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27.11.07

Poet'astri [7.]

di Giuseppe Braga

Al termine mi sentivo come stravolto, svuotato. Ero sfinito. Avevo vomitato dentro quella lettera tutto me stesso e avevo la sensazione che di più non sarei riuscito a fare in nessun’altra occasione. Mi ero scarnificato davanti a lei e avevo messo a nudo me stesso. O Amina tornava dopo aver letto questa lettera o non sarebbe mai più tornata. Mai più. Ne ero più che convinto. Con le vene tremanti rilessi ciò che avevo scritto. Dopo averne riletto il contenuto mi sentii ardere nel petto. Ero ancora più certo del fatto che Amina sarebbe tornata da me. Non ci sarebbero state altre possibilità.

Il giorno seguente mi diressi a imbucare la missiva. Ero a conoscenza del fatto che le poste non erano particolarmente efficienti, ma ciononostante pensavo che per recapitare una lettera dall’altra parte della città ci sarebbero voluti solo uno o due giorni. Avrei così aspettato pazientemente gli eventi, dopotutto cos’erano ventiquattro o quarantott’ore di fronte all’eternità dell’amore? Forte di questa bell’intuizione, stavo rientrando a casa quando mi incontrai accidentalmente con un’amica di Amina. “Guarda un po' i casi della vita”, pensai. Ci fermammo un istante a parlare di noi, poi la conversazione si spostò su Amina. Lei non sapeva della nostra crisi e io rimasi piuttosto sul vago, ma nel salutarmi mi disse:
“Beh, allora quando la sentirai salutamela tanto, eh? Quella birichina è partita senza nemmeno salutarmi... a proposito, tu sai quando tornerà in Italia?”
Vidi aprirsi di fronte a me delle voragini, vi caddero dentro automobili e passanti, pali della luce e tram, poi iniziarono a sgretolarsi i palazzi, gli alberi s’incendiarono e il cielo si rabbuiò come durante un’eclissi… fu un disastro di dimensioni planetarie. Urla e grida disperate riecheggiavano nella mia testa.
“E’ partitaaa... è partitaaa... è partitaaa senzaaa salutarmiii!!! Tornerààà in Italiaaa??? Italiaaa??? E’ PARTITAAA!!! E’ PARTITAAA???”
Fu uno shock tremendo, Amina era partita senza dirmi nulla. Presi per un braccio l’amica e la percossi energicamente, lei si spaventò e sbiancò di colpo, ma io ero fuori di me e non mi feci impietosire dai suoi lamenti.
“Sentimi un po' carina. Dimmelo tu dove è andata piuttosto!”
La povera sventurata non capiva cosa le stesse accadendo, era rimasta spiazzata dalla mia aggressione. Infine disse, balbettando e tremando di paura:
“Mmmh... ma io... io pensa... io pensavo che tu... che tu lo sapessi. A... Amina è... è... è andata in Francia... dai suoi cugini... è... è... e partiva stamattina alle sette...”
Era partita, era salita sulle scalette di un treno di merda e se ne era andata. Mollai la deficiente e corsi a casa, telefonai in stazione sperando con tutte le mie forze in uno sciopero a sorpresa o a un crollo improvviso o a un black-out inspiegabile. Tutto inutile, quel giorno i treni funzionavano a meraviglia. Maledissi le ferrovie e spaccai una sedia contro il muro. Quanto tempo avrei passato senza lei? La terra si era fermata, aveva iniziato a girare nella direzione opposta e io volevo scendere, ma non potevo. Caddi in uno stato di catatonia devastante. Ero straziato, ma cercai di tirare avanti in qualche maniera. Provai a scoprire in quale parte della Francia si trovassero questi suoi parenti. Cugini di cui Amina mi aveva accennato brevemente una volta, ma ero privo di forze e scarico come una pila da buttare. Feci un timido tentativo telefonando ai suoi genitori, i quali mi sbatterono il telefono in faccia. Lasciai perdere. Provai a chiamare Cristina, la sua più cara amica. Sapevo che tra loro c’era un rapporto molto stretto (anche con me la conoscenza era ben avviata) e speravo mi indicasse in quale località si trovava. Effettivamente ne era informata, ma naturalmente non me lo disse e anzi mi consigliò da buona amica (ma amica di chi?) di dimenticarla in fretta.
