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27.02.08
cose che capitano [3.]
Cose di musica
Un giorno, me ne stavo qui con le mani in mano, ho imbracciato la chitarra e ho composto una canzoncina. Adesso avrei un desiderio. Mi piacerebbe, lo so che è un sogno irrealizzabile, lo so, poterla suonare insieme a Manuel Agnelli. Gli Afterhours sono il mio gruppo preferito e per loro farei carte false. Anche non bere birra per un paio di settimane a fila.
La canzone dell’Esordiente
Mi La
Sono un esordiente, yeeh, yeeh, yeeh…
Mi La Re
Sono un mezzo deficiente, oh yeah!
Mi La
Nullatenente ma gaudente, yeeh, yeeh, yeeh…
Mi La Re
Scioccamente irriverente, oh yeah!
Stacco musicale (Mi/La/Re) 2 volte
Mi La Re La
M’incazzo se mi chiamano perdente, yeeh, yeeh, yeeh…
Mi La Re La
Ma io vi stupirò, stronza stupida scatarrosa gente, oh yeah!
Mi La Re
Perché io sono un esordiente, oh yeah, oh yeah…! (a sfumare)
Posted by Giuseppe Braga at 10:50 | Comments (0)
18.02.08
Le mani sulla città (il fascino indiscreto della periferia)*
di Giuseppe Braga
Sotto un cielo di nebbia che un cielo non è… siamo usciti di casa e andati incontro al destino. È una giornata senza pretese e non ci succede una volta al mese… e i miei occhi, coi tuoi, vanno incontro alla strada, sui motori e le luci brilla altera la luna e non parliamo di niente in questa scura pianura, l’auto va dolcemente dentro la notte più scura…
[Una giornata senza pretese, Vinicio Capossela]
[*] questo racconto è uscito nell'antologia Milanoanthology, edita da Perrone. Una piccola precisazione. Nell'antologia il racconto è stato impaginato - senza il mio consenso e del tutto arbitrariamente - in maniera diversa da come l'avevo scritto e pensato. Diciamo. Ci son rimasto un po' male ma non ne ho fatto un dramma, ecco. Questa che pubblico è la versione orginale.
Il fascino indiscreto di vivere in periferia – una condizione più esistenziale che geografica – è alzarsi alle sei e mezza del mattino, stomaco ancora blindato e pensieri alla rinfusa nella testa, lavarsi i capelli, farsi la barba, tagliuzzarsi qua e là, tamponare alla buona con la carta igienica, scendere le scale, aprire il portone, guardarsi attorno straniti – ogni giorno come se fosse la prima volta – attraversare la strada e rendersi conto che c’è già la nebbia, nonostante siano solo i primi d’ottobre, che sta piovigginando, contro ogni assodato criterio e crisma meteorologico che si rispetti e che i capelli sono fradici. Il phon s’è rotto tre anni fa e non hai mai pensato di cambiarlo, già. Il fascino indiscreto dell’homo sapiens di periferia del nuovo millennio è non perdersi d’animo, scrollarsi di dosso buoni e cattivi pensieri, fendere la nebbia con passo risoluto, salire in auto, una vecchia Polo sprovvista di marmitta catalitica, prima maniera modello base, scaldarla un po’, molto più che un po’, metterla in moto e partire. Provarci, perlomeno.
Fermarsi alla prima curva. Non è mai calda a sufficienza. Dopotutto sedici anni per un’auto cominciano a essere un’età rispettabile. Infischiarsene di questi sofismi, sfidare le leggi dell’invecchiamento e ripartire di slancio, quasi sgommando, un piccolo gesto indisciplinato che non guasta, col rumore sordo del motore e della marmitta sferragliante. Forza e coraggio. Milano sta sempre lì. Chi cazzo la smuove Milano? Una decrepita spendacciona che ha fatto troppe indigestioni, col sangue guasto e le ossa scricchiolanti. Milano t’aspetta anche oggi, Milano. Nella sua banale ma diabolica apparenza di metropoli che ripugna e attrae. Un’anziana maitresse col trucco sfatto e le chiappe molli. Un ossimoro da un milione e mezzo d’abitanti. E di settecentomila pendolari. Che a Milano ci vanno per lavorare. Intasando allegramente le vie d’accesso. Da lunedì a venerdì. Orario di punta illimitato no stop. Eccoti lì anche tu, benarrivato nella confraternita. Incanalarti ubbidiente senza il minimo moto di ribellione. Trovare altre fottutissime auto come la tua, anche se di altre fatture, modelli, dimensioni ed epoche. Immetterti nella fila disordinata e ordinatamente, come un soldatino, fare la coda. Guardare il cielo, sono le sette e dieci, ancora buio. Intravedere ai bordi della statale fottutissimi cacciatori arrancare in mezzo alla poltiglia e in cuor tuo sperare che si impallinino a vicenda, esclusi i cani, superare una dozzina di semafori, oltrepassare il cartello dei limiti comunali, abbassare il finestrino, respirare a pieni polmoni. L’aria di Milano a te piace da morire, nonostante i livelli di Pm10 elevatissimi e francamente intollerabili. Osservare come un entomologo gli altri esseri umani che ti sono di fianco, ognuno indaffarato inesorabilmente in qualche altra occupazione, guidare soltanto non se ne parla proprio, si perderebbero minuti preziosi e basta. Chi legge il giornale, chi chiacchiera al telefono, chi si trucca, chi sgrida il figlio, chi aggiorna l’agendina, chi invia sms, chi fa la colazione, chi. Al semaforo dell’Esselunga finalmente svolti nel contro viale. Alzi gli occhi per renderti conto. La scenografia nella quale ti muovi è essenziale e desolante. L’architettura urbana di periferia è meno complicata di quel che si possa credere ma lascia sempre stupefatti. Alveoli multipiano con le intonacature scrostate. Torri residenziali in via di