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19.12.07
Poet'astri [9.]
di Giuseppe Braga
Non riuscivo a spiegarmi ciò che era avvenuto, ma qualsiasi cosa fosse successa era stata parecchio strana. Avevo i muscoli del corpo impastati e induriti, un principio di formicolio mi stava facendo perdere sensibilità alle mani e ai piedi. La gola mi si era del tutto seccata. Ero come sotto gli effetti di un acido. Stavo barcollando, la testa mi s’era rivolta verso il cielo – autonomamente – facendomi schioccare le ossa del collo. Scrutavo nel buio e vedevo la luna. Galleggiava velata nella notte e pareva una fetta di limone in un bicchiere di coca-cola sgasata. In bocca mi sentivo un retrogusto aspro. Vidi cadere una stella e senza comprenderne il motivo, caddi anch’io.
Mi risvegliai il mattino dopo, lo sferragliare di un trattore che spandeva letame mi contagiò orecchie e narici. Avevo un gran mal di testa e non ricordavo praticamente nulla della sera precedente, anzi mi meravigliai del fatto di essere venuto a dormire in un posto del genere, senza nemmeno un sacco a pelo o una coperta. Ero bagnato dalla testa ai piedi, la rugiada m’aveva ricoperto d’uno strato leggero di goccioline. Mi rassettai alla bell’e meglio e tornai verso casa. In testa mi frullavano dei pensieri confusi, rivoltati sotto sopra. Camminando mi sforzai di fare chiarezza e mi tornarono vagamente alla memoria un piatto di pasta fredda (!), un ammasso di spazzatura maleodorante e un ragionamento piuttosto lungo e articolato che feci a proposito della mia carriera artistica... ah, ah, adesso ricordavo. C’era una cosa che dovevo fare quel giorno, andare in libreria. C’erano dei libri da acquistare al più presto. Mi lavai, bevvi un caffelatte e mi diressi con l’auto nella libreria più fornita della città. Volevo avere la più vasta scelta sulla materia. Arrivai che non era ancora aperta e dovetti aspettare mezz’ora fuori. Per ingannare il tempo entrai in un bar, ordinai un caffè e mi feci un elenco sommario dei libri da prendere. Mi accorsi rapidamente che l’argomento era parecchio ampio e che avrei dovuto acquistare molti volumi, ma non me ne curai perché mi tornò alla mente una frase che ripeteva spesso mia madre.
“Ricordati Marco che i soldi spesi per leggere sono sempre spesi bene.”
Forte di questa sicurezza compilai l’elenco. Arrivarono le nove e mezzo e il negozio aprì. Mi infilai sicuro e deciso e presi con me un cestello. Avrei fatto una bella spesa, c’era da giurarci. Per primo visitai il reparto Psicologia e Psicanalisi, dove arraffai tanto per cominciare un paio di testi sull’Autostima e sui disturbi della personalità, poi presi una mezza dozzina di libri sull’Autocoscienza, sull’Autoanalisi e sull’Auto-concentrazione. Non potei esimermi dal prendere il testo sull’Interpretazione dei sogni di Freud (banale ma necessario, pensavo, vista la mia abbondante attività onirica, notturna e non). Infine venni catturato dal titolo di un volume che mi dava l’impressione d’essere molto accattivante: “L’io e l’inconscio, questi nostri sconosciuti”. Infilai nel cestello anche quello. Mi spostai quindi nel reparto Nuove Culture e Filosofie Orientali. Anche qui trovai titoli alquanto interessanti, come: “Lo zen e l’arte di convincere”, “Yoga, ieri oggi e domani” e “Perdenti si nasce, Vincenti si diventa”. Riempivo soddisfatto e avevo la sensazione di essermi reincarnato in una casalinga del lunedì mattina, impegnata col carrello nelle corsie di un supermercato. Al posto delle conserve, dei pannolini e dei surgelati io invece facevo incetta di libri. Riflessologia plantare, Grafologia, Meditazione statica e dinamica, Pensiero Positivo, Shiatsu, Tai Chi Chuan, Ecologia della mente, vita oltre la vita, morte neanche a parlarne, meglio Meditare oggi che Mendicare domani... avevo il cestello stracolmo e non ci sarebbe stato nemmeno un tascabile mille lire, ma avviandomi verso l’uscita vidi un libro in offerta sugli Angeli e non me lo feci scappare. Me lo misi sotto braccio e mi dissi:
“Non si sa mai come vanno ‘ste cose, meglio informarsi a trecentosessanta gradi.”
