. Ma guai a essere negativi a priori, nella vita. Guai. La città, già. Nuvole di fumo, auto incolonnate, gente dal passo veloce. Un’informe distesa grigia. Una patina opacizzante che omologa ogni elemento. A cinquecento metri, in direzione nordovest, un cantiere. Operai al lavoro. Due gru che smuovono grosse quantità di terra. Milano in movimento. L’hai letto sui cartelloni, avveniristici grattacieli in costruzione. Manco un albero a sparargli, però. L’orizzonte alle otto e mezza del mattino, dallo schermo delle tue vetrate del tredicesimo piano, si perde nell’alternanza dei semafori. Verde giallo rosso. Ancora verde. Il verde a Milano sta soltanto dentro ai semafori, nella bile degli automobilisti in coda incazzati e nei lamenti dei commercianti. Segui la fuga della strada e fatichi a cogliere una logica degna di questo nome. Edifici che sembrano nati e cresciuti per caso. Disorganici. Dissonanti. Stonati. Disarmonie senz’anima. Opere che non verranno ricordate in nessun manuale. Architetti, geometri, ingegneri, periti edili, costruttori, fabbricanti. Faccendieri d’ogni risma. Buontemponi che hanno badato soprattutto alle volumetrie e ai profitti speculativi. Complici, urbanisti e legislatori miopi, distratti, svogliati, dotati di un’ironia molto singolare. Milano non è mai stata appannaggio dei milanesi. Milano sta nelle mani di un’elite. Anziché ridere verrebbe da piangere, già. Mezz’ora fa stavi ancora immerso nella nebbia della periferia. Quasi la rimpiangi, quella tua cazzo di periferia. La periferia non se la fila nessuno. Chissà perché, poi. Non ti resta che accendere il computer. Anche se l’idea non t’incanta, sei lì per lavorare. Pensare, subito, sforzarsi, dedicare i primi pensieri ai tuoi colleghi, capi inclusi, ecco un buon metodo per mettere in circolo i neuroni, dar loro il decisivo scossone. Controlli la posta elettronica, cinque messaggi. Cialis, viagra, investimenti finanziari in aree depresse dell’estremo oriente. Li cancelli tutti, anche quelli sul viagra, per il momento ritieni di sfangartela ancora discretamente bene senza aiuti farmacologici. Ti sposti al tavolo da lavoro. Il tuo campo di battaglia quotidiano. Il computer è giusto un contorno. La tua missione da novecento euro al mese è un’altra. Ti siedi al tavolo luminoso, il tuo vero e concreto, palpabile, tangibile, reale luogo di fatica, un monoblocco pesantissimo di acciaio nero col ripiano in vetro satinato e neon incassati, addossato alla parete, a un metro dalla tua scrivania. Servono nervi e polsi saldi. La tua mansione, il tuo compito è quello. Ridisegnare la città, aggiornandone i vincoli e le aeree interessate ai cambiamenti, delimitare le nuove zone funzionali. Fare tutto questo manualmente, utilizzando strumenti desueti, parecchio antiquati. Riordini le idee, spazzi via un po’ di polvere, verifichi lo stato dell’arte, sfili dalla busta protettiva di plastica pesante una delle sacre tavole del Piano Regolatore Generale che stai aggiornando da sette mesi. Prima di fissarla coerentemente con lo scotch, la sovrapponi al disegno che riporta le varianti. Solo in quel momento, già amaramente pentito dalle sciagurate scelte di vita che t’hanno portato fin lì, puoi aprire la scatola nella quale conservi gelosamente, lontano da occhi e dita indiscrete, il tuo preziosissimo materiale da lavoro. I pennini a china, la gomma, l’evidenziatore giallo, le squadrette, la matita a grafite nera morbida, il taglierino, i retini – colorati o con variegate simbologie geometriche –, lettere e numeri trasferibili, cerchiografi, curvilinee, bisturi e lamette. Armamentario suggestivo e non esattamente al passo coi tempi, già. Le sacre vecchie tavole urbanistiche del P.R.G., cartografie originali del millenovecentosettantasei. Ottima annata, dicono gli esperti. Metti a fuoco e tracci le nuove varianti, i limiti, gli aggiornamenti dei vincoli più o meno edificabili. Tutto qui. Modificazioni urbanistiche. Sostanziali. Ti par poco? Sei un privilegiato e non te ne rendi nemmeno conto. Già. Tu la vedi sotto ai tuoi occhi, la città che cambia, la vedi dal tuo punto di vista esclusivo e privato. Piccolissima, minuta, tascabile, in scala 1:5˙000. Divisa in trentadue quadranti. Mutamenti e variazioni, questioni di centimetri, per nulla incombenti, nient’affatto pericolosi. Indolori, asettici, normalizzanti. Solo una questione di nuovi perimetri. Non ti sembra proprio che possano coinvolgere realmente le vite e i concreti effettivi destini di migliaia di persone. Per te contano solo le planimetrie quotate che hai sotto i tuoi occhi. La tua città in miniatura. Piatta e senza altezze. Bidimensionale. Vie incroci piazze slarghi circonvallazioni isolati aree dimesse aree edificabili cambi di destinazione d’uso zone speciali aree edificabili vincoli in altezza sottotetti recuperabili parcheggi in superficie e sotterranei mix funzionali residenze di edilizia convenzionata residenze prestigiose standard urbanistici verdi privati. Un lavoro taglia incolla, sovrapponi e ridisegna, fissa e rimuovi, un lavoro decisivo per il futuro della città. Ben salde le tavole una sull’altra. Far coincidere in modo indiscutibile, scevro da errori, le aree interessate. Non puoi mica sbagliare e tagliare un edificio, così a casaccio, perché non l’hai fissato o per disattenzione. Inavvertitamente ti si sposta il disegno, dimentichi una strada, una piazza, magari inglobi in un’area edificabile un’area agricola. Chi lo andrebbe a spiegare poi al proprietario che si vede l’orto invaso da parcheggi e villette a schiera? Meglio non provarci neppure. Anche se. Il tuo è un lavoro ad altissima precisione. Sì. Le sorti della città, anche oggi, dipendono esclusivamente dalle tue mani. Ci passano attraverso e da esse si fanno trapassare. Sei il demiurgo, la massima autorità nel tuo campo, sei l’artefice dei destini metropolitani. Solo tu. Con le tue mani. Delicate, morbide, fragili. Ferme, competenti, affidabili. Infallibili. Un Gulliver incombente e solitario, solo tu, nella tua celletta sopraelevata autosufficiente e riscaldata. Tu. Dentro la città virtuale. Ma fuori dal mondo. Già.
Posted by Giuseppe Braga at 18.02.08 09:45