Iniziava a far caldo, le ragazze avevano tirato fuori dai loro armadi gonne leggere e svolazzanti e non indossavano più calze e collant. Le loro gambe riempivano le strade e le vie della città, ma io avevo occhi solo per lei. E ora i miei occhi non vedevano nulla. Stava finendo giugno, la temperatura s’era alzata di parecchi gradi e io passavo le notti senza dormire. La mia testa era affollata di pensieri, troppo sudati e maleodoranti. Fu allora che mi rivolsi a zia Amanda. Una mattina le telefonai per chiederle se potevamo incontrarci. Memore dell’ultima mia visita in casa sua, le domandai quando fosse disponibile a vedermi (visto il gran via vai che c’era in quell’appartamento, mi sembrava doveroso). A fronte del mio quesito, mi disse che ci saremmo potuti incontrare quel giorno stesso, ma solo verso le otto di sera. Le chiesi come mai m’invitava in un orario così insolito (ero sempre passato da lei nei pomeriggi e a proposito delle sere mi diceva sempre: “Caro il mio Marco le mie seratine sono sacre!”) e lei mi rispose che prima proprio non poteva, poiché doveva passare l’intero pomeriggio a sistemarsi i capelli. Il motivo di tale gran lavoro sulla chioma era semplice, alle nove in punto sarebbe arrivato Artemide (ancora con ‘sti nomi strani) per portarla a cena fuori e io me ne sarei dovuto andare di gran carriera (lo immaginavo). Mi dovevo quindi sbrigare e raccontarle tutto in meno di un’ora. In realtà ci avrei impiegato molto di meno, poiché la questione era, ahimè, piuttosto semplice. Ci demmo appuntamento quindi per la sera. Arrivai che mancavano dieci minuti alle otto, ma zia Amanda mi fece salire solo all’ora prestabilita. Su queste cose era molto precisa e non c’era nulla da fare. Mentre aspettavo davanti al portone, decisi di non chiederle nulla a proposito del suo nuovo amante. Con quel nome mi sembrava del tutto superfluo e inoltre ripensandoci, il tempo che mi aveva concesso non era poi molto. M’accolse calorosamente come suo solito, in testa aveva degli strani bigodini a forma di bussolotti e si scusò così:
“Caro il mio Marcolino scusami tanto per i capelli, ma ho iniziato tardi il trattamento. Sai, è venuto a trovarmi senza preavviso il Paride... ti ho mai parlato di Paride? Ma su, forza entra!”
Per zia Amanda sarebbe stato necessario avere non una, ma una decina di agendine telefoniche! Mi baciò e abbracciò con la sua straripante energia e io cercai di contraccambiare, ma fui molto trattenuto. Mi prese a braccetto e mi accompagnò verso il soggiorno, mentre un profumo acre e dolciastro invadeva le mie narici.
“Ti piace? E’ il mio nuovo balsamo. E’ a base di cipollotti bianchi, marmellata di fichi d’india e sciroppo d’acero, ma non ne sono del tutto soddisfatta. Per ora è solo un esperimento!”
Feci finta di non aver sentito e mi accomodai sul divano. Dopo avermi portato una birra, mi si sedette di fianco e mi fissò silenziosa, poi sussurrò paciosa:
“Marcolino ti vedo turbato. Piccolino mio, vuoi dirmi che c’è? Oggi sei davvero strano e poi anche la voce al telefono non mi convinceva, eh? C’è di mezzo qualche donna, vero? Che ti succede piccolo tesoro? Me lo vuoi dire? Ah, voi uomini... che non ti venga in mente di fare come il Girolamo, eh? Quello sciagurato ha cercato di buttarsi sotto a un tram solo perché non lo voglio più vedere... ah, gli uomini! A proposito ti ho mai parlato di Girolamo?”
Non riuscivo a spiccicare una parola, le mie labbra sembravano come incollate e della lingua ormai, avevo perso le tracce. Con le dita stavo tormentando senza successo l’etichetta della Moretti al doppio malto, ero rigido e freddo come una statua di ghiaccio e mi sembrava d’aver avuto un’idea stupida. Parlare di Amina alla zia, che non l’aveva mai vista tra l’altro e che forse non era minimamente predisposta ad ascoltare le mie tormentate confessioni, mi pareva una pessima trovata. Lei, la zia, che era abituata invece a raccontarmi dei tanti amanti avuti (e da avere). Istintivamente feci per andarmene, ma zia Amanda mi trattenne. Mi fece posare la birra, allungò un braccio verso di me, cinse dolcemente il mio collo e mi trasse a sé.