Col mio cestello strabordante libri (saranno stati una ventina), mi diressi verso la cassa. Era trascorsa più di un’ora da quando ero entrato e il negozio adesso era affollato. Mi ero accodato in fila dietro a una signora molto elegante e con un paio di gambe piuttosto interessanti, quando a un tratto la mia attenzione si era spostata verso un tizio alto e robusto che si era messo a questionare a voce alta con un giovane commesso. Quell’uomo aveva un’aria vagamente familiare. Lo vedevo di spalle mentre gesticolava. Compiva movimenti ampi con le braccia e in mano stringeva una rivista. Sentivo distintamente, così come stavano sentendo tutti all’interno della libreria, ciò che diceva, anzi urlava:
“Caro il mio ragasso tu forse non sai chi sono io! E forse è meglio così, ma attento bello perché io non scherzo mica sai? Voglio parlare subito con il direttore, capito?”
“La prego non gridi così. Le ho appena detto che il direttore non c’è e che in ogni caso non potrebbe risolvere il suo problema. Noi quelle copie le dobbiamo esporre.”
L’uomo con in mano la rivista pareva imbestialito: “Cazzo! E ridico: CAZZO! Voi dovete assolutamente toglierle dal banco. Tutteee!!! Io vi querelo, intesi? Qui si tratta di diffamazione, lo ha detto anche il mio avvocatooo!!!
“Cerchi di ragionare, questo numero di “GENTE COME VOI, pettegolezzi ed altro dal mondo dello spettacolo” non lo vendiamo solo noi. E’ in vendita ovunque, cosa vuol fare, il giro di tutte le edicole e librerie?”
“Ci puoi giurare ragassino! Le farò sparire una a una, a costo di andare sul lastrico! Voi non potete... aahh!, la mia privacy, la mia dignità di uomo e d’artista... aahh, ma perché proprio a me? Come sono sfortunato! Sono rovinato, la mia carriera è finitaaa! Ma io vi denuncio tutti, io vi querelo, io vi mando la finanza...”
Il giovane commesso cercava di ricondurlo alla ragione con un tono conciliante.
“Su forza, cerchi di calmarsi. Dopotutto apparire sulla copertina di “GENTE COME VOI” potrebbe anche giovare alla sua attività e poi... ha visto che belle foto ci sono all’interno?”
“Diavolo d’un diavolo, adesso vuoi venirmi a spiegare le leggi dello spettacolo? A meee? Mi pigli per il culo? Ma allora non hai ancora capito chi sono, tu non hai la minima idea di quello che io ho fatto nella mia vita, sbarbatello dei miei coglioni! Io lavoro in televisione da trent’anni, stronzetto! Trent’anni hai capitooo? Ho fatto cose che voi giovani ve le sognate! E adesso per colpa di una stronza fulminata di merda che si è bevuta il cervello devo vedere compromessa la mia carriera? Nooo!”
“Suvvia, provi ad essere ragionevole...”
“Nooo, io non ci sto!”, e così detto, aveva preso in mano tutte le riviste che c’erano sullo scaffale e cercato di uscire dalla libreria. Senza passare dalla cassa naturalmente.
I due addetti alla sorveglianza, che fino a quel momento se ne erano stati buoni buoni (come tutti gli altri clienti della libreria) a gustarsi quella scena d’avanspettacolo imprevista, non poterono a quel punto esentarsi dall’intervenire. Lo bloccarono dopo due metri e gli fecero riappoggiare il plico delle riviste. Non ci fu bisogno di ricorrere a violenze di nessun tipo. L’uomo con le riviste capì immediatamente cosa fare. Bastò il gesto deciso e perentorio di uno dei due addetti alla sorveglianza e l’uomo desistette. Fu una scena triste. Forse perché i due erano grossi marcantoni palestrati alti due metri o giù di lì e con due mani da far spavento. O forse no, chissà. L’uomo si accasciò a terra tra il brusio generale e rimase seduto in silenzio su una pila di copie dell’ultimo capolavoro di Bruno Vespa. Lo guardavo con curiosità crescente. Fino a quell’istante non ero riuscito a vederlo in faccia poiché nel corso della disputa mi aveva sempre rivolto le spalle, eppure ero convinto di averlo già visto da qualche parte. Racchiudeva in sé qualcosa di familiare. Uscii dalla coda e gli andai più vicino. Quando gli fui alle spalle, a circa mezzo metro, l’uomo si voltò di scatto. Capii in quell’istante. Capii di non aver avuto un’idea brillante, ma lo capii troppo tardi, puttana miseria. Riuscii a dire solo: “Oh cazz...”, perché mi interruppe subito. Mi prese per un braccio e mi tirò a sé con forza. Aveva gli occhi arrossati e le guance rigate da grossi lacrimoni. Attaccò con voce melodrammatica, come se stesse recitando in una telenovela brasiliana.
