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30.11.07

Uomo

di Giuseppe Braga

Sono per terra e striscio
ma sono vivo
sono nudo e ho la polvere
nelle pieghe della bocca
ma sono vivo
non so parlare, non ho soldi
e non ho speranze
ma sono vivo
ho il futuro da decifrare,
un partita a scacchi col destino
ma sono vivo
ubriaco, birra e ouzo nelle vene
ma sono vivo
domani non mi aspetta
ma ci sarò anch’io.

milano, 1995

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29.11.07

Virginia on my mind

Rosa shocking

di Giuseppe Braga

A Virginia dona un sacco ma proprio davvero tanto molto incredibilmente parecchio il rosa. Difficile avere la controprova, pur va detto, perché, a parte pochissime cose (tra cui i famosi vestitini rossi sempre immacolati e lindi da chiazze di vomito e rigurgiti), tutto il resto che indossa è di colore rosa. E anch’io non sono esente da colpe, certo che no

Posted by Giuseppe Braga at 13:55 | Comments (0)

28.11.07

il ragno

di Giuseppe Braga

La luce batteva isterica frangendosi sullo stipite sverniciato. L’uomo aveva appena stabilito che era giunto il momento di prendere quella decisione tante volte rimandata. Si alzò dal letto e pose lo sguardo su sua moglie. Lei dormiva, soffiando sul cuscino tutta la sua innocenza. L’uomo aveva capelli bianchi e unghie sporche. Si sentiva esasperato e sconfitto. Una serie infinita di circostanze, una vita mancante. La donna mosse il collo e aprì impercettibilmente le palpebre. La luce invase la piccola stanza e investì entrambi senza riguardo. Seguì un colpo preciso e netto, selvaggio, crudo, troppe volte represso. Lei ora sembrava una statua esanime e sgradevole. Immobile come il materasso a molle sul quale era riversa. Un liquido denso e tragico stava scivolando sul pavimento. L’uomo restò in piedi, rigido, quasi svagato. Con un lembo del lenzuolo si pulì distratto le mani. Il suo sguardo era stato catturato da una ragnatela sopra la finestra. Tirò su col naso e deglutì. La stanza brillava del nitore del mattino. Lui prese a vagolare disordinato per la camera, incerto e rarefatto come un ragno. Quella stanza non gli era mai parsa tanto inadatta come in quel momento. Si sorrise addosso, metà luce e metà oscurità. In fondo, doveva ancora completare il lavoro. Alle sette in punto la sveglia iniziò a suonare. La salvezza era lontana.

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27.11.07

Poet'astri [7.]

di Giuseppe Braga

Al termine mi sentivo come stravolto, svuotato. Ero sfinito. Avevo vomitato dentro quella lettera tutto me stesso e avevo la sensazione che di più non sarei riuscito a fare in nessun’altra occasione. Mi ero scarnificato davanti a lei e avevo messo a nudo me stesso. O Amina tornava dopo aver letto questa lettera o non sarebbe mai più tornata. Mai più. Ne ero più che convinto. Con le vene tremanti rilessi ciò che avevo scritto. Dopo averne riletto il contenuto mi sentii ardere nel petto. Ero ancora più certo del fatto che Amina sarebbe tornata da me. Non ci sarebbero state altre possibilità.

Il giorno seguente mi diressi a imbucare la missiva. Ero a conoscenza del fatto che le poste non erano particolarmente efficienti, ma ciononostante pensavo che per recapitare una lettera dall’altra parte della città ci sarebbero voluti solo uno o due giorni. Avrei così aspettato pazientemente gli eventi, dopotutto cos’erano ventiquattro o quarantott’ore di fronte all’eternità dell’amore? Forte di questa bell’intuizione, stavo rientrando a casa quando mi incontrai accidentalmente con un’amica di Amina. “Guarda un po' i casi della vita”, pensai. Ci fermammo un istante a parlare di noi, poi la conversazione si spostò su Amina. Lei non sapeva della nostra crisi e io rimasi piuttosto sul vago, ma nel salutarmi mi disse:
“Beh, allora quando la sentirai salutamela tanto, eh? Quella birichina è partita senza nemmeno salutarmi... a proposito, tu sai quando tornerà in Italia?”
Vidi aprirsi di fronte a me delle voragini, vi caddero dentro automobili e passanti, pali della luce e tram, poi iniziarono a sgretolarsi i palazzi, gli alberi s’incendiarono e il cielo si rabbuiò come durante un’eclissi… fu un disastro di dimensioni planetarie. Urla e grida disperate riecheggiavano nella mia testa.
“E’ partitaaa... è partitaaa... è partitaaa senzaaa salutarmiii!!! Tornerààà in Italiaaa??? Italiaaa??? E’ PARTITAAA!!! E’ PARTITAAA???”
Fu uno shock tremendo, Amina era partita senza dirmi nulla. Presi per un braccio l’amica e la percossi energicamente, lei si spaventò e sbiancò di colpo, ma io ero fuori di me e non mi feci impietosire dai suoi lamenti.
“Sentimi un po' carina. Dimmelo tu dove è andata piuttosto!”
La povera sventurata non capiva cosa le stesse accadendo, era rimasta spiazzata dalla mia aggressione. Infine disse, balbettando e tremando di paura:
“Mmmh... ma io... io pensa... io pensavo che tu... che tu lo sapessi. A... Amina è... è... è andata in Francia... dai suoi cugini... è... è... e partiva stamattina alle sette...”
Era partita, era salita sulle scalette di un treno di merda e se ne era andata. Mollai la deficiente e corsi a casa, telefonai in stazione sperando con tutte le mie forze in uno sciopero a sorpresa o a un crollo improvviso o a un black-out inspiegabile. Tutto inutile, quel giorno i treni funzionavano a meraviglia. Maledissi le ferrovie e spaccai una sedia contro il muro. Quanto tempo avrei passato senza lei? La terra si era fermata, aveva iniziato a girare nella direzione opposta e io volevo scendere, ma non potevo. Caddi in uno stato di catatonia devastante. Ero straziato, ma cercai di tirare avanti in qualche maniera. Provai a scoprire in quale parte della Francia si trovassero questi suoi parenti. Cugini di cui Amina mi aveva accennato brevemente una volta, ma ero privo di forze e scarico come una pila da buttare. Feci un timido tentativo telefonando ai suoi genitori, i quali mi sbatterono il telefono in faccia. Lasciai perdere. Provai a chiamare Cristina, la sua più cara amica. Sapevo che tra loro c’era un rapporto molto stretto (anche con me la conoscenza era ben avviata) e speravo mi indicasse in quale località si trovava. Effettivamente ne era informata, ma naturalmente non me lo disse e anzi mi consigliò da buona amica (ma amica di chi?) di dimenticarla in fretta.
Iniziava a far caldo, le ragazze avevano tirato fuori dai loro armadi gonne leggere e svolazzanti e non indossavano più calze e collant. Le loro gambe riempivano le strade e le vie della città, ma io avevo occhi solo per lei. E ora i miei occhi non vedevano nulla. Stava finendo giugno, la temperatura s’era alzata di parecchi gradi e io passavo le notti senza dormire. La mia testa era affollata di pensieri, troppo sudati e maleodoranti. Fu allora che mi rivolsi a zia Amanda. Una mattina le telefonai per chiederle se potevamo incontrarci. Memore dell’ultima mia visita in casa sua, le domandai quando fosse disponibile a vedermi (visto il gran via vai che c’era in quell’appartamento, mi sembrava doveroso). A fronte del mio quesito, mi disse che ci saremmo potuti incontrare quel giorno stesso, ma solo verso le otto di sera. Le chiesi come mai m’invitava in un orario così insolito (ero sempre passato da lei nei pomeriggi e a proposito delle sere mi diceva sempre: “Caro il mio Marco le mie seratine sono sacre!”) e lei mi rispose che prima proprio non poteva, poiché doveva passare l’intero pomeriggio a sistemarsi i capelli. Il motivo di tale gran lavoro sulla chioma era semplice, alle nove in punto sarebbe arrivato Artemide (ancora con ‘sti nomi strani) per portarla a cena fuori e io me ne sarei dovuto andare di gran carriera (lo immaginavo). Mi dovevo quindi sbrigare e raccontarle tutto in meno di un’ora. In realtà ci avrei impiegato molto di meno, poiché la questione era, ahimè, piuttosto semplice. Ci demmo appuntamento quindi per la sera. Arrivai che mancavano dieci minuti alle otto, ma zia Amanda mi fece salire solo all’ora prestabilita. Su queste cose era molto precisa e non c’era nulla da fare. Mentre aspettavo davanti al portone, decisi di non chiederle nulla a proposito del suo nuovo amante. Con quel nome mi sembrava del tutto superfluo e inoltre ripensandoci, il tempo che mi aveva concesso non era poi molto. M’accolse calorosamente come suo solito, in testa aveva degli strani bigodini a forma di bussolotti e si scusò così:
“Caro il mio Marcolino scusami tanto per i capelli, ma ho iniziato tardi il trattamento. Sai, è venuto a trovarmi senza preavviso il Paride... ti ho mai parlato di Paride? Ma su, forza entra!”
Per zia Amanda sarebbe stato necessario avere non una, ma una decina di agendine telefoniche! Mi baciò e abbracciò con la sua straripante energia e io cercai di contraccambiare, ma fui molto trattenuto. Mi prese a braccetto e mi accompagnò verso il soggiorno, mentre un profumo acre e dolciastro invadeva le mie narici.
“Ti piace? E’ il mio nuovo balsamo. E’ a base di cipollotti bianchi, marmellata di fichi d’india e sciroppo d’acero, ma non ne sono del tutto soddisfatta. Per ora è solo un esperimento!”
Feci finta di non aver sentito e mi accomodai sul divano. Dopo avermi portato una birra, mi si sedette di fianco e mi fissò silenziosa, poi sussurrò paciosa:
“Marcolino ti vedo turbato. Piccolino mio, vuoi dirmi che c’è? Oggi sei davvero strano e poi anche la voce al telefono non mi convinceva, eh? C’è di mezzo qualche donna, vero? Che ti succede piccolo tesoro? Me lo vuoi dire? Ah, voi uomini... che non ti venga in mente di fare come il Girolamo, eh? Quello sciagurato ha cercato di buttarsi sotto a un tram solo perché non lo voglio più vedere... ah, gli uomini! A proposito ti ho mai parlato di Girolamo?”
Non riuscivo a spiccicare una parola, le mie labbra sembravano come incollate e della lingua ormai, avevo perso le tracce. Con le dita stavo tormentando senza successo l’etichetta della Moretti al doppio malto, ero rigido e freddo come una statua di ghiaccio e mi sembrava d’aver avuto un’idea stupida. Parlare di Amina alla zia, che non l’aveva mai vista tra l’altro e che forse non era minimamente predisposta ad ascoltare le mie tormentate confessioni, mi pareva una pessima trovata. Lei, la zia, che era abituata invece a raccontarmi dei tanti amanti avuti (e da avere). Istintivamente feci per andarmene, ma zia Amanda mi trattenne. Mi fece posare la birra, allungò un braccio verso di me, cinse dolcemente il mio collo e mi trasse a sé.
“Piccolo mio vieni qua”, mi bisbigliò. Io mi lasciai guidare teneramente dalla sua morbida mano e un secondo dopo ero sprofondato con la testa nel suo maestoso seno. Era soffice e profumava di latte alle mandorle. Il ghiaccio si stava rompendo. Mi sentivo stralunato, come stordito. Fu una sensazione piacevolissima, però, iniziavo a intendere perché avesse tanti amanti appresso. Sentivo il battito regolare del suo cuore e il calore del suo corpo mi scioglieva lentamente il sangue nelle vene. Mi feci cullare in quella posizione per qualche minuto. Nel mentre zia Amanda, mi toccava i capelli e mi sfiorava il viso. Le sue carezze erano lievi e le sue mani scivolavano sulle guance e sugli zigomi, sul mento e sulla fronte, finendo per indugiare sulle labbra.
“Non m’ero mai accorta che avessi una così bella bocca...”, e nel dirlo, con i polpastrelli delle dita, ne stava seguendo l’incarnato, cercando d’insinuarsi dolcemente tra le mie labbra. Non le opposi la minima resistenza, mi appariva tutto così irreale e così incredibilmente privo di spigoli che non potei far altro che schiudere la bocca e accogliere il suo grasso pollice tra le labbra. Mi stavo lasciando trasportare docilmente nel suo mondo molle e ovattato ed era tutt’altro che spiacevole. Ero come caduto in trance, affogato in un mare di miele gelatinoso e dolcissimo, dal quale non potevo staccarmi e del quale non potevo farne a meno. Mi strusciavo il volto tra i suoi due enormi seni e il naso andava a picchiettare come un pendolo sui capezzoli turgidi e duri come spilloni. Poco più giù del naso, la mia lingua aveva ingaggiato un piccolo duello con il suo pollice. Il suo indice, vedendolo in difficoltà, era corso subito in suo aiuto. Sentivo l’altra mano di zia Amanda frugarmi sotto la maglietta e sfregarsi contro la mia schiena sudaticcia. D’un tratto, come se niente fosse, era scesa sul fondoschiena e si era infilata in un sol colpo sotto i pantaloni, tastandomi il sedere con mestiere. Ero disorientato, ma al tempo stesso attratto prepotentemente da questa sessantenne con una straordinaria e inarrestabile carica sessuale! Assolutamente fuori dal comune. Quanto charme possedeva la zia Amanda! I suoi morbidi cuscini sferici, non altro che seta color carne, mi avevano ipnotizzato ed estasiato a tal punto che non riuscii a tenere a freno le mani. Iniziai a palpeggiarli, tastarli, strizzarli e blandirli, mi sentivo felice come un bambino che finalmente ritrova il suo gioco preferito che credeva d’aver perso. Zia Amanda mi staccò la faccia dai suoi seni e se la avvicinò alla sua. Ora eravamo a stretto contatto e ci dividevano pochi centimetri soltanto. Io tenevo entrambi gli occhi serrati, mi sembrava di sognare e percepivo il suo respiro pesante sul mio viso. Le due bocche si stavano sfiorando. Improvvisamente fu come se mi si fosse attaccata una ventosa alle labbra. La zia Amanda era in possesso di una tecnica molto particolare nel baciare, effettuava una sorta di risucchio totale e sembrava volesse assorbire l’altra bocca nella sua. Era una specie di aspirapolvere che funzionava senza bisogno di elettricità, la sua libidine bastava e avanzava. Soccombevo. La mia bocca stava per essere scarnificata e svuotata da quel pirana che zia Amanda si trovava al posto della lingua. Andammo avanti così per un po', con la sua linguona che mulinava all’interno del mio palato. Poi successero due episodi in rapida successione che mutarono (fortunatamente?) il corso degli eventi. Il primo avvenne quando la terribile zietta fece cadere (involontariamente?) la sua mano sulla mia coscia. Da lì, con naturalezza consumata, la spostò leggermente posandola sul mio attrezzo, che se ne stava tranquillo (o almeno cercava di esserlo) accucciato tra le gambe. Il suddetto attrezzo, sentendosi chiamato in causa e già surriscaldatosi a dovere, si irrigidì nel breve spazio di un secondo e qualche decimo. Ed eccolo, dritto e teso come un fuso sbatteva disperato sulla patta dei calzoni. La zia intuì che il tubo di carne che aveva per le mani voleva uscire allo scoperto e lo accontentò immediatamente. Mi sbottonò i pantaloni e me lo estrasse con feroce impazienza. Cominciò a menarlo quasi con cattiveria, mi faceva piuttosto male. Me lo stringeva con un tale vigore che non resistetti a lungo. Cercai d’allontanarle le mani dal prezioso affare. Non ci riuscii minimamente, sembravano incollate col mastice. Mio malgrado me lo sentivo sempre più duro e pulsante. Piacere e sofferenza si accavallavano creandomi una sensazione a dir poco contrastante. Il dolore però era troppo e se fosse andata avanti a stringerlo in quel modo, me lo avrebbe staccato ancora prima che fossi venuto... ed era questione di attimi, sia per l’una che per l’altra cosa. Cercai di scongiurarle entrambe. Con un’azione di forza tentai di allontanarmi dalla sua bocca per implorarle di fermarsi in tempo. Anche questo tentativo naufragò. Era impossibile staccarsi da quella ventosa bagnata e golosa. Poi avvenne il secondo evento. Aprii gli occhi e intravidi un volto familiare. Sbattei le ciglia, li riaprii di scatto e mi sembrò di vedere proprio lei, ma sì era lei, ma no... no... non era possibile.
“Non può essere vero!”
Usai le braccia come leve, mi appoggiai con le mani allo sterno della zia e riuscii a liberare la mia bocca. Avevo infisso le mie pupille nelle sue, ma non ci credevo. Cos’era accaduto? Ma no... no... puttana miseria, nooo!!! Ma che cazzo, quella donna che mi fissava con i suoi grandi occhioni blu non era la zia... e se non era la zia Amanda... Ah, ah, non era la zia? E se non era la zia, e non era la zia, allora chi diavolo era? Ma no... ma no... ma sì, ma sì... ma era... era... oh cazzo…
“MA TU SEI AMINA... AMINAAA!!!”
Cominciai a urlare come un invasato morso da una tarantola. Gridavo il nome di Amina a squarciagola e più lo gridavo, più mettevo a fuoco ciò che vedevo. Ad Amina erano venute delle rughe sulla fronte ed erano profonde come tagli di coltello. Il mento le cascava flaccido sul collo e attorno agli occhi aveva solchi decennali e le sopracciglia erano un filo di matita nera sbiadito e i capelli erano rosso fuoco con degli strani bigodini a forma di bussolotto infilzati nella testa. Ma un momento, Amina non aveva i capelli rossi. I suoi capelli erano sempre stati castano chiari e non le avevo mai visto in testa dei bigodini così a punta. Sull’onda di questa rivelazione mi sentii attorcigliare le budella, contrassi automaticamente i muscoli del sedere e me ne venni, sbrodolando copiosamente sulle mani felici di zia Amanda. Avevo gli occhi sborrati... nooo, ma cosa dico, volevo dire sbarrati!!!
“Ma... ZIA AMANDAAA?!?”
“Oh caro Marco.”
“Ma porc... zia?!?”
“Eh sì, Marcolino mio. Sono tua zia, chi credevi che fossi? Piuttosto, ti senti bene tesoro? Prima stavi farneticando a riguardo di una certa tua Anima... sai, non ti facevo così mistico. In fondo si è trattato solo di una cosina così... a proposito ti devo fare i miei complimenti. Lo sai che là sotto invece, hai un bel cosone? Sì, sì, sei ben fornito caro mio. Beate le ragazzine!”
Così dicendo ne approfittò per strizzarmi le mie povere e martoriate palle, ora avvizzite come due acini d’uva passa.
Non ricordo esattamente come mi congedai dalla zia. Quello che rammento con certezza fu il fatto che mi alzai, mi risistemai più in fretta che potevo e feci dei grandi passi verso il corridoio d’ingresso, che in quel momento consideravo la mia unica via di salvezza. Senza voltarmi verso zia Amanda, le dissi, con un tono troppo impersonale per risultare convincente.
“Beh, sai... s’è fatto molto tardi e io mi sono ricordato che ho lasciato il frigo acceso, nooo... volevo dire il forno, sì ho dimenticato il forno acceso e adesso devo correre a casa a controllare. Non vorrei che mi si fosse bruciata la crostata, sai che ci tengo molto ai dolci...”
“Ma tesorino mio, non eri venuto per dirmi qualcosa?”
Niente. Inutile. Quando zia Amanda stava pronunciando quelle parole io ero già in strada. Correvo con la cerniera dei calzoni abbassata e con la lingua che mi si era ridotta di un paio di centimetri. Giunsi a casa senza fiato, dopo aver attraversato la città di corsa.