“Piccolo mio vieni qua”, mi bisbigliò. Io mi lasciai guidare teneramente dalla sua morbida mano e un secondo dopo ero sprofondato con la testa nel suo maestoso seno. Era soffice e profumava di latte alle mandorle. Il ghiaccio si stava rompendo. Mi sentivo stralunato, come stordito. Fu una sensazione piacevolissima, però, iniziavo a intendere perché avesse tanti amanti appresso. Sentivo il battito regolare del suo cuore e il calore del suo corpo mi scioglieva lentamente il sangue nelle vene. Mi feci cullare in quella posizione per qualche minuto. Nel mentre zia Amanda, mi toccava i capelli e mi sfiorava il viso. Le sue carezze erano lievi e le sue mani scivolavano sulle guance e sugli zigomi, sul mento e sulla fronte, finendo per indugiare sulle labbra.
“Non m’ero mai accorta che avessi una così bella bocca...”, e nel dirlo, con i polpastrelli delle dita, ne stava seguendo l’incarnato, cercando d’insinuarsi dolcemente tra le mie labbra. Non le opposi la minima resistenza, mi appariva tutto così irreale e così incredibilmente privo di spigoli che non potei far altro che schiudere la bocca e accogliere il suo grasso pollice tra le labbra. Mi stavo lasciando trasportare docilmente nel suo mondo molle e ovattato ed era tutt’altro che spiacevole. Ero come caduto in trance, affogato in un mare di miele gelatinoso e dolcissimo, dal quale non potevo staccarmi e del quale non potevo farne a meno. Mi strusciavo il volto tra i suoi due enormi seni e il naso andava a picchiettare come un pendolo sui capezzoli turgidi e duri come spilloni. Poco più giù del naso, la mia lingua aveva ingaggiato un piccolo duello con il suo pollice. Il suo indice, vedendolo in difficoltà, era corso subito in suo aiuto. Sentivo l’altra mano di zia Amanda frugarmi sotto la maglietta e sfregarsi contro la mia schiena sudaticcia. D’un tratto, come se niente fosse, era scesa sul fondoschiena e si era infilata in un sol colpo sotto i pantaloni, tastandomi il sedere con mestiere. Ero disorientato, ma al tempo stesso attratto prepotentemente da questa sessantenne con una straordinaria e inarrestabile carica sessuale! Assolutamente fuori dal comune. Quanto charme possedeva la zia Amanda! I suoi morbidi cuscini sferici, non altro che seta color carne, mi avevano ipnotizzato ed estasiato a tal punto che non riuscii a tenere a freno le mani. Iniziai a palpeggiarli, tastarli, strizzarli e blandirli, mi sentivo felice come un bambino che finalmente ritrova il suo gioco preferito che credeva d’aver perso. Zia Amanda mi staccò la faccia dai suoi seni e se la avvicinò alla sua. Ora eravamo a stretto contatto e ci dividevano pochi centimetri soltanto. Io tenevo entrambi gli occhi serrati, mi sembrava di sognare e percepivo il suo respiro pesante sul mio viso. Le due bocche si stavano sfiorando. Improvvisamente fu come se mi si fosse attaccata una ventosa alle labbra. La zia Amanda era in possesso di una tecnica molto particolare nel baciare, effettuava una sorta di risucchio totale e sembrava volesse assorbire l’altra bocca nella sua. Era una specie di aspirapolvere che funzionava senza bisogno di elettricità, la sua libidine bastava e avanzava. Soccombevo. La mia bocca stava per essere scarnificata e svuotata da quel pirana che zia Amanda si trovava al posto della lingua. Andammo avanti così per un po', con la sua linguona che mulinava all’interno del mio palato. Poi successero due episodi in rapida successione che mutarono (fortunatamente?) il corso degli eventi. Il primo avvenne quando la terribile zietta fece cadere (involontariamente?) la sua mano sulla mia coscia. Da lì, con naturalezza consumata, la spostò leggermente posandola sul mio attrezzo, che se ne stava tranquillo (o almeno cercava di esserlo) accucciato tra le gambe. Il suddetto attrezzo, sentendosi chiamato in causa e già surriscaldatosi a dovere, si irrigidì nel breve spazio di un secondo e qualche decimo. Ed eccolo, dritto e teso come un fuso sbatteva disperato sulla patta dei calzoni. La zia intuì che il tubo di carne che aveva per le mani voleva uscire allo scoperto e lo accontentò immediatamente. Mi sbottonò i pantaloni e me lo estrasse con feroce impazienza. Cominciò a menarlo quasi con