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11.01.08

Poet'astri [10.]

di Giuseppe Braga

[qui tutte le puntate]

Stavamo comodamente sdraiati su un sofà, l’atmosfera satura d’incenso e le luci soffuse. Era una piccola sala d’ingresso di quello che pareva essere un appartamento piuttosto lussuoso. Quando eravamo entrati nel cortiletto del palazzo il portiere aveva accennato un saluto riverente verso Butteroni, il quale, aveva risposto con un sorriso ampio e complice. Dopodiché eravamo saliti in ascensore fino all’ultimo piano. Sul pianerottolo c’era venuta ad aprire una giovane mulatta vestita da domestica. Era una cerbiatta nera con due gambe stupende e con un culo da favola. Me ne innamorai all’istante.

“Prego accomodatevi. Chiamo subito la signora.”
Così entrammo e io m’adagiai sul sofà, mentre Butteroni si serviva, perfettamente a suo agio, al banco del bar. Mi chiese se volevo bere anch’io qualcosa, ma ancor prima della mia risposta si sedette al mio fianco porgendomi un gin tonic.
“Vai ragasso, che te l’ho fatto bello carico!”
“Ah sì? Non credo ce ne fosse bisogno...”
“Bevi, bevi, brindiamo a noi due!”
“Salute…”
“Alla tua, caro!”
Chiamarlo gin tonic non era propriamente corretto, visto che in quel bicchiere c’era solo gin. Comunque non questionai più di tanto, anche perché in quelle condizioni mi sarei bevuto molto di peggio. Ci scolammo i rispettivi bicchieri in pochi minuti e, sempre nell’attesa della signora, ce ne bevemmo un altro paio. Butteroni s’ingollava il contenuto dei bicchieri in un sorso, al massimo due, e sembrava tenerli benissimo. Era una bella spugna, altro che! Tra una sorsata e l’altra si guardava in continuazione intorno. Il suo sguardo insisteva verso la porta. Ormai era trascorsa più di mezz’ora da quando s’era infilata dentro la splendida cerbiatta nera. A quel punto cercai di mettere insieme una frase compiuta e gli chiesi.
“Scusa Achi, ma chi stiamo aspettando? Chi cazzo è questa signora? E che cos’è la sorpresa di cui mi hai parlato? Io mi sono rotto i coglioni di star qua ad aspettare... scusa se sono così diretto, ma me li sono rotti davvero!”
“E’ così che mi piaci caro mio ragasso... bello ruspante! Abbi ancora un po’ di pazienza e non te ne pentirai.”
“Ma Achi, io... io non ce la faccio a tenere gli occhi aperti, ho mangiato come un maiale e ho bevuto troppo. Mi sta venendo un sonno bestiale e poi devo andare a comprare i libri e... senti, io vado a casa e la sorpresa me la darai domani, dai... E per i soldi scendiamo al bancomat che...”
“Naaaa, fermo! Ti do un altro goccetto. Che ne dici di un white russian?”
“Mmh, veramente...”
“Bravo il mio giovine, bevi che ti fa solo bene!”
Mi lasciai convincere, in fondo stavo bevendo gratis. Così mi bevvi il white russian e dopo il white russian assaggiai un manhattan (cazzo se li sapeva fare i cocktail!) e poi mi fece degustare un bourbon d’annata e infine non ce la feci davvero più e svenni come un vecchio ubriacone sul sofà. Ero sbronzo a tal punto che mi sognai a letto insieme alla cerbiatta nera. Era un sogno fantastico, di quelli che capitano raramente. Eravamo in una stanza senza pareti. Il letto era di quelli ad acqua e le lampade creavano degli strani giochi di luce. Intravedevo altre persone intorno a noi due, ma erano lontani e non riuscivo a distinguerli bene. La cerbiatta m’aveva sbottonato i pantaloni e alzato la maglia. Mi teneva legate con una corda le braccia dietro la schiena. Io ero il suo oggetto personale, il suo gioco preferito. Mi stava massaggiando il sesso duro con entrambe le mani, mentre con la sua lingua morbida mi vellicava la pancia. Indossava solo la sua pelle di velluto nero. I seni parevano scolpiti nel marmo e le natiche erano tonde come cupole rinascimentali. Il