ristrutturazione, fasciate da teloni che somigliano a sudari di seconda mano. Impalcature come scheletri d’acciaio aggrappati alla carne. Cortine d’edilizia popolare compatte come dighe. File di lampioni e di siepi. Rotaie in fuga verso il centro. Alberi sparuti e malconci. Trovi un parcheggio, uno degli ultimi, nel troncone di via senza uscita ormai scoperta da tutti e non solo più prerogativa di pochi, fai a piedi cinquecento metri abbondanti su una lunga striscia di marciapiede, accostato alle rotaie del tram da una parte, al grosso viale trafficato dall’altra, pensi che ci sarebbe l’imbarazzo della scelta, metti il caso che un giorno volessi fare un gesto estremo, solo decidere se farsi arrotare dal quindici che va a Rozzano o da qualche grosso copertone o paraurti di un furgone. Arrivare al capolinea della metropolitana, linea verde, raccattare il giornale gratuito solo per gli oroscopi e le recensioni televisive, scendere giù, comprare il carnet da dieci biglietti per la modica cifra di nove euro e venti, con un risparmio netto di ottanta centesimi, obliterare, scendere ancora, aspettare l’arrivo del metrò, sederti a culo su uno degli ultimi posti liberi del vagone, il penultimo, leggiucchiare notiziole dementi, francamente irrilevanti, perlopiù stupide, il pedaggio per arrivare agli oroscopi che stanno in ultima pagina, Pete Doherty con la faccia insanguinata, gli italiani che dormono di meno, Casini polemico con Follini, Adriano è in Brasile, i due vincitori della Pupa e del Secchione, le bestemmie in tv, ascoltare, forzosamente, i fottutissimi discorsi di giovinastri che anziché parlare urlano, saranno stati gli omogeneizzati che si trangugiavano da piccoli o il lettore mp3 che c’hanno incollato alle orecchie, alzarti una fermata prima della tua per non dovere fare a pugni per scendere, spintonare un po’, tutto nella norma, salire le scale, fermarti, ingurgitare cappuccio e cornetto al bar del mezzanino, risalire le scale mobili dal sottosuolo, senza alcun’altra scusa per tardare l’entrata, salire altre scale, riaffiorare in superficie, constatare che il sole ha fatto capolino, fare venti metri, il fottutissimo Palazzo ce l’hai davanti, non s’è mosso nella notte, no, nemmeno saltato per aria, peccato, ventiquattro piani che incombono come un incubo ricorrente, ventiquattro piani che t’aspettano a braccia aperte. Oltrepassata la porta a vetri dell’ingresso, ecco altri scalini. Una rampa da sette alzate, alla faccia dell’abbattimento delle barriere architettoniche, priva di piattaforma elevatrice. Una meraviglia per i portatori d’handicap che ringraziano ogni volta. Ma l’Amministrazione Comunale, l’ente che ti tiene in ostaggio, così come le fa, le regole può anche derogarle. All’entrata il badge elettronico per qualche attimo ti fa sentire importante. Guardi gli sfigati che sono accampati al di là dei tornelli, in un limbo a-temporale, li osservi mentre sono in fila allo sportello dell’accettazione, che devono mostrare un documento, i poveracci, che devono staccare un numero, gli sfigatoni, che devono aspettare il loro turno, i miserabili questuanti, l’orario di ricevimento del pubblico. Tu invece, col potere effimero d’un lasciapassare di plastica, entri facile, infili nella fessura il tesserino magnetico e bip!, è fatta. Adesso tu sei al di qua, loro ancora e chissà per quanto nell’anticamera a-temporale. Con le loro cartellette gonfie di disegni, di documenti, di richieste e di pratiche da vidimare. Lavori Pubblici. Attività Edilizie. Varianti Urbanistiche. Piani di Recupero. Piccole e Grandi Opere. Demolizioni. Ricostruzioni. Pratiche Catastali. Lottizzazioni. E li vorresti vedere, ah sì, eccome se li vorresti vedere (qualche volta succede), districarsi tra uffici, attese, stanze, macchinette del caffé, corridoi, piani (ventiquattro, come un giorno intero), informazioni da decifrare, criptiche e incomplete, scusi mi saprebbe indicare, no, no, no guardi, non è di mia competenza, dovrebbe rivolgersi al collega, moduli prestampati, codici fiscali e indirizzi, il collega è momentaneamente fuori ufficio ma torna subito, non si preoccupi, attenda pure qui, qui dove?, come, dove?, ma qui, non vede?, in coda con gli altri. Un girone dantesco postmoderno, una fitta giungla dove al posto delle liane, carte bollate e formulari, un inferno regolato da documenti e archivi, un rebus a schema libero, un labirinto in verticale da sconsigliare vivamente agli irritabili, ai permalosi e ai deboli di cuore. Il luogo oscuro dove si decidono le sorti e i destini della metropoli. La tua personale città dentro la città. Alveare, fortezza invincibile posizionata nel cuore urbano, allestita e attrezzata con cellette autosufficienti, ventricoli dotati di termoconvettori e luci al neon. Sistemi di spostamento verticali, garantiti e insicuri. La città virtuale, colei che determina il futuro dell’altra, quella reale che sta di fuori. Otto e quattordici minuti, ecco, il display ti regala il verdetto, finalmente esisti anche tu. Non ti resta che innalzarti di tredici piani. Che fortuna. Questione di numeri. L’ascensore magicamente apre le porte e tu approdi nell’atrio. Ampio, spazioso. Arredandolo con giudizio ne verrebbe fuori un gran bel soggiorno. Invece c’è d’accontentarsi. Un vaso con una pianta grassa, un estintore, due bacheche