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12.11.07

Poet'astri [5.]

di Giuseppe Braga

Entrammo e ciò che vidi fu questo: uno stanzino bianco illuminato da due riflettori appesi al soffitto e da due faretti alle pareti, un tizio con le cuffie in testa dietro a una telecamera, un altro che armeggiava con dei cavi elettrici sparsi per il pavimento, quattro sedie di quelle pieghevoli in plastica e uno sgabello alto, in metallo. Nella parete di fondo, dietro a un vetro, un altro tizio con le cuffie smanettava quello che sembrava essere un mixer. La scenografia consisteva in tre pannelli di compensato accostati, riverniciati (male) di bianco, rosso e verde (che fantasia), sui quali vi erano stati apposti in bell’evidenza (con un nastro adesivo marrone) i nomi degli sponsor. E questo era il tutto.

Niente pubblico, niente di nient’altro che questo. Un buco di dieci metri quadrati con quattro luci del cazzo e un fondale in compensato riverniciato. Sentii aprirsi una voragine nel mio petto, la sentivo scendere e risalire per lo stomaco. Un pugile che sale sul ring, convinto di battersi per il titolo mondiale e che invece si ritrova in un’arena vuota. In palio, bene che vada, il trofeo del dopolavoro ferroviario. Ecco qua. Su una delle quattro sedie stava seduto un signore smilzo di mezz’età, con un riporto di capelli sulla fronte e con il resto della testa completamente pelata, il suo cranio brillava come una stella solitaria in quello stanzino bianco. Le altre tre sedie erano vuote. Ebbi un attimo di esitazione, ma Elvira mi invitò nervosamente ad attraversare lo stanzino e mi fece sedere a fianco del signore magro, poi mi applicò un microfonino alla giacca. Ero perplesso. Era questa la grande occasione che cercavo? Da questo buco di culo di tv? Cercai di scuotermi, pensavo, forse lo studio è piccolo, ma l’audience alta, magari fanno migliaia di spettatori a puntata, magari mi vedranno persino a Basilea e a Zurigo e... OH, MAGARI NO!
Elvira sembrava esagitata e non stava ferma un secondo. Ce l’aveva con i tecnici di studio:
“Cioè Carlo, senti... cioè inquadralo bene da questo angolo... cioè, sai com’è fatto. Roberto insomma, non hai ancora finito? Cioè, con quelle luci... Uffa, ma dove saranno andati quei due! Tra dieci minuti siamo in onda... Cioè, dove sono finiti?”
In quel momento entrò Butteroni. Aveva la faccia di chi sente su di sé il destino dell’universo e sa che il mondo intero si fida ciecamente di lui.
“Ciao ragassi, siamo pronti?”, disse con un tono da primadonna. Si era cambiato. Adesso era vestito di tutto punto con un completo a doppio petto grigio, scarpe marroni in cuoio lucidate e camicia bianco avorio. La cravatta che indossava era rosa con grossi pois variamente colorati, in poche parole raccapricciante, ma non osai dirgli niente. Si era imbrillantinato i capelli e li aveva tirati indietro. Rilucevano anch’essi sotto i riflettori, creando così un effetto simile a quello che stava capitando allo smilzo. Sembrava pure lui pelato, alla faccia dei folti capelli corvini che aveva in testa. Butteroni era un uomo ben piantato per terra, con due grossi tronchi al posto delle gambe, due piedi larghi e ingombranti, un torace ampio e una pancia trattenuta a stento sotto il vestito. Era intorno ai cinquanta, ma aveva la pelle molto curata e nemmeno una ruga sul viso abbronzato. Io invece ero pallido come un cencio e iniziavo ad avere caldo. Le luci dirette sulla scena emanavano un calore insopportabile. Quaranta gradi come minimo e io mi sentivo appiccicoso e sudaticcio. Mi voltai a guardare lo smilzo col riporto, che fino a quel momento non avevo degnato di uno sguardo. Gli feci un cenno di saluto e m’accorsi che aveva il cranio imperlato di gocce e che da dietro le orecchie gli scendevano copiosi rigagnoli di sudore. Stava seduto fisso e immobile, quasi una statua di cera, rigirandosi tra le mani un libricino. Elvira aveva tirato a sé Butteroni e stava confabulando serrata con lui. Nonostante stessero bisbigliando a bassa voce, visto che quello studio era un buco, riuscii a sentire ogni cosa.
“Cioè, te lo avevo detto che ci avrebbero creato dei problemi. Cioè, intendo quei due, tipi troppo strani, cioè...”