[7.segue]

Posted by Giuseppe Braga at 18:18 | Comments (0)

25.11.07

Virginia on my mind

Profondo rosso

di Giuseppe Braga

A Virginia piace il rosso. Cioè, intendiamoci, nel senso, voglio dire, lei mica riesce ancora a dirti quali colori preferisce, intendiamoci, c’ha solo sei mesi, però, ecco, intendiamoci, ho notato questa cosa qui, intendo dire, l’ho notata, ecco. Che lei quando c’ha una roba rossa addosso non ci vomita mai sopra sul rosso. Sarà un caso, ma

Posted by Giuseppe Braga at 09:21 | Comments (0)

22.11.07

cose che capitano [1.]

Succede che mi sveglio tutto sudato. L’ho sognata. Un incubo assurdo e pazzesco. L’ho sognata, porca di quella puttana. Era lei, proprio lei, dubbi non possono essercene, era la bambina già vecchia. Mi guardava sdegnata, mi additava furiosa, scherzandomi, si prendeva gioco di me.
“Sei una nullità senza talento! Lascia perdere, datti all’ippica ch’è meglio!”
Io ero seminudo, legato a un palo, come il santo infilzato, mentre lei, impegnatissima, mi lanciava spruzzi d’inchiostro neri, precise parabole, da una stilografica di marca.

Talvolta, distraendosi da quello che sembrava essere il suo principale compito (inchiostrarmi), come in preda a fulminanti e irrefrenabili estasi, declamava ispiratissimi versi rimati (che purtroppo non ricordo) e li trascriveva immediatamente su una Moleskine formato gigante. Poi riprendeva a inchiostrarmi e a insultarmi.
Svegliatomi sudato e sconvolto, maledico il fatto di non avere avuto sotto mano il mio taccuino. Dico, dico, ma poi sono sempre molto disorganizzato, io. L’avessi avuto, avrei potuto annotare per filo e per segno i versi della bambina, invece.
Il motivo per cui l’ho sognata, credo di conoscerlo. È da un paio di mesi che non si fa più vedere alla scuola di scrittura. Dopo il battibecco avuto con la simpatica ragazza che legge sempre lei, misteriosamente, è scomparsa senza lasciare tracce. Forse la simpatica ragazza le ha mandato a casa dei sicari e l’ha fatta fuori, due prime donne in uno spazio così ristretto erano troppe. Logico allora che mi venga da sognarla. Una come lei mica è semplice da sostituire. L’inconscio zitto, zitto, lavora sotto traccia e alla fine ha sempre il sopravvento.
Oh, bambina già vecchia, ma dove sei? Stai forse scrivendo il capolavoro della tua esistenza? L’opera mirabolante che i certificatori del tuo smisurato talento t’hanno vaticinato, anni orsono? Chissà, un giorno forse sapremo, chi può dirlo.
Altrimenti, se sarà il destino a volere ciò, ti dico addio, addio mia dolce bambina…

Mi alzo leggermente stordito con le mandibole gonfie, preparo la colazione e col pensiero latente della bambina dalle membra raggrinzite che mi percuote e strattona lo spirito, provo a dare un senso alla giornata che ho davanti. Mi sento strano, oggi. Un senso di dejavù mi permea l’anima e mi costringe a tornare indietro. Oggi è una di quelle giornate, è uno di quei giorni, come cantava la Vanoni, è uno di quei giorni in cui senti la necessità di mettere puntini e virgolette, riordinare, aprire e chiudere parentesi, circoscrivere, sottolineare vecchie cose, cose apparentemente insignificanti, ma che per te hanno un preciso valore, cose che hanno voluto dirti altre cose, cose che ti sono servite, cose che non sei riuscito a buttare via, cose che ti sono restate appiccicate, cose molto cose intimamente solo tue cose. Piccole svolte, avanzamenti e arretramenti (di cui avresti fatto anche a meno), azioni e movimenti che t’hanno segnato (spesso inconsapevolmente) e indirizzato – piccole stelle trancianti – la strada successiva da percorrere.

Allora comincio. Cerco nel gran casino del mio tavolo da disegno, che sono circa dieci anni che non lo è più, intendo, non è più né un tavolo, tanto meno da disegno, e ormai è un semplice appoggio per fogli, cartacce, ritagli di giornale, quaderni, libri, scatole, appunti sparsi. Una sconnessa e sbilenca catena alpina di cellulosa. Trovo vecchi ritagli, quaderni e foto sommersi da anni e la nostalgia mi colpisce tremenda e feroce come solo la nostalgia può esserlo. Nostalgia, nostalgia canaglia, avrebbero detto Al Bano e Romina Power. Tremendamente feroce e impietosa, si fa largo fino a trovare la strada. È il momento di guardare indietro. Allora sia, son qui apposta. Mi ci butto a pesce.

Posted by Giuseppe Braga at 16:25 | Comments (0)

ma che, dico a te, ce l'hai con me?

Me l’ero trovato di fronte così, all’improvviso. Una tale faccia da schiaffi che gliene avrei ammollato uno seduta stante, senza nemmeno aspettare che si presentasse. Mi stava sul culo, tutto qui. Appena visto, l’ho fissato dritto negli occhi e ho capito, ne avevo intuito la tipologia umana. Una delle peggiori. Un vigliacco cacasotto. Un piglia in culo che gira intorno alle cose fino a sfinirti. Uno di quelli che ti dice, ehi, no, aspetta un momento, ho delle cose importanti da dirti. Fondamentali. Devi ascoltarmi! Tu ti fermi e lo ascolti. E bastano due frasi. Ti accorgi che le sue, quando va bene, sono solo gran cazzate. Gente così bisognerebbe internarla e buttare via la chiave, ecco cosa.

ce l'hai con me.jpg

Posted by Giuseppe Braga at 15:05 | Comments (0)

20.11.07

il fascino maledetto dello scrittore (part XLIII)

chi va e chi viene

di Giuseppe Braga

qui è andato via il sole ma in compenso è tornato il mio capo, diciamo, puntualizzando, che mi sto riferendo al mio vecchio, di capo, e che comunque, pur essendo vecchio e superato dal nuovo, continua a essere il mio capo. Forse per nostalgia. Chi lo sa. Oggi vuole che faccia l'ennesima correzione a una tavola che ho già rifatto e modificato una decina di volte e che ormai mi sta uscendo dagli occhi. Non ne posso più. Ma siccome lui resta, pur nostalgicamente, il mio capo, mi metto diligentemente al lavoro. Lui se ne rallegra, esce e si raccomanda. Come se ce ne fosse bisogno.
Guarda che è una Variante che deve andar via il prima possibile.

Mezz’ora appena ed ecco che entrano in ufficio l’architetto F. e il suo collaboratore B.

A che punto sei con le piste ciclabili?
Lo sai che abbiamo l’urgenza.
Direttamente dall’alto.
Le piste ciclabili sono una priorità dell’amministrazione.

In qualche maniera, dopo qualche sudore freddo e tentennamento, prendo tempo, io sono un mago nel prender tempo. Ma di tempo non è che sia riuscito a prenderne molto. Domani ritornano. E io le piste ciclabili non le ho proprio toccate. Loro, sia come sia, sono talmente prioritari che, dopo avermi ridcordato la priorità, se ne vanno di corsa (a piedi) anche loro.

Nemmeno lo spazio di tirare il fiato e arriva lui. L’altro mio capo, quello vero, quello attuale, il mio capo propositivo e ottimistico.

Scusa la domanda, mi fa.
Prego, gli faccio io.
Ma tu adesso cosa stai facendo?
In che senso, scusa.
Voglio dire, per chi stai lavorando?

Non mi lascia il tempo di rispondergli e mi chiede se ho voglia di andare a lavorare nel suo ufficio, che ci sarebbe bisogno. Io lo guardo e glielo dico. Non posso non dirglielo.

C’avrei le piste ciclabili, prioritarie per l’amministrazione e la Variante urgente, prioritaria per Z. Mi spiace, ma non mi posso proprio muovere da qui.
Ma come, ma cosa c’entra Z., ma come, ma cosa c’entrano le piste ciclabili, adesso!

Si blocca. Monta un’espressione quasi offesa. C’è rimasto male. Si vede. A me un po' spiace, ma non ci posso far niente. Io sono un modesto esecutore. Un semplice disegnatore. Uno che prende ordini. Lui ringhia e sbuffa. Ora mi sembra meno ottimistico di prima.

Così non va bene, dice. Così non va bene, non va bene, no che non va bene così. Ripete tra sé, e intanto se ne va.

Che cavolo, è lui il mio capo. C’ha ragione. Come si permettono. Quasi quasi oggi, per solidarietà, nel dubbio, non faccio nulla.

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19.11.07

Virginia on my mind

Viaggio al termine della notte [2.]

di Giuseppe Braga

Insomma poi alla fine non è servito che io gridassi alzassi la voce urlassi come un indemoniato che sia come sia al cospetto di fronte davanti a una neonata specificamente tua figlia non sarebbe una gran cosa il massimo no che non lo sarebbe ma sia come sia non ho alzato la voce e le ho letto anzi quasi sussurrato qualche pagina dell’incredibile romanzo meraviglioso che ti toglie il fiato quando lo leggi Viaggio al termine della notte. Lei mi guardava stranita sorpresa forse quasi spaventata ogni tanto sorrideva ma poi non so come ma che forse i neonati hanno le antenne speciali invisibili che recepiscono ogni cosa, quando ho cominciato a leggere quel pezzo in cui lui descrive le febbri gialle e le tubercolosi e i morti accatastati per le strade, ecco, in quel momento lì è scoppiata a piangere disperata e io non c’ho più avuto il coraggio di proseguire e ho terminato lì che poi eravamo ancora nel primo pomeriggio, ecco

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Poet'astri [6.]

Capitolo Tre

di Giuseppe Braga

[qui le prime cinque parti]

Trascorsero i giorni e si creò una piccola leggenda attorno a quella serata. Naturalmente l’interesse generale era rivolto verso la rissa. Nessuno più ricordava il motivo per il quale ero stato invitato alla trasmissione. Da possibile protagonista ero passato senza accorgermi a semplice spettatore. Il diretto testimone di un evento (?!) televisivo svoltosi in una tv privata del cazzo. Amina fu una delle poche persone che mi capirono e che mi stettero vicine. Era la fine d’aprile e io mi sentivo di nuovo a terra.

