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24.12.07
Virginia on my mind
La bambolina Molly
di Giuseppe Braga
La bambolina Molly è una bambolina tutta rosa tutta nuda tutta di gomma morbida tutta profumata. Ha due trecce che le cascano sulle spalle e la riga in mezzo. Sei lentiggini per guancia, gliele ho contate. La bocca è chiusa ma sorridente, con un accenno di rossetto ma senza malizia. Occhi neri spalancati. Fissi sbarrati avanti a sé.
Virginia l’ha fin dal primo momento guardata con molta parecchia diffidenza. Poi ha cominciato a ignorarla. Quando s’accorge che esiste, talvolta succede, la prende sempre a schiaffi. Non ce n’è, la bambolina Molly non le piace proprio.
Posted by Giuseppe Braga at 13:02 | Comments (2)
19.12.07
Poet'astri [9.]
di Giuseppe Braga
Non riuscivo a spiegarmi ciò che era avvenuto, ma qualsiasi cosa fosse successa era stata parecchio strana. Avevo i muscoli del corpo impastati e induriti, un principio di formicolio mi stava facendo perdere sensibilità alle mani e ai piedi. La gola mi si era del tutto seccata. Ero come sotto gli effetti di un acido. Stavo barcollando, la testa mi s’era rivolta verso il cielo – autonomamente – facendomi schioccare le ossa del collo. Scrutavo nel buio e vedevo la luna. Galleggiava velata nella notte e pareva una fetta di limone in un bicchiere di coca-cola sgasata. In bocca mi sentivo un retrogusto aspro. Vidi cadere una stella e senza comprenderne il motivo, caddi anch’io.
Mi risvegliai il mattino dopo, lo sferragliare di un trattore che spandeva letame mi contagiò orecchie e narici. Avevo un gran mal di testa e non ricordavo praticamente nulla della sera precedente, anzi mi meravigliai del fatto di essere venuto a dormire in un posto del genere, senza nemmeno un sacco a pelo o una coperta. Ero bagnato dalla testa ai piedi, la rugiada m’aveva ricoperto d’uno strato leggero di goccioline. Mi rassettai alla bell’e meglio e tornai verso casa. In testa mi frullavano dei pensieri confusi, rivoltati sotto sopra. Camminando mi sforzai di fare chiarezza e mi tornarono vagamente alla memoria un piatto di pasta fredda (!), un ammasso di spazzatura maleodorante e un ragionamento piuttosto lungo e articolato che feci a proposito della mia carriera artistica... ah, ah, adesso ricordavo. C’era una cosa che dovevo fare quel giorno, andare in libreria. C’erano dei libri da acquistare al più presto. Mi lavai, bevvi un caffelatte e mi diressi con l’auto nella libreria più fornita della città. Volevo avere la più vasta scelta sulla materia. Arrivai che non era ancora aperta e dovetti aspettare mezz’ora fuori. Per ingannare il tempo entrai in un bar, ordinai un caffè e mi feci un elenco sommario dei libri da prendere. Mi accorsi rapidamente che l’argomento era parecchio ampio e che avrei dovuto acquistare molti volumi, ma non me ne curai perché mi tornò alla mente una frase che ripeteva spesso mia madre.
“Ricordati Marco che i soldi spesi per leggere sono sempre spesi bene.”
Forte di questa sicurezza compilai l’elenco. Arrivarono le nove e mezzo e il negozio aprì. Mi infilai sicuro e deciso e presi con me un cestello. Avrei fatto una bella spesa, c’era da giurarci. Per primo visitai il reparto Psicologia e Psicanalisi, dove arraffai tanto per cominciare un paio di testi sull’Autostima e sui disturbi della personalità, poi presi una mezza dozzina di libri sull’Autocoscienza, sull’Autoanalisi e sull’Auto-concentrazione. Non potei esimermi dal prendere il testo sull’Interpretazione dei sogni di Freud (banale ma necessario, pensavo, vista la mia abbondante attività onirica, notturna e non). Infine venni catturato dal titolo di un volume che mi dava l’impressione d’essere molto accattivante: “L’io e l’inconscio, questi nostri sconosciuti”. Infilai nel cestello anche quello. Mi spostai quindi nel reparto Nuove Culture e Filosofie Orientali. Anche qui trovai titoli alquanto interessanti, come: “Lo zen e l’arte di convincere”, “Yoga, ieri oggi e domani” e “Perdenti si nasce, Vincenti si diventa”. Riempivo soddisfatto e avevo la sensazione di essermi reincarnato in una casalinga del lunedì mattina, impegnata col carrello nelle corsie di un supermercato. Al posto delle conserve, dei pannolini e dei surgelati io invece facevo incetta di libri. Riflessologia plantare, Grafologia, Meditazione statica e dinamica, Pensiero Positivo, Shiatsu, Tai Chi Chuan, Ecologia della mente, vita oltre la vita, morte neanche a parlarne, meglio Meditare oggi che Mendicare domani... avevo il cestello stracolmo e non ci sarebbe stato nemmeno un tascabile mille lire, ma avviandomi verso l’uscita vidi un libro in offerta sugli Angeli e non me lo feci scappare. Me lo misi sotto braccio e mi dissi:
“Non si sa mai come vanno ‘ste cose, meglio informarsi a trecentosessanta gradi.”
Col mio cestello strabordante libri (saranno stati una ventina), mi diressi verso la cassa. Era trascorsa più di un’ora da quando ero entrato e il negozio adesso era affollato. Mi ero accodato in fila dietro a una signora molto elegante e con un paio di gambe piuttosto interessanti, quando a un tratto la mia attenzione si era spostata verso un tizio alto e robusto che si era messo a questionare a voce alta con un giovane commesso. Quell’uomo aveva un’aria vagamente familiare. Lo vedevo di spalle mentre gesticolava. Compiva movimenti ampi con le braccia e in mano stringeva una rivista. Sentivo distintamente, così come stavano sentendo tutti all’interno della libreria, ciò che diceva, anzi urlava:
“Caro il mio ragasso tu forse non sai chi sono io! E forse è meglio così, ma attento bello perché io non scherzo mica sai? Voglio parlare subito con il direttore, capito?”
“La prego non gridi così. Le ho appena detto che il direttore non c’è e che in ogni caso non potrebbe risolvere il suo problema. Noi quelle copie le dobbiamo esporre.”
L’uomo con in mano la rivista pareva imbestialito: “Cazzo! E ridico: CAZZO! Voi dovete assolutamente toglierle dal banco. Tutteee!!! Io vi querelo, intesi? Qui si tratta di diffamazione, lo ha detto anche il mio avvocatooo!!!
“Cerchi di ragionare, questo numero di “GENTE COME VOI, pettegolezzi ed altro dal mondo dello spettacolo” non lo vendiamo solo noi. E’ in vendita ovunque, cosa vuol fare, il giro di tutte le edicole e librerie?”
“Ci puoi giurare ragassino! Le farò sparire una a una, a costo di andare sul lastrico! Voi non potete... aahh!, la mia privacy, la mia dignità di uomo e d’artista... aahh, ma perché proprio a me? Come sono sfortunato! Sono rovinato, la mia carriera è finitaaa! Ma io vi denuncio tutti, io vi querelo, io vi mando la finanza...”
Il giovane commesso cercava di ricondurlo alla ragione con un tono conciliante.
“Su forza, cerchi di calmarsi. Dopotutto apparire sulla copertina di “GENTE COME VOI” potrebbe anche giovare alla sua attività e poi... ha visto che belle foto ci sono all’interno?”