“Sentimi a me, Elva, non preoccuparti eh... perché io quelli come loro li conosco bene. Vedrai che adesso arrivano e anzi, tiriamo fuori una puntata della madonna. Della madonna ti dico. Io non sono mica Achille Butteroni per un cazzo, sai?! Io ho lavorato anche per l’Antenna 3 Lombardia, vedi di non dimenticartelo. Io il casting per le mie trasmissioni l’ho sempre indovinato. E dimmi di no se sbaglio.”
“Cioè... questo è vero Achi, ma a me quei due mi preoccupano. Dovresti vedere cosa hanno combinato col buffet...”
“Ma daaai Elva! Bellina mia, ancora ti preoccupi di ‘ste cose? Avranno avuto fame, no? Tanto lo sai che c’è lo sponsor che pensa a tutto”, e così facendo le posò una mano sul culo e le strinse una chiappa. Elvira arrossì e sgambettò rapida verso la porta. Poi Butteroni si voltò verso di me e lo smilzo e ci urlò a poco più di un metro di distanza.
“Siete belli caldi? Vi voglio pompati stasera, mi raccomando, eh? Voglio tirar fuori una puntata con i controfiocchi! Con i controcoglioni, tanto per capirci. Va beneeee?”
E chi cazzo osava contraddirlo. Balbettammo entrambi un: “Certo, certo, Achil...”
Fummo interrotti sul nascere.
“Cari i miei ragassi, da adesso in avanti io per voi sono solo il Dottor Butteroni, capito?”
Il suo tono era diventato imperioso, categorico. Il silenzio scese nello studio bianco. Elvira, sull’orlo di una crisi di nervi, s’era piazzata sulla porta nella speranza di vedere arrivare gli altri due ospiti, mentre dall’altra parte del vetro il mixerista-regista faceva cenni a tutti che mancava un minuto all’inizio del programma. Il clima si stava surriscaldando. Butteroni invece era la calma in persona, anche se negli occhi gli si era accesa una luce improvvisa che lo faceva sembrare un altro. L’adrenalina gli stava montando lenta nelle vene e lo stava trasfigurando, l’uomo lasciava il posto al PRESENTATORE, all’animale da spettacolo che c’era in lui. Io avrei voluto essere da qualsiasi altra parte piuttosto che stare seduto lì, con quelle luci che mi sbattevano violente sulla testa e con l’agitazione che mi saliva al cervello. Stavo scivolando nel panico. “Trenta secondi...” Salivazione zero. “Quindici secondi...” Brivido lungo la schiena. “Dieci, nove, otto...” Si salvi chi può. D’un tratto partì gracchiando la sigla del programma. Era “L’inno alla gioia” (pensa te) e non so come, quella musica mi rilassò, sentii i muscoli del corpo distendersi, la salivazione riprendere il suo normale corso, le mascelle rilasciarsi. Benedissi Beethoven. Fu un sollievo sentire la voce di Butteroni, ora vellutata e navigata, sovrapporsi alla sigla d’inizio che lentamente sfumava e introdurre la serata.
“Cari amici e care amiche, eccoci di nuovo qua insieme a voi, per una nuova puntata di CASI QUOTIDIANI, il vostro settimanale di attualità e cultura condotto da me, il Vostro Achille Butteroni. Oggi sarà una puntata con grandissimi ospiti e con loro tratteremo temi interessantissimi che vi inchioderanno davanti al video... date retta a uno che se ne intende, togliete la pila dal telecomando perché stasera non vi servirà. E ora voglio immediatamente dare voce al nostro gradito sponsor: le rinomate CUCINE STRAZZONE, senza le quali questa trasmissione non potrebbe andare in onda. Quindi prego la regia di lanciare la televendita e subito dopo vi presenterò gli incredibili ospiti di stasera. A tra pochissimo gentili amici e gentilissime amiche e... non usate il telecomando... mi raccomando, potreste prendere la scossa... non sto scherzando!”
Tre minuti di televendita. Da un monitor vedevo una ragazza mora molto somigliante all’Elvira (era lei?), rivolgere domande a un grassone nel mezzo di un magazzino di cucine componibili d’ogni genere e stile, sì, erano le famose cucine STRAZZONE! In sottofondo una musichetta ripeteva: “Dalla cena a colazione mangia solo su STRAZZONE! La giusta soluzione per la tua generazione!” Erano vendute in tutto il comasco e varesotto. Dopo un primo piano l’avevo riconosciuta: era proprio l’Elvira con in testa una parrucca castana, chissà perché poi. L’altra Elvira, che poi era la stessa del monitor, ma senza la parrucca, insomma quella al naturale (ma con i capelli tinti) che stavo vedendo davanti alla porta agitarsi, faceva grandi cenni a Butteroni: “Eccoli eccoli... cioè, finalmenteee!”