Sembrava che i problemi anziché diminuire aumentassero. Per cominciare avevo l’auto ancora dal meccanico (stavolta me l’ero fatto consigliare da Bruno). Bell’affare, comunque. Lo stronzo m’aveva preventivato un lavoro di quasi mezzo milione. Roba da non credere, una batteria scarica e una marmitta da riattaccare. Mezzo milione! Avevo ceduto. Sapevo che l’inflazione, nonostante le belle parole dei nostri politicanti, galoppava e quindi mi ero limitato a sperare che il carrozziere sapesse il fatto suo. Bruno del resto me l’aveva garantito: “Guarda Marco, lo so che è caro, ma ti dico che è bravo. Il Braghi è uno bravo. Te lo assicuro io”.
Me lo disse sempre con quel suo cazzo di ghigno trasversale prestampato. Il Braghi in effetti era uno bravo, ma era anche uno lento (oltre che caro) se vogliamo dirla tutta. Infatti mi tenne l’auto per tre settimane. Che sconforto. Che pena. Gli amici era come non ci fossero. Con Mimmo e Cisco avevo rotto definitivamente. Del resto erano due tipi che non m’erano mai piaciuti fino in fondo. Si erano offesi a morte (che coraggio!) e non mi rivolgevano più la parola. Era accaduto una sera, davanti al pub di Bruno. Li avevo aspettati all’angolo e li avevo inseguiti con il tubo di scappamento in mano. Ero incazzato nero. Dovevate vedere come scappavano. Dopo un centinaio di metri ero anche riuscito a colpirli sulla testa, ma solo di striscio. Poi avevo lasciato perdere, ma loro se l’erano presa. Valli a capire. Fanculo loro e i loro meccanici. Per fortuna da Bruno continuavo ad andarci. A piedi, ma ci andavo. Lui si mostrava, alla sua maniera, attento ai miei piccoli dolori e io mi leccavo le ferite sullo sgabello, davanti al suo bancone. Fede invece, non perdeva occasione per invitarmi fuori a bere: aperitivi, post-aperitivi, pre-cena, dopo-cena, bevute di mezzanotte. Visto che l’anno era lungo, ma in definitiva non così lungo e visto che avevo contratto con lui un debito alcolico (quel suo motorino cazzone, almeno fosse servito), il mio caro (caro in tutti i sensi) amico voleva portarsi avanti. Così facendo era diventato una spugna. Non capivo perché, ma voleva bere tutte le sere. Io cercavo sempre scuse più o meno articolate (l’auto guasta era una di queste), ma lui niente, aveva una gran sete. Venne il giorno in cui gli dissi che il mio dottore, vedendo le mie analisi mi aveva proibito di bere per qualche mese. Gli dissi anche che sarebbe stato poco divertente per lui, bere senza un compagno di sbronze come il sottoscritto. Si arrese solo quando gli sbattei sotto il naso la ricetta medica di un cirrotico, che avevo falsificato con l’aiuto di Amina. A questo eravamo giunti. Io, che avrei dovuto librarmi in volo, lanciarmi nel cosmo dell’arte, vibrare nel cielo come un’aquila reale, cantare melodie divine come un usignolo dorato, declamare all’universo intero i miei soavi versi... mi ero ridotto a falsificare ricette mediche! Oh, povero me! Oh, me sventurato!
Avevo toccato il fondo, ma non ero a conoscenza del fatto che il peggio doveva ancora bussare alla mia porta. E così avvenne.
Quel giorno pioveva. Era il primo di giugno e scendeva una pioggerellina fine e fastidiosa, maggio se ne era andato senza lasciare tracce. Io attraversavo una fase introspettiva, uscivo raramente, perlopiù con Amina e con i suoi amici, per il resto del tempo me ne stavo in casa ascoltando la radio e cercando di leggere qualcosa di decente. Ricordo che in quelle settimane cercai di leggere un romanzo di Dostoevskij che, seppur breve (strano ma vero), interruppi a metà. Dopo essermi ripreso, mi buttai su un libro di Pennac che trovai molto più abbordabile, ma non finii nemmeno quello. Ero scostante, accidioso, svogliato, senza risorse. Al lavoro finirono per accorgersene. Non stavo mai in ufficio, vagolavo per i corridoi e spesso andavo a nascondermi in uno stanzino dell’ultimo piano. Stavo lì dentro per ore a guardare le montagne in lontananza. Quel palazzo sporco e decadente aveva un unico pregio, era alto venticinque piani e da là sopra, da quell’ultimo piano, nelle giornate particolarmente limpide si poteva godere di un panorama straordinario. Le alpi erano ancora innevate ed erano laggiù, proprio in fondo all’orizzonte ottico. Erano la corona immobile della città. Ne vedevo le cime e ne intravedevo i pendii, mi immaginavo i sentieri, i boschi, i prati, i ruscelli. Era tutto così lontano, ma nello stesso istante appariva talmente vicino da commuovermi. Tra me e loro solo un vetro, una lastra annerita dallo smog, che comunque non avrebbe mai potuto in alcun modo umiliarle o avvilirle. Capitò in uno di questi momenti. Sentii pronunciare dall’altoparlante il mio nome e una frase del tipo: “Il collaboratore tecnico Tosoni Marco è pregato di presentarsi presso l’ufficio del proprio Direttore di Settore, ripeto...”
Immaginai si trattasse di uno scherzo idiota di qualche collega buontempone. Rimasi in contemplazione delle alpi innevate ancora a lungo, credo per tutto il pomeriggio e infine tornai al mio piano per timbrare il cartellino e andarmene a casa. Scesi con l’ascensore, le porte s’aprirono al mio piano e vidi di fronte a me, schierati come un plotone d’esecuzione, il Direttore Lupini e i suoi funzionari leccapiedi. Quattro architetti ben pettinati, rampanti e con il dente avvelenato. Lupini, guardandomi fisso negli occhi, gelido come un ghiacciolo al tamarindo, disse: “Carissimo Tosoni, benarrivato. Stavamo aspettando proprio lei. Venga, venga pure.”
Così dicendo mi fece cenno di seguirlo nella sala riunioni. Ero circondato dal gruppo e sembravo un prigioniero tradotto in carcere. Ci sedemmo attorno al tavolo. Chiusero la porta dietro di me e mi sentii in trappola. Lupini attaccò.
“Ho ricevuto queste schede di valutazione sul suo operato e non sono per nulla soddisfatto, caro Tosoni. Allora, cosa ne dice... vogliamo vederle insieme?”
Era l’elenco dei lavori che mi erano stati affidati negli ultimi sei mesi, niente di particolare. L’unico particolare era che non ne avevo portato a termine nemmeno uno. E loro, loro, i funzionari Chiappese, Cugghioni, Santuzzi e Piscitelli, si erano infine stancati d’aspettare e avevano riferito ogni cosa al beneamato capo. Complimenti e grazie. Tanti saluti alla sua signora.
“Allora Tosoni, come può ben constatare ci sono degli arretrati da finire...”, avrebbe fatto meglio a dire ‘da iniziare’, comunque...
“Comunque, le voglio concedere ancora una chance e quindi... quindi si dia da fare immediatamente e porti a conclusione i lavori che le ho testé ricordato, d’accordo? Non vorrei essere costretto a dover prendere decisioni più drastiche. Non so se mi sono spiegato. Ha un mese di tempo per consegnare i lavori. Completati, naturalmente. Non ho null’altro da aggiungere. Arrivederci.”
I quattro scagnozzi riaprirono la porta con un sottile ghigno sadico e mi ringhiarono contro come pittbull incazzati. Uscii in silenzio e con una sensazione difficile da spiegare. In realtà non ero per nulla preoccupato del mio futuro lavorativo (quell’occupazione la detestavo) e anzi, quasi mi sentivo sollevato da un peso, ma allo stesso tempo avvertivo crescermi dentro una rabbia antica e inspiegabile. Una sorta di desiderio di vendetta verso chi, sentendosi al riparo da ogni possibile naufragio, stava infierendo su un povero marinaio alla deriva. Tornai a casa a piedi, avevo bisogno di riflettere e di sbollire la collera che avevo accumulato prima. Mi ero sentito umiliato e offeso e anche se avevo torto avevo deciso di fargliela pagare. Arrivai a casa dopo tre ore, con i piedi che mi dolevano per il lungo cammino. Mi lavai, mangiai un boccone (tonno in scatola, cracker e succo di pompelmo) e mi infilai a letto. Avevo assoluta necessità di dormire. Accesi lo stereo e m’addormentai ascoltando un nastro di Guccini. Forse feci degli incubi, ma la mattina seguente non li ricordai. Mi alzai piuttosto determinato, uscii e giunsi al lavoro in perfetto orario, non mi fermai nemmeno a far colazione al bar della metropolitana. Entrai nel mio ufficio, aprii la mia cassettiera ed estrassi uno a uno tutti i lavori che avevo in carico. Erano Varianti al Piano Regolatore della città, Piani di Recupero di quartieri semi periferici, Piani di Zona, urbanizzazioni varie e altre amenità. Quasi tutti quei lavori erano stati bloccati per anni in altri uffici (e non certo per colpa mia) e le responsabilità erano esclusivamente degli amministratori incapaci e arruffoni. Altre pratiche molto più urgenti e vitali per il destino dei cittadini giacevano senz’altro in cassetti chiusi all’interno di quel palazzo del malaffare. Ero imbestialito, non volevo avere più a che fare con nessuno di loro. I vari Chiappese e Piscitelli potevano andarsene allegramente a fare in culo. Presi fino all’ultimo foglio tutti i lavori dei professorini belli e mi diressi nel mio stanzino segreto del venticinquesimo piano. Mi chiusi dentro e accesi la radiolina portatile che stava sul tavolo. Mi sintonizzai su una stazione che trasmetteva solo musica classica, avevo bisogno di concentrazione. Strauss, Mozart, Chopin, Bach, Debussy, quello era un bel sentire. Ne feci una ventina circa, tra aeroplani e missili di varie forme e dimensioni, poi aprii la finestra e mi sporsi. La giornata era limpida e si vedevano chiare le montagne, l’aria della mattina era pungente e un leggero venticello soffiava verso nord. Perfetto. Io stavo lavorando instancabile da qualche ora. D’un tratto il segnale orario della radiolina indicò le dodici e mezza e subito dopo sentii partire le note del “Barbiere di Siviglia” di Rossini. Poteva andar bene. Era l’ora giusta: la pausa pranzo. Come formichine affamate tutti i dipendenti-impiegati-coglioni (beh, io non c’ero) si stavano dirigendo verso le mense per pranzare, mentre io, neanche fossi un dio degenerato senza appetito, stavo lanciando su di loro progetti e piani urbanistici sotto forma di aeroplani di carta. Fu un lancio indimenticabile. Porzioni di città si libravano nel cielo sopra la città stessa, quartieri e strade si ribellavano alle logiche/illogiche urbanistiche e planavano in mezzo agli incroci. Alcuni progetti, forse quelli che si erano stancati di restare per anni solo sulla carta, si vendicavano e cadevano in picchiata sulle teste degli stessi progettisti, tentando un improbabile parricidio. Al termine dei lanci mi sentii sollevato e in pace col mondo. Con l’ascensore scesi direttamente al piano terra e uscii dall’ingresso principale, confondendomi con gli altri impiegati. Mi allontanai con la ferma intenzione di non rimettere mai più piede in quel palazzo immorale e sconcio. Quella sera mi ubriacai ascoltando i Chemical Brothers e i Fat Boy Slim.
Amina non approvò. Non tanto che mi fossi ubriacato con quel sottofondo musicale techno (tanto più che della serata alcolica non le parlai), quanto che avessi combinato quel putiferio sul lavoro. Ne era stata data persino una notizia di sfuggita su Radio Popolare, il che non era roba da poco. Era stata una faccenda che non era passata inosservata, insomma. Alcuni ci avevano ricamato sopra, parlandone come di un gesto neo-dannunziano. A esser sinceri non sarei mai arrivato a pensare a tanto... sia quel che sia, Amina si era incazzata e quando lei si incazzava c’era di che preoccuparsi. Il giorno seguente ci saremmo visti a casa mia, voleva parlarmi di persona, mi disse al telefono. Quella mattina rimasi a letto fino a mezzogiorno e quando mi alzai, chiamai in ufficio dicendo che ero malato.
“Sto molto male, il dottore dice che ho bisogno di fare una serie di analisi... forse è contagioso... non so quando ritorno, cos... cosa? Ah... il capo mi vuole cacciare? Ah, ah, Cugghioni appena mi vede mi rompe il culo? Ha detto proprio gli rompo il culo? Ah sì? E poi chi altri?”
In sostanza erano tutti vagamente incazzati con me. Chi più chi meno, ma erano incazzati! Misi giù il telefono e mi mangiai un uovo sodo con la maionese. I cracker li avevo finiti la sera prima. Alle tre sarebbe arrivata Amina e così nel frattempo (avevo a disposizione circa due ore, una vita!) risistemai alla meglio l’appartamento. Sapevo di farle cosa gradita. Misi in bell’evidenza la sua foto e aspettai. Alle tre in punto arrivò. Stavo aprendole la porta preparandomi a una sua piazzata, ma invece di fronte a me vidi una ragazza distesa e rilassata, stranamente calma in viso e incredibilmente dolce. Si mostrò subito gentile e apprensiva, volle sapere come si erano svolti i fatti e l’esatta cronologia degli avvenimenti. Non mi interruppe mai e io le raccontai ogni dettaglio senza inventare nulla o quasi. Ero convinto che avrebbe capito il gesto e che avrebbe sostenuto anche la mia idea d’abbandonare il lavoro per dedicarmi a impieghi più consoni alla mia personalità d’artista (non sapevo ancora quali però). Quando terminai il resoconto invece, calò un silenzio pesante tra noi. Mi ero illuso d’aver aggirato l’ostacolo, invece mi sbagliavo di grosso. Vidi il volto di Amina trasfigurarsi e diventare prima rosso e di seguito violaceo. Intuii che non aveva approvato nulla di ciò che le avevo riferito. Restammo in silenzio per una decina di minuti in un’atmosfera surreale, a metà tra un film di Bergman e una sceneggiata napoletana. I vicini tenevano alta la televisione e dentro il silenzio nel quale eravamo sprofondati, si udiva distintamente la voce di Nino d’Angelo cantare Nu jeans e ‘na maglietta. Mi sentivo terribilmente a disagio, così provai a chiederle dimesso più che mai.
“Sei forse arrabbiata con me?”
Non sapevo che altro dirle, ero preoccupato e aspettavo una sua risposta seduto in punta sulla sedia. La risposta arrivò dopo qualche interminabile secondo e a dire il vero non fu esattamente una risposta, fu molto peggio.
“Marco, ho deciso di lasciarti. Non ce la faccio più a starti dietro. Io ho bisogno di un uomo con la testa sulle spalle e non di un ragazzino che si diverte a fare gli aeroplanini. Hai trent’anni, te lo ricordi qualche volta? Mi spiace. Io ti amo davvero tanto e questo lo sai, ma adesso non ce la faccio più! Addio Marco.”
Si alzò e sentii richiudersi la porta dietro di lei, ma non la vidi uscire. Perché in quel momento ero come anestetizzato. Vedevo doppio e lievemente sfuocato, il raggio visivo uguale a zero. Non volevo vedere più nulla, davanti a me era scesa una nebbia fitta che m’avvolgeva. M’imprigionava. Avevo anche perso la voce. A un tratto mi mancò l’equilibrio e caddi per terra. Rimasi steso sul pavimento per tutto il pomeriggio. Verso sera iniziarono a scendermi grosse lacrime calde sulle guance, ma anche loro si dispersero ben presto nella nebbia.

