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10.12.07

Poet'astri [8.]

di Giuseppe Braga

Capitolo Quattro

Iniziavo a comprendere meglio un lato della mia personalità che a dire il vero non mi piaceva più di tanto. Al di là degli episodi sfortunati che mi stavano capitando, o forse proprio in rapporto a essi, avevo constatato che il mio modo di reagire - troppo spesso - non mi soddisfaceva. Non era infatti possibile che dovessi sempre fuggire di fronte alle circostanze (seppur alquanto particolari) in cui mi cacciavo. La fuga non era affatto costruttiva e non portava a niente, né ad Amina, né a un nuovo lavoro, né ad altro. Le tasche rimanevano inesorabilmente vuote. E non solo metaforicamente.

Camminavo per la città senza mete o prospettive concrete ed ero trascinato dall’inerzia delle calde giornate d’agosto. Al lavoro non ero molto gradito (assolutamente reciproca la faccenda), quindi Lupini e i suoi mi avevano consigliato di rimanere lontano per un po'. Così, quando mi proposero un salario ridotto per i mesi che avrei trascorso senza lavorare, io acconsentii senza creare problemi. Ci accordammo per tre mesi. Avrei percepito un terzo dello stipendio base. Conveniente o no, avevo accettato. Il loro solo pensiero mi induceva alla nausea.
Lei continuava a essere lontana e io stavo imparando a convivere con i suoi fantasmi. Tutt’altro che semplice, ma ci provavo. Sì, lei era rimasta dai cugini francesi e io me ne ero quasi fatta una mezza ragione. Poi accadde che un mattino, quando ormai avevo smesso di contare i giorni, al termine di una delle mie notti visitate da zombies di ogni razza e religione, mi vidi recapitare una lettera dalla Francia. Mi sentii palpitare il cuore come da tempo non succedeva: la aprii e trattenni il respiro. Era lei. La lessi tutta d’un fiato e siccome la lessi troppo velocemente la dovetti rileggere con maggiore calma, poiché non avevo compreso un accidente. Era scritta bene con la sua calligrafia che conoscevo a memoria, esponeva i problemi e le questioni con estrema chiarezza e limpidezza. Aveva deciso di prolungare il suo soggiorno oltralpe sino alla fine di settembre. Credeva - anzi si diceva sicura di questo - che avrebbe giovato a entrambi, questa lontananza forzata. Ora lei aveva trovato un lavoro in una colonia estiva per bambini in un piccolo paese lì vicino e non avrebbe in ogni caso potuto lasciare quell’attività. Avevamo bisogno, sia lei che io, di riflettere con calma attorno al nostro rapporto, di analizzarne pregi e difetti e possibilità future. Mi pregava di cercare di comprenderla e continuava, confidandomi di avere sofferto tremendamente quel giorno in cui se ne andò, ma che aveva sentito il bisogno di farlo. “L’ho fatto per noi due”, scrisse. Mi pregò di non cercare di andarla a trovare, perché sarebbe stato uno sforzo inutile e controproducente e concluse dandomi un indirizzo fermoposta al quale avrei potuto scriverle ogni tanto. Sottolineò quell’ognitanto. In fondo c’era un post-scriptum che diceva:

P.S. dimenticavo... i miei genitori mi hanno spedito la tua lettera. L’ho letta e riletta molte volte. Ogni volta, giungendo alla fine mi commuovevo. Adesso l’ho appesa nella mia camera e volevo dirti... grazie! Nessuno mai m’aveva scritto niente del genere, nessuno. A proposito, lo sai che scrivi davvero bene?
amina.