“Diavolo d’un diavolo, adesso vuoi venirmi a spiegare le leggi dello spettacolo? A meee? Mi pigli per il culo? Ma allora non hai ancora capito chi sono, tu non hai la minima idea di quello che io ho fatto nella mia vita, sbarbatello dei miei coglioni! Io lavoro in televisione da trent’anni, stronzetto! Trent’anni hai capitooo? Ho fatto cose che voi giovani ve le sognate! E adesso per colpa di una stronza fulminata di merda che si è bevuta il cervello devo vedere compromessa la mia carriera? Nooo!”
“Suvvia, provi ad essere ragionevole...”
“Nooo, io non ci sto!”, e così detto, aveva preso in mano tutte le riviste che c’erano sullo scaffale e cercato di uscire dalla libreria. Senza passare dalla cassa naturalmente.
I due addetti alla sorveglianza, che fino a quel momento se ne erano stati buoni buoni (come tutti gli altri clienti della libreria) a gustarsi quella scena d’avanspettacolo imprevista, non poterono a quel punto esentarsi dall’intervenire. Lo bloccarono dopo due metri e gli fecero riappoggiare il plico delle riviste. Non ci fu bisogno di ricorrere a violenze di nessun tipo. L’uomo con le riviste capì immediatamente cosa fare. Bastò il gesto deciso e perentorio di uno dei due addetti alla sorveglianza e l’uomo desistette. Fu una scena triste. Forse perché i due erano grossi marcantoni palestrati alti due metri o giù di lì e con due mani da far spavento. O forse no, chissà. L’uomo si accasciò a terra tra il brusio generale e rimase seduto in silenzio su una pila di copie dell’ultimo capolavoro di Bruno Vespa. Lo guardavo con curiosità crescente. Fino a quell’istante non ero riuscito a vederlo in faccia poiché nel corso della disputa mi aveva sempre rivolto le spalle, eppure ero convinto di averlo già visto da qualche parte. Racchiudeva in sé qualcosa di familiare. Uscii dalla coda e gli andai più vicino. Quando gli fui alle spalle, a circa mezzo metro, l’uomo si voltò di scatto. Capii in quell’istante. Capii di non aver avuto un’idea brillante, ma lo capii troppo tardi, puttana miseria. Riuscii a dire solo: “Oh cazz...”, perché mi interruppe subito. Mi prese per un braccio e mi tirò a sé con forza. Aveva gli occhi arrossati e le guance rigate da grossi lacrimoni. Attaccò con voce melodrammatica, come se stesse recitando in una telenovela brasiliana.
“Sono un uomo distrutto e la mia carriera è finita, non ho più dignità... sono costretto a subire in questo modo, hai visto, ma perché doveva accadere proprio a me? Cosa ho fatto per meritarmelo? Avevo una trasmissione fantastica, un pubblico che mi amava incondizionatamente... anni e anni di sacrifici per mettere in piedi una televisione, per crearsi una credibilità a livello regionale. Ero quasi pronto per il salto al nazionale, sai? Ci avevano promesso il satellite e invece sono diventato famoso per colpa di quella stronza. Io volevo le copertine per i miei meriti televisivi, per le mie indimenticabili trasmissioni, per il mio talk-show e invece guarda qui, guarda... non è possibile, non è vero, dimmi che non è verooo...”
Quello che mi stava parlando era un ultra cinquantenne disperato e affranto, ma ben abbronzato, con la mascella deviata e un lobo in meno. Cazzo era proprio lui! Mi stava mostrando piangente la copertina di “GENTE COME VOI” che lo ritraeva a terra in un laghetto di sangue. In primo piano una tizia con una tunica macchiata di rosso gli aveva appoggiato un piede sullo stomaco e aveva le braccia levate al cielo in segno di vittoria. Sullo sfondo si intravedeva un quarantenne capellone schiacciato da quattro sedie. Ebbi la sensazione di un déjà vu. Ecco cosa c’era scritto nel breve richiamo a piè di pagina:
FINALMENTE LE FOTO INEDITE DI QUELLA INCREDIBILE SERATA!
Achille Butteroni, noto presentatore di una tv locale, che soccombe sotto i colpi
della sua ospite. Lei è Betty Ramazza, un nome di cui sentiremo ben presto parlare.
RIVELAZIONI E IMMAGINI SENSAZIONALI!
Alle pagine otto, nove e dieci troverete le interviste in esclusiva a tutti i protagonisti.
E intanto la gente di Como e dintorni si chiede: che fine ha fatto il Butteroni?
Cazzo, lo sapevo io che fine aveva fatto... ce l’avevo davanti, puttana merda!
Finito il monologo si riebbe e mi guardò strizzando gli occhi. Si asciugò le guance e mi disse in tono confidenziale.
“Ascolta, ma noi per caso ci siamo già incontrati? Hai un volto conosciuto ragasso...”
Io cercai una via d’uscita elegante e gli dissi che sì, c’eravamo già visti a una sua trasmissione, ma molti anni prima e che mi dispiaceva per quello che gli era capitato, ma in quel momento dovevo proprio andare poiché ero molto in ritardo. Cercai di accomiatarmi, ma lui continuava a tenermi per un braccio e a rimuginare.
“Ma io ti ho già visto... ma dov’è che t’ho visto... sai, non per dire, ma io ho una memoria visiva eccezionale e riconosco le persone anche a distanza di anni e tu... scusa, ma com’è che ti chiami?”
Qui commisi l’errore fatale. Avrei potuto inventarmene a centinaia di nomi, che dico a centinaia, a migliaia!, ma invece dalla mia bocca cazzona uscì quel che non sarebbe dovuto uscire.
“Ma certo, certo... tu ti chiami Marco Tosoni! Tu sei il giovane poeta! Eri ospite quella sera... per la miseria che combinazione incredibile! Oh mio dio, oh mio dio, ma chissà cosa penserai di me adesso! Oh mio dio! Voglio spiegarti bene cos’è successo. Forza ragasso aiutami a rialzarmi e lascia che ti spieghi tutto.”
“Mah... scusi... vede... io... veramente… dovrei...”
“Carissimo per l’amor del cielo dammi del tu! E da ora in avanti chiamami Achi, per favore. Adesso ascoltami figliolo, usciamo immediatamente da questo schifo di negozio...”, e proseguì alzando il tono della voce, in modo da farsi sentire dal personale e dagli avventori, “...che non ci meritaaa, nooo... che non sono degni di avere tra i loro clienti due artisti come noi! Perché lui è un artista, sapete? E’ un Poetaaa cari miei! Non ci vedrete più! Siamo disgustati, non metteremo mai più piede qua dentro! Vero ragassooo???”
Abbozzai un sorriso tirato e gli feci un mezzo cenno di approvazione. Ero rosso di vergogna e ricurvo su me stesso. Avevo addosso gli occhi di tutta la libreria, mi sentivo persino osservato dai gialli Mondadori. Al mio fianco Butteroni invece sembrava essersi ingigantito. Era l’assoluto padrone dello spazio ed era felice di essere di nuovo al centro dell’attenzione. Raggiante per questo suo show improvvisato, proclamò.
“E allora ragasso, butta via questo ciarpame di libri perché a te non ti servono mica. Tu li devi scrivere i libri, non comprarli e men che meno qui! Capitooo???”
“Ma...”
Mi strappò di mano il cestello, lo fece cadere sonoramente per terra e poi disse solenne, fiero di quel suo gesto: “E ora sì... ce ne possiamo anche andare!”
“Mi scusi ma... e i miei libri?”
“Niente scuse e niente ma. Forza ragasso usciamo!”
Fui letteralmente trascinato fuori senza avere il tempo di spiegare o dire alcunché.
Mi ritrovai sulla strada a braccetto con quell’uomo alto e robusto e che parlava a raffica senza prendere fiato.
“Ragasso, ti va di fare quattro passi?”