Sentii un gran rutto provenire dal corridoio, subito seguito da un altro di minore intensità e poi li intravidi varcare la porta. Elvira si scostò per farli entrare, Butteroni si fece loro incontro invitandoli a sedere celermente, visto che la televendita era ormai giunta al suo termine. Si sedettero vicino all’ingresso, all’estremità opposta di dove mi trovavo io. Per via dei fari puntati negli occhi, non riuscii bene a distinguerli. In mezzo, tra me e loro, c’era lo smilzo e lo sgabello col presentatore. Ricominciò la diretta e Butteroni riprese da dove si era interrotto.
“Amici e amiche eccoci qua. Una settimana è trascorsa e io già sentivo la Vostra mancanza. Oh, come l’ho sentita! A proposito, grazie per le numerose lettere che ci avete inviato e anzi, colgo l’occasione per darvi il nostro numero di fax e il nostro sito Internet... e per chiunque voglia chattare e navigare con noi questa sera, la nostra redazione è di là e lavora per voi! Ma adesso entriamo nel vivo della trasmissione...” Parlava come un videogioco e non dava l’impressione di prendere fiato, eppure sputava fuori tonnellate di parole una dietro l’altra. Ero affascinato da tanta esuberanza verbale. Introdusse gli ospiti e partì da me.
“Ecco qui un giovane di sicuro avvenire. Signori vi sto parlando di un giovane artista di Milano, un giovane poeta, oserei dire... un giovane insomma, che stasera ci racconterà della sua vita e che ci reciterà alcune delle sue poesie più belle. Ecco a voi Marco Tosoni!”
Da dietro al vetro partì un applauso registrato che mi mise in corpo una tristezza infinita, io sorrisi debolmente e poi la telecamera si spostò. Volevo scappare in Sudamerica. Butteroni presentò il tizio smilzo col riporto.
“E poi... poi signore e signori, un uomo che ha sacrificato la sua vita per una donna, un uomo che ha dedicato la sua esistenza all’amore, l’amore con la A maiuscola intendiamoci... che non si è ancora arreso all’evidenza e che ora è venuto qui da noi, a CASI QUOTIDIANI, per raccontarci le sue pene e le sue sofferenze senza fine. Le ha raccolte in un libro straordinario. Eccoli qua, lui e il suo libro. Signori, arriva da Como, si chiama Gerardo Sgarulli e... prego la regia di regalarci un bel primo piano sulla copertina del libro, peraltro molto significativa: Ma la vita è una pena? Cento e uno modi per sopravvivere a quel male che ci ostiniamo a chiamare amore
Altro applauso finto. Forse il Sudamerica era troppo vicino. Venne il turno degli ultimi due ospiti.
“Infine signore e signori, due giovani... sì, altri due giovani. Oggi come potete intuire sarà una puntata dedicata alle nuove generazioni, molto fresca e ricca di argomenti di stretta attualità. Infatti con i nostri due ospiti parleremo di New Age. Cos’è? Cosa sta a significare? E cosa vuol dire, soprattutto? So benissimo che ci seguono molte persone di una certa età, delle casalinghe magari o persone che forse non conoscono l’inglese, ma... NOI siamo qua anche per loro, NOI siamo qua per VOI! Noi vogliamo raccontarvi di quest’Italia che cambia, di quest’Italia alle soglie del nuovo Millennio e di quest’Europa che si avvicina sempre più. Perché NOI facciamo televisione per VOI! Questo non scordatevelo mai, carissimi telespettatori...”
L’Australia, ecco dove avrei voluto essere. Dopo aver inspirato aria a pieni polmoni riprese.
“Signore e signori ecco a voi due ragazzi, due giovani come tanti, due ragazzi che vivono in un piccolo centro dell’hinterland milanese e che hanno deciso, ma ce li diranno loro i quando e i perché, d’intraprendere un’altra strada, una strada che li ha portati ad abbracciare la New Age... non preoccupatevi, impareremo insieme a voi questa nuova parola: NEW AGE. La Nuova Era! Nuove sperimentazioni corporee, nuove avventure spirituali, nuove esperienze dell’anima. Tutte quante proiettate verso il prossimo Millennio, signore e signori ho il piacere di presentarvi i nostri due super ospiti di stasera, Ruuudy e Bettyyy!”