Questa era la situazione e questo era il punto in cui eravamo arrivati. L’amore ora corrispondeva per corrispondenza. Rimanevamo aggrappati all’efficienza delle poste italo-francesi! Con la busta stretta al petto rientrai saltellando in casa. La rilessi ancora un paio di volte, comodamente seduto sulla poltrona e decisi che sarebbe valsa la pena berci sopra. Era un primo incoraggiante segnale di riavvicinamento, quindi stappai una bottiglietta da 33cl. di birra chiara e me la ingoiai in nome dell’amore senza frontiere. Solo allora l’Europa mi sembrò più vicina, altro che Maastricht.
Quella lettera inoltre, ebbe il pregio di scuotermi dal torpore maledetto che m’aveva irretito e che in quel periodo mi stava lentamente annientando. Iniziai a rifiatare, come un cosmonauta a cui riattaccano il tubicino dell’ossigeno quando ormai si riteneva spacciato e perso negli abissi spaziali. Lei mi amava ancora e anche se le distanze erano ragguardevoli c’era di che essere fiduciosi. Bisognava accontentarsi in certi casi e questo mi pareva uno di quelli. Avrei aspettato il suo ritorno e nel frattempo mi sarei dedicato alla scrittura a tempo pieno. Volevo comporre nuove poesie, il materiale non mi mancava e le idee stavano ricominciando a muoversi. Un leggero venticello di scirocco s’era levato in un punto impreciso della mia testa e stava smuovendo minuscole imbarcazioni che presto sarebbero divenute velieri, pronti a solcare con le vele spiegate le acque degli oceani più profondi. Ripensai alla lettera che spedii ad Amina quando mi lasciò. Ciò che le scrissi in quella notte fu decisivo nel riavvicinarla a me. La sua risposta ne era la prova concreta. La mia travolgente accorata missiva le aveva dischiuso il cuore e la faccenda più incredibile consisteva nel fatto che, mentre la scrivevo, sapevo che sarebbe accaduto! L’avevo sentito fin dal momento in cui avevo fermato sulla carta quel fiume di parole. Loro erompevano senza alcuna possibilità d’essere frenate, nessun argine sarebbe riuscito nell’impresa di contenere un fiotto di parole di tali dimensioni. S’erano calamitate da sole verso il foglio di carta che avevo davanti. Quella notte racchiudeva in sé qualcosa di magico e misterioso, qualcosa che ancora mi sfuggiva, ma che avrei scoperto e fatto mio. Una specie d’entità forestiera, eterna e sacra, s’era insinuata nel mio corpo e gli aveva restituito, per il breve volgere di una notte, una nuova invincibile audacia. Ricordo come la mia pelle vibrava e i miei muscoli si tendevano all’unisono, come in uno sforzo collettivo estremo, e rammento come il mio stomaco bruciava infiammandomi i polmoni, i reni e la pancia. E non posso certo dimenticare il battito incessante e quasi folle del mio cuore, mentre nelle mie vene violacee e sporgenti scorreva il flusso inarrestabile della creazione! Quell’energia esplosiva si chiamava ispirazione e io l’avevo finalmente incontrata!
Mi rinchiusi nel mio piccolo appartamento e provai a scrivere seguendo gli istinti del momento. Passavo le settimane riempiendo quaderni su quaderni con impressioni, sensazioni, poesiole brevi e annotazioni varie. Col giungere della sera raccattavo i frutti della giornata, salivo in auto (adesso andava a meraviglia: “mezzo milione speso bene”, mi dicevo ogni volta che inserivo la prima e partivo) e andavo da Bruno a bere un paio di birre. Trascorrevo serate che avevano il gusto insipido dell’inutilità, io sullo sgabello con una pinta di birra in mano e lui dall’altra parte del bancone con una bottiglia di rosso. In mezzo, tra noi, soltanto lunghi silenzi. Deliziosi momenti morti. Solo in alcune circostanze particolarmente speciali (quando bevevo qualche birra di troppo ad esempio) mi lasciavo andare e gli leggevo le mie composizioni. Bruno, come era naturale che fosse, non mi esponeva mai un suo giudizio. Rimaneva muto