“Sono un uomo distrutto e la mia carriera è finita, non ho più dignità... sono costretto a subire in questo modo, hai visto, ma perché doveva accadere proprio a me? Cosa ho fatto per meritarmelo? Avevo una trasmissione fantastica, un pubblico che mi amava incondizionatamente... anni e anni di sacrifici per mettere in piedi una televisione, per crearsi una credibilità a livello regionale. Ero quasi pronto per il salto al nazionale, sai? Ci avevano promesso il satellite e invece sono diventato famoso per colpa di quella stronza. Io volevo le copertine per i miei meriti televisivi, per le mie indimenticabili trasmissioni, per il mio talk-show e invece guarda qui, guarda... non è possibile, non è vero, dimmi che non è verooo...”
Quello che mi stava parlando era un ultra cinquantenne disperato e affranto, ma ben abbronzato, con la mascella deviata e un lobo in meno. Cazzo era proprio lui! Mi stava mostrando piangente la copertina di “GENTE COME VOI” che lo ritraeva a terra in un laghetto di sangue. In primo piano una tizia con una tunica macchiata di rosso gli aveva appoggiato un piede sullo stomaco e aveva le braccia levate al cielo in segno di vittoria. Sullo sfondo si intravedeva un quarantenne capellone schiacciato da quattro sedie. Ebbi la sensazione di un déjà vu. Ecco cosa c’era scritto nel breve richiamo a piè di pagina:
FINALMENTE LE FOTO INEDITE DI QUELLA INCREDIBILE SERATA!
Achille Butteroni, noto presentatore di una tv locale, che soccombe sotto i colpi
della sua ospite. Lei è Betty Ramazza, un nome di cui sentiremo ben presto parlare.
RIVELAZIONI E IMMAGINI SENSAZIONALI!
Alle pagine otto, nove e dieci troverete le interviste in esclusiva a tutti i protagonisti.
E intanto la gente di Como e dintorni si chiede: che fine ha fatto il Butteroni?
Cazzo, lo sapevo io che fine aveva fatto... ce l’avevo davanti, puttana merda!
Finito il monologo si riebbe e mi guardò strizzando gli occhi. Si asciugò le guance e mi disse in tono confidenziale.
“Ascolta, ma noi per caso ci siamo già incontrati? Hai un volto conosciuto ragasso...”
Io cercai una via d’uscita elegante e gli dissi che sì, c’eravamo già visti a una sua trasmissione, ma molti anni prima e che mi dispiaceva per quello che gli era capitato, ma in quel momento dovevo proprio andare poiché ero molto in ritardo. Cercai di accomiatarmi, ma lui continuava a tenermi per un braccio e a rimuginare.
“Ma io ti ho già visto... ma dov’è che t’ho visto... sai, non per dire, ma io ho una memoria visiva eccezionale e riconosco le persone anche a distanza di anni e tu... scusa, ma com’è che ti chiami?”
Qui commisi l’errore fatale. Avrei potuto inventarmene a centinaia di nomi, che dico a centinaia, a migliaia!, ma invece dalla mia bocca cazzona uscì quel che non sarebbe dovuto uscire.
“Ma certo, certo... tu ti chiami Marco Tosoni! Tu sei il giovane poeta! Eri ospite quella sera... per la miseria che combinazione incredibile! Oh mio dio, oh mio dio, ma chissà cosa penserai di me adesso! Oh mio dio! Voglio spiegarti bene cos’è successo. Forza ragasso aiutami a rialzarmi e lascia che ti spieghi tutto.”