sindacali. Tre bidoni per i rifiuti. Carta e plastica. Raccolta differenziata. Un armadio di lamiera grigia, vuoto ma chiuso a chiave. Bene. Puoi sentire i tuoi passi sul linoleum consumato, li puoi sentire svoltare l’angolo. E dietro l’angolo la prospettiva muta. Il corridoio è un buio cunicolo con la luce del giorno che fatica a filtrare, ma è tutto tuo. È presto, il tuo piano si deve ancora popolare. Ti lasci andare e accenni a un paio di passi di danza, la vita deve andare avanti nonostante le brutture che hai già visto e che, sai, ti aspetteranno puntuali anche oggi. Apri la porta dell’ufficio, accendi le luci e ti dirigi verso la scrivania. T’affacci alla vetrata, guardi di sotto. Dal tredicesimo la vista è quella che è. A volo d’uccello, escludendo il cielo autunnale piatto, dolente, opaco, il tuo sguardo viene catturato da due enormi teloni pubblicitari alti sei piani ciascuno, adagiati su un tappeto verde – un’edera così finta così posticcia così deprimente che ti verrebbe voglia d’incendiarla con una tanica di benzina. Più in basso, molto più piccolo, forse un segno dei tempi, ma pur sempre tre metri per cinque, un manifesto elettorale del partito dell’ex Premier. Poi le patatine, quelle che tirano, e l’orologio che non ti fa chiedere mai. Neppure l’ora. E un convenientissimo servizio telefonico, una mezza scimmia alta quanto una finestra che ride beata tenendo in mano la cornetta e, di fianco, la pubblicità d’una banca che più che una banca sembra una cattedrale gotica. Sotto, a portata di strappo, di spray e di sputo, una fitta schiera di manifestini collosi, sovrapposti malamente uno sull’altro, reclamizzanti concerti prossimi venturi. Piccoli nani in una foresta di giganti di cellulosa inchiostrata. Alzando lo sguardo, alla sommità dei palazzi tappezzati, poco sotto le antenne satellitari, tonde orecchie bianche puntate disordinatamente dentro l’universo mondo, quattro riflettori preposti a illuminare la scena in notturna, il congestionato viavai di automobilisti in cerca di fugaci incontri amorosi a pagamento che vivacizza e caratterizza da sempre la zona. I muri ciechi dei caseggiati milanesi sono fatti così. Si parlano e si guardano tra loro. Di giorno, ma soprattutto di notte. Si tengono compagnia, insomma. Ti affacci ancora e guardi sotto. A tredici piani di distanza, a livello del mare, non c’è il mare, c’è la strada. Vedi autobus, furgoni, automobili, camion, motocicli, una bicicletta, parcheggi gratta e sosta esauriti già alle nove del mattino, negozi, edicole, semafori, molto asfalto come fosse un oceano immobile e stagnante, un vigile, quattro taxi, due cani che pisciano, tre aiuole spelacchiate ma sponsorizzate, uffici, il terziario che avanza, uomini e donne d’affari, studenti, segretarie e impiegati, ringhiere stinte, muri screpolati, piani terra di abitazioni a novemila euro al mq., marciapiedi impraticabili occupati da auto in sosta senza il gratta e fuori legge, androni spaziosi, citofoni in ottone smaltato e, per chiudere, a gettare un’incombente ombra su tutto, il simbolo iperrealista dei tuoi tempi, l’edificio dell’INPS. Monolite di cemento armato e vetro che s’erge maestoso e solenne. Impossibile da ignorare, ce l’hai di fronte. Salendo all’ultimo piano del Palazzo – a quell’altezza l’INPS fa meno impressione e sembra molto più basso – se si è fortunati, si può godere un panorama eccezionale, lo spettacolo delle alpi, tutta la corona montuosa. Anche a Milano, se stai al ventiquattresimo piano e la giornata è favorevole, anche in una città affogata, umiliata, annerita dai gas di scarico e dai vapori inquinanti (oltre che dalle politiche urbanistiche inadeguate – inadeguate è da intendersi come un complimento – degli ultimi cento vent’anni), puoi gustarti viste mozzafiato. D’accordo, devi raggiungere il ventiquattresimo piano e avere la botta di culo di trovarti in una giornata particolarmente limpida. Ma guai a essere negativi a priori, nella vita. Guai. La città, già. Nuvole di fumo, auto incolonnate, gente dal passo veloce. Un’informe distesa grigia. Una patina opacizzante che omologa ogni elemento. A cinquecento metri, in direzione nordovest, un cantiere. Operai al lavoro. Due gru che smuovono grosse quantità di terra. Milano in movimento. L’hai letto sui cartelloni, avveniristici grattacieli in costruzione. Manco un albero a sparargli, però. L’orizzonte alle otto e mezza del mattino, dallo schermo delle tue vetrate del tredicesimo piano, si perde nell’alternanza dei semafori. Verde giallo rosso. Ancora verde. Il verde a Milano sta soltanto dentro ai semafori, nella bile degli automobilisti in coda incazzati e nei lamenti dei commercianti. Segui la fuga della strada e fatichi a cogliere una logica degna di questo nome. Edifici che sembrano nati e cresciuti per caso. Disorganici. Dissonanti. Stonati. Disarmonie senz’anima. Opere che non verranno ricordate in nessun manuale. Architetti, geometri, ingegneri, periti edili, costruttori, fabbricanti. Faccendieri d’ogni risma. Buontemponi che hanno badato soprattutto alle volumetrie e ai profitti speculativi. Complici, urbanisti e legislatori miopi, distratti, svogliati, dotati di un’ironia molto singolare. Milano non è mai stata appannaggio dei milanesi. Milano sta nelle mani di un’elite. Anziché ridere verrebbe da