Passarono lunghe settimane tristi e vuote come fondi di bottiglia andati a male. Mi trascinavo per la casa senza avere le forze per combinare alcunché. Ero una stella diseredata dal firmamento. Dal medico c’ero andato veramente ed ero riuscito ad ottenere un mese di malattia. Almeno per un po' non avrei dovuto pensare a quegli stronzi di architetti, ma era ovvio che nella mia testa c’era spazio solo per Amina. La pensavo in ogni istante, durante il giorno e lungo le notti insonni, sempre. La sognavo in continuazione. Non ricordo con precisione quanti incubi feci sul suo conto, ma il peggiore fu senza dubbio quello in cui si sposava con Lupini e i due testimoni, che erano Cugghioni e Santuzzi vestiti da suore, cercavano di sodomizzarmi con una riga a T graduata in metallo. Come stavo male, come soffrivo... non riuscivo a farmene una ragione. Dovevo riaverla tra le mie braccia assolutamente. Costasse quel che costasse ormai avevo deciso, l’avrei riconquistata. Lei mi amava ancora, ne ero certo. Scelsi una strategia soft. Visto che non ci eravamo mai più sentiti né visti da quel pomeriggio tragico, iniziai a lasciarle in segreteria dei messaggi cercando di fingere che nulla fosse accaduto tra noi. Volevo normalizzare la situazione e riavvicinarmi per gradi. Le telefonate erano di questo tipo:
“Ciao sono io... volevo solo dirti che... ti amo, ciao.”
Oppure: “Ciao sono io... oggi mi sei mancata tanto. Ma lo sai che ti amo?”
E anche: “Ciao sono io... ti auguro di passare un buon fine settimana. Io lo trascorrerò a casa pensandoti sempre... ciao amore mio, ciao.”
I risultati non arrivarono subito, ma una mattina, dopo quasi due settimane di messaggi, trovai nella casella della posta una sua lettera. Avevo fatto bingo! Era tornata sui suoi passi. Amina era di nuovo mia. Aprii tremante la busta, m’aspettavo una lettera d’amore appassionata. La lettera d’una donna fermamente decisa a riabbracciare il proprio uomo. Invece vi trovai scritte solo due righe.

Marco, smettila perché stai diventando patetico e ricordati
che hai trent’anni, scrivitelo da qualche parte, così non lo scordi!

A modo suo sapeva essere anche molto ironica. Da quel giorno scollegò la segreteria telefonica e io dovetti necessariamente cambiare piano. Quella sua mossa, che avrei potuto anche prevedere, non mi scoraggiò minimamente. Decisi quindi di risponderle a mia volta con una lettera ardente, passionale, struggente e malinconica. Io lo percepivo, io lo sentivo che lei m’amava ancora! Lo aveva pur detto in quell’infausto pomeriggio, prima d’andarsene. Dovevo ripartire da lì. Avrei toccato le corde dei suoi sentimenti, dai sobborghi sarei sceso direttamente al centro del suo cuore. E sapevo come fare, dopotutto ero un poeta, no? Dovevo quindi approfittare dell’arma di cui disponevo. Mi stappai una birra e mi sedetti al tavolo, presi un foglio e una penna e iniziai a scrivere. Sullo stereo misi “Closing Time” di Tom Waits. Mi diede la carica giusta. Scrissi il testo di getto, sentendo che le parole mi stavano sgorgando come se fossero attratte verso il foglio da una forza misteriosa e inarrestabile.

Milano, 20 giugno ****

Forse Amina non lo sapeva e forse lo ignorava come si potrebbe ignorare il tempo che ci sarà tra una settimana o tra un mese... in quella situazione l’unica possibilità che ci resta è l’immaginazione e così, chiudendo gli occhi e posandoli su noi stessi potremmo vedere il sole e la pioggia, sentire il suono del vento e osservare le nuvole correre veloci sopra le nostre teste. Il cielo a quel punto, sarebbe come lo vogliamo noi: terso e limpido, puro come un miracolo. Ma a lei interessava la vita e non la fantasia, perché lei stessa era la vita. Imprescindibile da essa. Vivida eroina che attraversava i palcoscenici delle periferie del mondo. Era proprio questo che non sapeva e che forse non voleva sapere. Il suo legame con la terra e la sua continua ricerca della verità, s’erano saldate con la sua aurea purificata. La sua irregolare bellezza e quel suo muoversi perverso e sfuggente, corrispondevano alla perfezione al suo innaturale potere di concederti o di strapparti la vita: creatrice e distruttrice al tempo stesso. Un proiettile avrebbe colpito al cuore un uomo e l’avrebbe ucciso. Un solo colpo, ma mortale. La sua capacità di trasmettere energia e passioni era unica e ti consentiva di aleggiare distaccato sopra le pene del mondo. Quando lei era lì, tutto diventava possibile e reale. Ogni sfida, anche la più assurda sarebbe stata vinta. Bastava poco. Era sufficiente guardare dentro ai suoi occhi, dentro quelle piccole sfere profonde che nascondevano due, tre, infiniti mondi. Due gocce pennellate da un’entità sacra e pazzesca, da un dio ubriaco e sadico. Nessun pittore mai avrebbe potuto ritrarli, nessun fotografo mai sarebbe riuscito a rendere con efficacia, non dico realistica, ma almeno verosimile il loro colore. Nessun poeta mai... una tavolozza di azzurri e di verdi, di blu e di grigi, un insieme magico e isterico, inquietante e travolgente. Chi provava a stare con lei e la sfidava con gli sguardi, nei consueti giochi della seduzione, ne rimaneva disorientato e ferito, ma ancora in tempo per trarsi in salvo. Coloro che invece avevano insistito e avevano osato andare oltre, si erano bruciati e come Icaro avevano visto dissolversi le loro ali. Ne erano usciti come pazzi in preda a un delirio definitivo, lo stesso che può prendere ognuno di noi quando ci accorgiamo che non potremmo mai raggiungere ciò che abbiamo desiderato da sempre. Fuori dalla storia, vecchie barche abbandonate alla deriva. Carcerati che non rivedranno mai più le stelle.

Ma Amina da quel giorno mi aveva nascosto il cuore e io, come un angelo folle e intemerato, avevo deciso di sfidare dio e i suoi demoni pur di riaverlo. Volevo custodirle i segreti e le paure, i desideri e le ansie, gli slanci e gli arretramenti. E mi volevo lasciar guidare dai suoi occhi, farmi accompagnare attraverso le strade polverose della vita, come un povero cieco alla ricerca della luce eterna. Perché io ero il suo vampiro, ero la sua vittima e il suo assassino.

con amore, il tuo marco


[6.segue]

Posted by Giuseppe Braga at 08:20 | Comments (0)

16.11.07

i miei lettori mi scrivono / 14. lo conosco Joyce?

di Lorenzo Mercatanti

carissimo Giuseppe,
ti scrivo per dirti che ho letto il tuo libro e spero ne scriverai e, soprattutto, ne pubblicherai ancora altrettanto interessanti e divertenti, nel frattempo alle librerie pratesi che conosco ho detto di tenere il tuo libro in evidenza, e quando vedo che mi hanno dato retta provvedo a dargli una spintarella io, del tipo spostarlo subito accanto all'ultimo romanzo di Veronesi che qui, puoi immaginare, vende molto bene e alla gente gli cascano sopra gl'occhi e io mi auguro che, accanto il tuo libro, funzioni quella faccenda del significante e significato.
ancora complimenti e buon lavoro alto e basso,
lorenzo mercatanti

Posted by Giuseppe Braga at 09:12 | Comments (0)

love is blindness

Notturno_blog.jpg

Posted by Giuseppe Braga at 09:10 | Comments (0)

15.11.07

analogie inquietanti ma inevitabili

[girovagando qua e là per la rete]

Ho dovuto sostituire un metro di colonna di scarico e la braga,
l'amministratore dice che la braga non è condominiale, mentre
l'draulico afferma l'esatto contrario.
l'articolo citato in oggetto, non è molto chiaro, in quanto dice che la colonna discarico è condominiale fino al punto di diramazione, il danno in questione è prorio nel punto di diramazione.

Aiuto! qualcuno mi dica dove sta la verità.

Giuseppe da Livorno

[tratto dal forum di www.condominioweb.com]

Posted by Giuseppe Braga at 17:32 | Comments (0)

Terre di mezzo, concorso letterario 2008

da qualche giorno è online il bando 2008 del concorso letterario di Terre di mezzo. Il tema di quest'anno è:

LONTANO DAL CUORE
Vite di confine, periferie dell'anima, amori sotterranei, città invisibili

Il testo integrale del bando lo trovate sul sito di Terre

Posted by Giuseppe Braga at 13:45

intervista su AbruzzoCultura.it

il vostro scrittore fascinosamente maledetto è stato intervistato a tutto campo (letteratura, architettura, musica, Joyce, Nori, Gehry, Coltrane, Champions League e tanto altro...). Potete leggere tutto qui.

Posted by Giuseppe Braga at 11:21

14.11.07

Virginia on my mind

Viaggio al termine della notte [1.]

di Giuseppe Braga

Io un giorno, a Virginia, avrà avuti tre mesi o giù di lì, mi sono messo a leggere qualche pagina di un libro che io amo molto parecchio. Lei tanto stava nella carrozzina e non poteva scappare, al più avrebbe potuto strillare piangere gridare farmi pernacchie. Ma io avevo già pronta eventuale la mia strategia di riserva, avrei alzato la voce, d’accordo che i neonati quando urlano urlano come pazzi scatenati e che ti perforano i timpani, ma io c’ho la voce più alta di lei, ecco, diciamocelo, insomma

Posted by Giuseppe Braga at 09:52 | Comments (0)

13.11.07

Certezze Ma-Tematiche

di Giuseppe Braga

Credo, dunque sogno
Credo dunque, nei sogni
Credo nell’amore, come tutti
Credo nell’amore libero, qui siamo già meno
Credo alle minoranze, ma non a scatola chiusa
Credo più ai contenuti, che all’involucro

Credo di odiare la guerra e credo di esserne certo
Credo che la NATO non doveva neanche nascere, ma ormai è nata, lo so
Credo che l’eutanasia a volte non sarebbe un male
Credo nel genere umano, di più negli animali
Credo di avere pochi punti fermi nella vita e ne sono contento
Credo che l’elasticità mentale sia un dono innato ma credo si possa imparare
Credo che anche l’intelligenza sia un dono di natura ma credo si possa scordare
Credo nella politica, di più nella poesia
Credo sia importante seguire il filo del discorso, perlomeno quando ne hai uno
Credo che i gatti siano più furbi dei cani
Credo di non essere il solo a pensarlo
Credo che i cani se sapessero leggere mi farebbero il culo
Credo negli ipocriti, solo perché lo sono anch’io
Credo che appena possibile bisogna lasciarsi andare
Credo che intrigante sia una parola del cazzo
Credo di saper scrivere meglio di quanto non sappia parlare ma questo non vuol dire che sia bravo a scrivere, piuttosto il contrario
Credo nella birra al triplo malto
Credo nel lavoro, meglio se preso a piccole dosi
Credo che la fantasia ci potrebbe salvare ma credo l’abbiano già detto
Credo che il sessantotto sia stata una gran cosa, ma se fossi arrivato prima io
Credo che la notte sia fatta per amarsi, ma scopare la mattina non mi dispiace
Credo che l’indifferenza sia uno dei mali di questa società
Credo di non essere indifferente alla cosa
Credo che noi aspettiamo sempre un pretesto per far ciò di cui non abbiamo coraggio
Credo che bisogna aver coraggio per essere coraggiosi
Credo che Lapallisse fosse un genio, altro che palle
Credo di avere sbagliato epoca
Credo che qualsiasi epoca per me sarebbe stata sbagliata
Credo che il mondo sia pieno di ciarlatani
Credo di non essere un ciarlatano
Credo di non sapere cosa voglia dire, esattamente, ciarlatano
Credo che far ridere sia più difficile che far piangere
Credo che la new age sia una gran cazzata, me ne assumo tutte le responsabilità
Credo che la sincerità sia un miraggio e che il mondo sia un deserto
Credo nella felicità
Credo di non essere stato felice per più di mezz’ora di seguito
Credo che, generalmente, gli inizi siano meglio dei finali
Credo che aspetterò primavera, come Bandini
Credo che il nuovo a volte sia più vecchio del vecchio
Credo nel silenzio
Credo negli oleandri
Credo nelle montagne coi ghiacciai permanenti, ma preferisco le isole greche
Credo nelle contraddizioni
Credo ai comuni denuclearizzati e alle Aut. Min. conc. n°
Credo a Stanlio e a Olio
Credo alle comiche, cosmiche o meno
Credo alle citazioni, dichiarate si capisce
Credo ai destini incrociati
Credo ai colpi di culo, che forse sono la stessa cosa
Credo nella pastasciutta, meglio se riscaldata
Credo alle periferie, sempre e comunque
Credo negli uomini politici
Credo nell’avanspettacolo
Credo che i due mondi si somiglino
Credo che si dovrebbero vergognare tutti quanti
Credo di essere un qualunquista
Credo che non mi vergogno di esserlo
Credo che molte parole si disperdano nel vento
Credo che Bob Dylan avesse ragione da vendere
Credo abbia venduto anche molti dischi
Credo sia meglio essere in anticipo, ma quasi sempre arrivo in ritardo
Credo nei numeri, ma fino ad un certo punto
Credo che credo siano due sillabe come tante
Credo, una targa e una nota, ad esempio
Credo negli errori
Credo nella fatica
Credo nella paura
Credo al beneficio d’inventario
Credo ai colori, ma i film in bianco e nero li lascerei così come sono
Credo alle forbici
Credo sia importante saper tagliare, quand’è necessario
Credo vada bene anche un coltello
Credo alle metafore
Credo alle bugie
Credo, believe
Credo, credenza: dottrina, armadio con ante
Credo nel caos
Credo di esserne un valido esponente
Credo nel sesso, astenersi dominatori
Credo nel vegetarianesimo, ma mangio la mortadella senza avere crisi di coscienza
Credo nei simboli, ma non ne ho nessuno sotto mano
Credo negli esempi facili
Credo nell’ozio
Credo nelle bolle di sapone
Credo al carnevale, a ferragosto e alla festa d’ognissanti, meglio tenerseli buoni quelli
Credo in Fellini, Woody Allen, Kubrick, Tom Waits, Bukowski, Carver e Fante, fortuna che ci sono loro, altro che santi
Credo siano loro, i miei santi
Credo nel cioccolato fondente
Credo nelle trasformazioni epocali e nelle scoperte scientifiche, ci credo e basta
Credo che dovremmo imparare a guardare sempre più avanti
Credo che dovremmo sforzarci di non dimenticare mai
Credo che l’intelligenza artificiale sia una buona cosa ma quella naturale è infinitamente meglio
Credo nelle parole, di più nei gesti
Credo che a volte le due cose coincidano
Credo nell’arte
Credo nell’ispirazione
Credo che un giorno finirà
Credo che quel giorno sarà un triste giorno
Credo nelle lasagne al forno col formaggio grattugiato sopra
Credo che la musica sia una chiave per aprire molte porte
Credo che senza chiavi non ci sia musica
Credo che l’anima sia un motore e che vada tenuta sotto controllo
Credo che, nel caso specifico, sia difficile trovare i meccanici adeguati
Credo che il corpo, spesso, sia fuorviante
Credo nella bellezza
Credo nell’inutilità delle azioni superflue
Credo negli originali, ma anche alle copie, quando sono buone
Credo di aver copiato, spesso pure male
Credo nei pentimenti
Credo che per stavolta non mi pento
Credo che l’importante è la salute
Credo nei luoghi comuni
Credo di avere la febbre
Credo d’essere scoppiato, nei polmoni come nella testa
Credo che non finirà mai
Credo, credimi, credetemi!, io ci credo

Almeno, credo.