col suo ghigno enigmatico stampigliato sul viso. Non mi era di grande conforto, devo ammetterlo, ma del resto non avrei saputo da chi altri andare. Le mie conoscenze erano alquanto limitate. Quando mi stancavo, me ne tornavo a casa a leggere fino a tardi. In quei giorni avevo riscoperto il gusto per la lettura. Avevo anche fatto un’altra scoperta. Come lettore ero piuttosto lento. Mi piaceva restare a rileggere alcune pagine per un tempo indefinito. Lo dilatavo a tal punto che spesso mi capitava di soffermare il mio interesse, per ore, sulle frasi che ritenevo più avvincenti. Analizzavo scrupolosamente quei segni d’inchiostro uno dopo l’altro. Come fossi un regista alla moviola scorrevo la pellicola avanti e indietro, cercando di scovarne improbabili segreti. Scomponevo e ricomponevo come fosse un gioco a incastri, aspettandomi da un attimo all’altro un segno rivelatore. Il più delle volte accadeva invece, che mi perdessi tra le righe. Impiegai l’estate intera per leggermi un libro di Hermann Hesse, ma al termine ne rimasi soddisfatto e lo consigliai persino a Bruno, che era uno che leggeva più lentamente di me. La mia produzione di scritti intanto aumentava, ma io la trovavo sempre piuttosto inconsistente e acerba. Ai primi di settembre avevo finito tre quaderni a righe e due a quadretti, ma non ero convinto appieno di ciò che avevo scritto. Quando li rileggevo percepivo delle mancanze e dei vuoti non consoni a un artista del mio calibro. Ad esempio c’erano concetti espressi in malo modo e frasi fuori contesto, ma anche errori d’ortografia (?) e rilievi critici spesso superficiali e banali... no, non mi ci rivedevo per niente. Soprattutto erano assenti quella tensione e quegli spasmi selvaggi che io conoscevo e che ero riuscito a catturare, ma solo durante quella strana notte di giugno. Che fosse un problema stagionale? Ero forse un artista meteoropatico? Delle volte mi ponevo domande davvero del cazzo, ma il problema comunque rimaneva. In alcuni casi invece, le mie composizioni erano buone, ma difettavano d’originalità. Come quel pomeriggio in cui scrissi una storiella di una decina di pagine molto divertenti per poi accorgermi, rileggendole, che la trama era identica a un racconto breve di Calvino che avevo letto qualche mese prima. Così non andava bene, accidenti. Stava calando l’oscurità. Ero sulla strada, ma non vedevo più le indicazioni.
Una sera, dopo aver cenato con un piatto di pasta fredda (fredda nel senso che l’avevo estratta dal frigo dopo una settimana), presi i miei cinque quadernetti e li buttai senza ripensamenti nel bidone della spazzatura. Non c’erano alternative. Quelle che avevo scritto erano porcherie, poco altro che robaccia. Io avrei dovuto fare di meglio. Io ero meglio. Questione solo di convincersi. Convinzione, ecco la parolina giusta. Dovevo perciò ripartire da me. Rafforzare il mio carattere e fare in modo, subito dopo, di portare alla luce le mie enormi, intime risorse. Sembrava semplice, dopotutto. Le famose potenzialità nascoste, di questo si trattava. Di questo e di nient’altro che questo: “POTENZIALITA’, CONVINZIONE, CARATTERE!”
Bah, forse non erano esattamente le mie parole preferite, ma tant’è, era del tutto superfluo stare a sottilizzare. Qui c’era bisogno di dare nuovo slancio alla mia carriera di poeta!
“Una ricerca introspettiva... ho bisogno di analizzarmi dal di dentro.”
Decisi che l’indomani sarei andato subito a comprare dei libri sull’argomento. Ero compiaciuto di me stesso e mi sembrava già un bell’inizio.
“MARCO TOSONI, il GIOVANE POETA, di nuovo pronto a stupire il mondo con le sue straordinarie opere!”
