« i miei lettori mi scrivono / 14. lo conosco Joyce? | Main | Virginia on my mind »

19.11.07

Poet'astri [6.]

Capitolo Tre

di Giuseppe Braga

[qui le prime cinque parti]

Trascorsero i giorni e si creò una piccola leggenda attorno a quella serata. Naturalmente l’interesse generale era rivolto verso la rissa. Nessuno più ricordava il motivo per il quale ero stato invitato alla trasmissione. Da possibile protagonista ero passato senza accorgermi a semplice spettatore. Il diretto testimone di un evento (?!) televisivo svoltosi in una tv privata del cazzo. Amina fu una delle poche persone che mi capirono e che mi stettero vicine. Era la fine d’aprile e io mi sentivo di nuovo a terra.

Sembrava che i problemi anziché diminuire aumentassero. Per cominciare avevo l’auto ancora dal meccanico (stavolta me l’ero fatto consigliare da Bruno). Bell’affare, comunque. Lo stronzo m’aveva preventivato un lavoro di quasi mezzo milione. Roba da non credere, una batteria scarica e una marmitta da riattaccare. Mezzo milione! Avevo ceduto. Sapevo che l’inflazione, nonostante le belle parole dei nostri politicanti, galoppava e quindi mi ero limitato a sperare che il carrozziere sapesse il fatto suo. Bruno del resto me l’aveva garantito: “Guarda Marco, lo so che è caro, ma ti dico che è bravo. Il Braghi è uno bravo. Te lo assicuro io”.
Me lo disse sempre con quel suo cazzo di ghigno trasversale prestampato. Il Braghi in effetti era uno bravo, ma era anche uno lento (oltre che caro) se vogliamo dirla tutta. Infatti mi tenne l’auto per tre settimane. Che sconforto. Che pena. Gli amici era come non ci fossero. Con Mimmo e Cisco avevo rotto definitivamente. Del resto erano due tipi che non m’erano mai piaciuti fino in fondo. Si erano offesi a morte (che coraggio!) e non mi rivolgevano più la parola. Era accaduto una sera, davanti al pub di Bruno. Li avevo aspettati all’angolo e li avevo inseguiti con il tubo di scappamento in mano. Ero incazzato nero. Dovevate vedere come scappavano. Dopo un centinaio di metri ero anche riuscito a colpirli sulla testa, ma solo di striscio. Poi avevo lasciato perdere, ma loro se l’erano presa. Valli a capire. Fanculo loro e i loro meccanici. Per fortuna da Bruno continuavo ad andarci. A piedi, ma ci andavo. Lui si mostrava, alla sua maniera, attento ai miei piccoli dolori e io mi leccavo le ferite sullo sgabello, davanti al suo bancone. Fede invece, non perdeva occasione per invitarmi fuori a bere: aperitivi, post-aperitivi, pre-cena, dopo-cena, bevute di mezzanotte. Visto che l’anno era lungo, ma in definitiva non così lungo e visto che avevo contratto con lui un debito alcolico (quel suo motorino cazzone, almeno fosse servito), il mio caro (caro in tutti i sensi) amico voleva portarsi avanti. Così facendo era diventato una spugna. Non capivo perché, ma voleva bere tutte le sere. Io cercavo sempre scuse più o meno articolate (l’auto guasta era una di queste), ma lui niente, aveva una gran sete. Venne il giorno in cui gli dissi che il mio dottore, vedendo le mie analisi mi aveva proibito di bere per qualche mese. Gli dissi anche che sarebbe stato poco divertente per lui, bere senza un compagno di sbronze come il sottoscritto. Si arrese solo quando gli sbattei sotto il naso la ricetta medica di un cirrotico, che avevo falsificato con l’aiuto di Amina. A questo eravamo giunti. Io, che avrei dovuto librarmi in volo, lanciarmi nel cosmo dell’arte, vibrare nel cielo come un’aquila reale, cantare melodie divine come un usignolo dorato, declamare all’universo intero i miei soavi versi... mi ero ridotto a falsificare ricette mediche! Oh, povero me! Oh, me sventurato!
Avevo toccato il fondo, ma non ero a conoscenza del fatto che il peggio doveva ancora bussare alla mia porta. E così avvenne.