Non gli risposi neppure, tanto era uguale, aveva già deciso lui. Così iniziammo a passeggiare diretti verso il centro. Mi raccontò della sua vita. Dalla nascita ai giorni nostri. Era un fiume in piena esondazione. Dopo aver parlato per circa due ore ininterrottamente, ero venuto a conoscenza di ogni dettaglio riguardante la sua vita. In compenso non avevo la minima idea di quanti chilometri avessimo fatto. D’un tratto si fermò, guardò l’orologio e mi chiese se per caso non avessi fame. Provai a rispondergli, ma non feci in tempo.
“Ah, lo sapevo io! Sai, quando si cammina viene sempre appetito! Forza ragasso adesso ti porto io in un bel posticino. Tra l’altro è proprio qui dietro l’angolo.”
Era più forte di me, non riuscivo a staccarmelo in nessun modo. Mi teneva brancato per un braccio da due ore e ancora non mi aveva mollato un istante. Peggio di un mastino napoletano affetto da logorrea. Ero fiaccato nello spirito e nel morale e avevo i piedi gonfi. Mi guardavo in giro desolato e rassegnato, sperando che venisse colpito da una punizione divina, tanto improvvisa quanto devastante. Non chiedevo la luna, solo la perdita totale della voce, ma erano solo vane speranze, perché Butteroni pareva una corazzata indistruttibile.
Impiegammo un altro quarto d’ora buono prima di giungere al ristorante. Si trovava in una stretta via del centro e aveva una piccola insegna al neon lampeggiante. Indugiai nel guardarla: “DAL GHIOTTONE”, questo era il nome che brillava a intermittenza. Non ricordavo d’esserci mai stato e del resto non frequentavo abitualmente i locali di quella zona, troppo costosi per le mie tasche. Al mio fianco Butteroni mi fece l’occhiolino come per dire, guarda dove ti ho portato, ed entrò tirandomi per la manica. Appena entrato salutò i camerieri come se fossero vecchi amici. Loro, i camerieri, non se lo filarono. Ci accomodammo a un tavolino nel cortile interno, sotto un pergolato di glicine. Dovevo ammettere che il posto era molto raffinato e signorile e i profumi che giungevano dalla cucina erano davvero squisiti. Pensai che non tutti i mali venissero per nuocere e anzi ero stato fortunato nell’incontrare il Butteroni, quel giorno. Dopotutto, a ben vedere, mi sarei fatto una bella mangiata e bevuta a spese sue e poi, dopo aver digerito con un bell’amaro della casa, mi sarei congedato con stile (e questa volta, se me l’avesse mai chiesto, gli avrei dato un indirizzo falso) e infine me ne sarei tornato in libreria (mmh... magari un’altra) a prendere finalmente i miei libri. Meglio comporre con la pancia piena, cazzo!
“Ma sì... godiamocela ‘sta vitaccia e facciamoci ‘sta bella magnata!”, esclamai appena arrivarono i menù. Tra un risotto alla milanese e un petto di pollo in agrodolce mi venne in mente che era da parecchi giorni che non pranzavo in modo decente e che questa era l’occasione buona per darci dentro. Arrivò quasi subito un anziano cameriere in divisa. Butteroni sembrava avere idee molto chiare. Ordinò due primi, tre secondi e decise anche i vini. Io lo lasciai fare e quando il cameriere rivolse lo sguardo su di me, per non voler essere da meno, iniziai.
“Sì... comincerei con un antipasto misto di pesce, poi vediamo, sì, per primo gradirei questi gnocchetti al sugo di noci e questi tortelloni con ripieno di spinaci e ricotta. Bene, passerei ai secondi adesso. Ah sì... tagliata di manzo con rucola e grana e un piatto di patate al forno... sono quelle novelle vero? Ah sì... bene, bene... per finire un dolcino, vediamo un po’, la crostata ai frutti di bosco può andare. Per ora può bastare, grazie.”
Il cameriere si fregava le mani, due clienti del genere non li vedeva da parecchio. Butteroni dopo qualche minuto di relativa calma, appena si allontanò il cameriere, riprese a sputare parole ad altezza uomo.
“E bravo il nostro poeta, hai fame eh? Birbantello! Comunque fai bene sai, qui si mangia da dio, te lo garantisco. Tu non hai idea di quante belle scorpacciate ci ho fatto. E c’ho portato un sacco di gente, io... intendo dire gente importante, non mezze tacche. Attori, uomini dello spettacolo, un paio di politici... conosco tanti di quegli artisti, caro mio. Ma guardati in giro, no dico, guarda che classe, dai!, quando mai eri venuto in un posticino del genere? Senti, ti voglio raccontare di come ho fatto a trovarlo... allora, la prima volta che sono venuto qui eravamo nell’82... aspetta, forse era l’83... ah sì, sì era l’83. Devi sapere che in quel periodo io...”
Cazzo, era ripartito per la sua personalissima tangente. Inarrestabile come solo lui sapeva essere. Aveva una gestualità ampia e appariscente che attirava gli sguardi e la curiosità degli altri tavoli, non era certo uno che passava inosservato, il Butteroni. Fortunatamente arrivò il vino e la vista della bottiglia parve distrarlo per qualche minuto. Era un ottimo vino bianco secco che finì con gli antipasti. Arrivarono i primi e con essi un’altra bottiglia, di rosso stavolta. Gli dissi che aveva buon gusto per i vini e lui mi raccontò subito di quando, ragazzino, aveva fatto l’assaggiatore/sommelier per sbarcare il lunario.
“Erano gli anni sessanta... ah, che tempi quelli!”, ridacchiò.
Stranamente aveva rallentato la foga dei suoi racconti e aveva anche diminuito il volume della voce. Non potei che compiacermene. Il vino - meglio dire i vini - lo aveva come addomesticato, ora era quasi piacevole discorrere con lui. Intanto che ci gustavamo i secondi (anche lui non scherzava, s’era preso un branzino ai ferri e una fiorentina da quattro etti e mezzo), mi raccontò più approfonditamente delle traversie che gli erano capitate dopo quella trasmissione sciagurata. Così avevo scoperto che s’era andato a nascondere per la vergogna in Liguria (si era isolato per due mesi in un paesino dell’entroterra, barricandosi nella casa di una sua vecchia parente e staccando i contatti col mondo, niente tv, niente giornali, niente di niente... è stata dura sai... per uno come me!) e che da quel giorno non aveva più rimesso piede a Como. Aveva da poco saputo che Elvira era diventata la nuova conduttrice del suo (ex) programma (“nel mondo non esiste la gratitudine”, disse amareggiato) e che la Betty era divenuta l’ospite fissa. Lui ora stava riprendendo timidi contatti con altre emittenti e aveva per la testa grandi idee.
“Grossi progetti, caro mio. Cose molto grosse con grossi nomi”, fece in tono strettamente confidenziale.
A quel punto mi lasciai andare anch’io, confidandogli le mie speranze e i miei futuri intenti riguardo la mia carriera artistica. A Butteroni brillarono gli occhi. Mi prese per la mano, me la strinse fin quasi farmi scricchiolare le ossa e poi sentenziò severo.
“Ragasso mio non ti devi preoccupare perché adesso c’è qui l’Achi, che ci pensa lui a tutto, vedrai.”
Eravamo arrivati al dolce e, tra una lasagna e una tagliata, c’eravamo sparati allegramente quattro bottiglie di vino. Io mi sentivo notevolmente appesantito e con i pensieri decisamente annebbiati. Mi si era appiccicato sulla faccia un sorriso idiota e stupido, ma ero pienamente in armonia con me stesso e col mondo. Mi parve una cosa bella l’interessamento del Butteroni nei miei confronti e non mancai di dirglielo. Ero quasi commosso e pensai: “Però è un signore ‘sto qua...”