Sentendomi più libero e trovandomi, al contempo, in una fase digestiva complicata (quella pasta fredda s’era arenata nel mio stomaco e non aveva intenzione di muoversi da lì), m’infilai scarpe e giubbotto e uscii. Passeggiai senza alcuna destinazione per il quartiere. Dopo una decina di minuti mi fermai e alzai gli occhi. Eccola qua la mia periferia, il mio labirinto sghembo e immondo a cui, comunque fosse andata, non avrei mai rinunciato. Non c’era nulla di particolare in quell’insieme terrificante di solidi in cemento e mattoni, a ben guardare si trattava di un non-luogo come tanti, di una casermopoli scombinata e mai stata di moda. Il centro si trovava lontano, forse stava addirittura in un’altra città, sempre troppo patinato e ostentatamente tirato a lucido, come uno stivaletto o una borsetta di gran lusso. Noi ne eravamo il tacco, il fondo, ma poteva andar bene lo stesso: io ero attratto da questa non-città. Era verso l’imbrunire di una giornata d’inizio settembre, una come tante e per le vie non c’era un’anima che fosse una. I miei passi risuonavano secchi su marciapiedi sconnessi e marchiati qua e là dai cani. Le auto parcheggiate ai bordi delle strade formavano un interminabile serpente di lamiera. Dai tinelli giungeva l’eco smorzata di una partita di calcio o di qualcosa di simile. Guardai l’ora da un orologio appeso, segnava dieci minuti dopo le nove. Davvero a quell’ora della sera nessuno più passeggiava per strada? Dov’erano andati a nascondersi tutti? E se non era una questione di clima - la serata era tiepida - si poteva forse addossare ogni colpa a sua maestà televisione? E piuttosto... eravamo proprio certi che i vari professorini belli di turno, non fossero i veri artefici di questo sfacelo? Con queste domande inevase mi aggiravo solitario e sempre meno allegro, per il mio quartiere. Tutto ciò che vedevo in realtà era piuttosto deprimente. La desolazione trasudava dai condomini scrostati multipiano e una triste infilata di edifici piastrellati chiudeva la vista e ottenebrava i sensi. Nulla di maggiormente anti-poetico si sarebbe potuto concepire. Avvertii come un senso di nausea. Sentii l’immediata necessità di rivedere qualsiasi cosa avesse una parvenza non artificiale, mi sarei accontentato di una piccola siepe o d’un alberello anche rachitico o magari un giardinetto spelacchiato e senza erba. Dovevo avere le prove che la natura esistesse veramente. Svoltai due o tre volte, attraversai una piazzetta con un monumento ai caduti e mi diressi a passo svelto verso i confini dell’abitato. Cercavo la campagna, ma la trama degli edifici era ancora fitta. Cuscinetti interposti tra assenze e vuoti, sfrangiati e deformi loro stessi, in possesso di grosse protesi - cantieri in rapida espansione - tese verso l’esterno e pronte a ingoiarsi i pochi luoghi ancora liberi e non edificati. Avevo voltato un angolo. Finalmente. Gli orti. Le coltivazioni. Le ultime cascine. Un ponte. I terreni incolti. I prati. Una discarica abusiva. Come ogni deserto che si rispettava, anche questo (del resto con la sabbia non si ottiene il cemento?) aveva le sue oasi e la sua discarica. Di fronte a me le abitazioni s’erano diradate e il frastuono di una tangenziale vicina sovrastava i rumori provenienti dai tinelli e dalle cucine. Mi trovavo in una terra di nessuno. L’aria s’era fatta leggermente più fresca. Le luci dei lampioni erano alle mie spalle e il mio sguardo vagava incerto, guidato dallo splendore della luna. Mi spinsi nei campi seguendo un sentiero sterrato che mi allontanava dalle strade battute. Ero solo, ma non soffrivo quella solitudine. E così camminavo senza pensieri tra l’erba alta e gli arbusti incominciando a rifiatare. Giunsi in uno spiazzo dove l’erba era stata appena tagliata. Il cicaleccio dei grilli risuonava nel silenzio della sera. Decisi di fermarmi e di accendermi una sigaretta al chiaro di luna. La fiamma dell’accendino brillò, inspirai la prima boccata e buttai fuori, inspirai la seconda e buttai fuori di nuovo, inspirai la terza e… anziché fumo ne uscirono delle parole.