piacere che mi provocava era fantasticamente reale e il bello doveva ancora venire. Stancatasi del mio ombelico, s’era avvolta nella sua bocca calda e umida il mio ridente salame... oh cazzo!, che gran lavoratrice di lingua. Me lo stava blandendo e mordicchiando con una tale grazia che... puttana miseria che pompino! Diavolo, se sembrava vero! Il piacere mi stava salendo alle cervella e tra poco sarei esploso come un geyser. Ma la faccenda più surreale del sogno stava per arrivare. A un certo momento gli uomini che stavano nella stanza si erano avvicinati al letto e avevano iniziato a menarsi a vicenda i loro salamoni, sventolandoli come bandiere al vento. Risultato finale: gridolini assortiti e getti a volontà. Che sogno strano, pensai nel sogno. Il mio bel salamotto era ormai giunto al punto di cottura, un’ultima spremutina e oplà... forzaaa a tavolaaa! La cerbiatta al dunque, si bevve avidamente la mia bibita calda fino all’ultima goccia. Mi diede una tastatina e una leccatina alle palle e per finire m’infilò il dito medio nel culo. La cosa ci divertì e così iniziammo a ridere entrambi. Le vedevo brillare i denti – bianchissimi – sulla pelle nera, soda, lucida. Gli altri uomini erano spariti e le luci s’erano abbassate gradatamente. Io mi sentivo cerchiare la testa da una catena. Lentamente svanì ogni elemento e fu solo oscurità. Mi risvegliai sul sofà e mi accorsi che Butteroni non c’era più. Mi sentivo confuso e svuotato. Cercai di alzarmi, ma la testa mi girava troppo. Mi risedetti. Si aprì la porta e ne uscì la mulatta. La guardai e non ci misi molto per accorgermi che s’era cambiata d’abito. Adesso indossava un vestitino corto aderente che le lasciava libere le gambe. Era d’una bellezza spettacolare, non avevo altre parole per descriverla. Una cerbiatta senza limiti. Rimasi incantato a contemplarla. Lei mi sorrise maliziosa e mi fece, con voce calda e suadente.
“E’andato tutto bene?”
“Ce... certo, i cocktail erano fa... favolosi... av... avete un bar molto fo... fornito”, le dissi balbettando con la bocca impastata.
Lei a quelle parole si mise a ridere divertita e così facendo mi mostrò la sua splendida dentatura bianca. Io ebbi, immediato come un lampo, il ricordo del sogno appena fatto e arrossii selvaggiamente. Lei rise di gusto e mi rispose garbatamente.
“Non preoccuparti, capita a tutti. È la prima volta che vieni qui?”
Non le risposi, non riuscivo a capire a cosa si stesse riferendo e poi perché mi dava del tu se prima mi aveva dato del lei? Non ci conoscevamo, no? Quindi, sempre più in confusione e sempre più ubriaco, le chiesi che fine avesse fatto Butteroni.
“Ah, ma certo. Il tuo amico è di là che ti aspetta. Vuoi seguirmi?”
Mi alzai con approssimazione e le andai dietro. Il suo culo era meglio di una bussola. Oltrepassata la porta si accedeva a un corridoio stretto, illuminato soltanto da alcuni candelabri. Il pavimento, in listoni di legno scuro, a ogni nostro passo scricchiolava sinistro. Passammo davanti ad alcune porte, ognuna dipinta con un colore diverso dall’altro, ma tutte chiuse. Alle pareti erano appese delle stampe orientali, per lo più raffiguranti uomini e donne nudi in posizioni piuttosto esplicite. La cerbiatta si fermò dinanzi a una porta color verde marcio e disse.
“Beh, siamo arrivati. Bussa pure tu, io vado. Ci sono delle persone che mi aspettano. Ciao bellino, spero di vederti ancora.”
Le avevo fatto colpo? Mentre ronfavo ubriaco? Bah!!!
Bussai, mi sentivo spaesato e fuori luogo, ma bussai.
“Eccomiii...”, era la voce di Butteroni, non avevo dubbi al riguardo.
Attesi all’incirca un minuto, la porta s’aprì. L’interno della stanza era completamente buio. Sentii ancora la sua voce invitarmi a entrare. Varcai la soglia titubante e subito dopo, la porta si richiuse alle mie spalle. Feci qualche passo a tentoni, ma non vedevo nulla. Brancolavo incerto e confuso, quindi chiesi.
