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07.11.07
Lezioni Creative
di Giuseppe Braga
[Ma tu lo conosci Joyce? comincia così, con questo strabiliante pezzo. Be', ditemi voi se non è un inizio folgorante questo qui, dai, su, su!, ditemelo voi...]
Ho frequentato alcuni corsi e ora ve ne vorrei parlare. Non parlo di boulevard parigini o di avenue newyorkesi, ma di tutt’altro. Ho passato i trent’anni e sono passato attraverso parecchi corsi. Trafitto, come il drago infilzato dal santo. So di persone che hanno seguito corsi di yoga e fotografia, persino di shiatzu e di découpage. Io, scrittura creativa.
Scrittura: e qui parliamo di serate, sottratte alla tv e alle navigazioni telematiche.
Creativa: come il caciucco e la pasta ai frutti di mare della Buitoni.
Chiariamo subito di che si tratta. Scrivere non può essere considerato un hobby e chiunque ha praticato, sa. Non può venire paragonato a un corso di tennis o di nuoto. O magari di chitarra, quattro note e via. C’era una volta una gatta e sono solo canzonette. Non scherziamo. Con la scrittura creativa c’è ben poco da ironizzare. A partire dagli organizzatori. È solito per loro (insegnanti, docenti, editors, scrittori, critici, addetti del mestiere, autori di fama, filosofi, etc.), precisare – doverosamente tutti lo fanno – talune cose fin dall’inizio. Ciò è importante e necessario per l’emergente aspirante scrittore.
Esempio ricorrente: cosa non è Scrittura. O meglio, Letteratura. Qui le citazioni e i consigli, veri e propri avvertimenti, non mancano (vedere prego, la teoria crociana, la paraletteratura, il patetico, il troppo esplicito, il resoconto giornalistico…).
Poi ci sono loro, i corsisti aspiranti scrittori. Mi ci metto dentro anch’io, chiaro che sì. Anzitutto le frustrazioni e le illusioni. Si potrebbe partire da lì, da quello che si vorrebbe che fosse. Da ciò che manca ancora. Da ciò che forse mai sarà.
La cifra stilistica, i modelli di riferimento (e qui ci si ingegna a chi la spara più grossa: su Manzoni vai sul sicuro, con Tondelli dipende dai corsi, Kafka è una certezza, coi russi non sbagli mai, con Salinger e Calvino invece, si rischia).
Le sperimentazioni (scrivo un giallo alla Dürrenmatt strizzando l’occhio alla Highsmith; provo a rifare il verso ad Aldo Nove con un pizzico di Welsh e un goccio di Scarpa; mi cimento col romanzo di formazione: Törless, Werther, Caulfield; provoco emozioni forti e trasgredisco: Bukowski, Busi, Mishima, Henry Miller; saccheggio autori di sicuro successo, come King, Crichton, De Carlo, Bruno Vespa e Bevilacqua).
Inevitabili fioccheranno le prime critiche e inevitabilmente verranno i tentativi di giustificare con le parole (verba volant) ciò che si è scritto (scripta manent): tutto inutile (sovente dannoso), superfluo, sterile e infruttuoso, ma di ciò ci si scorda ogni volta. La memoria storica è una dote appannaggio di pochissimi eletti. E dunque, intemerati, imbecilli e senza memoria, si striscia patetici, cercando di risalire (più precisamente di non affogare) graffiando vetri rossi e fiammeggianti di vergogna.
Ricordarsi: meglio il silenzio, sempre e ovunque. Talune ritirate possono anche risultare dignitose oltre che rivelarsi vantaggiose per il futuro. E soprattutto occorrerebbe premurarsi di salvare il salvabile.
Incupirsi e ingoiare ingloriosamente infidi indigesti (allitterazione voluta, intendo sottolineare) rospi insomma, è molto meglio che avventurarsi in caparbie e insensate arrampicate senza senso.
Dopo le sacrosante critiche ecco i consigli, che essendo d’autore, valgono il doppio. Ma i consigli guarda caso, spesso equivalgono a stroncature. Dunque siamo al punto daccapo.
Funziona. Non funziona. Suona male. Suona bene. Non suona per niente!
Manca di dinamica, è privo di rotondità, non convince. Riscrivi ch’è meglio.
L’errore: l’elogio dell’errore, la condanna dell’errore. E alla fine tu riscrivi comunque. Il linguaggio e le sue forme. Conviene che riscrivi, almeno tu che hai buone potenzialità. Qui manca il plot. L’intreccio non regge. I limiti sono evidenti. Non saprei che dire. Ormai s’è detto tutto. C’è niente da aggiungere. O da inventare. Prova a riscrivere. Già, come no.