[tratto da Ma tu lo conosci Joyce?]

Posted by Giuseppe Braga at 15:10 | Comments (0)

ineccepibile [2.]

a chi non piacerebbe

"Passavamo il tempo a scopare e a mangiare e a non far niente. Lei mi nutriva bene, mi metteva all'ingrasso, e poi mi consumava."

Henry Charles Bukowski

Posted by Giuseppe Braga at 10:48 | Comments (0)

Milanoanthology

guardo in alto.jpg

su Tgcom (ma anche qui e qui) il book trailer dell'antologia di Perrone editore su Milano

Posted by Giuseppe Braga at 08:21 | Comments (1)

12.11.07

omaggio a Rino (ermetico ma solo all'apparenza)

Virus Hi-Tech (Chi è solo ogni tanto chi tutte le sere)

di Giuseppe Braga

È già una realtà il computer che sa leggere lo sguardo. Shangai sul treno tedesco, il Transrapid Superveloce Magnetico è il simbolo della voglia delle città di diventare un polo d'attrazione per i grandi operatori interessati a entrare sul mercato cinese.

Internet, la tua voce: silenzioso ma pervasivo il protocollo Ip che permette di parlarsi attraverso il computer sta rivoluzionando il mondo della telefonia. Il free-web darà utili a giugno. Ma il titolo balla, banchieri e analisti divisi sulle strategie. Gli utenti della Rete aumentano. Benvenuto, Domani! Il Nasdaq è senza pace, ma la diga Dow tiene. Silicon Valley, esilio dorato della Little Italy Hi-Tech. La cultura della ricerca e del lavoro di gruppo, la fuga dei cervelli. Concetti che faticosamente stanno passando anche da noi. Le strategie per favorirne il rientro. Retribuzioni in linea con gli Usa, flessibilità organizzativa e soprattutto Spin-Off. Hi-Tech spaziale a portata d'impresa. L'avvocato d'affari ritorna a far la mamma alle otto in punto. Marina S., 44 anni, è, su venti soci, l'unica Senior Partner donna della sede milanese della Law Firm P§A Software industriali, crescita a due cifre. Offerte all'incanto. Robot computer per CHI VIVE IN BARACCA i più piccoli. 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CHI HA L'ANTIFURTO CHI HA FATTO DEI QUADRI CHI SCRIVE SUI MURI CHI REAGISCE D'ISTINTO CHI HA PERSO CHI HA VINTO CHI MANGIA UNA VOLTA CHI VUOLE L'AUMENTO CHI CAMBIA LA BARCA FELICE E CONTENTO CHI TUTTO HA PROVATO CHI TUTTO SOMMATO CHI SOGNA I MILIONI CHI GIOCA D'AZZARDO CHI SI TROVA IN TASCA UN MILIARDO CHI E' STATO MULTATO CHI ODIA I TERRONI CHI CANTA PREVERT CHI COPIA BAGLIONI CHI FA IL CONTADINO CHI HA FATTO LA SPIA CHI E' MORTO D'INVIDIA O DI GELOSIA CHI LEGGE LA MANO CHI VENDE AMULETI CHI SCRIVE POESIE CHI TIRA LE RETI CHI MANGIA PATATE CHI BEVE UN BICCHIERE CHI SOLO D'ESATE DISTRUGGE LE PERE CHI VIVE COL PADRE CHI FA LA RAPINA CHI SPOSA LA GINA CHI HA ROTTO CON TUTTI CHI VINCE A MERANO CHI CERCA PETROLIO CHI DIPINGE AD OLIO CHI CHIEDE UN LAVORO CHI MANGIA PATATE CHI BEVE UN BICCHIERE CHI FUMA CHI LOTTA

[milano, 2002]

Posted by Giuseppe Braga at 14:12 | Comments (0)

Poet'astri [5.]

di Giuseppe Braga

Entrammo e ciò che vidi fu questo: uno stanzino bianco illuminato da due riflettori appesi al soffitto e da due faretti alle pareti, un tizio con le cuffie in testa dietro a una telecamera, un altro che armeggiava con dei cavi elettrici sparsi per il pavimento, quattro sedie di quelle pieghevoli in plastica e uno sgabello alto, in metallo. Nella parete di fondo, dietro a un vetro, un altro tizio con le cuffie smanettava quello che sembrava essere un mixer. La scenografia consisteva in tre pannelli di compensato accostati, riverniciati (male) di bianco, rosso e verde (che fantasia), sui quali vi erano stati apposti in bell’evidenza (con un nastro adesivo marrone) i nomi degli sponsor. E questo era il tutto.