piangere, già. Mezz’ora fa stavi ancora immerso nella nebbia della periferia. Quasi la rimpiangi, quella tua cazzo di periferia. La periferia non se la fila nessuno. Chissà perché, poi. Non ti resta che accendere il computer. Anche se l’idea non t’incanta, sei lì per lavorare. Pensare, subito, sforzarsi, dedicare i primi pensieri ai tuoi colleghi, capi inclusi, ecco un buon metodo per mettere in circolo i neuroni, dar loro il decisivo scossone. Controlli la posta elettronica, cinque messaggi. Cialis, viagra, investimenti finanziari in aree depresse dell’estremo oriente. Li cancelli tutti, anche quelli sul viagra, per il momento ritieni di sfangartela ancora discretamente bene senza aiuti farmacologici. Ti sposti al tavolo da lavoro. Il tuo campo di battaglia quotidiano. Il computer è giusto un contorno. La tua missione da novecento euro al mese è un’altra. Ti siedi al tavolo luminoso, il tuo vero e concreto, palpabile, tangibile, reale luogo di fatica, un monoblocco pesantissimo di acciaio nero col ripiano in vetro satinato e neon incassati, addossato alla parete, a un metro dalla tua scrivania. Servono nervi e polsi saldi. La tua mansione, il tuo compito è quello. Ridisegnare la città, aggiornandone i vincoli e le aeree interessate ai cambiamenti, delimitare le nuove zone funzionali. Fare tutto questo manualmente, utilizzando strumenti desueti, parecchio antiquati. Riordini le idee, spazzi via un po’ di polvere, verifichi lo stato dell’arte, sfili dalla busta protettiva di plastica pesante una delle sacre tavole del Piano Regolatore Generale che stai aggiornando da sette mesi. Prima di fissarla coerentemente con lo scotch, la sovrapponi al disegno che riporta le varianti. Solo in quel momento, già amaramente pentito dalle sciagurate scelte di vita che t’hanno portato fin lì, puoi aprire la scatola nella quale conservi gelosamente, lontano da occhi e dita indiscrete, il tuo preziosissimo materiale da lavoro. I pennini a china, la gomma, l’evidenziatore giallo, le squadrette, la matita a grafite nera morbida, il taglierino, i retini – colorati o con variegate simbologie geometriche –, lettere e numeri trasferibili, cerchiografi, curvilinee, bisturi e lamette. Armamentario suggestivo e non esattamente al passo coi tempi, già. Le sacre vecchie tavole urbanistiche del P.R.G., cartografie originali del millenovecentosettantasei. Ottima annata, dicono gli esperti. Metti a fuoco e tracci le nuove varianti, i limiti, gli aggiornamenti dei vincoli più o meno edificabili. Tutto qui. Modificazioni urbanistiche. Sostanziali. Ti par poco? Sei un privilegiato e non te ne rendi nemmeno conto. Già. Tu la vedi sotto ai tuoi occhi, la città che cambia, la vedi dal tuo punto di vista esclusivo e privato. Piccolissima, minuta, tascabile, in scala 1:5˙000. Divisa in trentadue quadranti. Mutamenti e variazioni, questioni di centimetri, per nulla incombenti, nient’affatto pericolosi. Indolori, asettici, normalizzanti. Solo una questione di nuovi perimetri. Non ti sembra proprio che possano coinvolgere realmente le vite e i concreti effettivi destini di migliaia di persone. Per te contano solo le planimetrie quotate che hai sotto i tuoi occhi. La tua città in miniatura. Piatta e senza altezze. Bidimensionale. Vie incroci piazze slarghi circonvallazioni isolati aree dimesse aree edificabili cambi di destinazione d’uso zone speciali aree edificabili vincoli in altezza sottotetti recuperabili parcheggi in superficie e sotterranei mix funzionali residenze di edilizia convenzionata residenze prestigiose standard urbanistici verdi privati. Un lavoro taglia incolla, sovrapponi e ridisegna, fissa e rimuovi, un lavoro decisivo per il futuro della città. Ben salde le tavole una sull’altra. Far coincidere in modo indiscutibile, scevro da errori, le aree interessate. Non puoi mica sbagliare e tagliare un edificio, così a casaccio, perché non l’hai fissato o per disattenzione. Inavvertitamente ti si sposta il disegno, dimentichi una strada, una piazza, magari inglobi in un’area edificabile un’area agricola. Chi lo andrebbe a spiegare poi al proprietario che si vede l’orto invaso da parcheggi e villette a schiera? Meglio non provarci neppure. Anche se. Il tuo è un lavoro ad altissima precisione. Sì. Le sorti della città, anche oggi, dipendono esclusivamente dalle tue mani. Ci passano attraverso e da esse si fanno trapassare. Sei il demiurgo, la massima autorità nel tuo campo, sei l’artefice dei destini metropolitani. Solo tu. Con le tue mani. Delicate, morbide, fragili. Ferme, competenti, affidabili. Infallibili. Un Gulliver incombente e solitario, solo tu, nella tua celletta sopraelevata autosufficiente e riscaldata. Tu. Dentro la città virtuale. Ma fuori dal mondo. Già.
Posted by Giuseppe Braga at 09:45 | Comments (0)
11.02.08
Into the wild: la mia recenzione
[Attenzione!! Questa recensione contiene spoiler su avvenimenti cruciali del film.Se non volete venire a conoscenza del fatto che il personaggio principale crepa verso la fine del film non continuate a leggere...]
Platone diceva che la vita è un cerchio
Kerouac diceva che la vita è un viaggio
Se avessero avuto ragione entrambi la nostra esistenza sarebbe paragonabile ad una partita di Monopoli: il protagonista del film, Chris McCandless, alla fine ci prova a tornare al via ma non ce la fa.