cattiveria, mi faceva piuttosto male. Me lo stringeva con un tale vigore che non resistetti a lungo. Cercai d’allontanarle le mani dal prezioso affare. Non ci riuscii minimamente, sembravano incollate col mastice. Mio malgrado me lo sentivo sempre più duro e pulsante. Piacere e sofferenza si accavallavano creandomi una sensazione a dir poco contrastante. Il dolore però era troppo e se fosse andata avanti a stringerlo in quel modo, me lo avrebbe staccato ancora prima che fossi venuto... ed era questione di attimi, sia per l’una che per l’altra cosa. Cercai di scongiurarle entrambe. Con un’azione di forza tentai di allontanarmi dalla sua bocca per implorarle di fermarsi in tempo. Anche questo tentativo naufragò. Era impossibile staccarsi da quella ventosa bagnata e golosa. Poi avvenne il secondo evento. Aprii gli occhi e intravidi un volto familiare. Sbattei le ciglia, li riaprii di scatto e mi sembrò di vedere proprio lei, ma sì era lei, ma no... no... non era possibile.
“Non può essere vero!”
Usai le braccia come leve, mi appoggiai con le mani allo sterno della zia e riuscii a liberare la mia bocca. Avevo infisso le mie pupille nelle sue, ma non ci credevo. Cos’era accaduto? Ma no... no... puttana miseria, nooo!!! Ma che cazzo, quella donna che mi fissava con i suoi grandi occhioni blu non era la zia... e se non era la zia Amanda... Ah, ah, non era la zia? E se non era la zia, e non era la zia, allora chi diavolo era? Ma no... ma no... ma sì, ma sì... ma era... era... oh cazzo…
“MA TU SEI AMINA... AMINAAA!!!”
Cominciai a urlare come un invasato morso da una tarantola. Gridavo il nome di Amina a squarciagola e più lo gridavo, più mettevo a fuoco ciò che vedevo. Ad Amina erano venute delle rughe sulla fronte ed erano profonde come tagli di coltello. Il mento le cascava flaccido sul collo e attorno agli occhi aveva solchi decennali e le sopracciglia erano un filo di matita nera sbiadito e i capelli erano rosso fuoco con degli strani bigodini a forma di bussolotto infilzati nella testa. Ma un momento, Amina non aveva i capelli rossi. I suoi capelli erano sempre stati castano chiari e non le avevo mai visto in testa dei bigodini così a punta. Sull’onda di questa rivelazione mi sentii attorcigliare le budella, contrassi automaticamente i muscoli del sedere e me ne venni, sbrodolando copiosamente sulle mani felici di zia Amanda. Avevo gli occhi sborrati... nooo, ma cosa dico, volevo dire sbarrati!!!
“Ma... ZIA AMANDAAA?!?”
“Oh caro Marco.”
“Ma porc... zia?!?”
“Eh sì, Marcolino mio. Sono tua zia, chi credevi che fossi? Piuttosto, ti senti bene tesoro? Prima stavi farneticando a riguardo di una certa tua Anima... sai, non ti facevo così mistico. In fondo si è trattato solo di una cosina così... a proposito ti devo fare i miei complimenti. Lo sai che là sotto invece, hai un bel cosone? Sì, sì, sei ben fornito caro mio. Beate le ragazzine!”
Così dicendo ne approfittò per strizzarmi le mie povere e martoriate palle, ora avvizzite come due acini d’uva passa.
Non ricordo esattamente come mi congedai dalla zia. Quello che rammento con certezza fu il fatto che mi alzai, mi risistemai più in fretta che potevo e feci dei grandi passi verso il corridoio d’ingresso, che in quel momento consideravo la mia unica via di salvezza. Senza voltarmi verso zia Amanda, le dissi, con un tono troppo impersonale per risultare convincente.
“Beh, sai... s’è fatto molto tardi e io mi sono ricordato che ho lasciato il frigo acceso, nooo... volevo dire il forno, sì ho dimenticato il forno acceso e adesso devo correre a casa a controllare. Non vorrei che mi si fosse bruciata la crostata, sai che ci tengo molto ai dolci...”
“Ma tesorino mio, non eri venuto per dirmi qualcosa?”
Niente. Inutile. Quando zia Amanda stava pronunciando quelle parole io ero già in strada. Correvo con la cerniera dei calzoni abbassata e con la lingua che mi si era ridotta di un paio di centimetri. Giunsi a casa senza fiato, dopo aver attraversato la città di corsa.


[7.segue]

Posted by Giuseppe Braga at 27.11.07 18:18

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