“Mah... scusi... vede... io... veramente… dovrei...”
“Carissimo per l’amor del cielo dammi del tu! E da ora in avanti chiamami Achi, per favore. Adesso ascoltami figliolo, usciamo immediatamente da questo schifo di negozio...”, e proseguì alzando il tono della voce, in modo da farsi sentire dal personale e dagli avventori, “...che non ci meritaaa, nooo... che non sono degni di avere tra i loro clienti due artisti come noi! Perché lui è un artista, sapete? E’ un Poetaaa cari miei! Non ci vedrete più! Siamo disgustati, non metteremo mai più piede qua dentro! Vero ragassooo???”
Abbozzai un sorriso tirato e gli feci un mezzo cenno di approvazione. Ero rosso di vergogna e ricurvo su me stesso. Avevo addosso gli occhi di tutta la libreria, mi sentivo persino osservato dai gialli Mondadori. Al mio fianco Butteroni invece sembrava essersi ingigantito. Era l’assoluto padrone dello spazio ed era felice di essere di nuovo al centro dell’attenzione. Raggiante per questo suo show improvvisato, proclamò.
“E allora ragasso, butta via questo ciarpame di libri perché a te non ti servono mica. Tu li devi scrivere i libri, non comprarli e men che meno qui! Capitooo???”
“Ma...”
Mi strappò di mano il cestello, lo fece cadere sonoramente per terra e poi disse solenne, fiero di quel suo gesto: “E ora sì... ce ne possiamo anche andare!”
“Mi scusi ma... e i miei libri?”
“Niente scuse e niente ma. Forza ragasso usciamo!”
Fui letteralmente trascinato fuori senza avere il tempo di spiegare o dire alcunché.
Mi ritrovai sulla strada a braccetto con quell’uomo alto e robusto e che parlava a raffica senza prendere fiato.
“Ragasso, ti va di fare quattro passi?”
Non gli risposi neppure, tanto era uguale, aveva già deciso lui. Così iniziammo a passeggiare diretti verso il centro. Mi raccontò della sua vita. Dalla nascita ai giorni nostri. Era un fiume in piena esondazione. Dopo aver parlato per circa due ore ininterrottamente, ero venuto a conoscenza di ogni dettaglio riguardante la sua vita. In compenso non avevo la minima idea di quanti chilometri avessimo fatto. D’un tratto si fermò, guardò l’orologio e mi chiese se per caso non avessi fame. Provai a rispondergli, ma non feci in tempo.
“Ah, lo sapevo io! Sai, quando si cammina viene sempre appetito! Forza ragasso adesso ti porto io in un bel posticino. Tra l’altro è proprio qui dietro l’angolo.”
Era più forte di me, non riuscivo a staccarmelo in nessun modo. Mi teneva brancato per un braccio da due ore e ancora non mi aveva mollato un istante. Peggio di un mastino napoletano affetto da logorrea. Ero fiaccato nello spirito e nel morale e avevo i piedi gonfi. Mi guardavo in giro desolato e rassegnato, sperando che venisse colpito da una punizione divina, tanto improvvisa quanto devastante. Non chiedevo la luna, solo la perdita totale della voce, ma erano solo vane speranze, perché Butteroni pareva una corazzata indistruttibile.
Impiegammo un altro quarto d’ora buono prima di giungere al ristorante. Si trovava in una stretta via del centro e aveva una piccola insegna al neon lampeggiante. Indugiai nel guardarla: “DAL GHIOTTONE”, questo era il nome che brillava a intermittenza. Non ricordavo d’esserci mai stato e del resto non frequentavo abitualmente i locali di quella zona, troppo costosi per le mie tasche. Al mio fianco Butteroni mi fece l’occhiolino come per dire, guarda dove ti ho portato, ed entrò tirandomi per la manica. Appena entrato salutò i camerieri come se fossero vecchi amici. Loro, i camerieri, non se lo filarono. Ci accomodammo a un tavolino nel cortile interno, sotto un pergolato di glicine. Dovevo ammettere che il posto era molto raffinato e signorile e i profumi che giungevano dalla cucina erano davvero squisiti. Pensai che non tutti i mali venissero per nuocere e anzi ero stato fortunato nell’incontrare il Butteroni, quel giorno. Dopotutto, a ben vedere, mi sarei fatto una bella mangiata e bevuta a spese sue e poi, dopo aver digerito con un bell’amaro della casa, mi sarei congedato con stile (e questa volta, se me l’avesse mai chiesto, gli avrei dato un indirizzo falso) e infine me ne sarei tornato in libreria (mmh... magari un’altra) a prendere finalmente i miei libri. Meglio comporre con la pancia piena, cazzo!