Procediamo con ordine
TRAMA: Chris (Emile Hirsch) si diploma con il max dei voti ma si non si riconoscie in questa società maaaaaaaaaalata e parte per un lungo viaggio abbandonando così quel pennellone di suo padre (William Hurt che è rimasto tale e quale a quando ha fatto Figli di un Dio minore) e quella babbiona di sua madre (?).
Chris (che poi decide di chiamarsi Supertramp in onore del famoso gruppo musicale) vuole realizzare un sogno: andare in Alaska.
Alla fine ci va e ci resta secco.
NOTE: La colonna sonora del film è di Eddie Vedder (che quando era giuovine suonava con i Pearl Jam)
Alcuni commenti ingenui degli spettatori al cinema dietro di me ("Guarda che belle montagne, che begli scenari!" "Eh sì! Assomigliano un po' a dove sta la zia di Marco, a Ovindoli") mi hanno fatto sorgere il dubbio che per esigenze di budget alcune scene siano state veramente girate nell'entroterra umbro e nel parco nazionale degli abruzzi.
MORALE: Lo scrittore del film Sean Penn (diventato famoso perché castigava Madonna quando ancora era sana) sceglie la strada poco originale della critica della società moderna dove carriera e successo sono le nuove divinità.
In realtà la critica andava fatta non alla carriera ma alla corriera: ma ci pensate a quei poveretti alla fermata che aspettavano il Magic Bus in Alaska...
Posted by Giuseppe Braga at 15:06 | Comments (0)
05.02.08
Poet'astri [11.]
di Giuseppe Braga
Capitolo Cinque
Ero sotto la doccia. L’acqua calda lavava via il vomito rappreso. Lentamente si scioglieva anche il dolore, iniziavo a stare meglio. La sbronza mi era passata da un bel po’ e l’unica cosa che m’aveva lasciato in eredità era un terribile mal di testa. I muscoli si stavano allentando, il getto caldo mi rigenerava e mi stava aiutando a ricomporre i pezzi. Avevo riattaccato le tesserine del mosaico e quel che ne era uscito non era un gran bel mosaico. Scremate le varianti e i particolari più o meno superflui, chi ci aveva rimesso ero stato solo io.
Era semplice, banale come la tabellina del sei. Avevo perso quattrocentomila lire, i libri che avrei dovuto prendere non li avevo comprati e il pranzo me l’ero vomitato tutto sui calzoni. E adesso avevo bisogno di una mezza dozzina d’aspirine, che non avevo. Porca troia, ogni cosa era cominciata dal momento in cui avevo incontrato il Butteroni. Era una jattura, quello!
Mi distesi sul divano imprecando contro la sfortuna, pensando che avrei rinunciato volentieri ai miei soldi, piuttosto che rivedere quel presentatore da quattro soldi. Socchiusi gli occhi e sfinito mi addormentai. Feci un primo breve sogno orribile.
Ero crocefisso a testa in giù e Butteroni, vestito da Topolino, mi stava piantando dei chiodi nei piedi. Io tenevo gelosamente tra le mani la copia di un libro di poesie, che però non riuscivo a leggere perché aveva solo pagine bianche. Da un bidone della spazzatura iniziarono a uscire le parole del libro disarticolate tra loro. Un vento denso e caramelloso spazzava via ogni cosa e il primo sogno lasciava il posto al secondo, ancora peggio se possibile. Entrò in scena un corteo. Era un corteo composto da centinaia di persone che silenziosamente si avvicinavano a una bara. Erano dei frati o qualcosa di simile, perché avevano i capi coperti da grossi cappucci. Alcuni di loro in mano stringevano dei libri. Camminavano in fila, incolonnati due a due. Più che un corteo pareva una processione funebre. Nella bara, sotto un metro e mezzo di terra c’ero io, rivestito di polvere e scarafaggi. La lenta processione era giunta al termine. Si fermarono intorno alla fossa, si tolsero i cappucci e io potei vederli. Vidi i loro volti e fu così che li vidi. Erano in cerchio attorno alla buca e io li conoscevo tutti. Uno per uno. In prima fila c’erano loro, i miei genitori, ma non solo. C’erano i genitori dei miei genitori e i nonni dei miei genitori e i nonni dei miei nonni e i bisnonni dei miei nonni e i trisavori dei miei bisnonni e... erano più di cento ed erano tutti lì. I miei avi, l’albero genealogico al completo. Non ne mancava uno, per l’accidenti. Ognuno con in mano un libricino più o meno voluminoso, più o meno alto, più o meno pesante: Withman, Pavese, Rimbaud, Neruda, Baudelaire, Bukowski, Garçia Lorca, Ginsberg, Jim Morrison... li stavano buttando sopra la mia bara, se li strappavano dalle mani e li lanciavano con disprezzo nella fossa. Se ne sbarazzavano sdegnosamente. Gli scarafaggi ringraziavano, avrebbero avuto da leggere poesie per i prossimi cent’anni. Non era finita, gli avi intonarono un coro funebre che suonava all’incirca così:
Marco ricorda:
prima che la ferita diventi piaga
tu cerca di cambiar strada
poiché comunque vada
la poesia non paga
oh caro ricorda:
la poesia non...
la poesia...
la...
Venni svegliato dallo squillo del telefono. Come paralizzato, ancora dentro al sogno, non mi alzai dal divano e lasciai partire la segreteria.
“Pronto Margheritaaa, pronto rispondi! Lo so che sei in casa... rispondimi per diooo!” Clic.