Quel giorno pioveva. Era il primo di giugno e scendeva una pioggerellina fine e fastidiosa, maggio se ne era andato senza lasciare tracce. Io attraversavo una fase introspettiva, uscivo raramente, perlopiù con Amina e con i suoi amici, per il resto del tempo me ne stavo in casa ascoltando la radio e cercando di leggere qualcosa di decente. Ricordo che in quelle settimane cercai di leggere un romanzo di Dostoevskij che, seppur breve (strano ma vero), interruppi a metà. Dopo essermi ripreso, mi buttai su un libro di Pennac che trovai molto più abbordabile, ma non finii nemmeno quello. Ero scostante, accidioso, svogliato, senza risorse. Al lavoro finirono per accorgersene. Non stavo mai in ufficio, vagolavo per i corridoi e spesso andavo a nascondermi in uno stanzino dell’ultimo piano. Stavo lì dentro per ore a guardare le montagne in lontananza. Quel palazzo sporco e decadente aveva un unico pregio, era alto venticinque piani e da là sopra, da quell’ultimo piano, nelle giornate particolarmente limpide si poteva godere di un panorama straordinario. Le alpi erano ancora innevate ed erano laggiù, proprio in fondo all’orizzonte ottico. Erano la corona immobile della città. Ne vedevo le cime e ne intravedevo i pendii, mi immaginavo i sentieri, i boschi, i prati, i ruscelli. Era tutto così lontano, ma nello stesso istante appariva talmente vicino da commuovermi. Tra me e loro solo un vetro, una lastra annerita dallo smog, che comunque non avrebbe mai potuto in alcun modo umiliarle o avvilirle. Capitò in uno di questi momenti. Sentii pronunciare dall’altoparlante il mio nome e una frase del tipo: “Il collaboratore tecnico Tosoni Marco è pregato di presentarsi presso l’ufficio del proprio Direttore di Settore, ripeto...”
Immaginai si trattasse di uno scherzo idiota di qualche collega buontempone. Rimasi in contemplazione delle alpi innevate ancora a lungo, credo per tutto il pomeriggio e infine tornai al mio piano per timbrare il cartellino e andarmene a casa. Scesi con l’ascensore, le porte s’aprirono al mio piano e vidi di fronte a me, schierati come un plotone d’esecuzione, il Direttore Lupini e i suoi funzionari leccapiedi. Quattro architetti ben pettinati, rampanti e con il dente avvelenato. Lupini, guardandomi fisso negli occhi, gelido come un ghiacciolo al tamarindo, disse: “Carissimo Tosoni, benarrivato. Stavamo aspettando proprio lei. Venga, venga pure.”
Così dicendo mi fece cenno di seguirlo nella sala riunioni. Ero circondato dal gruppo e sembravo un prigioniero tradotto in carcere. Ci sedemmo attorno al tavolo. Chiusero la porta dietro di me e mi sentii in trappola. Lupini attaccò.
“Ho ricevuto queste schede di valutazione sul suo operato e non sono per nulla soddisfatto, caro Tosoni. Allora, cosa ne dice... vogliamo vederle insieme?”
Era l’elenco dei lavori che mi erano stati affidati negli ultimi sei mesi, niente di particolare. L’unico particolare era che non ne avevo portato a termine nemmeno uno. E loro, loro, i funzionari Chiappese, Cugghioni, Santuzzi e Piscitelli, si erano infine stancati d’aspettare e avevano riferito ogni cosa al beneamato capo. Complimenti e grazie. Tanti saluti alla sua signora.
“Allora Tosoni, come può ben constatare ci sono degli arretrati da finire...”, avrebbe fatto meglio a dire ‘da iniziare’, comunque...
“Comunque, le voglio concedere ancora una chance e quindi... quindi si dia da fare immediatamente e porti a conclusione i lavori che le ho testé ricordato, d’accordo? Non vorrei essere costretto a dover prendere decisioni più drastiche. Non so se mi sono spiegato. Ha un mese di tempo per consegnare i lavori. Completati, naturalmente. Non ho null’altro da aggiungere. Arrivederci.”