“Ma sì... godiamocela ‘sta vitaccia e facciamoci ‘sta bella magnata!”, esclamai appena arrivarono i menù. Tra un risotto alla milanese e un petto di pollo in agrodolce mi venne in mente che era da parecchi giorni che non pranzavo in modo decente e che questa era l’occasione buona per darci dentro. Arrivò quasi subito un anziano cameriere in divisa. Butteroni sembrava avere idee molto chiare. Ordinò due primi, tre secondi e decise anche i vini. Io lo lasciai fare e quando il cameriere rivolse lo sguardo su di me, per non voler essere da meno, iniziai.
“Sì... comincerei con un antipasto misto di pesce, poi vediamo, sì, per primo gradirei questi gnocchetti al sugo di noci e questi tortelloni con ripieno di spinaci e ricotta. Bene, passerei ai secondi adesso. Ah sì... tagliata di manzo con rucola e grana e un piatto di patate al forno... sono quelle novelle vero? Ah sì... bene, bene... per finire un dolcino, vediamo un po’, la crostata ai frutti di bosco può andare. Per ora può bastare, grazie.”
Il cameriere si fregava le mani, due clienti del genere non li vedeva da parecchio. Butteroni dopo qualche minuto di relativa calma, appena si allontanò il cameriere, riprese a sputare parole ad altezza uomo.
“E bravo il nostro poeta, hai fame eh? Birbantello! Comunque fai bene sai, qui si mangia da dio, te lo garantisco. Tu non hai idea di quante belle scorpacciate ci ho fatto. E c’ho portato un sacco di gente, io... intendo dire gente importante, non mezze tacche. Attori, uomini dello spettacolo, un paio di politici... conosco tanti di quegli artisti, caro mio. Ma guardati in giro, no dico, guarda che classe, dai!, quando mai eri venuto in un posticino del genere? Senti, ti voglio raccontare di come ho fatto a trovarlo... allora, la prima volta che sono venuto qui eravamo nell’82... aspetta, forse era l’83... ah sì, sì era l’83. Devi sapere che in quel periodo io...”
Cazzo, era ripartito per la sua personalissima tangente. Inarrestabile come solo lui sapeva essere. Aveva una gestualità ampia e appariscente che attirava gli sguardi e la curiosità degli altri tavoli, non era certo uno che passava inosservato, il Butteroni. Fortunatamente arrivò il vino e la vista della bottiglia parve distrarlo per qualche minuto. Era un ottimo vino bianco secco che finì con gli antipasti. Arrivarono i primi e con essi un’altra bottiglia, di rosso stavolta. Gli dissi che aveva buon gusto per i vini e lui mi raccontò subito di quando, ragazzino, aveva fatto l’assaggiatore/sommelier per sbarcare il lunario.
“Erano gli anni sessanta... ah, che tempi quelli!”, ridacchiò.
Stranamente aveva rallentato la foga dei suoi racconti e aveva anche diminuito il volume della voce. Non potei che compiacermene. Il vino - meglio dire i vini - lo aveva come addomesticato, ora era quasi piacevole discorrere con lui. Intanto che ci gustavamo i secondi (anche lui non scherzava, s’era preso un branzino ai ferri e una fiorentina da quattro etti e mezzo), mi raccontò più approfonditamente delle traversie che gli erano capitate dopo quella trasmissione sciagurata. Così avevo scoperto che s’era andato a nascondere per la vergogna in Liguria (si era isolato per due mesi in un paesino dell’entroterra, barricandosi nella casa di una sua vecchia parente e staccando i contatti col mondo, niente tv, niente giornali, niente di niente... è stata dura sai... per uno come me!) e che da quel giorno non aveva più rimesso piede a Como. Aveva da poco saputo che Elvira era diventata la nuova conduttrice del suo (ex) programma (“nel mondo non esiste la gratitudine”, disse amareggiato) e che la Betty era divenuta l’ospite fissa. Lui ora stava riprendendo timidi contatti con altre emittenti e aveva per la testa grandi idee.