Avevano sbagliato numero o forse stavo continuando a sognare, non capivo bene cosa stesse accadendo. Mi trascinai assonnato sul letto e mi ci stesi sopra. Mi risvegliai la mattina seguente. Stavo meglio, decisamente meglio. La testa non mi doleva più e mi sentivo fresco e riposato. Osservai l’orologio, avevo dormito ininterrottamente per sedici ore. Aprii la finestra e vidi il gelso. Sorrisi compiaciuto, convinto che la giornata che stava per cominciare sarebbe stata una buona giornata. Un pallido sole intiepidiva la stanza, l’autunno era alle porte ormai. Mi bevvi un caffè e mi mangiai un pacco di frollini scaduti da due mesi. Tanto se sei sano dentro sei sano sempre, mi ripetei un tot di volte sbadigliando. In rapida successione ripensai agli eventi della giornata precedente e cercai di riderci sopra. Ma non risi per niente e anzi mi sentii avvampare dentro le budella una collera cieca nei confronti del Butteroni.
“Ti spezzerei le ossa, se solo ti avessi per le mani, brutta canaglia!”
Poi ebbi un’intuizione che, solo più avanti, riconobbi decisiva. Mi rividi nel cortile mentre buttavo nella spazzatura i miei quaderni. Mi ricordai anche del primo breve sogno che avevo fatto la sera precedente.
“Ma qui devo intervenire prima che sia troppo tardi! Cazzo, quello è stato senza dubbio un segno premonitore...”
Uscii in mutande nel cortile e mi impegnai nella ricerca. Arrivai nel punto in cui si raccoglievano i rifiuti di tutto il vicinato, alzai il coperchio del bidone e fui sommerso da un’onda puzzolente. Era un lavoraccio, lo sapevo, ma l’avrei dovuto svolgere a ogni costo. Infilai metà braccio nel pattume e iniziai a rovistare. Bucce, frutta marcia, avanzi di carne, lische di pesce, gusci di uova, barattoli di conserve, tubetti di dentifricio, bottiglie vuote, frattaglie d’animale, un preservativo, verdure stracotte, lattine, un giornaletto dei testimoni di geova, una confezione di spaghetti, un depliant di un’agenzia immobiliare, due pannolini sporchi e, sotto un paio di vecchie scarpe, i miei quaderni! Eccoli finalmente! Come speravo gli spazzini non erano ancora passati. I miei quaderni! Li ritrovai in condizioni piuttosto decenti, dopotutto. Erano macchiati e puzzavano, ma non era certo un problema quello. Li avrei ripuliti con amorevole cura, pagina dopo pagina, riga su riga, parola per parola. Se fosse stato necessario, nel caso in cui l’odore micidiale che emanavano non si fosse dileguato ad esempio, mi sarei trascritto le poesie su altri quaderni, avrei riportato ogni frase con la dovuta devozione. Naturalmente a mano. Perché a me piaceva scrivere ed ero sinceramente innamorato dell’inchiostro nero sulla pagina bianca. Quel loro incontro ripetuto, ogni volta uguale, ma tutte le volte diverso, mi colpiva l’anima. Mi stordiva i sensi. Le parole inclinate un po’ a destra e scritte in stampatello - il corsivo non sapevo nemmeno cosa fosse -, le righe che sfilavano leggere una sull’altra e le virgole, le cancellature e le sottolineature, i segni neri sulle pagine bianche. Fogli immacolati, agnelli sacrificali immolati nel nome dell’arte! Che errore che avevo commesso buttandoli in quel modo. Il giorno prima poi, mica un anno fa. Che flagello, mi stavo separando dalle mie creature. Le stavo condannando alla morte. Che leggerezza imperdonabile. Loro erano le mie opere e sarebbero divenute immortali. Avrebbero guadagnato l’eternità passando per la porta principale! Non v’erano dubbi al riguardo. Nessun dubbio, no... io per lo meno dubbi non ne avevo. Tornai dentro e rilessi trattenendo il fiato (in egual misura per l’emozione e per la puzza) tutti gli scritti. Ero colmo di gioia e di nausea. Oh, come mi piacevano queste sensazioni contrastanti! Leggendo avidamente mi resi conto che non erano poi così male quelle composizioni. Erano buone anzi. “Chissà cosa m’è preso ieri, mah!”, esclamai quando ebbi finito. Le avrei soltanto ritoccate qua e là apportando piccole veniali correzioni. Niente di sostanziale perché lo spessore c’era, il genio anche e quindi... suonarono alla porta. Mi avviai ad aprire sperando non fosse il mio vicino di casa, noto rompicoglioni. Quel vicino lo detestavo. Lui e quel suo cagnolino in miniatura tisico che abbaiava in continuazione e che mi pisciava sulla soglia ogni mattina, non li sopportavo granché. E dalla sera in cui, tornando dal pub di Bruno ubriaco, gli avevo vomitato sull’auto (una BMW nuova di zecca), l’odio era diventato reciproco. Fortunatamente i rapporti erano ridotti al minimo. Anzi meno. Erano le undici e mezza di mattina. Quando girai la chiave e aprii la porta mi sgorgò feroce un latrato animalesco.
“Nooo!!! Tuuu!!! Che coraggio!!! Non ci credooo!!! Dimmi che non è verooo!!!”
“Caro ragasso che ti è preso ieri? Eravamo tutti in pensiero per te. Ti sembra quello il modo di andartene? Senza nemmeno salutare...”
“Maaa... come hai fatto a sapere dove abitooo???”
“Eh, caro ragasso, le vie del Butteroni sono infinite...”, disse lisciandosi i capelli inumiditi dalla brillantina.
Non lo feci finire e lo brancai per la camicia. La mia mossa parve sorprenderlo, lo vidi bloccarsi e sbiancare rapidamente. Gli urlai selvaggiamente nell’orecchio.
“Brutto sporco bastardo, rivoglio subito indietro i miei soldi, hai capito?”