Niente pubblico, niente di nient’altro che questo. Un buco di dieci metri quadrati con quattro luci del cazzo e un fondale in compensato riverniciato. Sentii aprirsi una voragine nel mio petto, la sentivo scendere e risalire per lo stomaco. Un pugile che sale sul ring, convinto di battersi per il titolo mondiale e che invece si ritrova in un’arena vuota. In palio, bene che vada, il trofeo del dopolavoro ferroviario. Ecco qua. Su una delle quattro sedie stava seduto un signore smilzo di mezz’età, con un riporto di capelli sulla fronte e con il resto della testa completamente pelata, il suo cranio brillava come una stella solitaria in quello stanzino bianco. Le altre tre sedie erano vuote. Ebbi un attimo di esitazione, ma Elvira mi invitò nervosamente ad attraversare lo stanzino e mi fece sedere a fianco del signore magro, poi mi applicò un microfonino alla giacca. Ero perplesso. Era questa la grande occasione che cercavo? Da questo buco di culo di tv? Cercai di scuotermi, pensavo, forse lo studio è piccolo, ma l’audience alta, magari fanno migliaia di spettatori a puntata, magari mi vedranno persino a Basilea e a Zurigo e... OH, MAGARI NO!
Elvira sembrava esagitata e non stava ferma un secondo. Ce l’aveva con i tecnici di studio:
“Cioè Carlo, senti... cioè inquadralo bene da questo angolo... cioè, sai com’è fatto. Roberto insomma, non hai ancora finito? Cioè, con quelle luci... Uffa, ma dove saranno andati quei due! Tra dieci minuti siamo in onda... Cioè, dove sono finiti?”
In quel momento entrò Butteroni. Aveva la faccia di chi sente su di sé il destino dell’universo e sa che il mondo intero si fida ciecamente di lui.
“Ciao ragassi, siamo pronti?”, disse con un tono da primadonna. Si era cambiato. Adesso era vestito di tutto punto con un completo a doppio petto grigio, scarpe marroni in cuoio lucidate e camicia bianco avorio. La cravatta che indossava era rosa con grossi pois variamente colorati, in poche parole raccapricciante, ma non osai dirgli niente. Si era imbrillantinato i capelli e li aveva tirati indietro. Rilucevano anch’essi sotto i riflettori, creando così un effetto simile a quello che stava capitando allo smilzo. Sembrava pure lui pelato, alla faccia dei folti capelli corvini che aveva in testa. Butteroni era un uomo ben piantato per terra, con due grossi tronchi al posto delle gambe, due piedi larghi e ingombranti, un torace ampio e una pancia trattenuta a stento sotto il vestito. Era intorno ai cinquanta, ma aveva la pelle molto curata e nemmeno una ruga sul viso abbronzato. Io invece ero pallido come un cencio e iniziavo ad avere caldo. Le luci dirette sulla scena emanavano un calore insopportabile. Quaranta gradi come minimo e io mi sentivo appiccicoso e sudaticcio. Mi voltai a guardare lo smilzo col riporto, che fino a quel momento non avevo degnato di uno sguardo. Gli feci un cenno di saluto e m’accorsi che aveva il cranio imperlato di gocce e che da dietro le orecchie gli scendevano copiosi rigagnoli di sudore. Stava seduto fisso e immobile, quasi una statua di cera, rigirandosi tra le mani un libricino. Elvira aveva tirato a sé Butteroni e stava confabulando serrata con lui. Nonostante stessero bisbigliando a bassa voce, visto che quello studio era un buco, riuscii a sentire ogni cosa.
“Cioè, te lo avevo detto che ci avrebbero creato dei problemi. Cioè, intendo quei due, tipi troppo strani, cioè...”
“Sentimi a me, Elva, non preoccuparti eh... perché io quelli come loro li conosco bene. Vedrai che adesso arrivano e anzi, tiriamo fuori una puntata della madonna. Della madonna ti dico. Io non sono mica Achille Butteroni per un cazzo, sai?! Io ho lavorato anche per l’Antenna 3 Lombardia, vedi di non dimenticartelo. Io il casting per le mie trasmissioni l’ho sempre indovinato. E dimmi di no se sbaglio.”
“Cioè... questo è vero Achi, ma a me quei due mi preoccupano. Dovresti vedere cosa hanno combinato col buffet...”
“Ma daaai Elva! Bellina mia, ancora ti preoccupi di ‘ste cose? Avranno avuto fame, no? Tanto lo sai che c’è lo sponsor che pensa a tutto”, e così facendo le posò una mano sul culo e le strinse una chiappa. Elvira arrossì e sgambettò rapida verso la porta. Poi Butteroni si voltò verso di me e lo smilzo e ci urlò a poco più di un metro di distanza.
“Siete belli caldi? Vi voglio pompati stasera, mi raccomando, eh? Voglio tirar fuori una puntata con i controfiocchi! Con i controcoglioni, tanto per capirci. Va beneeee?”
E chi cazzo osava contraddirlo. Balbettammo entrambi un: “Certo, certo, Achil...”
Fummo interrotti sul nascere.
“Cari i miei ragassi, da adesso in avanti io per voi sono solo il Dottor Butteroni, capito?”
Il suo tono era diventato imperioso, categorico. Il silenzio scese nello studio bianco. Elvira, sull’orlo di una crisi di nervi, s’era piazzata sulla porta nella speranza di vedere arrivare gli altri due ospiti, mentre dall’altra parte del vetro il mixerista-regista faceva cenni a tutti che mancava un minuto all’inizio del programma. Il clima si stava surriscaldando. Butteroni invece era la calma in persona, anche se negli occhi gli si era accesa una luce improvvisa che lo faceva sembrare un altro. L’adrenalina gli stava montando lenta nelle vene e lo stava trasfigurando, l’uomo lasciava il posto al PRESENTATORE, all’animale da spettacolo che c’era in lui. Io avrei voluto essere da qualsiasi altra parte piuttosto che stare seduto lì, con quelle luci che mi sbattevano violente sulla testa e con l’agitazione che mi saliva al cervello. Stavo scivolando nel panico. “Trenta secondi...” Salivazione zero. “Quindici secondi...” Brivido lungo la schiena. “Dieci, nove, otto...” Si salvi chi può. D’un tratto partì gracchiando la sigla del programma. Era “L’inno alla gioia” (pensa te) e non so come, quella musica mi rilassò, sentii i muscoli del corpo distendersi, la salivazione riprendere il suo normale corso, le mascelle rilasciarsi. Benedissi Beethoven. Fu un sollievo sentire la voce di Butteroni, ora vellutata e navigata, sovrapporsi alla sigla d’inizio che lentamente sfumava e introdurre la serata.
“Cari amici e care amiche, eccoci di nuovo qua insieme a voi, per una nuova puntata di CASI QUOTIDIANI, il vostro settimanale di attualità e cultura condotto da me, il Vostro Achille Butteroni. Oggi sarà una puntata con grandissimi ospiti e con loro tratteremo temi interessantissimi che vi inchioderanno davanti al video... date retta a uno che se ne intende, togliete la pila dal telecomando perché stasera non vi servirà. E ora voglio immediatamente dare voce al nostro gradito sponsor: le rinomate CUCINE STRAZZONE, senza le quali questa trasmissione non potrebbe andare in onda. Quindi prego la regia di lanciare la televendita e subito dopo vi presenterò gli incredibili ospiti di stasera. A tra pochissimo gentili amici e gentilissime amiche e... non usate il telecomando... mi raccomando, potreste prendere la scossa... non sto scherzando!”
Tre minuti di televendita. Da un monitor vedevo una ragazza mora molto somigliante all’Elvira (era lei?), rivolgere domande a un grassone nel mezzo di un magazzino di cucine componibili d’ogni genere e stile, sì, erano le famose cucine STRAZZONE! In sottofondo una musichetta ripeteva: “Dalla cena a colazione mangia solo su STRAZZONE! La giusta soluzione per la tua generazione!” Erano vendute in tutto il comasco e varesotto. Dopo un primo piano l’avevo riconosciuta: era proprio l’Elvira con in testa una parrucca castana, chissà perché poi. L’altra Elvira, che poi era la stessa del monitor, ma senza la parrucca, insomma quella al naturale (ma con i capelli tinti) che stavo vedendo davanti alla porta agitarsi, faceva grandi cenni a Butteroni: “Eccoli eccoli... cioè, finalmenteee!”
Sentii un gran rutto provenire dal corridoio, subito seguito da un altro di minore intensità e poi li intravidi varcare la porta. Elvira si scostò per farli entrare, Butteroni si fece loro incontro invitandoli a sedere celermente, visto che la televendita era ormai giunta al suo termine. Si sedettero vicino all’ingresso, all’estremità opposta di dove mi trovavo io. Per via dei fari puntati negli occhi, non riuscii bene a distinguerli. In mezzo, tra me e loro, c’era lo smilzo e lo sgabello col presentatore. Ricominciò la diretta e Butteroni riprese da dove si era interrotto.
“Amici e amiche eccoci qua. Una settimana è trascorsa e io già sentivo la Vostra mancanza. Oh, come l’ho sentita! A proposito, grazie per le numerose lettere che ci avete inviato e anzi, colgo l’occasione per darvi il nostro numero di fax e il nostro sito Internet... e per chiunque voglia chattare e navigare con noi questa sera, la nostra redazione è di là e lavora per voi! Ma adesso entriamo nel vivo della trasmissione...” Parlava come un videogioco e non dava l’impressione di prendere fiato, eppure sputava fuori tonnellate di parole una dietro l’altra. Ero affascinato da tanta esuberanza verbale. Introdusse gli ospiti e partì da me.
“Ecco qui un giovane di sicuro avvenire. Signori vi sto parlando di un giovane artista di Milano, un giovane poeta, oserei dire... un giovane insomma, che stasera ci racconterà della sua vita e che ci reciterà alcune delle sue poesie più belle. Ecco a voi Marco Tosoni!”
Da dietro al vetro partì un applauso registrato che mi mise in corpo una tristezza infinita, io sorrisi debolmente e poi la telecamera si spostò. Volevo scappare in Sudamerica. Butteroni presentò il tizio smilzo col riporto.
“E poi... poi signore e signori, un uomo che ha sacrificato la sua vita per una donna, un uomo che ha dedicato la sua esistenza all’amore, l’amore con la A maiuscola intendiamoci... che non si è ancora arreso all’evidenza e che ora è venuto qui da noi, a CASI QUOTIDIANI, per raccontarci le sue pene e le sue sofferenze senza fine. Le ha raccolte in un libro straordinario. Eccoli qua, lui e il suo libro. Signori, arriva da Como, si chiama Gerardo Sgarulli e... prego la regia di regalarci un bel primo piano sulla copertina del libro, peraltro molto significativa: Ma la vita è una pena? Cento e uno modi per sopravvivere a quel male che ci ostiniamo a chiamare amore
Altro applauso finto. Forse il Sudamerica era troppo vicino. Venne il turno degli ultimi due ospiti.
“Infine signore e signori, due giovani... sì, altri due giovani. Oggi come potete intuire sarà una puntata dedicata alle nuove generazioni, molto fresca e ricca di argomenti di stretta attualità. Infatti con i nostri due ospiti parleremo di New Age. Cos’è? Cosa sta a significare? E cosa vuol dire, soprattutto? So benissimo che ci seguono molte persone di una certa età, delle casalinghe magari o persone che forse non conoscono l’inglese, ma... NOI siamo qua anche per loro, NOI siamo qua per VOI! Noi vogliamo raccontarvi di quest’Italia che cambia, di quest’Italia alle soglie del nuovo Millennio e di quest’Europa che si avvicina sempre più. Perché NOI facciamo televisione per VOI! Questo non scordatevelo mai, carissimi telespettatori...”
L’Australia, ecco dove avrei voluto essere. Dopo aver inspirato aria a pieni polmoni riprese.
“Signore e signori ecco a voi due ragazzi, due giovani come tanti, due ragazzi che vivono in un piccolo centro dell’hinterland milanese e che hanno deciso, ma ce li diranno loro i quando e i perché, d’intraprendere un’altra strada, una strada che li ha portati ad abbracciare la New Age... non preoccupatevi, impareremo insieme a voi questa nuova parola: NEW AGE. La Nuova Era! Nuove sperimentazioni corporee, nuove avventure spirituali, nuove esperienze dell’anima. Tutte quante proiettate verso il prossimo Millennio, signore e signori ho il piacere di presentarvi i nostri due super ospiti di stasera, Ruuudy e Bettyyy!”
Applauso. Finto. Più lungo stavolta.
“E ora... un secondo e saremo di nuovo con voi.”
Guardavo nel monitor e vedevo Rudy e Betty. Adesso li vedevo bene... la new age, il nuovo millennio, le avventure spirituali, se fossi stato un giovane di Garbagnate o di Rho sarei corso qui e li avrei presi a scarpate sui denti. Ma che cazzo stava dicendo il Butteroni? I due giovani in questione erano due quarantenni scoppiati e con la pancetta del benessere in bell’evidenza. Rudy aveva la faccia abbronzata, gonfia come un bignè (forse ne aveva mangiati troppi prima) e un nasone troppo rosso per essere veramente new age. Aveva i capelli tinti di rosso, lunghi e tenuti indietro da un cerchietto. Sulla tempia si era tatuato un angioletto. L’occhio era socchiuso e spento e sinceramente non si capiva se fosse in fase meditativa o in fase di digestione avanzata. Sbadigliava in continuazione e forse quello era un indizio sufficiente. Indossava una tunica bianca dalle maniche larghe che gli arrivava fino ai piedi, all’altezza del petto c’erano ricamati dei delfini che saltavano tra le onde. Guardai Betty. Era vestita allo stesso modo e anche nel resto, sembrava lui al femminile. Erano identici, cazzo! I capelli di lei però erano turchesi. L’intervallo pubblicitario durò meno stavolta. Elvira s’era sistemata su uno sgabello di fronte a noi e sembrava tener d’occhio Rudy e Betty, i quali stavano osservando assonnati Butteroni, intento a sgridare il cameraman.
“Mi devi riprendere da questa trequarti, hai capitooo? Quante volte te lo devo ripetereee? Da qui mi si vede la gobbetta sul naso!”
Io vedevo ogni cosa dal piccolo monitor di fianco. Si riprende.
“Dunque partiamo proprio da voi... Rudy e Betty, parlateci della vostra scelta.”
La telecamera si spostò sui due giovani quarantenni e colse Rudy intento a spulciarsi i capelli e Betty addormentata con la testa reclinata indietro. Attimo di smarrimento. Butteroni, da esperto navigato qual’era, incalzava con voce tranquilla.
“Allora Rudy, ci puoi raccontare qualcosa di te? In questo mondo così caotico e che va sempre più di corsa, voi due mi sembrate invece due persone speciali. Vi vedo molto rilassati e soprattutto in pace con voi stessi, merito forse della vostra nuova filosofia?”
Rudy alzò gli occhi arrossati, anche lui aveva sonno, se li strofinò, diede un colpetto di tosse e rispose. Parlava molto piano ed era lentissimo nel formulare le frasi. Butteroni lo interruppe immediatamente.
“Scusa, scusami Rudy, non potresti alzare leggermente la voce... per i telespettatori a casa, grazie Rudy.”
Rudy lo fissò inebetito e fece di sì con la testa, chissà cosa si era fumato prima, tra una tartina al salmone e una pasta al cioccolato.
“Sì... mmh, cioè... una cosa ce l’avrei da dire. E’ un desiderio che mi arde dentro... cioè, che mi scalpita come un cavallo bianco nel cuore...”
Butteroni aveva il brutto vizio d’interrompere chiunque parlasse per più di trenta secondi di fila. Inoltre la voce di Rudy era monocorde e cantilenante, quindi si sentiva in dovere di tenere alto il ritmo.
“Ma sentite che belle parole! Signori, queste sono parole che giungono direttamente dall’anima, fuoriescono dal cuore di questo giovane che è ancora alla ricerca di qualcosa, ma sentiamolo dalla sua voce, di cosa... Forza Rudy và avanti.”
Rudy accarezzò l’angioletto sulla tempia e riprese il suo delirio: “Il discorso è semplice... dentro ognuno di noi si trova un altro io, una sorta di io altro: l’Io Divino...”
Ancora l’implacabile Butteroni, adesso quasi gridando.
“Signoooriiii!!! Ma state sentendooo? L’altro io, l’io altro... l’Io Divino!!!! Ma tutto ciò non è fantasticooo??? Rudy, sì proprio lui, questo giovane, ripeto giovane, in cammino come un pellegrino verso la terra promessa, come un crociato verso il Sacro Graal... lui ci sta aprendo il suo cuore e questa è la vera televisioooneee! Uno scambio di emozioni VEREEEE!!! Signore e Signori, io c’ho la pelle d’oca. Non so voi, ma io tremito tutto. Dai Rudy, forza... continua.”
Non si poteva certo dire che Butteroni non sapesse fare il suo mestiere, la vera star del programma era lui. Impettito davanti a quei due sventurati, era come un ragno che aveva imprigionato le prede nella sua fitta tela. Rudy era davvero un tipo paziente e sembrò non dar peso agli urli del presentatore. Inspirò profondamente e riprese come se nulla fosse.
“Mmh... stavo dicendo che... nel mio universo spirituale, come in quello di ognuno di voi, trova posto quello che noi chiamiamo l’Io Divino, ossia quella dimensione interiore dell’anima che ci... permette di...”
Ma ancora il bravo presentatore s’era intromesso e ancora Rudy aveva interrotto il suo sconclusionato monologo e ancora aveva ripreso come se nulla fosse, parlando con disinvoltura di campi aridi che si trovano nascosti nei nostri cuori, bisognosi di nuove stagioni di piogge (non acide credo), di meditazione dinamica, di energia contemplativa e poi ancora di armonie cosmiche, di profezie celesti e via via discorrendo. Ogni trenta secondi esatti, nemmeno avesse avuto un cronometro nella zucca, il grande Butteroni interveniva, chiosava, interrompeva, tagliava, ricuciva ed esternava considerazioni personali, agitandosi come un demonio abbronzato e cocainomane. Stavo pensando al mio turno e a quando avrei dovuto recitare la mia poesia del gabbiano triste e solo. Cazzo, io ero lì per quello, o no? Sentivo avanzare l’amnesia da esame. L’inizio, cazzo l’inizio, ma come iniziava? E poi, anche se me lo fossi ricordato, non ce l’avrei mai fatta a dirla tutta in trenta secondi. Oh, cosa avrei dato in quel momento per scambiarmi di posto col gabbiano e anche i mari gelidi del nord mi sarebbero andati a meraviglia... ma a un tratto accadde qualcosa che mi distolse da quei pensieri affannosi. Una furia scatenata s’abbatté sul bravo presentatore. Era una bestia, un animale feroce a metà tra un lupo e un’orca assassina e si era lanciata senza rimedi sull’elefantiaco Butteroni. Era lei, era la Betty. Non ce l’aveva fatta più a resistere alle torture a cui era stato costretto il suo uomo. Quel bruto d’un presentatore non lo lasciava parlare, lo continuava a deconcentrare e così l’energia contemplativa e cosmica le era salita al cervelletto. All’improvviso, come se nulla fosse o come se fosse l’atto più naturale da compiersi, aveva riaperto gli occhi, l’aveva puntato e gli si era scagliata addosso. Una vera azione new age, niente da dire! Mentre lo teneva stretto per il collo, farfugliava parole incomprensibili con un accento strano. Sembrava impazzita e fuori di sé, e dire che fino a qualche secondo prima dormiva beata. Misteri di fine millennio, pensai.
“...’u ‘evi ‘metterla, ‘apitooo? ‘ascia ‘arlare ‘l ‘io ‘overo ‘more, ‘a ‘ene? ‘RUTTO ’TRONZOOO!”
Dopo non aprì più bocca, non perché non avesse più insulti da vomitare sul presentatore, ma solo per il fatto che era riuscita ad addentargli un orecchio. Butteroni lanciò un urlo terrificante e cercò di liberarsi, ma non riuscì perché la Betty sembrava incontenibile. Io ero bloccato sulla sedia e non sapevo esattamente come comportarmi, anche se dentro di me avevo la convinzione assoluta che si trattasse di una questione strettamente privata. Quindi rimasi accucciato sul seggiolino e assistetti al combattimento. Gli altri credo la pensassero all’incirca come me, visto che nessuno si era avvicinato per dividerli e per cercare di trarre in salvo il Butteroni, che forse non era poi così amato, mi azzardai a pensare. L’unica era l’Elvira che si era precipitata verso il regista e facendo grandi cenni con le mani, gli stava chiedendo di fermare le riprese. Lui aveva fatto un cenno di approvazione, ma aveva proseguito a mandare in onda la rissa... sapete com’è: The show must go on, e del resto il loro insegnante era stato proprio Butteroni. Il quale stava soccombendo clamorosamente davanti al suo amato pubblico. La Betty mulinava gambe e braccia e non gli dava pace, così dopo avergli scarnificato un lobo, lo aveva buttato a terra e trascinato ai piedi di Rudy. Voleva che gli chiedesse scusa davanti alle telecamere. Butteroni tentava di difendersi e di allontanarla, ma era una fatica inutile poiché la Betty gli si era incollata come una medusa. Lo graffiava e gli menava calci e pugni e ginocchiate e gli tirava i capelli con una cattiveria inusitata. Il povero presentatore non diceva nulla ed era come ammutolito di fronte a questa pazza giovane quarantenne innamorata. Provava, ma non riusciva a emettere qualsivoglia parola o invocazione d’aiuto, s’era bloccato, aveva perso il sonoro... ormai sanguinante e quasi privo di forze, Butteroni era svenuto sotto l’ennesimo gancio ben assestato della Betty. Fu qui che si sentirono i primi timidi applausi. E stavolta erano veri e non registrati. Subito dopo, la splendida orca assassina si era alzata, s’era sistemata il vestito e guardando in camera con occhi spiritati, neanche fosse una consumata attrice di soap-opera, aveva esclamato col suo strano accento:
“UUTTO ‘UUESTO ‘OO ‘AACCIO ‘OOOLO ‘EEER ‘UUIII... ‘LL ‘IIIO ‘MMOORREE!!!”
Così dicendo si era voltata verso il suo amore. E aveva scoperto che il suo amore si era addormentato e stava russando a bocca spalancata stravaccato sulla sedia. Lesa maestà. Peccato mortale. Errore fatale. La Betty non perdonava. La Betty era un angelo sterminatore. Il suo amore dormiva nel mentre lei stava combattendo per lui. Le salirono i fumi al cervello, si videro proprio delle nuvolette grigie uscirle dalle orecchie. Io non avevo mai visto nulla di simile in tutta la mia vita. Prese una discreta rincorsa e poi fece partire un diretto sul faccione di Rudy. Il sangue zampillò come da una fontanella, l’unica differenza era che stava zampillando dal suo nasone. Rudy cadde all’indietro e precipitò sui cartelloni in compensato, facendoli cadere tutti. Betty gridava: “... ‘OON ‘II ‘MMO ‘IIIUUU’... ‘RRRUTTOOO ‘TTTRONZOOO!!!”
Butteroni rantolava a terra malconcio, Rudy era cappottato dietro di noi e giaceva in un laghetto rosso, Betty piangeva come un agnellino e il regista aveva ripreso ogni minimo dettaglio: “Che grande serata di televisione verità”, sentii dire da qualcuno. “Com’è instabile e provvisorio l’amore tra due persone”, pensai e nel mezzo del pensiero entrarono in studio due giovanotti in divisa. Insieme a loro c’era Elvira, che tremante, indicava la Betty: “Ecco... cioè, eccola... è lei, cioè... aiutooo!!!”
Si stava scatenando il putiferio. La Betty alla vista dei carabinieri aveva smesso di frignare e aveva immediatamente assunto una posizione da kick-boxing. Disse tutto d’un fiato: “...’VVVANTI ‘OOORZA... ‘OOON ‘OOO ‘AAAURA ‘III ‘OOOI!!!”
Io stavo nel mezzo e finalmente avevo avuto una buona idea, andarmene via al più presto. E di corsa. E vaffanculo la new age e Butteroni e l’Elvira e tutti quanti ‘sti pazzi deficienti. La Betty ora ce l’aveva con tutti e così si era messa a lanciare in ogni direzione qualsiasi oggetto trovasse nei paraggi. Scarpe, accendini, sedie, lampadine, posacenere... ma quando aveva divelto un monitor e lo aveva brandito in aria, tenendo i cavi in mano come fosse una mazza ferrata medievale, avevo deciso che s’era fatto tardi. Non salutai nessuno - non certo per scortesia - e strisciai tra le gambe dei due giovani in divisa. Notai in loro una certa preoccupazione per come si stavano mettendo le cose. La Betty faceva dannatamente paura anche a loro. Addio miei carissimi stronzoni. Mi feci largo tra le persone che erano accorse per non perdersi lo spettacolo e che si accalcavano sulla porta, le oltrepassai e corsi giù per le scale. Ero salvo. Uscii dall’edificio e mi sedetti sul muretto di fronte, dall’altra parte della strada. Mi accesi una sigaretta e mi rilassai ascoltando in lontananza le urla e le grida provenienti dal piccolo studio dalle pareti bianche. Fortunatamente mi sembrava tutto così distante.