Applauso. Finto. Più lungo stavolta.
“E ora... un secondo e saremo di nuovo con voi.”
Guardavo nel monitor e vedevo Rudy e Betty. Adesso li vedevo bene... la new age, il nuovo millennio, le avventure spirituali, se fossi stato un giovane di Garbagnate o di Rho sarei corso qui e li avrei presi a scarpate sui denti. Ma che cazzo stava dicendo il Butteroni? I due giovani in questione erano due quarantenni scoppiati e con la pancetta del benessere in bell’evidenza. Rudy aveva la faccia abbronzata, gonfia come un bignè (forse ne aveva mangiati troppi prima) e un nasone troppo rosso per essere veramente new age. Aveva i capelli tinti di rosso, lunghi e tenuti indietro da un cerchietto. Sulla tempia si era tatuato un angioletto. L’occhio era socchiuso e spento e sinceramente non si capiva se fosse in fase meditativa o in fase di digestione avanzata. Sbadigliava in continuazione e forse quello era un indizio sufficiente. Indossava una tunica bianca dalle maniche larghe che gli arrivava fino ai piedi, all’altezza del petto c’erano ricamati dei delfini che saltavano tra le onde. Guardai Betty. Era vestita allo stesso modo e anche nel resto, sembrava lui al femminile. Erano identici, cazzo! I capelli di lei però erano turchesi. L’intervallo pubblicitario durò meno stavolta. Elvira s’era sistemata su uno sgabello di fronte a noi e sembrava tener d’occhio Rudy e Betty, i quali stavano osservando assonnati Butteroni, intento a sgridare il cameraman.
“Mi devi riprendere da questa trequarti, hai capitooo? Quante volte te lo devo ripetereee? Da qui mi si vede la gobbetta sul naso!”
Io vedevo ogni cosa dal piccolo monitor di fianco. Si riprende.
“Dunque partiamo proprio da voi... Rudy e Betty, parlateci della vostra scelta.”
La telecamera si spostò sui due giovani quarantenni e colse Rudy intento a spulciarsi i capelli e Betty addormentata con la testa reclinata indietro. Attimo di smarrimento. Butteroni, da esperto navigato qual’era, incalzava con voce tranquilla.
“Allora Rudy, ci puoi raccontare qualcosa di te? In questo mondo così caotico e che va sempre più di corsa, voi due mi sembrate invece due persone speciali. Vi vedo molto rilassati e soprattutto in pace con voi stessi, merito forse della vostra nuova filosofia?”
Rudy alzò gli occhi arrossati, anche lui aveva sonno, se li strofinò, diede un colpetto di tosse e rispose. Parlava molto piano ed era lentissimo nel formulare le frasi. Butteroni lo interruppe immediatamente.
“Scusa, scusami Rudy, non potresti alzare leggermente la voce... per i telespettatori a casa, grazie Rudy.”
Rudy lo fissò inebetito e fece di sì con la testa, chissà cosa si era fumato prima, tra una tartina al salmone e una pasta al cioccolato.
“Sì... mmh, cioè... una cosa ce l’avrei da dire. E’ un desiderio che mi arde dentro... cioè, che mi scalpita come un cavallo bianco nel cuore...”
Butteroni aveva il brutto vizio d’interrompere chiunque parlasse per più di trenta secondi di fila. Inoltre la voce di Rudy era monocorde e cantilenante, quindi si sentiva in dovere di tenere alto il ritmo.
“Ma sentite che belle parole! Signori, queste sono parole che giungono direttamente dall’anima, fuoriescono dal cuore di questo giovane che è ancora alla ricerca di qualcosa, ma sentiamolo dalla sua voce, di cosa... Forza Rudy và avanti.”
Rudy accarezzò l’angioletto sulla tempia e riprese il suo delirio: “Il discorso è semplice... dentro ognuno di noi si trova un altro io, una sorta di io altro: l’Io Divino...”
Ancora l’implacabile Butteroni, adesso quasi gridando.
“Signoooriiii!!! Ma state sentendooo? L’altro io, l’io altro... l’Io Divino!!!! Ma tutto ciò non è fantasticooo??? Rudy, sì proprio lui, questo giovane, ripeto giovane, in cammino come un pellegrino verso la terra promessa, come un crociato verso il Sacro Graal... lui ci sta aprendo il suo cuore e questa è la vera televisioooneee! Uno scambio di emozioni VEREEEE!!! Signore e Signori, io c’ho la pelle d’oca. Non so voi, ma io tremito tutto. Dai Rudy, forza... continua.”