“Scusa Achi dove sei? Non vedo niente... non potresti accendere la luce?”
Udii dei gridolini e delle risatine trattenute a forza, poi mi sentii strizzare le palle, ma ormai c’ero quasi abituato. Emisi un grido sordo. Altre mani mi stavano frugando, voluttuose e languide, tra le gambe e sotto le ascelle, sul petto e sulle natiche. Sentii il clic dell’interruttore e la prima immagine che vidi fu quella di Butteroni seminudo sdraiato su un letto a baldacchino con una cicciona stesa al suo fianco.
“Ciao ragasso bello come stai? Ti piace la sorpresa?”, gracchiò sguaiatamente, prima di scoppiare in una fragorosa risata. Non capii immediatamente. Mi voltai di lato e mi vidi riflesso in un grosso specchio. Ero attorniato da tre Biancaneve che mi tastavano da cima a fondo. Rimasi in contemplazione, immobile come se si trattasse di un’opera d’arte pop o come se stessi in posa di fronte a un fotografo. Mi sentivo estraniato dal corpo e mi vedevo in un’altra dimensione. Ma cazzo... ero il principe azzurro o uno dei sette nani? Butteroni e la grassona si sbellicavano dalle risate.
“Bravo ragasso, vai così che vai bene... ascoltami bello, ti ho mai parlato della mia signora? Mi pare di no... e allora te la presento adesso. Lei è la mia cara mogliettona, la mia bella Luisa. Anche lei lavora nel mondo dello spettacolo, sai? Ma è tutto un altro genere però... poi magari ti dico.”
“Piacere...”, dissi con un filo di voce.
“Oh cocco di mamma, il piacere è tutto mio!”, mi rispose la grassona con un vocione da baritono, adagiata completamente nuda alla destra di Butteroni, anch’esso con il culo all’aria. La donna aveva un viso tondo e grasso come un cavolfiore bollito e il suo corpo era molle e flaccido come un budino alla crema andato a male. Aveva delle mammelle elefantiache che giacevano pesanti sul letto. Con le grosse mani giocherellava compiaciuta con l’uccello del Butteroni, il quale, tanto per non restare con le mani in mano, era impegnato a impastarle l’immenso culone, neanche fosse un pizzaiolo di Mergellina. Entrambi tenevano i loro occhi golosi fissati su di me. Sembrava che li eccitassi e che li divertissi al contempo. Ero l’attrazione, l’orso del circo, la tigre che salta nel cerchio di fuoco, ma forse mancava ancora qualcosa. Butteroni voleva una degna colonna sonora. La Luisa allungò la mano e accese un registratore che stava vicino al letto. Partirono le note d’una indimenticabile hit del ‘78 di Alan Sorrenti. Entrambi si misero a cantare: “Dammi il tuo amore non chiedermi niente, dimmi che hai bisogno di me. Sei sempre mia, anche quando vado via, tu sei l’unica donna per me... tu sei... tu sei... Quando il sole del mattino si sveglia non lasciarmi andare via...”
Come risvegliatomi da un incubo, ripresi coscienza. Mi riguardai nello specchio ed emisi un grido di disgusto. Avvinghiate attorno a me c’erano tre donne sulla cinquantina vestite da Biancaneve, ma non era quello il problema. M’avevano sguainato il dolce arnese e se lo palleggiavano come fosse un birillo, disinvoltamente, l’una con l’altra. Non contente mi sussurravano, sbavandomi con la loro saliva appiccicosa, nelle orecchie:
“Bel maialino vuoi giocare con noi? Vuoi giocare con noi? Preferisci essere Brontolo, Nannolo o Pisolo? Vieni, su vieni a cercare la mela... lo sai che è buona! Non hai fame porcellino?”