I quattro scagnozzi riaprirono la porta con un sottile ghigno sadico e mi ringhiarono contro come pittbull incazzati. Uscii in silenzio e con una sensazione difficile da spiegare. In realtà non ero per nulla preoccupato del mio futuro lavorativo (quell’occupazione la detestavo) e anzi, quasi mi sentivo sollevato da un peso, ma allo stesso tempo avvertivo crescermi dentro una rabbia antica e inspiegabile. Una sorta di desiderio di vendetta verso chi, sentendosi al riparo da ogni possibile naufragio, stava infierendo su un povero marinaio alla deriva. Tornai a casa a piedi, avevo bisogno di riflettere e di sbollire la collera che avevo accumulato prima. Mi ero sentito umiliato e offeso e anche se avevo torto avevo deciso di fargliela pagare. Arrivai a casa dopo tre ore, con i piedi che mi dolevano per il lungo cammino. Mi lavai, mangiai un boccone (tonno in scatola, cracker e succo di pompelmo) e mi infilai a letto. Avevo assoluta necessità di dormire. Accesi lo stereo e m’addormentai ascoltando un nastro di Guccini. Forse feci degli incubi, ma la mattina seguente non li ricordai. Mi alzai piuttosto determinato, uscii e giunsi al lavoro in perfetto orario, non mi fermai nemmeno a far colazione al bar della metropolitana. Entrai nel mio ufficio, aprii la mia cassettiera ed estrassi uno a uno tutti i lavori che avevo in carico. Erano Varianti al Piano Regolatore della città, Piani di Recupero di quartieri semi periferici, Piani di Zona, urbanizzazioni varie e altre amenità. Quasi tutti quei lavori erano stati bloccati per anni in altri uffici (e non certo per colpa mia) e le responsabilità erano esclusivamente degli amministratori incapaci e arruffoni. Altre pratiche molto più urgenti e vitali per il destino dei cittadini giacevano senz’altro in cassetti chiusi all’interno di quel palazzo del malaffare. Ero imbestialito, non volevo avere più a che fare con nessuno di loro. I vari Chiappese e Piscitelli potevano andarsene allegramente a fare in culo. Presi fino all’ultimo foglio tutti i lavori dei professorini belli e mi diressi nel mio stanzino segreto del venticinquesimo piano. Mi chiusi dentro e accesi la radiolina portatile che stava sul tavolo. Mi sintonizzai su una stazione che trasmetteva solo musica classica, avevo bisogno di concentrazione. Strauss, Mozart, Chopin, Bach, Debussy, quello era un bel sentire. Ne feci una ventina circa, tra aeroplani e missili di varie forme e dimensioni, poi aprii la finestra e mi sporsi. La giornata era limpida e si vedevano chiare le montagne, l’aria della mattina era pungente e un leggero venticello soffiava verso nord. Perfetto. Io stavo lavorando instancabile da qualche ora. D’un tratto il segnale orario della radiolina indicò le dodici e mezza e subito dopo sentii partire le note del “Barbiere di Siviglia” di Rossini. Poteva andar bene. Era l’ora giusta: la pausa pranzo. Come formichine affamate tutti i dipendenti-impiegati-coglioni (beh, io non c’ero) si stavano dirigendo verso le mense per pranzare, mentre io, neanche fossi un dio degenerato senza appetito, stavo lanciando su di loro progetti e piani urbanistici sotto forma di aeroplani di carta. Fu un lancio indimenticabile. Porzioni di città si libravano nel cielo sopra la città stessa, quartieri e strade si ribellavano alle logiche/illogiche urbanistiche e planavano in mezzo agli incroci. Alcuni progetti, forse quelli che si erano stancati di restare per anni solo sulla carta, si vendicavano e cadevano in picchiata sulle teste degli stessi progettisti, tentando un improbabile parricidio. Al termine dei lanci mi sentii sollevato e in pace col mondo. Con l’ascensore scesi direttamente al piano terra e uscii dall’ingresso principale, confondendomi con gli altri impiegati. Mi allontanai con la ferma intenzione di non rimettere mai più piede in quel palazzo immorale e sconcio. Quella sera mi ubriacai ascoltando i Chemical Brothers e i Fat Boy Slim.