Non si poteva certo dire che Butteroni non sapesse fare il suo mestiere, la vera star del programma era lui. Impettito davanti a quei due sventurati, era come un ragno che aveva imprigionato le prede nella sua fitta tela. Rudy era davvero un tipo paziente e sembrò non dar peso agli urli del presentatore. Inspirò profondamente e riprese come se nulla fosse.
“Mmh... stavo dicendo che... nel mio universo spirituale, come in quello di ognuno di voi, trova posto quello che noi chiamiamo l’Io Divino, ossia quella dimensione interiore dell’anima che ci... permette di...”
Ma ancora il bravo presentatore s’era intromesso e ancora Rudy aveva interrotto il suo sconclusionato monologo e ancora aveva ripreso come se nulla fosse, parlando con disinvoltura di campi aridi che si trovano nascosti nei nostri cuori, bisognosi di nuove stagioni di piogge (non acide credo), di meditazione dinamica, di energia contemplativa e poi ancora di armonie cosmiche, di profezie celesti e via via discorrendo. Ogni trenta secondi esatti, nemmeno avesse avuto un cronometro nella zucca, il grande Butteroni interveniva, chiosava, interrompeva, tagliava, ricuciva ed esternava considerazioni personali, agitandosi come un demonio abbronzato e cocainomane. Stavo pensando al mio turno e a quando avrei dovuto recitare la mia poesia del gabbiano triste e solo. Cazzo, io ero lì per quello, o no? Sentivo avanzare l’amnesia da esame. L’inizio, cazzo l’inizio, ma come iniziava? E poi, anche se me lo fossi ricordato, non ce l’avrei mai fatta a dirla tutta in trenta secondi. Oh, cosa avrei dato in quel momento per scambiarmi di posto col gabbiano e anche i mari gelidi del nord mi sarebbero andati a meraviglia... ma a un tratto accadde qualcosa che mi distolse da quei pensieri affannosi. Una furia scatenata s’abbatté sul bravo presentatore. Era una bestia, un animale feroce a metà tra un lupo e un’orca assassina e si era lanciata senza rimedi sull’elefantiaco Butteroni. Era lei, era la Betty. Non ce l’aveva fatta più a resistere alle torture a cui era stato costretto il suo uomo. Quel bruto d’un presentatore non lo lasciava parlare, lo continuava a deconcentrare e così l’energia contemplativa e cosmica le era salita al cervelletto. All’improvviso, come se nulla fosse o come se fosse l’atto più naturale da compiersi, aveva riaperto gli occhi, l’aveva puntato e gli si era scagliata addosso. Una vera azione new age, niente da dire! Mentre lo teneva stretto per il collo, farfugliava parole incomprensibili con un accento strano. Sembrava impazzita e fuori di sé, e dire che fino a qualche secondo prima dormiva beata. Misteri di fine millennio, pensai.
“...’u ‘evi ‘metterla, ‘apitooo? ‘ascia ‘arlare ‘l ‘io ‘overo ‘more, ‘a ‘ene? ‘RUTTO ’TRONZOOO!”
Dopo non aprì più bocca, non perché non avesse più insulti da vomitare sul presentatore, ma solo per il fatto che era riuscita ad addentargli un orecchio. Butteroni lanciò un urlo terrificante e cercò di liberarsi, ma non riuscì perché la Betty sembrava incontenibile. Io ero bloccato sulla sedia e non sapevo esattamente come comportarmi, anche se dentro di me avevo la convinzione assoluta che si trattasse di una questione strettamente privata. Quindi rimasi accucciato sul seggiolino e assistetti al combattimento. Gli altri credo la pensassero all’incirca come me, visto che nessuno si era avvicinato per dividerli e per cercare di trarre in salvo il Butteroni, che forse non era poi così amato, mi azzardai a pensare. L’unica era l’Elvira che si era precipitata verso il regista e facendo grandi cenni con le mani, gli stava chiedendo di fermare le riprese. Lui aveva fatto un cenno di approvazione, ma aveva proseguito a mandare in onda la rissa... sapete com’è: The show must go on, e del resto il loro insegnante era stato proprio Butteroni. Il quale stava soccombendo clamorosamente davanti al suo amato pubblico. La Betty mulinava gambe e braccia e non gli dava pace, così dopo avergli scarnificato un lobo, lo aveva buttato a terra e trascinato ai piedi di Rudy. Voleva che gli chiedesse scusa davanti alle telecamere. Butteroni tentava di difendersi e di allontanarla, ma era una fatica inutile poiché la Betty gli si era incollata come una medusa. Lo graffiava e gli menava calci e pugni e ginocchiate e gli tirava i capelli con una cattiveria inusitata. Il povero presentatore non diceva nulla ed era come ammutolito di fronte a questa pazza giovane quarantenne innamorata. Provava, ma non riusciva a emettere qualsivoglia parola o invocazione d’aiuto, s’era bloccato, aveva perso il sonoro... ormai sanguinante e quasi privo di forze, Butteroni era svenuto sotto l’ennesimo gancio ben assestato della Betty. Fu qui che si sentirono i primi timidi applausi. E stavolta erano veri e non registrati. Subito dopo, la splendida orca assassina si era alzata, s’era sistemata il vestito e guardando in camera con occhi spiritati, neanche fosse una consumata attrice di soap-opera, aveva esclamato col suo strano accento:
“UUTTO ‘UUESTO ‘OO ‘AACCIO ‘OOOLO ‘EEER ‘UUIII... ‘LL ‘IIIO ‘MMOORREE!!!”