Ci bevemmo un buon caffè e chiudemmo con un paio di amari della casa. Butteroni fece cenno al cameriere di portarci il conto. Nell’attesa mi parlò della sua prima moglie - ne aveva avute due -, una tailandese che aveva conosciuto durante un provino a Lugano una decina d’anni fa e che poi però, dopo un mese di matrimonio, l’aveva lasciato per un banchiere belga. L’anziano cameriere tornò con il foglietto piegato in due. Butteroni con un gesto teatrale glielo strappò di mano e gli comunicò, senza guardare la cifra, che avrebbe pagato con la carta di credito. Il cameriere allora, ci disse che avremmo dovuto saldare il conto alla cassa. Butteroni si alzò di scatto e per poco non cadde all’indietro. Era ubriaco perso e faceva fatica a tenersi in piedi. Io, facendo tesoro dell’esperienza, mi aiutai facendomi leva con le braccia sul tavolo e m’incamminai con molta calma e circospezione. Butteroni porse alla signora della cassa la sua carta e lei la fece passare attraverso il magnete. Provò due o tre volte e alla fine, un po’ scocciata, disse, rivolta al Butteroni.
“Mi spiace signore, ma la sua carta non è valida.”
“Come sarebbe a dire non è valida? Ci compro in mezzo mondo con quella!”, rispose lui guascone, ma la signora, ora piuttosto infastidita, riprese.
“Sarebbe a dire che non è valida signore. Ovvero, o non le è stata abilitata, o...”, breve pausa e poi, acidamente: “... o il suo conto è in rosso signore.”
Butteroni uscì di sé.
“Ma come si permette – lei – di insinuare una cosa del genere... per caso è matta? Ma dico, ma lei lo sa con chi sta parlando? Il mio conto in rosso? Ma qui stiamo scherzando, ma mi dica che sta scherzando!”
“Mi spiace signore, non sto scherzando. La sua carta di credito non è valida e qui c’è da pagare un conto da trecentoventisei mila lire.”
Trecentoventisei mila lire, a me era rimasta in mente la cifra.
“Cazzo...”, riflettei brevemente, “... sono un bel po’ cari qui. A saperlo avrei mangiato di meno. Povero Achi, dovrà pagare tutto in contanti, che bella botta.”
In aiuto della signora erano intervenuti il vecchio cameriere e il proprietario del ristorante, un uomo ben vestito e dai modi gentili, ma risoluti. L’uomo disse con estrema calma che se non avessimo pagato, avrebbe chiamato i carabinieri e che in quel caso sarebbe stato spiacevole per tutti. Butteroni si dette una calmata e chiese loro di attendere un minuto. Mi si avvicinò zigzagando. Io nel frattempo m’ero seduto a un tavolo vuoto e m’ero acceso una sigaretta. Guardavo la scena dall’esterno, non sentendomi parte in causa. Il Butteroni è un signore, mi dicevo e la sua carta avrà solo avuto qualche problema con qualche computer di qualche banca svizzera del cazzo... ma sì, un attimo ancora e avrebbe estratto dal portafogli quattro banconote da cento e gliele avrebbe sbattute sul muso. Avrebbe lasciato loro anche il resto, tanto lui era un signore. Arrivò al tavolo e mi pose una mano sulla spalla, poi si chinò verso di me e mi sussurrò con un filo di voce.
“Senti, scusa... non so proprio come dirtelo, sono costernato, davvero, ma... sai è a proposito del conto, ecco... la mia carta... oh, ma questa è davvero bella e ha dell’incredibile, ma... ecco, non me la accettano. Io non so che macchinetta c’hanno questi qua, li credevo internazionali e invece... ‘sti provincialotti! La mia carta è valida in più di settanta nazioni. Ho comprato negli Stati Uniti, in Brasile, a Cuba, in Asia e... scusa, non potresti pagarlo tu il conto, che io al momento sono sprovvisto di contanti?”
Cazzo non aveva i soldi! Non aveva i soldi cazzo! Rinsavii per un attimo e gli chiesi se per caso non stava prendendomi in giro, lui mi fece cenno che era tutto vero.
“Ascoltami ragasso, dopo andiamo in un bancomat e ci sistemiamo, figurati...”
Mi prese una risatina isterica, nervosamente misi mano al portafogli, estrassi i soldi e gli diedi quattrocentomila lire, che poi altro non era che la cifra esatta che avevo prelevato quella mattina per acquistare i libri. Mi scappò un porca troia con la sordina. Butteroni mi strizzò l’occhio e mi urlò microfonato:
“Forza ragasso facciamo vedere che siamo dei signori!”
Andammo alla cassa e pagammo. Quando la signora ci diede il resto, Butteroni si infilò in tasca una banconota da cinquanta e mise il rimanente dei soldi nelle mani dell’anziano cameriere.
“Perché noi siamo dei signori... cari miei, eh ragasso?”
“Eh sì..”, feci in tempo a biascicare prima che mi tirasse per un braccio fuori dal ristorante. Eravamo in strada, ancora, ma questa volta eravamo anche ubriachi.
“Adesso troviamo un bel bancomat e saldiamo subito, perché il Butteroni non ha conti in sospeso con nessuno!”
“Ah, ah, ma figurati Achi non preoccuparti, lo so che tu...”
“Alt, non dire niente. Mi è venuta un’idea!”
“...”
“Tu ti fidi dell’Achi? Dimmi, tu ti fidi o no del tuo Achi?”
“Mmh... cert...”
“Bravooo! Tu lo sai, io ti farò fare grandi cose! Cosa dico! Noi due insieme faremo grandissime coseee!!! ”
“Mmh... cert...”
“Bravo ragasso mio, bravissimo! Allora vieni, andiamo. Vedrai, sarà una sorpresa. Una... una bellissima sorpresa!”
Mi prese a braccetto e attraversammo insieme la via barcollando. Ci stavamo incamminando obliqui e stonati, diretti verso la sua “bellissima sorpresa” e la vita sembrava essersi trasformata in una patata bollita ricoperta di burro fuso. A un tratto intonò una vecchia canzone di Battisti e io gli andai dietro. Eravamo due stupidi ubriachi che steccavano sulle note alte. Sembravamo due attori che avevano sbagliato film. Le altre comparse ci guardavano inorridite.
[9.segue]
Posted by Giuseppe Braga at 08:31 | Comments (2)
13.12.07
cose che capitano [2.]
Cose da prima volta
La prima volta che ho letto in pubblico, in una scuola di scrittura creativa, ho letto con Dario Voltolini. Voltolini non me ne abbia, ma mai avrei potuto compiere scelta peggiore. Voltolini è uno scrittore piemontese, che, a occhio e croce, sta tra i quaranta e i cinquanta. Ben piazzato, faccia tonda e giocosa, cordiale e gioviale nei modi, almeno all’apparenza. Mi pareva ottimo come esordio. Dunque m’ero proposto, m’ero alzato, m’ero seduto di fianco a lui e avevo cominciato a leggere.
La mia, era la storia (brevissima, una cartella appena) d’un uomo che moriva affogato, sommerso dalle acque, dentro a un acquazzone universale, scatenatosi all’improvviso e senza nemmeno una previsione meteo, in una giornata qualsiasi, mentre si recava al lavoro con la sua auto. Terminata la tempesta, credo intorno alla ventiseiesima riga, si risvegliava, non si sapeva bene dove e quando e perché, in un altro mondo, un nuovo mondo sereno e assolatissimo, non più umano ma sotto forma di lucertola.