Ero esterrefatto, sì, esterrefatto rende l’idea. Cercai di divincolarmi, ma non avevo forze sufficienti. Non ero mai stato un uomo vigoroso, inoltre la sbronza m’aveva reso ancora più debole. Ero in trappola, prigioniero di tre fameliche Biancaneve uscite da chissà quale film del cazzo. Senza tregua s’erano insinuate in me, dentro la maglia, sotto i pantaloni, tra le mutande. Sentivo le loro mani calde su tutto il mio corpo. Ovunque fosse umanamente possibile andare, loro frugavano indiscrete e lussuriose. Erano mani esperte, mani che appartenevano a professioniste del settore, mani che sapevano cosa e dove andare, mani che mi solleticavano con grazia, poi mi palpavano sicure e mi stringevano amabilmente a loro. Mani raffinate, mani fatate per l’appunto. Nonostante la loro delicatezza, ineccepibile a onor del vero, io mi sentivo assediato e in pericolo. Ero a disagio, quelle mani non mi davano respiro. A un tratto sentii dei rumori giungere dal letto, alzai lo sguardo e vidi con raccapriccio la Luisa e il Butteroni impegnati in un acrobatico esercizio di sesso orale. Era troppo. Dovevo assolutamente inventarmi qualcosa, non potevo soccombere dinanzi a tre cartoni animati in prepensionamento ed essere deriso da due residuati d’avanspettacolo. M’ingegnai, feci ricorso alle mie energie e partendo dall’asserzione che la miglior difesa è l’attacco, iniziai a pizzicare le mascherine in vari punti del corpo. Non cercavo le loro zone erogene o i loro, più o meno nascosti, punti G. Speravo altresì, di trovarne i punti deboli. Le volevo distrarre, neutralizzare e miracolosamente riuscii nell’intento. Il mio astuto solletico produsse quasi immediatamente gli effetti sperati. Cominciarono a mollare la presa e iniziarono a ridere sempre più convinte. Il mio salamotto stava riacquistando la libertà. Io le sfioravo la pancia e l’interno delle cosce (una zona favolosamente divertente) e loro si contorcevano divertite, passavo i polpastrelli sui loro sederoni tondi e un po’ flaccidi e loro impazzivano di gioia... ero quasi salvo! Raccattai le mie ultime forze e, con un gesto atletico non indifferente, mi aprii un varco. Puntai direttamente la porta e senza troppi complimenti stesi la Biancaneve che mi stava dietro con una gomitata ben assestata. Con tre balzi felini arrivai ad agguantare la maniglia. Avevo i pantaloni ad altezza delle caviglie, ma non m’importava un’uscita di scena di gran classe. In quel momento c’era da portare il culo a casa. Mi voltai solo un attimo: due Biancaneve si sbellicavano dal ridere, la terza rantolava tenendosi lo stomaco come un cane rognoso e Butteroni era appena venuto in faccia alla Luisa e ululava come un lupo solitario e spelacchiato. Trattenni a stento un conato e richiusi dietro di me la porta, ma quando fui a metà corridoio non resistetti e mi vomitai nei calzoni.

Camminavo nelle vie del centro ed emanavo un tanfo schifoso. I pantaloni me li ero puliti alla meno peggio, ma s’erano impregnati a tal punto che puzzavano in maniera indecente. Le persone cambiavano marciapiede e mi lanciavano occhiate piene di disgusto. Io cercavo di darmi un tono, mi ero acceso una sigaretta e guardavo per aria disinteressandomi dei passanti. Capii che non era proprio giornata quando calpestai una merda di cane. Mi si appiccicò molliccia alla suola e mi venne quasi da piangere. Perché la vita mi si accaniva contro in quel modo? Cosa avevo mai fatto di male per meritarmi tutto questo? Esisteva una via di salvezza anche per me o per caso ero finito in un labirinto senza uscite? Maledissi Butteroni. Maledissi Walt Disney. Maledissi la vita. Per un istante nella mia mente transitò il pensiero di Amina e non riuscii a trattenere il pianto. Iniziai a correre disperato. Avrei voluto scomparire all’istante dentro un tombino e ritrovarmi dall’altra parte del mondo con lei, felice, spensierato, ricco e famoso. E con i pantaloni ben asciutti, soprattutto.


[10.segue]

Posted by Giuseppe Braga at 11.01.08 17:35

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