[5.segue]

Posted by Giuseppe Braga at 10:36 | Comments (0)

09.11.07

Virginia on my mind

La fame che abbiamo

di Giuseppe Braga

Virginia mangia la pappa.jpg

Da qualche settimana Virginia ha cominciato a mangiare le pappe di verdura. Come niente fosse, non ha fatto storie.

Un bel giorno, anziché il consueto rassicurante biberon riempito di latte tiepido, s’è trovata di fronte un cucchiaino pieno di roba giallognola verdastra marroncina che solo a vederlo io sarei scappato molto lontano per non annusarne nemmeno l’odore figurarsi mangiarselo e, io non c’avrei scommesso un euro ma invece l’ho vista coi miei occhi, lei ha aperto la boccuccia e se l’è pappato. E poi via. Una dietro l’altra. Cucchiaiate come se piovessero. Impiastricciandosi le manine, le guance e la punta del naso. Affamata, con gusto, semplice naturale felice. Come se l’avesse sempre fatto. Era, è, un piacere vederla mangiare. Ho subito pensato a una cosa. Meno male che non ha preso da suo padre

Posted by Giuseppe Braga at 16:21 | Comments (2)

07.11.07

Lezioni Creative

di Giuseppe Braga

[Ma tu lo conosci Joyce? comincia così, con questo strabiliante pezzo. Be', ditemi voi se non è un inizio folgorante questo qui, dai, su, su!, ditemelo voi...]

Ho frequentato alcuni corsi e ora ve ne vorrei parlare. Non parlo di boulevard parigini o di avenue newyorkesi, ma di tutt’altro. Ho passato i trent’anni e sono passato attraverso parecchi corsi. Trafitto, come il drago infilzato dal santo. So di persone che hanno seguito corsi di yoga e fotografia, persino di shiatzu e di découpage. Io, scrittura creativa.

Scrittura: e qui parliamo di serate, sottratte alla tv e alle navigazioni telematiche.
Creativa: come il caciucco e la pasta ai frutti di mare della Buitoni.

Chiariamo subito di che si tratta. Scrivere non può essere considerato un hobby e chiunque ha praticato, sa. Non può venire paragonato a un corso di tennis o di nuoto. O magari di chitarra, quattro note e via. C’era una volta una gatta e sono solo canzonette. Non scherziamo. Con la scrittura creativa c’è ben poco da ironizzare. A partire dagli organizzatori. È solito per loro (insegnanti, docenti, editors, scrittori, critici, addetti del mestiere, autori di fama, filosofi, etc.), precisare – doverosamente tutti lo fanno – talune cose fin dall’inizio. Ciò è importante e necessario per l’emergente aspirante scrittore.
Esempio ricorrente: cosa non è Scrittura. O meglio, Letteratura. Qui le citazioni e i consigli, veri e propri avvertimenti, non mancano (vedere prego, la teoria crociana, la paraletteratura, il patetico, il troppo esplicito, il resoconto giornalistico…).

Poi ci sono loro, i corsisti aspiranti scrittori. Mi ci metto dentro anch’io, chiaro che sì. Anzitutto le frustrazioni e le illusioni. Si potrebbe partire da lì, da quello che si vorrebbe che fosse. Da ciò che manca ancora. Da ciò che forse mai sarà.
La cifra stilistica, i modelli di riferimento (e qui ci si ingegna a chi la spara più grossa: su Manzoni vai sul sicuro, con Tondelli dipende dai corsi, Kafka è una certezza, coi russi non sbagli mai, con Salinger e Calvino invece, si rischia).
Le sperimentazioni (scrivo un giallo alla Dürrenmatt strizzando l’occhio alla Highsmith; provo a rifare il verso ad Aldo Nove con un pizzico di Welsh e un goccio di Scarpa; mi cimento col romanzo di formazione: Törless, Werther, Caulfield; provoco emozioni forti e trasgredisco: Bukowski, Busi, Mishima, Henry Miller; saccheggio autori di sicuro successo, come King, Crichton, De Carlo, Bruno Vespa e Bevilacqua).

Inevitabili fioccheranno le prime critiche e inevitabilmente verranno i tentativi di giustificare con le parole (verba volant) ciò che si è scritto (scripta manent): tutto inutile (sovente dannoso), superfluo, sterile e infruttuoso, ma di ciò ci si scorda ogni volta. La memoria storica è una dote appannaggio di pochissimi eletti. E dunque, intemerati, imbecilli e senza memoria, si striscia patetici, cercando di risalire (più precisamente di non affogare) graffiando vetri rossi e fiammeggianti di vergogna.

Ricordarsi: meglio il silenzio, sempre e ovunque. Talune ritirate possono anche risultare dignitose oltre che rivelarsi vantaggiose per il futuro. E soprattutto occorrerebbe premurarsi di salvare il salvabile.
Incupirsi e ingoiare ingloriosamente infidi indigesti (allitterazione voluta, intendo sottolineare) rospi insomma, è molto meglio che avventurarsi in caparbie e insensate arrampicate senza senso.

Dopo le sacrosante critiche ecco i consigli, che essendo d’autore, valgono il doppio. Ma i consigli guarda caso, spesso equivalgono a stroncature. Dunque siamo al punto daccapo.

Funziona. Non funziona. Suona male. Suona bene. Non suona per niente!
Manca di dinamica, è privo di rotondità, non convince. Riscrivi ch’è meglio.

L’errore: l’elogio dell’errore, la condanna dell’errore. E alla fine tu riscrivi comunque. Il linguaggio e le sue forme. Conviene che riscrivi, almeno tu che hai buone potenzialità. Qui manca il plot. L’intreccio non regge. I limiti sono evidenti. Non saprei che dire. Ormai s’è detto tutto. C’è niente da aggiungere. O da inventare. Prova a riscrivere. Già, come no.

Potrei solo ricordare che:
Ho visto lacrime
Ho visto abbrutimenti psico-fisici precoci, devastanti e permanenti
Ho visto persone che hanno saltato cene per intere settimane, per riscrivere cose che non ne sarebbe valsa la pena comunque
Ho visto uomini (ma anche donne, se è per questo) che non hanno chiuso occhio per intere notti, continuando a sognare frasi che mai riusciranno a scrivere
Ho visto e… quand’era il mio turno ho taciuto, chinato il capo e incassato (io c’ho memoria, ragazzi!)

Leggere, bisogna leggere, figliuoli:
Calvino e le lezioni americane, tanto per
chi ama Manzoni – legittimo, ma cazzo… ancora lui
chi Baricco (per fortuna ne ho incontrati pochi)
chi Carver (monumentale!, ma pare che ne abbia rovinati parecchi)
chi Tondelli e di conseguenza gli anni settanta e ottanta, di più gli ottanta
su Cechov, niente da dire
approposito di Henry James neppure

Glossario geometrico: schemi metrici, l’ellisse, l’iperbole, l’architettura delle parole

E ora passiamo a Lui.
Il soggetto principale.
Il protagonista.
L’IO narrante.

L’emergente aspirante scrittore (meglio conosciuto con l’appellativo di giovin scrittore) è un animale strano. Strano ma non raro, purtroppo. Piuttosto il contrario. Le strade ne sono popolate, le metropolitane zeppe. Sei sul vagone e vai al lavoro e sai, ne hai l’assoluta certezza cazzo!, che di fianco hai tanti altri aspiranti scrittori (magari pure più bravi di te) e tu vorresti farli fuori, ammazzarne quanti più ne riesci, tanto per avere meno potenziali antagonisti emergenti in giro. Meno aspiranti esistono, più alta è la probabilità che. Qui entra in gioco l’altra variabile decisiva: la fortuna. Letterariamente definita: la gran botta di culo. E allora eccoci in pista.

Flash back: ma perché mi sono fissato con la scrittura?
E dire che da bambino ero bravo coi colori. Le parole le ho sempre viste con diffidenza, in lontananza e controluce. Come oggetti misteriosi. Contavano di più i fatti, ecco tutto. Quando sentivo disquisire e commentare, questi gran professori della parola, io restavo di sale. Colori. E magari suoni. Ma rimanevo incerto sulle parole, sospettoso e cauto. Anche s’erano quelle che permettevano (pure a me dopotutto) di comunicare.

Il giovin scrittore, come si diceva, è un animale strano. E varie sono le sue specie. Poeta e contadino, dotto e ignorante. Capace d’illuminarsi, d’elevarsi oltre l’imprevedibile e al tempo stesso, di precipitare nei flutti melmosi e angusti della vergogna più intollerabile e cupa. Patetico ma coraggioso, gli va riconosciuto. Frustrato ma puro. Candido e ingenuo. Tragico e ridicolo, per usare un settenario e ossimoro un po’ abusato.
Se si prende troppo sul serio fa la figura del pirla, ma attenzione: se fa il contrario e si comporta da cinico disincantato, significa che – nove volte e mezzo su dieci – è già stato respinto da una ventina di case editrici e disintegrato da qualche commento a qualche suo scritto (al quale teneva come a suo figlio). Ma bisogna andare oltre all’apparenza. Essere puntigliosi, caparbi, tenaci, folli, maledetti e anche un po’ deficienti, che non guasta. Anche quando tuo padre ti guarda – e tu ti senti effettivamente deficiente – (lui che aveva scommesso su di te, pagandoti, ma siamo passati già in un altro secolo nel frattempo, l’università e il contorno) con quell’aria sconsolata e depressa e scuote la testa e pensa, povero me, che figlio incapace che mi tocca di avere… e tu che gli parli di un tal concorso nel quale ti sei piazzato bene e che non ti hanno pubblicato per un niente, e di quell’editor (bella signora, tra l’altro) che ha letto un tuo racconto e ti ha detto che hai buone potenzialità (accidenti!) e che potrebbe pubblicarti il libro (mentre tu sei già arrivato a scriverne altri tre o quattro), ma che in cambio dovresti sganciare una discreta sommetta.

E intanto sogni a occhi aperti (questo è grave) di diventare il caso letterario dell’anno, ma che dico, del decennio (ciò si verrebbe a scoprire dopo una decina d’anni d’accordo, ma intanto uno pone le basi), in Italia, ma anche in Europa (perché limitare la fantasia). Libro stampato distribuito ristampato e ridistribuito, così almeno per una ventina di volte, robe che la Tamaro al confronto è una nullità. E poi le interviste ai giornali, qualche copertina, l’ospitata – obbligatoria a sto punto – dal Costanzo (che in cuor nostro disprezziamo, ma visto che siamo entrati in un giro così grosso, non possiamo certo evitare), le cene formali, le serate letterarie in libreria, l’invito a discutere le tematiche del libro (che ha fatto costume e tendenza e unito i pareri di pubblico e di critica) in un paio d’università, belle donne che ti ronzano attorno come api golose e tu che dispensi consigli ed esortazioni su come e cosa si debba scrivere in questi nostri tempi dominati dalle televendite e dalle super vincite al lotto.

Il giovin scrittore, poco più che uno scherzo della natura. Poggiato su un filo, a volte teso, altre molle come uno spaghetto scotto, legge Proust e Bulgakov, cita Svevo e Madame Bovary. Si butta senza rete, acrobata sconsiderato, su ogni concorso letterario. E gli editori a pagamento, perché non provarci, sia mai che da cosa nasca cosa. Una luce malsana gli brilla attraverso gli occhi, si crede Ulisse (Omero o Joyce?) e afferma di aver parlato – proprio l’altro ieri! – con Kerouac e Arturo Bandini. Prima di dormire si legge una poesia di Neruda e, per non sbagliare, tiene la moleskine (rigorosamente a righe) sul comodino. Perché le idee sono come il lampo. Rapide e veloci arrivano e fulminee e repentine se ne vanno quando meno te l’aspetti.

La speranza d’essere notati, letti, scoperti. Quante volte non ci abbiamo costruito sopra castelli fantasiosi. Complimenti, gran bel pezzo. Un testo formidabile ragazzo, ma perché non mi fai leggere altro materiale? Potresti passare in casa editrice e lasciare i tuoi scritti.

I nostri figli, le nostre amate e odiate creature, la rappresentazione del nostro sudore. Famigerato fantomatico fantasmagorico, fantasticamente fatuo: il Manoscritto!

Romanzo potenziale, proiezione di oscene fantasie assolute e assurde, oggetto transazionale, terapia, fuga dalla realtà, espiazione e riscatto, sublimazione dell’io, sacrificio, redenzione, nemesi, condanna, purificazione dell’anima, mondo a parte, delitto e castigo, appunto.

Le regole sono sacre, ma spesso sottese stravolte scavalcate e sovvertite, dunque ecco il Prontuario Tascabile per l’Emergente Aspirante (concetti note parole da tenere bene a mente): come s’inizia come si conclude come si cattura il lettore, i topos, i luoghi comuni, gli archetipi e gli stereotipi, le intenzioni non dichiarate, quelle dichiarate, i sottintesi, il non detto, l’esplicito, l’allitterazione, il linguaggio alto, quello basso, l’incisività, la leggerezza, il pugno nello stomaco, il climax, l’anti-climax, l’idea giusta, la trovata fine a sé stessa, l’autocompiacimento, il distacco, la freddezza, la soglia d’attenzione, il flash back o analessi, il flash forward o prolessi, la paratassi, l’anacronia, le figure retoriche e quelle meno, il punto di vista interno mobile, la suspense, la falsa pista, la sorpresa, il flusso di coscienza, l’enfasi, l’enigma, il motto di spirito, l’happy end, la circonlocuzione, la trasgressione, l’eufemismo, la preterizione, la reticenza, la paronomasia, la metonimia, l’ipotiposi, l’anafora, il pleonasmo, l’anacoluto, la litote, il chiasmo, il narratore onnisciente m’è dolce naufragar in questo mare sempre caro mi fu vano e ignoto sempre ignoto e vano

È tempo di migrar, ma ricorda, laddove la scrittura termina, il sogno può continuare (Sigmund Freud o Marzullo?)