Io finii di leggere e Voltolini cominciò a ridere. Rideva senza dir nulla. Rideva e non si sforzava nemmeno di nascondere il divertimento. Tengo a dire che il racconto tutto avrebbe dovuto fare, fuorché far ridere. Voltolini però, cazzo se sì!, rideva di gusto. Dopo una buona dose di risate, s’era ricomposto e aveva parlato. Prima di farlo, ha chiesto se qualcuno voleva dire la sua. Guarda un po’, nessuno voleva dirla. Allora mi ha guardato, s’è fatto un’altra risatina e m’ha detto: “Ma sei sicuro di quello che hai scritto? Che cosa volevi dire, alla fin fine? E dimmi una cosa, perché la lucertola se ne sta al sole? Perché invece non se ne sta sotto la pioggia? Sì, insomma, non se ne potrebbe stare da un’altra parte? Che palle il sole, io preferisco la pioggia!”
E giù a ridere, ancora. Con Voltolini non ho più letto, se è questo che volete sapere.
Posted by Giuseppe Braga at 22:20 | Comments (1)
Il poeta è poco atleta
di Giuseppe Braga
Senza fiato
son scoppiato
senza rime
son già alla fine
Posted by Giuseppe Braga at 22:16 | Comments (2)
11.12.07
torre di periferia

Posted by Giuseppe Braga at 19:00 | Comments (0)
Lei
Un arbitrio della tua anima
la musa delle tue stagioni
un ingranaggio per il tuo cuore di metallo
l’arma da impugnare senza indugi
per ritardare il giungere
del mattino
e la fine dei tuoi sogni.
[Provenza, agosto 1994]
Posted by Giuseppe Braga at 18:50 | Comments (0)
10.12.07
Virginia on my mind
Tutta rosa
Oh ma che bel confettino rosa che sembra un confetto tutto rosa questa bambina vestita così di rosa oh
Posted by Giuseppe Braga at 18:00 | Comments (0)
a E.H.
di Giuseppe Braga
Niente di più facile: niente è reale
solo artifici che spaccano il silenzio
irrompono nel vuoto, uno spazio da riempire
follie in tumulto e tatuaggi impressi sulla pelle
ancora scura ancora calda
irrompi nel sogno, ma ti credi onnipotente?
Non hai niente tra le mani
solo strumenti freddi, inamidati
puoi solo riprodurre la realtà,
puoi solo riprodurla, non viverla.
Posted by Giuseppe Braga at 17:35 | Comments (0)
Poet'astri [8.]
di Giuseppe Braga
Capitolo Quattro
Iniziavo a comprendere meglio un lato della mia personalità che a dire il vero non mi piaceva più di tanto. Al di là degli episodi sfortunati che mi stavano capitando, o forse proprio in rapporto a essi, avevo constatato che il mio modo di reagire - troppo spesso - non mi soddisfaceva. Non era infatti possibile che dovessi sempre fuggire di fronte alle circostanze (seppur alquanto particolari) in cui mi cacciavo. La fuga non era affatto costruttiva e non portava a niente, né ad Amina, né a un nuovo lavoro, né ad altro. Le tasche rimanevano inesorabilmente vuote. E non solo metaforicamente.
Camminavo per la città senza mete o prospettive concrete ed ero trascinato dall’inerzia delle calde giornate d’agosto. Al lavoro non ero molto gradito (assolutamente reciproca la faccenda), quindi Lupini e i suoi mi avevano consigliato di rimanere lontano per un po'. Così, quando mi proposero un salario ridotto per i mesi che avrei trascorso senza lavorare, io acconsentii senza creare problemi. Ci accordammo per tre mesi. Avrei percepito un terzo dello stipendio base. Conveniente o no, avevo accettato. Il loro solo pensiero mi induceva alla nausea.
Lei continuava a essere lontana e io stavo imparando a convivere con i suoi fantasmi. Tutt’altro che semplice, ma ci provavo. Sì, lei era rimasta dai cugini francesi e io me ne ero quasi fatta una mezza ragione. Poi accadde che un mattino, quando ormai avevo smesso di contare i giorni, al termine di una delle mie notti visitate da zombies di ogni razza e religione, mi vidi recapitare una lettera dalla Francia. Mi sentii palpitare il cuore come da tempo non succedeva: la aprii e trattenni il respiro. Era lei. La lessi tutta d’un fiato e siccome la lessi troppo velocemente la dovetti rileggere con maggiore calma, poiché non avevo compreso un accidente. Era scritta bene con la sua calligrafia che conoscevo a memoria, esponeva i problemi e le questioni con estrema chiarezza e limpidezza. Aveva deciso di prolungare il suo soggiorno oltralpe sino alla fine di settembre. Credeva - anzi si diceva sicura di questo - che avrebbe giovato a entrambi, questa lontananza forzata. Ora lei aveva trovato un lavoro in una colonia estiva per bambini in un piccolo paese lì vicino e non avrebbe in ogni caso potuto lasciare quell’attività. Avevamo bisogno, sia lei che io, di riflettere con calma attorno al nostro rapporto, di analizzarne pregi e difetti e possibilità future. Mi pregava di cercare di comprenderla e continuava, confidandomi di avere sofferto tremendamente quel giorno in cui se ne andò, ma che aveva sentito il bisogno di farlo. “L’ho fatto per noi due”, scrisse. Mi pregò di non cercare di andarla a trovare, perché sarebbe stato uno sforzo inutile e controproducente e concluse dandomi un indirizzo fermoposta al quale avrei potuto scriverle ogni tanto. Sottolineò quell’ognitanto. In fondo c’era un post-scriptum che diceva:
P.S. dimenticavo... i miei genitori mi hanno spedito la tua lettera. L’ho letta e riletta molte volte. Ogni volta, giungendo alla fine mi commuovevo. Adesso l’ho appesa nella mia camera e volevo dirti... grazie! Nessuno mai m’aveva scritto niente del genere, nessuno. A proposito, lo sai che scrivi davvero bene?
amina.
Questa era la situazione e questo era il punto in cui eravamo arrivati. L’amore ora corrispondeva per corrispondenza. Rimanevamo aggrappati all’efficienza delle poste italo-francesi! Con la busta stretta al petto rientrai saltellando in casa. La rilessi ancora un paio di volte, comodamente seduto sulla poltrona e decisi che sarebbe valsa la pena berci sopra. Era un primo incoraggiante segnale di riavvicinamento, quindi stappai una bottiglietta da 33cl. di birra chiara e me la ingoiai in nome dell’amore senza frontiere. Solo allora l’Europa mi sembrò più vicina, altro che Maastricht.
Quella lettera inoltre, ebbe il pregio di scuotermi dal torpore maledetto che m’aveva irretito e che in quel periodo mi stava lentamente annientando. Iniziai a rifiatare, come un cosmonauta a cui riattaccano il tubicino dell’ossigeno quando ormai si riteneva spacciato e perso negli abissi spaziali. Lei mi amava ancora e anche se le distanze erano ragguardevoli c’era di che essere fiduciosi. Bisognava accontentarsi in certi casi e questo mi pareva uno di quelli. Avrei aspettato il suo ritorno e nel frattempo mi sarei dedicato alla scrittura a tempo pieno. Volevo comporre nuove poesie, il materiale non mi mancava e le idee stavano ricominciando a muoversi. Un leggero venticello di scirocco s’era levato in un punto impreciso della mia testa e stava smuovendo minuscole imbarcazioni che presto sarebbero divenute velieri, pronti a solcare con le vele spiegate le acque degli oceani più profondi. Ripensai alla lettera che spedii ad Amina quando mi lasciò. Ciò che le scrissi in quella notte fu decisivo nel riavvicinarla a me. La sua risposta ne era la prova concreta. La mia travolgente accorata missiva le aveva dischiuso il cuore e la faccenda più incredibile consisteva nel fatto che, mentre la scrivevo, sapevo che sarebbe accaduto! L’avevo sentito fin dal momento in cui avevo fermato sulla carta quel fiume di parole. Loro erompevano senza alcuna possibilità d’essere frenate, nessun argine sarebbe riuscito nell’impresa di contenere un fiotto di parole di tali dimensioni. S’erano calamitate da sole verso il foglio di carta che avevo davanti. Quella notte racchiudeva in sé qualcosa di magico e misterioso, qualcosa che ancora mi sfuggiva, ma che avrei scoperto e fatto mio. Una specie d’entità forestiera, eterna e sacra, s’era insinuata nel mio corpo e gli aveva restituito, per il breve volgere di una notte, una nuova invincibile audacia. Ricordo come la mia pelle vibrava e i miei muscoli si tendevano all’unisono, come in uno sforzo collettivo estremo, e rammento come il mio stomaco bruciava infiammandomi i polmoni, i reni e la pancia. E non posso certo dimenticare il battito incessante e quasi folle del mio cuore, mentre nelle mie vene violacee e sporgenti scorreva il flusso inarrestabile della creazione! Quell’energia esplosiva si chiamava ispirazione e io l’avevo finalmente incontrata!