“Grossi progetti, caro mio. Cose molto grosse con grossi nomi”, fece in tono strettamente confidenziale.
A quel punto mi lasciai andare anch’io, confidandogli le mie speranze e i miei futuri intenti riguardo la mia carriera artistica. A Butteroni brillarono gli occhi. Mi prese per la mano, me la strinse fin quasi farmi scricchiolare le ossa e poi sentenziò severo.
“Ragasso mio non ti devi preoccupare perché adesso c’è qui l’Achi, che ci pensa lui a tutto, vedrai.”
Eravamo arrivati al dolce e, tra una lasagna e una tagliata, c’eravamo sparati allegramente quattro bottiglie di vino. Io mi sentivo notevolmente appesantito e con i pensieri decisamente annebbiati. Mi si era appiccicato sulla faccia un sorriso idiota e stupido, ma ero pienamente in armonia con me stesso e col mondo. Mi parve una cosa bella l’interessamento del Butteroni nei miei confronti e non mancai di dirglielo. Ero quasi commosso e pensai: “Però è un signore ‘sto qua...”
Ci bevemmo un buon caffè e chiudemmo con un paio di amari della casa. Butteroni fece cenno al cameriere di portarci il conto. Nell’attesa mi parlò della sua prima moglie - ne aveva avute due -, una tailandese che aveva conosciuto durante un provino a Lugano una decina d’anni fa e che poi però, dopo un mese di matrimonio, l’aveva lasciato per un banchiere belga. L’anziano cameriere tornò con il foglietto piegato in due. Butteroni con un gesto teatrale glielo strappò di mano e gli comunicò, senza guardare la cifra, che avrebbe pagato con la carta di credito. Il cameriere allora, ci disse che avremmo dovuto saldare il conto alla cassa. Butteroni si alzò di scatto e per poco non cadde all’indietro. Era ubriaco perso e faceva fatica a tenersi in piedi. Io, facendo tesoro dell’esperienza, mi aiutai facendomi leva con le braccia sul tavolo e m’incamminai con molta calma e circospezione. Butteroni porse alla signora della cassa la sua carta e lei la fece passare attraverso il magnete. Provò due o tre volte e alla fine, un po’ scocciata, disse, rivolta al Butteroni.
“Mi spiace signore, ma la sua carta non è valida.”
“Come sarebbe a dire non è valida? Ci compro in mezzo mondo con quella!”, rispose lui guascone, ma la signora, ora piuttosto infastidita, riprese.
“Sarebbe a dire che non è valida signore. Ovvero, o non le è stata abilitata, o...”, breve pausa e poi, acidamente: “... o il suo conto è in rosso signore.”
Butteroni uscì di sé.
“Ma come si permette – lei – di insinuare una cosa del genere... per caso è matta? Ma dico, ma lei lo sa con chi sta parlando? Il mio conto in rosso? Ma qui stiamo scherzando, ma mi dica che sta scherzando!”
“Mi spiace signore, non sto scherzando. La sua carta di credito non è valida e qui c’è da pagare un conto da trecentoventisei mila lire.”
Trecentoventisei mila lire, a me era rimasta in mente la cifra.
“Cazzo...”, riflettei brevemente, “... sono un bel po’ cari qui. A saperlo avrei mangiato di meno. Povero Achi, dovrà pagare tutto in contanti, che bella botta.”
In aiuto della signora erano intervenuti il vecchio cameriere e il proprietario del ristorante, un uomo ben vestito e dai modi gentili, ma risoluti. L’uomo disse con estrema calma che se non avessimo pagato, avrebbe chiamato i carabinieri e che in quel caso sarebbe stato spiacevole per tutti. Butteroni si dette una calmata e chiese loro di attendere un minuto. Mi si avvicinò zigzagando. Io nel frattempo m’ero seduto a un tavolo vuoto e m’ero acceso una sigaretta. Guardavo la scena dall’esterno, non sentendomi parte in causa. Il Butteroni è un signore, mi dicevo e la sua carta avrà solo avuto qualche problema con qualche computer di qualche banca svizzera del cazzo... ma sì, un attimo ancora e avrebbe estratto dal portafogli quattro banconote da cento e gliele avrebbe sbattute sul muso. Avrebbe lasciato loro anche il resto, tanto lui era un signore. Arrivò al tavolo e mi pose una mano sulla spalla, poi si chinò verso di me e mi sussurrò con un filo di voce.