La mia anima è muta e il mio spirito riposa nascosto tra le pieghe di un vecchio cuore malato. Dorme con gli occhi sbarrati, il mio spirito, ha terrore che il proprio risveglio possa avvicinarlo alla morte. E il mio spirito, seppure folle, non vuol morire. Il sonno della mente è il sonno di un corpo abbandonato a una notte indigesta e cannibale. Un lampo nel cielo terso e lugubre. Sono un artista, una vana sterile controfigura senza ruolo. Sono un povero uomo in pena senza pace, un uomo che non ha le forze per affrontare nessuna guerra, un uomo che lancia sassi alla luna e che vive tra le ombre del passato, un uomo sempre un passo indietro, un povero uomo che continua a peregrinare senza soste. Vivo dei miei sogni, mi nutro di essi e, immancabilmente, ogni nuovo giorno m’innamoro di un’idea senza futuro. Ogni porco giorno provo a elevare lo spirito. Lo lancio in alto nell’aria imbastardita. Rimbalzo sul muro, sono una gomma impazzita, ironica solo quando si ricorda d’esserlo. Deformabile, stupida. Mi chiedo, se le barriere sublimano l’amore, il mastice può forse riattaccare gli amanti perdutisi fra le nebbie antiche dei loro rimorsi? Lucide folgoranti utopie, se ci si prende sul serio ci si fa troppo male e non ne vale manco la pena, amico mio, lo zeitgest ci giudicherà e ci renderà invulnerabili di fronte a dio. La mia pazzia vincerà sul mondo, scommettete su di me e non ve ne pentirete. Non è necessario esser pazzi per capirlo. Il mondo è una bolla di sapone che racchiude e anestetizza i nostri deliri. Noi siamo lo zero, siamo il cosmo, siamo il vuoto che colma l’esistenza. Noi onnipotenti sacerdoti del nulla, noi padroni degli specchi, noi facce comuni e oscene, noi puttane regine, noi demoni e scarafaggi, noi vulcani e lava, noi roccia divenuta ben presto cenere, noi animali selvatici e luminescenti, noi prostrati dinanzi alla luna morente, noi che cerchiamo di riscaldare i nostri cuori con cerini senza zolfo, noi incompresi, noi vuoti di senso, noi mendicanti, noi storie senza fine, noi soli neri che assorbono energia senza renderla, noi errori matematici, noi logiche strabiche, noi tele mute, noi megafoni senza voce, noi silenziosi parassiti, noi carnivori voraci, noi vergini maiali, noi naufraghi felici, noi bottiglie trasparenti, noi lucidi maniaci, noi.