Mi rinchiusi nel mio piccolo appartamento e provai a scrivere seguendo gli istinti del momento. Passavo le settimane riempiendo quaderni su quaderni con impressioni, sensazioni, poesiole brevi e annotazioni varie. Col giungere della sera raccattavo i frutti della giornata, salivo in auto (adesso andava a meraviglia: “mezzo milione speso bene”, mi dicevo ogni volta che inserivo la prima e partivo) e andavo da Bruno a bere un paio di birre. Trascorrevo serate che avevano il gusto insipido dell’inutilità, io sullo sgabello con una pinta di birra in mano e lui dall’altra parte del bancone con una bottiglia di rosso. In mezzo, tra noi, soltanto lunghi silenzi. Deliziosi momenti morti. Solo in alcune circostanze particolarmente speciali (quando bevevo qualche birra di troppo ad esempio) mi lasciavo andare e gli leggevo le mie composizioni. Bruno, come era naturale che fosse, non mi esponeva mai un suo giudizio. Rimaneva muto col suo ghigno enigmatico stampigliato sul viso. Non mi era di grande conforto, devo ammetterlo, ma del resto non avrei saputo da chi altri andare. Le mie conoscenze erano alquanto limitate. Quando mi stancavo, me ne tornavo a casa a leggere fino a tardi. In quei giorni avevo riscoperto il gusto per la lettura. Avevo anche fatto un’altra scoperta. Come lettore ero piuttosto lento. Mi piaceva restare a rileggere alcune pagine per un tempo indefinito. Lo dilatavo a tal punto che spesso mi capitava di soffermare il mio interesse, per ore, sulle frasi che ritenevo più avvincenti. Analizzavo scrupolosamente quei segni d’inchiostro uno dopo l’altro. Come fossi un regista alla moviola scorrevo la pellicola avanti e indietro, cercando di scovarne improbabili segreti. Scomponevo e ricomponevo come fosse un gioco a incastri, aspettandomi da un attimo all’altro un segno rivelatore. Il più delle volte accadeva invece, che mi perdessi tra le righe. Impiegai l’estate intera per leggermi un libro di Hermann Hesse, ma al termine ne rimasi soddisfatto e lo consigliai persino a Bruno, che era uno che leggeva più lentamente di me. La mia produzione di scritti intanto aumentava, ma io la trovavo sempre piuttosto inconsistente e acerba. Ai primi di settembre avevo finito tre quaderni a righe e due a quadretti, ma non ero convinto appieno di ciò che avevo scritto. Quando li rileggevo percepivo delle mancanze e dei vuoti non consoni a un artista del mio calibro. Ad esempio c’erano concetti espressi in malo modo e frasi fuori contesto, ma anche errori d’ortografia (?) e rilievi critici spesso superficiali e banali... no, non mi ci rivedevo per niente. Soprattutto erano assenti quella tensione e quegli spasmi selvaggi che io conoscevo e che ero riuscito a catturare, ma solo durante quella strana notte di giugno. Che fosse un problema stagionale? Ero forse un artista meteoropatico? Delle volte mi ponevo domande davvero del cazzo, ma il problema comunque rimaneva. In alcuni casi invece, le mie composizioni erano buone, ma difettavano d’originalità. Come quel pomeriggio in cui scrissi una storiella di una decina di pagine molto divertenti per poi accorgermi, rileggendole, che la trama era identica a un racconto breve di Calvino che avevo letto qualche mese prima. Così non andava bene, accidenti. Stava calando l’oscurità. Ero sulla strada, ma non vedevo più le indicazioni.
Una sera, dopo aver cenato con un piatto di pasta fredda (fredda nel senso che l’avevo estratta dal frigo dopo una settimana), presi i miei cinque quadernetti e li buttai senza ripensamenti nel bidone della spazzatura. Non c’erano alternative. Quelle che avevo scritto erano porcherie, poco altro che robaccia. Io avrei dovuto fare di meglio. Io ero meglio. Questione solo di convincersi. Convinzione, ecco la parolina giusta. Dovevo perciò ripartire da me. Rafforzare il mio carattere e fare in modo, subito dopo, di portare alla luce le mie enormi, intime risorse. Sembrava semplice, dopotutto. Le famose potenzialità nascoste, di questo si trattava. Di questo e di nient’altro che questo: “POTENZIALITA’, CONVINZIONE, CARATTERE!”
Bah, forse non erano esattamente le mie parole preferite, ma tant’è, era del tutto superfluo stare a sottilizzare. Qui c’era bisogno di dare nuovo slancio alla mia carriera di poeta!
“Una ricerca introspettiva... ho bisogno di analizzarmi dal di dentro.”
Decisi che l’indomani sarei andato subito a comprare dei libri sull’argomento. Ero compiaciuto di me stesso e mi sembrava già un bell’inizio.
“MARCO TOSONI, il GIOVANE POETA, di nuovo pronto a stupire il mondo con le sue straordinarie opere!”