Così dicendo si era voltata verso il suo amore. E aveva scoperto che il suo amore si era addormentato e stava russando a bocca spalancata stravaccato sulla sedia. Lesa maestà. Peccato mortale. Errore fatale. La Betty non perdonava. La Betty era un angelo sterminatore. Il suo amore dormiva nel mentre lei stava combattendo per lui. Le salirono i fumi al cervello, si videro proprio delle nuvolette grigie uscirle dalle orecchie. Io non avevo mai visto nulla di simile in tutta la mia vita. Prese una discreta rincorsa e poi fece partire un diretto sul faccione di Rudy. Il sangue zampillò come da una fontanella, l’unica differenza era che stava zampillando dal suo nasone. Rudy cadde all’indietro e precipitò sui cartelloni in compensato, facendoli cadere tutti. Betty gridava: “... ‘OON ‘II ‘MMO ‘IIIUUU’... ‘RRRUTTOOO ‘TTTRONZOOO!!!”
Butteroni rantolava a terra malconcio, Rudy era cappottato dietro di noi e giaceva in un laghetto rosso, Betty piangeva come un agnellino e il regista aveva ripreso ogni minimo dettaglio: “Che grande serata di televisione verità”, sentii dire da qualcuno. “Com’è instabile e provvisorio l’amore tra due persone”, pensai e nel mezzo del pensiero entrarono in studio due giovanotti in divisa. Insieme a loro c’era Elvira, che tremante, indicava la Betty: “Ecco... cioè, eccola... è lei, cioè... aiutooo!!!”
Si stava scatenando il putiferio. La Betty alla vista dei carabinieri aveva smesso di frignare e aveva immediatamente assunto una posizione da kick-boxing. Disse tutto d’un fiato: “...’VVVANTI ‘OOORZA... ‘OOON ‘OOO ‘AAAURA ‘III ‘OOOI!!!”
Io stavo nel mezzo e finalmente avevo avuto una buona idea, andarmene via al più presto. E di corsa. E vaffanculo la new age e Butteroni e l’Elvira e tutti quanti ‘sti pazzi deficienti. La Betty ora ce l’aveva con tutti e così si era messa a lanciare in ogni direzione qualsiasi oggetto trovasse nei paraggi. Scarpe, accendini, sedie, lampadine, posacenere... ma quando aveva divelto un monitor e lo aveva brandito in aria, tenendo i cavi in mano come fosse una mazza ferrata medievale, avevo deciso che s’era fatto tardi. Non salutai nessuno - non certo per scortesia - e strisciai tra le gambe dei due giovani in divisa. Notai in loro una certa preoccupazione per come si stavano mettendo le cose. La Betty faceva dannatamente paura anche a loro. Addio miei carissimi stronzoni. Mi feci largo tra le persone che erano accorse per non perdersi lo spettacolo e che si accalcavano sulla porta, le oltrepassai e corsi giù per le scale. Ero salvo. Uscii dall’edificio e mi sedetti sul muretto di fronte, dall’altra parte della strada. Mi accesi una sigaretta e mi rilassai ascoltando in lontananza le urla e le grida provenienti dal piccolo studio dalle pareti bianche. Fortunatamente mi sembrava tutto così distante.


[5.segue]

Posted by Giuseppe Braga at 12.11.07 10:36

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