“Senti, scusa... non so proprio come dirtelo, sono costernato, davvero, ma... sai è a proposito del conto, ecco... la mia carta... oh, ma questa è davvero bella e ha dell’incredibile, ma... ecco, non me la accettano. Io non so che macchinetta c’hanno questi qua, li credevo internazionali e invece... ‘sti provincialotti! La mia carta è valida in più di settanta nazioni. Ho comprato negli Stati Uniti, in Brasile, a Cuba, in Asia e... scusa, non potresti pagarlo tu il conto, che io al momento sono sprovvisto di contanti?”
Cazzo non aveva i soldi! Non aveva i soldi cazzo! Rinsavii per un attimo e gli chiesi se per caso non stava prendendomi in giro, lui mi fece cenno che era tutto vero.
“Ascoltami ragasso, dopo andiamo in un bancomat e ci sistemiamo, figurati...”
Mi prese una risatina isterica, nervosamente misi mano al portafogli, estrassi i soldi e gli diedi quattrocentomila lire, che poi altro non era che la cifra esatta che avevo prelevato quella mattina per acquistare i libri. Mi scappò un porca troia con la sordina. Butteroni mi strizzò l’occhio e mi urlò microfonato:
“Forza ragasso facciamo vedere che siamo dei signori!”
Andammo alla cassa e pagammo. Quando la signora ci diede il resto, Butteroni si infilò in tasca una banconota da cinquanta e mise il rimanente dei soldi nelle mani dell’anziano cameriere.
“Perché noi siamo dei signori... cari miei, eh ragasso?”
“Eh sì..”, feci in tempo a biascicare prima che mi tirasse per un braccio fuori dal ristorante. Eravamo in strada, ancora, ma questa volta eravamo anche ubriachi.
“Adesso troviamo un bel bancomat e saldiamo subito, perché il Butteroni non ha conti in sospeso con nessuno!”
“Ah, ah, ma figurati Achi non preoccuparti, lo so che tu...”
“Alt, non dire niente. Mi è venuta un’idea!”
“...”
“Tu ti fidi dell’Achi? Dimmi, tu ti fidi o no del tuo Achi?”
“Mmh... cert...”
“Bravooo! Tu lo sai, io ti farò fare grandi cose! Cosa dico! Noi due insieme faremo grandissime coseee!!! ”
“Mmh... cert...”
“Bravo ragasso mio, bravissimo! Allora vieni, andiamo. Vedrai, sarà una sorpresa. Una... una bellissima sorpresa!”
Mi prese a braccetto e attraversammo insieme la via barcollando. Ci stavamo incamminando obliqui e stonati, diretti verso la sua “bellissima sorpresa” e la vita sembrava essersi trasformata in una patata bollita ricoperta di burro fuso. A un tratto intonò una vecchia canzone di Battisti e io gli andai dietro. Eravamo due stupidi ubriachi che steccavano sulle note alte. Sembravamo due attori che avevano sbagliato film. Le altre comparse ci guardavano inorridite.
[9.segue]
Posted by Giuseppe Braga at 19.12.07 08:31
Comments
Bè ma, tu, lo conosci Braga??
Io sì...(
ma bloggo intestinale, proprio... bè, non mi piace uno che in un libro guarda o dice di apprezzare solo la punteggiatura, lo trovo veramente un pò patetico, comunque...
Buon Natale e anno nuovo da
Giuseppe
(il futuro della scrittura dinamica triller)
Ciao
Posted by: giuseras at 22.12.07 23:10
giuseras, a dire il vero anche a me capita spesso di star dietro di più al modo in cui un libro è scritto che non alla trama. Questo il motivo che con me i giallisti sarebbero morti di fame già ai tempi di quella buon'anima di agata...
sia come sia, buon anno al futuro della scrittura dinamica triller (poi un giorno me la spieghi meglio, sta roba qui...)
Posted by: giuse at 24.12.07 12:12