Sentendomi più libero e trovandomi, al contempo, in una fase digestiva complicata (quella pasta fredda s’era arenata nel mio stomaco e non aveva intenzione di muoversi da lì), m’infilai scarpe e giubbotto e uscii. Passeggiai senza alcuna destinazione per il quartiere. Dopo una decina di minuti mi fermai e alzai gli occhi. Eccola qua la mia periferia, il mio labirinto sghembo e immondo a cui, comunque fosse andata, non avrei mai rinunciato. Non c’era nulla di particolare in quell’insieme terrificante di solidi in cemento e mattoni, a ben guardare si trattava di un non-luogo come tanti, di una casermopoli scombinata e mai stata di moda. Il centro si trovava lontano, forse stava addirittura in un’altra città, sempre troppo patinato e ostentatamente tirato a lucido, come uno stivaletto o una borsetta di gran lusso. Noi ne eravamo il tacco, il fondo, ma poteva andar bene lo stesso: io ero attratto da questa non-città. Era verso l’imbrunire di una giornata d’inizio settembre, una come tante e per le vie non c’era un’anima che fosse una. I miei passi risuonavano secchi su marciapiedi sconnessi e marchiati qua e là dai cani. Le auto parcheggiate ai bordi delle strade formavano un interminabile serpente di lamiera. Dai tinelli giungeva l’eco smorzata di una partita di calcio o di qualcosa di simile. Guardai l’ora da un orologio appeso, segnava dieci minuti dopo le nove. Davvero a quell’ora della sera nessuno più passeggiava per strada? Dov’erano andati a nascondersi tutti? E se non era una questione di clima - la serata era tiepida - si poteva forse addossare ogni colpa a sua maestà televisione? E piuttosto... eravamo proprio certi che i vari professorini belli di turno, non fossero i veri artefici di questo sfacelo? Con queste domande inevase mi aggiravo solitario e sempre meno allegro, per il mio quartiere. Tutto ciò che vedevo in realtà era piuttosto deprimente. La desolazione trasudava dai condomini scrostati multipiano e una triste infilata di edifici piastrellati chiudeva la vista e ottenebrava i sensi. Nulla di maggiormente anti-poetico si sarebbe potuto concepire. Avvertii come un senso di nausea. Sentii l’immediata necessità di rivedere qualsiasi cosa avesse una parvenza non artificiale, mi sarei accontentato di una piccola siepe o d’un alberello anche rachitico o magari un giardinetto spelacchiato e senza erba. Dovevo avere le prove che la natura esistesse veramente. Svoltai due o tre volte, attraversai una piazzetta con un monumento ai caduti e mi diressi a passo svelto verso i confini dell’abitato. Cercavo la campagna, ma la trama degli edifici era ancora fitta. Cuscinetti interposti tra assenze e vuoti, sfrangiati e deformi loro stessi, in possesso di grosse protesi - cantieri in rapida espansione - tese verso l’esterno e pronte a ingoiarsi i pochi luoghi ancora liberi e non edificati. Avevo voltato un angolo. Finalmente. Gli orti. Le coltivazioni. Le ultime cascine. Un ponte. I terreni incolti. I prati. Una discarica abusiva. Come ogni deserto che si rispettava, anche questo (del resto con la sabbia non si ottiene il cemento?) aveva le sue oasi e la sua discarica. Di fronte a me le abitazioni s’erano diradate e il frastuono di una tangenziale vicina sovrastava i rumori provenienti dai tinelli e dalle cucine. Mi trovavo in una terra di nessuno. L’aria s’era fatta leggermente più fresca. Le luci dei lampioni erano alle mie spalle e il mio sguardo vagava incerto, guidato dallo splendore della luna. Mi spinsi nei campi seguendo un sentiero sterrato che mi allontanava dalle strade battute. Ero solo, ma non soffrivo quella solitudine. E così camminavo senza pensieri tra l’erba alta e gli arbusti incominciando a rifiatare. Giunsi in uno spiazzo dove l’erba era stata appena tagliata. Il cicaleccio dei grilli risuonava nel silenzio della sera. Decisi di fermarmi e di accendermi una sigaretta al chiaro di luna. La fiamma dell’accendino brillò, inspirai la prima boccata e buttai fuori, inspirai la seconda e buttai fuori di nuovo, inspirai la terza e… anziché fumo ne uscirono delle parole.
La mia anima è muta e il mio spirito riposa nascosto tra le pieghe di un vecchio cuore malato. Dorme con gli occhi sbarrati, il mio spirito, ha terrore che il proprio risveglio possa avvicinarlo alla morte. E il mio spirito, seppure folle, non vuol morire. Il sonno della mente è il sonno di un corpo abbandonato a una notte indigesta e cannibale. Un lampo nel cielo terso e lugubre. Sono un artista, una vana sterile controfigura senza ruolo. Sono un povero uomo in pena senza pace, un uomo che non ha le forze per affrontare nessuna guerra, un uomo che lancia sassi alla luna e che vive tra le ombre del passato, un uomo sempre un passo indietro, un povero uomo che continua a peregrinare senza soste. Vivo dei miei sogni, mi nutro di essi e, immancabilmente, ogni nuovo giorno m’innamoro di un’idea senza futuro. Ogni porco giorno provo a elevare lo spirito. Lo lancio in alto nell’aria imbastardita. Rimbalzo sul muro, sono una gomma impazzita, ironica solo quando si ricorda d’esserlo. Deformabile, stupida. Mi chiedo, se le barriere sublimano l’amore, il mastice può forse riattaccare gli amanti perdutisi fra le nebbie antiche dei loro rimorsi? Lucide folgoranti utopie, se ci si prende sul serio ci si fa troppo male e non ne vale manco la pena, amico mio, lo zeitgest ci giudicherà e ci renderà invulnerabili di fronte a dio. La mia pazzia vincerà sul mondo, scommettete su di me e non ve ne pentirete. Non è necessario esser pazzi per capirlo. Il mondo è una bolla di sapone che racchiude e anestetizza i nostri deliri. Noi siamo lo zero, siamo il cosmo, siamo il vuoto che colma l’esistenza. Noi onnipotenti sacerdoti del nulla, noi padroni degli specchi, noi facce comuni e oscene, noi puttane regine, noi demoni e scarafaggi, noi vulcani e lava, noi roccia divenuta ben presto cenere, noi animali selvatici e luminescenti, noi prostrati dinanzi alla luna morente, noi che cerchiamo di riscaldare i nostri cuori con cerini senza zolfo, noi incompresi, noi vuoti di senso, noi mendicanti, noi storie senza fine, noi soli neri che assorbono energia senza renderla, noi errori matematici, noi logiche strabiche, noi tele mute, noi megafoni senza voce, noi silenziosi parassiti, noi carnivori voraci, noi vergini maiali, noi naufraghi felici, noi bottiglie trasparenti, noi lucidi maniaci, noi.
Disonesto, t’incammini per le vie che hai lasciato in fiamme, piccolo ladro d’anime e di sentimenti liquidi. Scendono lacrime calde ai piedi del sole notturno, un lampione strambo e vigliacco, e se è vero che una vita riprende, un’altra s’interrompe e forse, alla fine dei conti, la vita è una gran cazzata, la vita. La vita è un’illusione in formato technicolor, la vita scappa, la vita è una via d’uscita per l’inferno, la vita è un inganno senza fine, la vita è un grosso buco nell’anima, la vita ci assomiglia, ma solo se non le crediamo, la vita è una supposta che ci dobbiamo infilare tutti almeno una volta nel culo, la vita è dolore, la vita è pena, la vita è incomprensione, la vita è solitudine, la vita vale la pena d’essere vissuta solo per la soddisfazione di poterle sputare addosso, la vita è la morte, la vita sono questi lacci che mi legano le braccia, la vita è una strage d’innocenti elevata all’ennesima potenza, la vita è il ricordo che ti morde le palle, la vita è il sangue che ti sgorga dalle viscere infette, la vita è una purificazione quotidiana, la vita è gesù cristo che ti spara dalla croce, la vita è l’amore che non esiste, la vita è l’autodistruzione, la vita è la ricerca della verità, la vita è l’arbitro dei tuoi deliri, la vita è la bugia, la vita è la speranza che muore con l’idea, la vita è la creazione, la vita è il tuo cazzo inutile, la vita è un buddha che ti indica la luce, la vita è eva che vomita la mela, la vita sono le impronte digitali bruciate, la vita è l’impossibilità di essere liberi, la vita è la conoscenza, la vita è la compassione, la vita è la strada, la vita è il coraggio, la vita è la paura, la vita è un bullone