Amina non approvò. Non tanto che mi fossi ubriacato con quel sottofondo musicale techno (tanto più che della serata alcolica non le parlai), quanto che avessi combinato quel putiferio sul lavoro. Ne era stata data persino una notizia di sfuggita su Radio Popolare, il che non era roba da poco. Era stata una faccenda che non era passata inosservata, insomma. Alcuni ci avevano ricamato sopra, parlandone come di un gesto neo-dannunziano. A esser sinceri non sarei mai arrivato a pensare a tanto... sia quel che sia, Amina si era incazzata e quando lei si incazzava c’era di che preoccuparsi. Il giorno seguente ci saremmo visti a casa mia, voleva parlarmi di persona, mi disse al telefono. Quella mattina rimasi a letto fino a mezzogiorno e quando mi alzai, chiamai in ufficio dicendo che ero malato.
“Sto molto male, il dottore dice che ho bisogno di fare una serie di analisi... forse è contagioso... non so quando ritorno, cos... cosa? Ah... il capo mi vuole cacciare? Ah, ah, Cugghioni appena mi vede mi rompe il culo? Ha detto proprio gli rompo il culo? Ah sì? E poi chi altri?”
In sostanza erano tutti vagamente incazzati con me. Chi più chi meno, ma erano incazzati! Misi giù il telefono e mi mangiai un uovo sodo con la maionese. I cracker li avevo finiti la sera prima. Alle tre sarebbe arrivata Amina e così nel frattempo (avevo a disposizione circa due ore, una vita!) risistemai alla meglio l’appartamento. Sapevo di farle cosa gradita. Misi in bell’evidenza la sua foto e aspettai. Alle tre in punto arrivò. Stavo aprendole la porta preparandomi a una sua piazzata, ma invece di fronte a me vidi una ragazza distesa e rilassata, stranamente calma in viso e incredibilmente dolce. Si mostrò subito gentile e apprensiva, volle sapere come si erano svolti i fatti e l’esatta cronologia degli avvenimenti. Non mi interruppe mai e io le raccontai ogni dettaglio senza inventare nulla o quasi. Ero convinto che avrebbe capito il gesto e che avrebbe sostenuto anche la mia idea d’abbandonare il lavoro per dedicarmi a impieghi più consoni alla mia personalità d’artista (non sapevo ancora quali però). Quando terminai il resoconto invece, calò un silenzio pesante tra noi. Mi ero illuso d’aver aggirato l’ostacolo, invece mi sbagliavo di grosso. Vidi il volto di Amina trasfigurarsi e diventare prima rosso e di seguito violaceo. Intuii che non aveva approvato nulla di ciò che le avevo riferito. Restammo in silenzio per una decina di minuti in un’atmosfera surreale, a metà tra un film di Bergman e una sceneggiata napoletana. I vicini tenevano alta la televisione e dentro il silenzio nel quale eravamo sprofondati, si udiva distintamente la voce di Nino d’Angelo cantare Nu jeans e ‘na maglietta. Mi sentivo terribilmente a disagio, così provai a chiederle dimesso più che mai.
“Sei forse arrabbiata con me?”
Non sapevo che altro dirle, ero preoccupato e aspettavo una sua risposta seduto in punta sulla sedia. La risposta arrivò dopo qualche interminabile secondo e a dire il vero non fu esattamente una risposta, fu molto peggio.
“Marco, ho deciso di lasciarti. Non ce la faccio più a starti dietro. Io ho bisogno di un uomo con la testa sulle spalle e non di un ragazzino che si diverte a fare gli aeroplanini. Hai trent’anni, te lo ricordi qualche volta? Mi spiace. Io ti amo davvero tanto e questo lo sai, ma adesso non ce la faccio più! Addio Marco.”
Si alzò e sentii richiudersi la porta dietro di lei, ma non la vidi uscire. Perché in quel momento ero come anestetizzato. Vedevo doppio e lievemente sfuocato, il raggio visivo uguale a zero. Non volevo vedere più nulla, davanti a me era scesa una nebbia fitta che m’avvolgeva. M’imprigionava. Avevo anche perso la voce. A un tratto mi mancò l’equilibrio e caddi per terra. Rimasi steso sul pavimento per tutto il pomeriggio. Verso sera iniziarono a scendermi grosse lacrime calde sulle guance, ma anche loro si dispersero ben presto nella nebbia.