Potrei solo ricordare che:
Ho visto lacrime
Ho visto abbrutimenti psico-fisici precoci, devastanti e permanenti
Ho visto persone che hanno saltato cene per intere settimane, per riscrivere cose che non ne sarebbe valsa la pena comunque
Ho visto uomini (ma anche donne, se è per questo) che non hanno chiuso occhio per intere notti, continuando a sognare frasi che mai riusciranno a scrivere
Ho visto e… quand’era il mio turno ho taciuto, chinato il capo e incassato (io c’ho memoria, ragazzi!)
Leggere, bisogna leggere, figliuoli:
Calvino e le lezioni americane, tanto per
chi ama Manzoni – legittimo, ma cazzo… ancora lui
chi Baricco (per fortuna ne ho incontrati pochi)
chi Carver (monumentale!, ma pare che ne abbia rovinati parecchi)
chi Tondelli e di conseguenza gli anni settanta e ottanta, di più gli ottanta
su Cechov, niente da dire
approposito di Henry James neppure
Glossario geometrico: schemi metrici, l’ellisse, l’iperbole, l’architettura delle parole
E ora passiamo a Lui.
Il soggetto principale.
Il protagonista.
L’IO narrante.
L’emergente aspirante scrittore (meglio conosciuto con l’appellativo di giovin scrittore) è un animale strano. Strano ma non raro, purtroppo. Piuttosto il contrario. Le strade ne sono popolate, le metropolitane zeppe. Sei sul vagone e vai al lavoro e sai, ne hai l’assoluta certezza cazzo!, che di fianco hai tanti altri aspiranti scrittori (magari pure più bravi di te) e tu vorresti farli fuori, ammazzarne quanti più ne riesci, tanto per avere meno potenziali antagonisti emergenti in giro. Meno aspiranti esistono, più alta è la probabilità che. Qui entra in gioco l’altra variabile decisiva: la fortuna. Letterariamente definita: la gran botta di culo. E allora eccoci in pista.
Flash back: ma perché mi sono fissato con la scrittura?
E dire che da bambino ero bravo coi colori. Le parole le ho sempre viste con diffidenza, in lontananza e controluce. Come oggetti misteriosi. Contavano di più i fatti, ecco tutto. Quando sentivo disquisire e commentare, questi gran professori della parola, io restavo di sale. Colori. E magari suoni. Ma rimanevo incerto sulle parole, sospettoso e cauto. Anche s’erano quelle che permettevano (pure a me dopotutto) di comunicare.
Il giovin scrittore, come si diceva, è un animale strano. E varie sono le sue specie. Poeta e contadino, dotto e ignorante. Capace d’illuminarsi, d’elevarsi oltre l’imprevedibile e al tempo stesso, di precipitare nei flutti melmosi e angusti della vergogna più intollerabile e cupa. Patetico ma coraggioso, gli va riconosciuto. Frustrato ma puro. Candido e ingenuo. Tragico e ridicolo, per usare un settenario e ossimoro un po’ abusato.
Se si prende troppo sul serio fa la figura del pirla, ma attenzione: se fa il contrario e si comporta da cinico disincantato, significa che – nove volte e mezzo su dieci – è già stato respinto da una ventina di case editrici e disintegrato da qualche commento a qualche suo scritto (al quale teneva come a suo figlio). Ma bisogna andare oltre all’apparenza. Essere puntigliosi, caparbi, tenaci, folli, maledetti e anche un po’ deficienti, che non guasta. Anche quando tuo padre ti guarda – e tu ti senti effettivamente deficiente – (lui che aveva scommesso su di te, pagandoti, ma siamo passati già in un altro secolo nel frattempo, l’università e il contorno) con quell’aria sconsolata e depressa e scuote la testa e pensa, povero me, che figlio incapace che mi tocca di avere… e tu che gli parli di un tal concorso nel quale ti sei piazzato bene e che non ti hanno pubblicato per un niente, e di quell’editor (bella signora, tra l’altro) che ha letto un tuo racconto e ti ha detto che hai buone potenzialità (accidenti!) e che potrebbe pubblicarti il libro (mentre tu sei già arrivato a scriverne altri tre o quattro), ma che in cambio dovresti sganciare una discreta sommetta.
E intanto sogni a occhi aperti (questo è grave) di diventare il caso letterario dell’anno, ma che dico, del decennio (ciò si verrebbe a scoprire dopo una decina d’anni d’accordo, ma intanto uno pone le basi), in Italia, ma anche in Europa (perché limitare la fantasia). Libro stampato distribuito ristampato e ridistribuito, così almeno per una ventina di volte, robe che la Tamaro al confronto è una nullità. E poi le interviste ai giornali, qualche copertina, l’ospitata – obbligatoria a sto punto – dal Costanzo (che in cuor nostro disprezziamo, ma visto che siamo entrati in un giro così grosso, non possiamo certo evitare), le cene formali, le serate letterarie in libreria, l’invito a discutere le tematiche del libro (che ha fatto costume e tendenza e unito i pareri di pubblico e di critica) in un paio d’università, belle donne che ti ronzano attorno come api golose e tu che dispensi consigli ed esortazioni su come e cosa si debba scrivere in questi nostri tempi dominati dalle televendite e dalle super vincite al lotto.