sghimbescio, la vita è la farsa del nostro tempo, la vita è la miseria, la vita è un culo sfondato, la vita te la porti addosso come la pelle che non hai più, la vita t’ingombra, la vita è un’autospurghi, la vita è un minerale, la vita è un fossile, la vita è un amplesso, la vita ti scogliona, la vita ti sorprende anche con la camicia di forza, la vita è scomoda, la vita è geniale, la vita è contraffatta, la vita è una X, la vita è impressa col fuoco, la vita è codificata, la vita è un enigma, la vita è una parentesi quadra, la vita è una rondine nel cielo, la vita è un segno sul muro, la vita è un colpo di cannone, la vita è uno specchio per i ciechi, la vita è lo pseudonimo della morte, la vita è una frase mai pronunciata, la vita vale una vita, la vita è una prigione senza sbarre ma con porte blindate e pareti contro le quali puoi rimbalzare, la vita è un aforisma, cazzo sono gli aforismi?, la vita è uno scherzo mal riuscito, la vita è una nave nell’oceano, la vita è un rito magico, la vita è una mano legata all’altra, la vita è un arcobaleno immaginario, la vita è un cielo bastardo, la vita è una foresta di cuori smarriti, la vita è un morso, la vita è una recita senza sceneggiatura, la vita è un solo colpo, uno solo, diretto al cuore, la vita è un pianto dirotto, la vita è una chiavata come si deve, la vita è un angelo che non vola, la vita, quando non piango, mi fa ridere, la vita è un’apologia, la vita è un ago, la vita è un corpo dilaniato di botte, la vita è un bersaglio, la vita mi prende alla gola, la vita è un grido che rimane nella pancia, la vita è indigesta, la vita è un calzino consumato, la vita è il fumo azzurro d’una sigaretta, la vita è un albero marcio, la vita prosegue alla prossima puntata, la vita ti succhia la vita, la vita è un cervello impazzito, la vita è uno scienziato curvo sui libri, la vita è un’esagerazione, la vita è un getto di sborra in faccia, la vita è il telefono che suona nella tua testa, la vita è il vomito che rivedi la mattina dopo, la vita è uno stomaco ribaltato, la vita è l’assoluto, la vita è un giro tondo con i tuoi fantasmi, la vita ti sfibra, la vita è un deserto senza limiti, la vita è un colpo alla tempia, la vita è un surgelato andato a male, la vita è un animo corrotto che non sente ragioni, la vita è una rincorsa, la vita è un salto triplo nei labirinti arcaici delle passioni, la vita è leccare un gelato illudendosi sia una figa bagnata, la vita è bruciare il passato ben sapendo di non avere nessun futuro, la vita è uccidere il ricordo, la vita è l’abbandono, la vita è una strage senza senso, la vita è un sorriso, sincero o falso non ha importanza, la vita è starsene tutti i giorni sdraiati sul letto e fissare il soffitto, la vita sei tu, la vita è un albero che ha dimenticato le radici, la vita è un soprano senza voce, la vita è una casa che ti crolla addosso mentre tu stai dormendo beato, la vita è un’onda che ti travolge, la vita mi svita. Oh mia musa, oh mia dolce puttana, oh mia ignobile seduttrice... eccomi sono tuo! Inginocchiato senza dignità e pronto a qualsiasi cosa. Disposto a ogni sacrificio. Ti prego e ti supplico: nutriti del mio seme e fa sbocciare una nuova vita in me. Mia soave e tenera troia, tu che ti dai e che ti vendi a piacimento, non perdere questa occasione. Diventerò il tuo servo e sarò lo schiavo che esaudisce i tuoi desideri e le tue volontà. Donami il tuo nettare divino, procurami l’immortalità e fa di me quel che vuoi. Io voglio affrontare dio perché io sono dio, anzi io sono un gradino sopra lui. Voglio apprendere le verità pazzesche della vita, ti voglio succhiare l’anima, ti voglio solo per me
[8.segue]
Posted by Giuseppe Braga at 17:26 | Comments (0)
03.12.07
Ordinary Day
di Giuseppe Braga
Non v’è caso più avvilente nel vedere un uomo triste e solo aggirarsi per le corsie di un ipermercato. Potremmo supporre in prossimità delle feste natalizie. Per lui il tempo non ha ore. Senza neppure rendersene conto, potrebbe non uscirne mai vivo.
E’ mattina e una madre accompagna il figlio a scuola. Sta raccomandandosi con lui, oggi dovrà mangiarla tutta, la merenda, e non darla ai suoi compagni come invece è solito fare. E sono appena le otto e mezza.
Il ragazzino durante l’intervallo si dimentica nella cartella la focaccia e, giocando a calcio nel corridoio, si sbuccia un ginocchio. Intorno alle undici andrà in infermeria.
La madre, dopo essersi assicurata che il figlio sia effettivamente entrato nel portone d’ingresso, va a comprare il pane, il latte e la fesa di tacchino. Poi corre. Corre col cuore che, battendo pazzo, quasi le spacca le costole. E’ impaziente. Non un minuto ancora, continua a ripetersi, senza l’amore di cui ha bisogno.
In una casa spoglia, senza le tendine alle finestre, un altro uomo - marito allontanato, padre inconsapevole e distratto -, in un tutt’altro luogo, s’è appena alzato dal letto. Mutande e canottiera: e sono le nove e mezza. Entra in cucina apre il frigo stappa una birra. Ne conta altre sei e ha in animo di svuotarle entro mezzogiorno.
L’uomo triste, come sappiamo, vaga solitario come un alieno nell’ipermercato. Tanta chiarezza come ora - lui -, non ricorda d’averla avuta mai.
Adesso possiamo guardare il calendario: mancano due giorni a Natale. E tutto questo non è mai esistito. Se non grazie al Simulatore di Frequenze Applicato alla Quotidianità. L’esperimento può continuare.
Uomo Triste
Bambino Con Merenda
Donna Che Ama
Uomo Con Le Birre
L’uomo triste infine capirà, e avrà modo di conoscere l’esatta essenza delle cose. Dove e quando, non ha alcuna importanza.
Il bambino finalmente conoscerà la vera identità di suo padre.
L’altro uomo terminerà le birre e si getterà dalla finestra.
La madre succhierà un po’ di vita, accanto a un giovane amante.
Natale arriverà e porterà la neve.
L’uomo triste estrarrà un’automatica e svuoterà il caricatore nella corsia dei surgelati. Ucciderà tre persone, ne ferirà altre cinque. L’ultimo colpo sarà per la sua gola. Non c’è necessità di trascorrere un altro Natale da soli.
Il bambino a scuola, dopo la partita, tornerà in classe e si mangerà la merenda. Senza darne neanche una briciola ai compagni.
La donna amerà, ma a pagamento.
L’uomo con le birre si ubriacherà e si vomiterà sui piedi.
A Natale ci sarà il ghiaccio per le strade.
L’uomo triste non acquisterà nulla. Non ha amici o parenti a cui fare regali.
La donna verrà scoperta dal marito.
Il bambino andrà al pronto soccorso. La ferita al ginocchio è più grave del previsto. L’uomo con le birre inizierà a scrivere le sue memorie.
Il giorno di Natale sarà velato dalla nebbia.
L’uomo triste incontrerà, del tutto casualmente, una donna che cercava la fesa di tacchino e se ne innamorerà perdutamente.
Il bambino, uscito dall’infermeria, tornerà a giocare a pallone coi compagni. Farà tre gol. Nell’intervallo dividerà la merenda col vicino di banco.
L’uomo con le birre diventerà un grande scrittore.
Natale con la pioggia.
L’uomo triste verrà inghiottito dall’ipermercato. Scomparirà nei pressi della frutta. Nessuno lo andrà a cercare.
La donna farà all’amore col suo amante e deciderà di lasciare, una volta per tutte, quell’ubriacone scansafatiche di suo marito.
Il bambino verrà bocciato, ma a settembre.
L’uomo con le birre morirà alcolizzato.
Al suo funerale ci saranno anche la sua ex moglie e suo figlio.
Natale quell’anno giunse in ritardo.
Posted by Giuseppe Braga at 12:42 | Comments (0)
02.12.07
Virginia on my mind
Non esente da colpe
di Giuseppe Braga
Per il suo sesto mese a Virginia le ho regalato un bellissimo maglioncino di lana coi bottoni e col colletto che forse sarebbe meglio chiamare cardigan però non saprei che non son tanto pratico sulle cose pratiche d’abbigliamento e però per quel che so so che questo che le ho regalato è un bellissimo cardigan forse un pelino troppo grande vabbè può succedere dai e che ha una bella bellissima rosellina rosa appiccicata sul petto. Anche tutto il resto del cardigan è rosa. Già che non sono esente da colpe
Posted by Giuseppe Braga at 19:08 | Comments (0)