Passarono lunghe settimane tristi e vuote come fondi di bottiglia andati a male. Mi trascinavo per la casa senza avere le forze per combinare alcunché. Ero una stella diseredata dal firmamento. Dal medico c’ero andato veramente ed ero riuscito ad ottenere un mese di malattia. Almeno per un po' non avrei dovuto pensare a quegli stronzi di architetti, ma era ovvio che nella mia testa c’era spazio solo per Amina. La pensavo in ogni istante, durante il giorno e lungo le notti insonni, sempre. La sognavo in continuazione. Non ricordo con precisione quanti incubi feci sul suo conto, ma il peggiore fu senza dubbio quello in cui si sposava con Lupini e i due testimoni, che erano Cugghioni e Santuzzi vestiti da suore, cercavano di sodomizzarmi con una riga a T graduata in metallo. Come stavo male, come soffrivo... non riuscivo a farmene una ragione. Dovevo riaverla tra le mie braccia assolutamente. Costasse quel che costasse ormai avevo deciso, l’avrei riconquistata. Lei mi amava ancora, ne ero certo. Scelsi una strategia soft. Visto che non ci eravamo mai più sentiti né visti da quel pomeriggio tragico, iniziai a lasciarle in segreteria dei messaggi cercando di fingere che nulla fosse accaduto tra noi. Volevo normalizzare la situazione e riavvicinarmi per gradi. Le telefonate erano di questo tipo:
“Ciao sono io... volevo solo dirti che... ti amo, ciao.”
Oppure: “Ciao sono io... oggi mi sei mancata tanto. Ma lo sai che ti amo?”
E anche: “Ciao sono io... ti auguro di passare un buon fine settimana. Io lo trascorrerò a casa pensandoti sempre... ciao amore mio, ciao.”
I risultati non arrivarono subito, ma una mattina, dopo quasi due settimane di messaggi, trovai nella casella della posta una sua lettera. Avevo fatto bingo! Era tornata sui suoi passi. Amina era di nuovo mia. Aprii tremante la busta, m’aspettavo una lettera d’amore appassionata. La lettera d’una donna fermamente decisa a riabbracciare il proprio uomo. Invece vi trovai scritte solo due righe.