Il giovin scrittore, poco più che uno scherzo della natura. Poggiato su un filo, a volte teso, altre molle come uno spaghetto scotto, legge Proust e Bulgakov, cita Svevo e Madame Bovary. Si butta senza rete, acrobata sconsiderato, su ogni concorso letterario. E gli editori a pagamento, perché non provarci, sia mai che da cosa nasca cosa. Una luce malsana gli brilla attraverso gli occhi, si crede Ulisse (Omero o Joyce?) e afferma di aver parlato – proprio l’altro ieri! – con Kerouac e Arturo Bandini. Prima di dormire si legge una poesia di Neruda e, per non sbagliare, tiene la moleskine (rigorosamente a righe) sul comodino. Perché le idee sono come il lampo. Rapide e veloci arrivano e fulminee e repentine se ne vanno quando meno te l’aspetti.
La speranza d’essere notati, letti, scoperti. Quante volte non ci abbiamo costruito sopra castelli fantasiosi. Complimenti, gran bel pezzo. Un testo formidabile ragazzo, ma perché non mi fai leggere altro materiale? Potresti passare in casa editrice e lasciare i tuoi scritti.
I nostri figli, le nostre amate e odiate creature, la rappresentazione del nostro sudore. Famigerato fantomatico fantasmagorico, fantasticamente fatuo: il Manoscritto!
Romanzo potenziale, proiezione di oscene fantasie assolute e assurde, oggetto transazionale, terapia, fuga dalla realtà, espiazione e riscatto, sublimazione dell’io, sacrificio, redenzione, nemesi, condanna, purificazione dell’anima, mondo a parte, delitto e castigo, appunto.
Le regole sono sacre, ma spesso sottese stravolte scavalcate e sovvertite, dunque ecco il Prontuario Tascabile per l’Emergente Aspirante (concetti note parole da tenere bene a mente): come s’inizia come si conclude come si cattura il lettore, i topos, i luoghi comuni, gli archetipi e gli stereotipi, le intenzioni non dichiarate, quelle dichiarate, i sottintesi, il non detto, l’esplicito, l’allitterazione, il linguaggio alto, quello basso, l’incisività, la leggerezza, il pugno nello stomaco, il climax, l’anti-climax, l’idea giusta, la trovata fine a sé stessa, l’autocompiacimento, il distacco, la freddezza, la soglia d’attenzione, il flash back o analessi, il flash forward o prolessi, la paratassi, l’anacronia, le figure retoriche e quelle meno, il punto di vista interno mobile, la suspense, la falsa pista, la sorpresa, il flusso di coscienza, l’enfasi, l’enigma, il motto di spirito, l’happy end, la circonlocuzione, la trasgressione, l’eufemismo, la preterizione, la reticenza, la paronomasia, la metonimia, l’ipotiposi, l’anafora, il pleonasmo, l’anacoluto, la litote, il chiasmo, il narratore onnisciente m’è dolce naufragar in questo mare sempre caro mi fu vano e ignoto sempre ignoto e vano
È tempo di migrar, ma ricorda, laddove la scrittura termina, il sogno può continuare (Sigmund Freud o Marzullo?)
Bibliografia ragionata:
Il mestiere di scrivere (Carver, ancora lui)
Cerami Vincenzo (Consigli a un giovane scrittore, sullo scaffale della libreria fa sempre la sua bella figura)
L’autore in cerca di editore (giusto lì sta il punto)
L’editore in fuga dall’autore (di prossima pubblicazione, un editore se lo trova di sicuro)
si salvi chi può
amen, andate in pace
Posted by Giuseppe Braga at 07.11.07 16:50
Comments
Purtroppo mi riconosco in gran parte di ciò che hai citato: è come specchiarsi in uno stagno fetido, non so se ho reso l'idea!
Comunque ridersi addosso fa sempre bene, soprattutto all'autostima :-))
Posted by: matteo at 08.11.07 10:00
come non apprezzare questa scrittura? lieve e profonda.altro che Tondelli e Baricco.a me, che di romanzi italiani contemporanei ne leggo poco o niente, questo mi piace assai.che meravigliosa autoironia, che verità nuda e amara, ma tu alla fine hai vinto. auguri sinceri
Posted by: anna at 10.06.08 10:58