“Maaa certooo ragasso mio... ero per l’appunto venuto... ma lascia che ti spieghi...”
“Ahhh, come sono incazzato! Aahh, ma come sono incazzatooo!!! Tu non sai come sono incazzatooo!!! Puttana merdaaa!!!”
Tenevo serrato forte il pugno e per un istante ebbi l’impulso di scaricarglielo addosso insieme a tutta la rabbia che avevo compressa nello stomaco. Fu solo un momento però. Lo stavo guardando con occhi sprezzanti e carichi di risentimento, pronto a sferrargli un destro micidiale, ma ad un tratto mi parve d’avere davanti un’altra persona. Lo vidi come non l’avevo mai veduto prima. Aveva le palpebre socchiuse e inumidite dalle lacrime, le rughe del viso sembravano più evidenti di come mi erano apparse il giorno prima e pareva essere invecchiato improvvisamente. Aveva un brutto colorito in faccia, un paio di brufoli maturi sulla fronte e l’alito che gli puzzava d’aglio. L’attaccatura dei capelli era molto alta, stava stempiandosi ai lati e la tintura nera stava andandosene rapidamente. Riuscivo a intravedere anche qualche capello bianco, inoltre era spettinato e aveva un lungo pelo ispido che gli fuoriusciva dall’orecchio mutilato. Stava malmesso, insomma. Sembrava un personaggio appena uscito da un film di Fassbinder. Mi fece pena. Provai compassione per quell’uomo che si stava avviando verso la vecchiaia in così malo modo. Guardai bene: gli mancava anche un bottone della giacca.
“Ragasso mio”, disse con voce tremolante attendendo una mia risposta che tardava ad arrivare.
“Marco scusa, ti prego lasciami spiegare.”
A quelle parole, era la prima volta in cui mi chiamava per nome, mollai la presa e rimasi zitto. Distolsi lo sguardo e lo soffermai su una formichina che stava trasportando un’enorme briciola di pane. Nel silenzio della mattina, come un temporale in lontananza, lo sentii singhiozzare sommessamente. Senza accorgercene eravamo entrati in una scena neorealista. A quel punto mi commossi anch’io e gli dissi di entrare.
Feci un caffè e gli chiesi di cominciare. Conoscendolo, lo pregai anche d’essere coinciso. Lo fu solo fino a un certo punto, infatti parlò per un’ora e mezza. Mi aveva abituato a molto peggio comunque. Attaccò così.
“Ragasso, ti voglio dire la verità, tutta la verità. Guarda che io a te ci tengo e sai perché? Perché tu mi sembri un tipo in gamba, una faccia pulita, insomma. Sai, nel nostro ambiente io ne ho viste di tutti i colori, non hai idea del marciume che…
E meno male che quasi subito ho conosciuto la Luisa. Una fortuna. Ho capito che era la donna giusta. Me la sono sposata la settimana dopo. Fu vero amore a prima vista e nel vero senso della parola. La vidi al cinema, che spettacolo, riempiva lo schermo. Sai, devi saperlo, eh sì, fino a qualche anno fa la mia Luisa non era così. Sì, voglio dire, ecco, così in carne come l’hai vista tu ieri, centododici chili… ma che ci vuoi fare, da quando ha smesso di fare film, ha iniziato a mangiare senza freni. Oh sai, una volta la Luisa faceva l’attrice. Film di qualità, film importanti, film di cassetta. Hai mai sentito parlare di Orgasmi Stellari o di A qualcuno piacciono ribollite? Hanno venduto molto anche nel mercato dell’home video. La gente vuole il sentimento e la passione. La gente vuole queste cose qui. E se tu, nelle grandi storie d’amore d’una volta, tu c’infili grandi tette, grossi culi e qualche pisellone che schizza qua e là, i giochi sono fatti. Lei era una grande professionista, lavorava e mi rendeva felice...
Ma poi quel marciume di cui ti parlavo... ah, quei maiali! Me l’hanno fatta fuori, la mia Luisa, hanno cominciato a non darle più le parti che meritava, l’hanno relegata a ruoli da comparsa e lei, il mio amore, m’è caduta nella depressione più totale. Ha abbandonato la carriera e si è chiusa in casa, anzi in cucina: voleva solo mangiare, solo mangiare, solo mangiare...
Io ho provato a farla ragionare, ma lei niente, si ostinava e si accaniva sugli arrosti e sulla pastasciutta... l’ho voluta nel mio programma, l’ho imposta alla produzione, ma poi mi faceva delle scenate insopportabili in diretta. Lei era una grande attrice e si sentiva sprecata in Fatti quotidiani...
Passammo dei brutti momenti, fu un periodo tremendo per entrambi. Decidemmo di comune accordo di lasciarci. Io scelsi la tv e lei si prese il frigo, ma da persone civili quali eravamo, non abbiamo mai litigato e siamo sempre riusciti ad andare d’accordo, nel bene come nel male, sempre. Coi soldi degli alimenti s’è comprata quell’appartamento in centro e l’ha risistemato, hai potuto vedere no? Ha tirato su una cosa carina... è stata brava, tutto da sola ha fatto. Poi ha chiamato qualche sua vecchia amica ex-attrice e ha messo in piedi l’attività. Devo riconoscerle che ha fatto un bel lavoro. Oh, anche ieri se devo dire, s’è comportata da dio. Si vede che è una grande professionista. Adesso sta meglio, l’hai visto anche tu che scoppia di salute. Non ha più problemi, chili in eccedenza a parte, e il cinema non le manca più. Io di tanto in tanto le porto qualche amico o conoscente e così ci facciamo delle belle rimpatriate...