Marco, smettila perché stai diventando patetico e ricordati
che hai trent’anni, scrivitelo da qualche parte, così non lo scordi!

A modo suo sapeva essere anche molto ironica. Da quel giorno scollegò la segreteria telefonica e io dovetti necessariamente cambiare piano. Quella sua mossa, che avrei potuto anche prevedere, non mi scoraggiò minimamente. Decisi quindi di risponderle a mia volta con una lettera ardente, passionale, struggente e malinconica. Io lo percepivo, io lo sentivo che lei m’amava ancora! Lo aveva pur detto in quell’infausto pomeriggio, prima d’andarsene. Dovevo ripartire da lì. Avrei toccato le corde dei suoi sentimenti, dai sobborghi sarei sceso direttamente al centro del suo cuore. E sapevo come fare, dopotutto ero un poeta, no? Dovevo quindi approfittare dell’arma di cui disponevo. Mi stappai una birra e mi sedetti al tavolo, presi un foglio e una penna e iniziai a scrivere. Sullo stereo misi “Closing Time” di Tom Waits. Mi diede la carica giusta. Scrissi il testo di getto, sentendo che le parole mi stavano sgorgando come se fossero attratte verso il foglio da una forza misteriosa e inarrestabile.

Milano, 20 giugno ****

Forse Amina non lo sapeva e forse lo ignorava come si potrebbe ignorare il tempo che ci sarà tra una settimana o tra un mese... in quella situazione l’unica possibilità che ci resta è l’immaginazione e così, chiudendo gli occhi e posandoli su noi stessi potremmo vedere il sole e la pioggia, sentire il suono del vento e osservare le nuvole correre veloci sopra le nostre teste. Il cielo a quel punto, sarebbe come lo vogliamo noi: terso e limpido, puro come un miracolo. Ma a lei interessava la vita e non la fantasia, perché lei stessa era la vita. Imprescindibile da essa. Vivida eroina che attraversava i palcoscenici delle periferie del mondo. Era proprio questo che non sapeva e che forse non voleva sapere. Il suo legame con la terra e la sua continua ricerca della verità, s’erano saldate con la sua aurea purificata. La sua irregolare bellezza e quel suo muoversi perverso e sfuggente, corrispondevano alla perfezione al suo innaturale potere di concederti o di strapparti la vita: creatrice e distruttrice al tempo stesso. Un proiettile avrebbe colpito al cuore un uomo e l’avrebbe ucciso. Un solo colpo, ma mortale. La sua capacità di trasmettere energia e passioni era unica e ti consentiva di aleggiare distaccato sopra le pene del mondo. Quando lei era lì, tutto diventava possibile e reale. Ogni sfida, anche la più assurda sarebbe stata vinta. Bastava poco. Era sufficiente guardare dentro ai suoi occhi, dentro quelle piccole sfere profonde che nascondevano due, tre, infiniti mondi. Due gocce pennellate da un’entità sacra e pazzesca, da un dio ubriaco e sadico. Nessun pittore mai avrebbe potuto ritrarli, nessun fotografo mai sarebbe riuscito a rendere con efficacia, non dico realistica, ma almeno verosimile il loro colore. Nessun poeta mai... una tavolozza di azzurri e di verdi, di blu e di grigi, un insieme magico e isterico, inquietante e travolgente. Chi provava a stare con lei e la sfidava con gli sguardi, nei consueti giochi della seduzione, ne rimaneva disorientato e ferito, ma ancora in tempo per trarsi in salvo. Coloro che invece avevano insistito e avevano osato andare oltre, si erano bruciati e come Icaro avevano visto dissolversi le loro ali. Ne erano usciti come pazzi in preda a un delirio definitivo, lo stesso che può prendere ognuno di noi quando ci accorgiamo che non potremmo mai raggiungere ciò che abbiamo desiderato da sempre. Fuori dalla storia, vecchie barche abbandonate alla deriva. Carcerati che non rivedranno mai più le stelle.

Ma Amina da quel giorno mi aveva nascosto il cuore e io, come un angelo folle e intemerato, avevo deciso di sfidare dio e i suoi demoni pur di riaverlo. Volevo custodirle i segreti e le paure, i desideri e le ansie, gli slanci e gli arretramenti. E mi volevo lasciar guidare dai suoi occhi, farmi accompagnare attraverso le strade polverose della vita, come un povero cieco alla ricerca della luce eterna. Perché io ero il suo vampiro, ero la sua vittima e il suo assassino.

con amore, il tuo marco


[6.segue]

Posted by Giuseppe Braga at 19.11.07 08:20

Comments

Post a comment




Remember Me?