Disonesto, t’incammini per le vie che hai lasciato in fiamme, piccolo ladro d’anime e di sentimenti liquidi. Scendono lacrime calde ai piedi del sole notturno, un lampione strambo e vigliacco, e se è vero che una vita riprende, un’altra s’interrompe e forse, alla fine dei conti, la vita è una gran cazzata, la vita. La vita è un’illusione in formato technicolor, la vita scappa, la vita è una via d’uscita per l’inferno, la vita è un inganno senza fine, la vita è un grosso buco nell’anima, la vita ci assomiglia, ma solo se non le crediamo, la vita è una supposta che ci dobbiamo infilare tutti almeno una volta nel culo, la vita è dolore, la vita è pena, la vita è incomprensione, la vita è solitudine, la vita vale la pena d’essere vissuta solo per la soddisfazione di poterle sputare addosso, la vita è la morte, la vita sono questi lacci che mi legano le braccia, la vita è una strage d’innocenti elevata all’ennesima potenza, la vita è il ricordo che ti morde le palle, la vita è il sangue che ti sgorga dalle viscere infette, la vita è una purificazione quotidiana, la vita è gesù cristo che ti spara dalla croce, la vita è l’amore che non esiste, la vita è l’autodistruzione, la vita è la ricerca della verità, la vita è l’arbitro dei tuoi deliri, la vita è la bugia, la vita è la speranza che muore con l’idea, la vita è la creazione, la vita è il tuo cazzo inutile, la vita è un buddha che ti indica la luce, la vita è eva che vomita la mela, la vita sono le impronte digitali bruciate, la vita è l’impossibilità di essere liberi, la vita è la conoscenza, la vita è la compassione, la vita è la strada, la vita è il coraggio, la vita è la paura, la vita è un bullone sghimbescio, la vita è la farsa del nostro tempo, la vita è la miseria, la vita è un culo sfondato, la vita te la porti addosso come la pelle che non hai più, la vita t’ingombra, la vita è un’autospurghi, la vita è un minerale, la vita è un fossile, la vita è un amplesso, la vita ti scogliona, la vita ti sorprende anche con la camicia di forza, la vita è scomoda, la vita è geniale, la vita è contraffatta, la vita è una X, la vita è impressa col fuoco, la vita è codificata, la vita è un enigma, la vita è una parentesi quadra, la vita è una rondine nel cielo, la vita è un segno sul muro, la vita è un colpo di cannone, la vita è uno specchio per i ciechi, la vita è lo pseudonimo della morte, la vita è una frase mai pronunciata, la vita vale una vita, la vita è una prigione senza sbarre ma con porte blindate e pareti contro le quali puoi rimbalzare, la vita è un aforisma, cazzo sono gli aforismi?, la vita è uno scherzo mal riuscito, la vita è una nave nell’oceano, la vita è un rito magico, la vita è una mano legata all’altra, la vita è un arcobaleno immaginario, la vita è un cielo bastardo, la vita è una foresta di cuori smarriti, la vita è un morso, la vita è una recita senza sceneggiatura, la vita è un solo colpo, uno solo, diretto al cuore, la vita è un pianto dirotto, la vita è una chiavata come si deve, la vita è un angelo che non vola, la vita, quando non piango, mi fa ridere, la vita è un’apologia, la vita è un ago, la vita è un corpo dilaniato di botte, la vita è un bersaglio, la vita mi prende alla gola, la vita è un grido che rimane nella pancia, la vita è indigesta, la vita è un calzino consumato, la vita è il fumo azzurro d’una sigaretta, la vita è un albero marcio, la vita prosegue alla prossima puntata, la vita ti succhia la vita, la vita è un cervello impazzito, la vita è uno scienziato curvo sui libri, la vita è un’esagerazione, la vita è un getto di sborra in faccia, la vita è il telefono che suona nella tua testa, la vita è il vomito che rivedi la mattina dopo, la vita è uno stomaco ribaltato, la vita è l’assoluto, la vita è un giro tondo con i tuoi fantasmi, la vita ti sfibra, la vita è un deserto senza limiti, la vita è un colpo alla tempia, la vita è un surgelato andato a male, la vita è un animo corrotto che non sente ragioni, la vita è una rincorsa, la vita è un salto triplo nei labirinti arcaici delle passioni, la vita è leccare un gelato illudendosi sia una figa bagnata, la vita è bruciare il passato ben sapendo di non avere nessun futuro, la vita è uccidere il ricordo, la vita è l’abbandono, la vita è una strage senza senso, la vita è un sorriso, sincero o falso non ha importanza, la vita è starsene tutti i giorni sdraiati sul letto e fissare il soffitto, la vita sei tu, la vita è un albero che ha dimenticato le radici, la vita è un soprano senza voce, la vita è una casa che ti crolla addosso mentre tu stai dormendo beato, la vita è un’onda che ti travolge, la vita mi svita. Oh mia musa, oh mia dolce puttana, oh mia ignobile seduttrice... eccomi sono tuo! Inginocchiato senza dignità e pronto a qualsiasi cosa. Disposto a ogni sacrificio. Ti prego e ti supplico: nutriti del mio seme e fa sbocciare una nuova vita in me. Mia soave e tenera troia, tu che ti dai e che ti vendi a piacimento, non perdere questa occasione. Diventerò il tuo servo e sarò lo schiavo che esaudisce i tuoi desideri e le tue volontà. Donami il tuo nettare divino, procurami l’immortalità e fa di me quel che vuoi. Io voglio affrontare dio perché io sono dio, anzi io sono un gradino sopra lui. Voglio apprendere le verità pazzesche della vita, ti voglio succhiare l’anima, ti voglio solo per me

[8.segue]

Posted by Giuseppe Braga at 10.12.07 17:26

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