Bibliografia ragionata:
Il mestiere di scrivere (Carver, ancora lui)
Cerami Vincenzo (Consigli a un giovane scrittore, sullo scaffale della libreria fa sempre la sua bella figura)
L’autore in cerca di editore (giusto lì sta il punto)
L’editore in fuga dall’autore (di prossima pubblicazione, un editore se lo trova di sicuro)

si salvi chi può
amen, andate in pace

Posted by Giuseppe Braga at 16:50 | Comments (2)

red moon

red moon_blog.jpg

Posted by Giuseppe Braga at 08:51 | Comments (1)

06.11.07

che cialtroni!

di Giuseppe Braga

che cialtroni che ho incontrato ieri sera, tanti cialtroni così non ne vedevo da anni così tanti tutti racchiusi in uno spazio così limitato e ristretto dal punto di vista strettamente della metratura quadrata intendo dire

ma se lo dico c’avete da credermi che io così tanti di quei cialtroni tutti insieme che sorridevano e che si davano pacche sulle spalle e che si annusavano tra di loro compiaciuti e invidiosi e rifatti e simpaticamente fasulli era da anni parecchi che non ne vedevo tutti insieme, già, ma questa la chiamano arte e perciò ci sta da ballare, io credo, ehilà eccola qui la bellezza dell’Uzbekistan, ehilà, eccolo qui l’artista concettuale, ma che dov’eri finito, tu, concettualmente, ma che, come, ma che non lo sai che sono appena rientrato da Los Angeles per la personale di quel giovane nipote quarantenne di mio cugino, ah già, che me la avevi spedita la mail con l’invito, ma che lo sai anche tu che io ero impegnato con l’allestimento e, e via di questo passo, anzi, andazzo, molto parecchio cialtronesco, concettualmente parlando, con un buffet che ci sarebbe stato da scoreggiarci addosso da quanto poco ci stava da mangiare, ma si sa, l’arte è fatica e digiuno, e con quei bicchieri di plastica del supermercato che non avrei mai immaginato di vedere in mezzo a tanti artisti di fama e non, in occasione di un tale vernissage prestigioso, che mi sarei aspettato piuttosto modestamente diciamo qualcosa di più chic, perlomeno, ecco, non dico tanto ma almeno quei calicetti smontabili di plastichetta trasparente, perlomeno quelli lì, già, ma si sa che concettualmente parlando le persone chic artistiche e un po’ sopra le righe, e sto proprio parlando dei cialtroni di ieri, ‘ste cose gli artistici cialtroni le fanno e ne fanno anche di peggio, s’è per questo, già che lo sappiamo, dai, ma che a me, pur interessandomi relativamente il mondo cialtronesco e artistico concettuale, quando mi avevano detto, a me, e qui non sto a dire anche se mi piacerebbe di dirlo, chi esplicitamente espressamente precipuamente me lo ha detto, a me, dai vieni anche tu, cioè io, ovvero me, dai vieni che ci sta un vernissage in un posto davvero trendy, molto fico, con gente da sballo, ecco, io me, dopo le prime titubanze, ecco, io mi sono fatto forza e ci sono andato anche se o forse proprio davvero per questo motivo qui, anche se era dalla metà degli anni novanta che non andavo a un vernissage, ecco, adesso che ci sono andato, ieri ci sono andato, posso dire che lascerò serenamente passare trascorrere altri parecchi molti precipui innumerevoli altri anni, che io assistere a spettacoli mostruosi e cialtroneschi del genere faccio volentieri a meno cioè se proprio devo mi accendo la tele e se voglio vedere mostruosità simili mi scanalo un po’ su e giù col telecomando che di mostri è piena la tele, così mi spavento un po’ e dopo spengo e vado a dormire e che invece io ieri ho pure dovuto fare la fatica di uscire di casa prima vestirmi poi cercare il parcheggio in quella cazzo di milano, il vernissage era a milano, dove oramai se non c’hai culo e ti dimentichi il gratta e sosta oramai il parcheggio te lo scordi ora e mai che riesci a parcheggiare con tutte quelle strisce colorate e che comunque dopo, la fatica che ho dovuto compiere m’è stata ripagata perché io alla fine un parcheggio anche se in sosta non del tutto regolare lo ammetto l’ho a culo trovato, ecco, dopo la fatica dello spostamento non esattamente concettuale, ma più che altro fisica, ecco, mi sono trovato in mezzo impantanato nel pieno epicentro di un ritrovo vernissage di mostri cialtroni che tra di loro tutti quanti si chiamavano artisti e che le loro creazioni concettuali figurative astratte ecc. le chiamavano arte e noi, intendo io e gli altri tre amici sventurati miei incautamente caduti nel vortice artistico e concettuale, ecco noi, poi ci siam guardati e abbiam capito, noi ci trovavamo palesemente fuori contesto, mentre tutto intorno cresceva nell’aria un dolcissimo profumo di arte, a noi cresceva solo la fame e lì da mangiare non ci stava un cazzo di niente e dunque perciò però anche per quel motivo lì, a un bel certo preciso momento che ancora mi ricordo esattamente quale io avrei voluto urlare in faccia a tutti quanti quei concettuali uno per uno la celebre frase fantozziana che noi tutti amiamo follemente ma che poi nonostante il vino che mi bevevo seppur scadente ma che poi non ci ho avuto il coraggio, eh no, ma che poi, nel tal mentre nell’aria cresceva il profumo artistico e concettuale, ecco che crescevano anche le due artiste protagoniste della serata vernissage, tutte pompose truccate eleganti ma con quel tocco di stravaganza che non poteva mancare, felici e consapevoli del ruolo che stavano interpretando, ruolo di artiste star della serata vernissage che si stava svolgendo profumatamente tutta per loro, già, e ci stava una delle due artiste, diciamo a occhio la più giovane, una delle due star della serata, una delle due che esponevano, lei, sì, diciamo la più audacemente vestita, lei se ne stava lì gironzolante a ricevere complimenti e a concedere interviste a tv locali suppongo, ma non lo sto dicendo con supponenza, lo suppongo e basta, ecco, la giovane artista gironzolava felice e pienamente soddisfatta per la riuscita ottima della serata vernissage, se la girava con un vestito tutto attillato provocante sensualissimo aggressivo color nero, è plastica?, le ha chiesto incautamente e senza la necessaria malizia concettuale che le avrebbe fatto molto comodo, la mia amica Monica e lei, l’artista giovane ma un poco rifatta, ovvero nel senso ch’era tutta rifatta perlomeno dagli zigomi in giù e che quindi, osservandola da molto vicino e a ragion veduta, ve lo assicuro, la domanda non era tanto così oziosa come avrebbe potuto apparire al primo momento, ecco, lei quasi sdegnata le ha detto, alla mia amica Monica, tocca tocca tocca pure ma guarda che non è plastica questa, eh no, questo è latex, ah be’ allora è tutta un’altra faccenda già, di latex ne è pieno il mondo è pienissimo di latex lo trovi dappertutto oramai, soprattutto l’universo sporcaccione di internet e le pornostar americane tutte rifatte pure loro, ma questo è un altro discorso che mi porterebbe troppo palesemente fuori strada e quindi torno al vernissage che era molto originale eccentrico poiché l’arte di oggi, diciamola meglio, quella che chiamano arte oggi, deve possedere una forte componente di eccentricità, se no non la si può più chiamare arte, dico bene vero, sarete d’accordo con me suppongo senza supponenza, ecco, e poi, tornando al vernissage mostruoso e non solo concettualmente cialtronesco, in mezzo alla sala, esattamente nel centro, sì, topograficamente disquisendo, ecco, nel mezzo sopra un gran piedistallo ci stava un’istallazione tutta anatomica con pezzi di gambe e tronchi di pance e fegati martoriati e orbite di occhi che facevano quasi un po’ impressione, sì, tutti penzolanti colorati pittati variamente e un po’ instabili, che un tizio a un certo punto ci ha dato un colpetto di gomito involontariamente si capisce e che comunque l’opera da quel momento lì in poi, dopo il colpetto involontario, cambiava di significato, era ineccepile questo dato di fatto elementare, dico, questo lo avrebbe capito anche un bambino, dai, concettualmente e anche spazialmente mutava il suo senso, la sua intima logica, il suo contenuto semantico, ma nessuno, artista inclusa, dico nessuno, ci ha fatto caso, dai, che cialtroni, ma questa loro la chiamano arte, sì, e che invece poi, per rifarsi gli occhi, orbite permettendo, appesi alle pareti, abbiamo voltato lo sguardo e oplà, eccoli lì, già, ci stavano i lavori i dipinti anzi scusate se mi sono espresso male le opere avrei dovuto dire, bellissime e colorate e stravaganti e concettuali anche loro le opere intendo un po’ come le artiste le due artiste che esponevano e che erano adesso sì, alla grande, al centro dell’attenzione del vernissage e che si contendevano le attenzioni col terzo artista che aveva contribuito alla perfetta riuscita della serata vernissage e delle opere stesse, lui, uno scrittore famoso diciamo ecco forse non troppo famoso ma secondo me famoso quel tanto che basta, ecco era lì oltre che per quello che già aveva fatto anche per fare delle pubbliche relazioni efficienti e valide e sostanziali dal punto di vista strettamente efficientistico relazionale e attorno a lui, anzi ai tre artisti, lui e le due grandi artiste star della serata, ci stavano microfoni e telecamere, ecco, una roba bella seria insomma, che io ci sto scherzando su ma la roba vernissage era bella pesa e importante, ecco, diciamo, un po’ come i prezzi delle opere, palesemente e cialtronescamente troppo seri e impegnativi, ma dai, che all’inizio ho persino pensato a uno scherzo di dubbio gusto, ma dai, a uno zero in più scappato scivolato svicolato via dalla punta del pennarello imprudentemente avventatamente sconsideratamente e invece era tutto vero era tutto giusto, ok il prezzo era giusto, sì, ovvero le opere venivano via a un costo davvero improponibile, un costo sbalorditivo, considerate le opere s’intende, un costo da star della tv, un costo da calciatore colto da passione improvvisa per la pittura, un costo che quasi mi ci sarei potuto comprare la macchina, ecco, un costo che anche se avessi avuto dietro il libretto degli assegni, forse nemmeno anzi sicuramente senza dubbio alcuno, sì, cioè no, nemmeno col libretto dietro me ne sarei potuto portare a casa uno, forse mezzo, ecco, ma forse l’artista non avrebbe accettato di segare in due una sua opera anche se per me non si sarebbe accorto nessuno, ammettiamo che si fosse verificata una cosa del genere, ecco, ma diciamolo, un costo in poche parole che mi sarebbe costato troppo, un costo che esulava drammaticamente dal mio conto in banca, cioè esulava nel senso che lo superava abbondantemente, diciamo che quasi me lo doppiava, il mio conto, cadauna opera intendo dire, ma io lo dico senza problemi che io sono uno che della pochezza del suo conto in banca ci ha fatto un’abitudine a tal punto che mi sorprenderei e quasi ci resterei male se ce li trovassi, i tanti soldi, sul mio conto, in banca.

e insomma sì, poco da fare, soldi e conti a parte, queste robe qui la chiamano arte

(ma io continuo a chiamarli cialtroni)

Posted by Giuseppe Braga at 12:18 | Comments (0)

le imperdibili avventure di mia cugina Piera

la prima cosa che ho trovato
[parte sedici]

di Giuseppe Braga

mia cugina Piera: marò, ma che freddo che fa oggi.
io: provato a uscire con qualcosa sopra quello straccetto di vestito?
mia cugina Piera: già, e poi chi mi guarderebbe più?

Posted by Giuseppe Braga at 09:44 | Comments (0)

Antidepressivo per tossicodipendente cinefilo (2001)

di Giuseppe Braga

Sono in ansia quando non mi faccio la mia dose quotidiana di ero.
Non sono in ansia quando vedo il mio film preferito, strafatto come un cammello, sul divano di casa mia. Vincent Vega si sta facendo pure lui, apre l’astuccio e… cazzo comincia lo sballo!

Sto in para quando sono fuori cogli amici e il mio Nokia non c’ha campo.
Mi sento daddio ogni volta che rivedo la scena che John Travolta infila l’ago nel cuore di Uma Thurman.

Ho i nervi a fior di pelle quando mi tocca passare lo spino a quel coglione di Filippo. Quello ci lascia sempre la bavetta sopra e a me la sua bavetta fa schifo.
“Leggi la Bibbia Bred? E allora ascolta questo passo che conosco a memoria. È perfetto per l’occasione”, minchia se è fantastico quando dice così!

Mi cascano le palle e scivolo all’Inferno quando sono costretto a chiedere i soldi a mia madre, povera donna. Ma a me lavorare mi manda in depressione, per cui.
Sto in Paradiso quando Samuel L. Jackson recita a memoria il Profeta Ezechiele.

Mi viene la tachicardia se non vado almeno due volte all’anno (Pasqua e Ferragosto, di solito) a mangiarmi i funghetti nel mio coffe shop preferito ad Amsterdam.
Sto meglio al solo pensiero che anche Vincent Vega è stato là.

Ci sono rimasto di merda tutta la notte, non ci ho dormito sopra, no, l’ultima volta che l’hanno ridato in tele. È passato in terza serata su Rete4, mentre io m’aspettavo di vederlo in prima, nei Filmissimi di Canale5. Questa è censura bell’e buona. Stronzi.
Ma poi. Ancora Vincent, ancora sballo. Quando in macchina fa saltare le cervella al negretto.

Marcelus è troppo arrogante. Mi mandano in bestia la sua calma e i suoi modi di fare.
Le labbra di Mia Wallace al microfono, in primo piano, con il sottofondo delle Indigo Girls. Potrei morire così, con quella dolce visione negli occhi.

Bruce Willis e il suo orologio malcagato. Ve lo ricordate? Che schifoso. Non ho mai digerito la scena in cui m’ammazza il mio Vincent. Mi prende lo sconforto e mi devo fare subito un paio di Prozac.
La faccia da pirla di Quentin Tarantino quando Harvey Keitel gli entra in casa. Quello gli risolve i problemi e lui mica l’ha capito. Rido da matti, in quel punto.

Poi però succede una cosa. Si arriva alla fine e il film torna al principio. Sì, dico davvero. Sembra ricominciare tutto daccapo. Non mi ci raccapezzo. Ogni volta è così. Ma quella cazzo di scena nel drugstore non stava all’inizio?

Vabbè, chissenefrega cazzo. Pulp Fiction è proprio un gran trip!

Posted by Giuseppe Braga at 08:32 |