Ieri credevo di farti una bella sorpresa e invece... ma con Tanny è andata alla grande, eh!? Birbantello, quella negretta è una favola e non puoi dirmi mica di no. Come te lo ciuccia lei non te lo ciuccia nessuno. A proposito, ero convinto di avere avuto una grande idea con quei costumi da Biancaneve, ma invece niente, mah! Non è che forse avresti preferito Cappuccetto Rosso?
Ti chiedo scusa figliolo, adesso che conosco i tuoi gusti vedrò di combinare meglio, se mai ci sarà una prossima occasione in cui... piuttosto, vorrei dirti il vero motivo per cui sono venuto...”
“Era ora”, pensai sottovoce. Era già trascorsa un’ora abbondante. Impostò la voce e, nel farlo, gli si accese quella luce strana negli occhi. Riprese a parlare.
“Tu adesso penserai senz’altro a quei soldi che ti devo, ma cosa vuoi che siano quelle quattrocentomila, suvvia... ascoltami, scordati di quei soldi per ora. Ti voglio dire una cosa che forse non sai, tu sei così giovane... i soldi nella vita non sono un cazzo e non servono a niente. Certo, non posso negarlo... belle macchine, belle donne, ma poi? No, dico: e poi? Guardami bene, tu sei una di quelle persone che non hanno bisogno di questo. Quelle sciocchezze lasciale ai mentecatti come me, ai poveri vecchi che si arrabattano dalla mattina alla sera per sbarcare il lunario, ai mercenari. Tu sei diverso, sei un artista, un vero artista! Io lo vedo e lo sento, io l’annuso nell’aria. Tu sei un poeta e i poeti non hanno bisogno di quattro soldi, i veri poeti ci cacano, sopra ai soldi. Io ti vedo e vedo nei tuoi occhi la fame... tu vuoi la gloria e la fama, altro che quattrocentomila lire! Io ti posso dare quello che stai cercando, io ti voglio aiutare. Ho deciso, io ti devo aiutare! E tu diventerai famoso! E dopo... ma sì, più avanti arriveranno anche i soldi, vedrai. Ma ti accorgerai ben presto che non ti porteranno felicità, perché tu vuoi altro, tu sei diverso... tu vuoi oltrepassare la vita. Io lo so che tu brami l’immortalità eterna!”
Sulle belle donne avrei avuto qualcosina da ridire, ma non so come, quelle parole mi colpirono profondamente. Cazzo, aveva centrato il bersaglio in pieno. Quel diavolo d’un Butteroni m’aveva convinto. Avevo abboccato di nuovo come una stupida triglia al suo amo. Mi sarei fidato ancora di lui perché m’aveva letto dentro, perché era riuscito a farsi largo tra le frattaglie, mettendo a nudo la mia povera anima. Ero nudo proprio come lo era stato lui ieri, sul letto della Luisa. Ed ero quasi pronto per farmi fottere di nuovo.
Rimase in casa mia fino a sera. Cucinai un piatto di pasta in bianco e lui andò a comprare un paio di birre, coi miei soldi. Ci bevemmo anche una bottiglia di porto che era quasi diventata aceto. A stomaco pieno si lesse con grande attenzione le mie poesie e i miei scritti, commentandoli entusiasticamente. Non ne capiva granché, ma ci metteva impegno. Ne recitò un paio a voce alta e sembrò quasi essere sul punto di commuoversi, ma non so se fosse vero. Alla fine con gli occhi lucidi si congratulò e si lasciò andare con l’entusiasmo di cui era capace.
“Ragasso mio, faremo grandi cose io e te, grandi cose!”
Ma siccome l’avevo già sentita, non mi impressionai troppo. Fu a quel punto che mi parlò per la prima volta di A.M.P. Prugnozzo dè Pastorini, dove A.M.P. stava per Aldo Maria Paola. Mi tremarono le vene ai polsi: il Prugnozzo dè Pastorini era il più grande e famoso poeta ermetico vivente. Deglutii e mandai di traverso la saliva. Cazzo conosceva davvero il Prugnozzo? M’alzai di scatto dal tavolo e mi diressi in fondo alla stanza. Stavo di fronte agli scaffali inebetito, eccitato, euforico e m’era venuto un singhiozzo nervoso. Allungai la mano e feci cadere inavvertitamente Il ritratto di Dorian Gray, ma proprio dietro al capolavoro di Oscar Wilde si celava il libro che cercavo. Eccolo. Ricordavo perfettamente giorno e luogo in cui lo comprai (c’ero andato insieme ad Amina, erano trascorsi tre anni). Era il suo libro più importante, quello che lo aveva fatto assurgere tra gli immortali.
ERMETISMI INEBRIANTI ED ALTRE POESIE
di A.M.P. Prugnozzo dè Pastorini
Ce l’avevo tra le mani e me lo stavo rigirando incredulo. Avrei conosciuto l’autore, il Grande Poeta Prugnozzo dè Pastorini. Baciai il libro, riverente ed estasiato, come se mi trovassi al cospetto di una bellissima donna dal fascino irresistibile. Lo soffocai di carezze e me lo strinsi al petto. Sospirai profondamente. Socchiusi gli occhi.
“Achi non scherzare su certe cose. Conosci davvero il Prugnozzo?”
“Ragasso mio, prepara il vestito migliore che hai perché domani a quest’ora siamo lì da lui a fargli leggere le tue poesie!”
“Eeehhh?? Veramenteee??? Maaa... come hai fatto a... come fai a conoscerlo?”
“Bello mio, col mestiere che faccio non è poi così difficile”, disse con un tono da divo dello star system hollywoodiano.
Ormai s’era liberato del tutto dei panni dimessi indossati la mattina ed era tornato a essere il vero Butteroni. Esagerato, tronfio, straripante e incredibilmente pieno di sé.
[11.segue]
Posted by Giuseppe Braga at 09:03 | Comments (0)