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22.11.07
cose che capitano [1.]
Succede che mi sveglio tutto sudato. L’ho sognata. Un incubo assurdo e pazzesco. L’ho sognata, porca di quella puttana. Era lei, proprio lei, dubbi non possono essercene, era la bambina già vecchia. Mi guardava sdegnata, mi additava furiosa, scherzandomi, si prendeva gioco di me.
“Sei una nullità senza talento! Lascia perdere, datti all’ippica ch’è meglio!”
Io ero seminudo, legato a un palo, come il santo infilzato, mentre lei, impegnatissima, mi lanciava spruzzi d’inchiostro neri, precise parabole, da una stilografica di marca.
Talvolta, distraendosi da quello che sembrava essere il suo principale compito (inchiostrarmi), come in preda a fulminanti e irrefrenabili estasi, declamava ispiratissimi versi rimati (che purtroppo non ricordo) e li trascriveva immediatamente su una Moleskine formato gigante. Poi riprendeva a inchiostrarmi e a insultarmi.
Svegliatomi sudato e sconvolto, maledico il fatto di non avere avuto sotto mano il mio taccuino. Dico, dico, ma poi sono sempre molto disorganizzato, io. L’avessi avuto, avrei potuto annotare per filo e per segno i versi della bambina, invece.
Il motivo per cui l’ho sognata, credo di conoscerlo. È da un paio di mesi che non si fa più vedere alla scuola di scrittura. Dopo il battibecco avuto con la simpatica ragazza che legge sempre lei, misteriosamente, è scomparsa senza lasciare tracce. Forse la simpatica ragazza le ha mandato a casa dei sicari e l’ha fatta fuori, due prime donne in uno spazio così ristretto erano troppe. Logico allora che mi venga da sognarla. Una come lei mica è semplice da sostituire. L’inconscio zitto, zitto, lavora sotto traccia e alla fine ha sempre il sopravvento.
Oh, bambina già vecchia, ma dove sei? Stai forse scrivendo il capolavoro della tua esistenza? L’opera mirabolante che i certificatori del tuo smisurato talento t’hanno vaticinato, anni orsono? Chissà, un giorno forse sapremo, chi può dirlo.
Altrimenti, se sarà il destino a volere ciò, ti dico addio, addio mia dolce bambina…
Mi alzo leggermente stordito con le mandibole gonfie, preparo la colazione e col pensiero latente della bambina dalle membra raggrinzite che mi percuote e strattona lo spirito, provo a dare un senso alla giornata che ho davanti. Mi sento strano, oggi. Un senso di dejavù mi permea l’anima e mi costringe a tornare indietro. Oggi è una di quelle giornate, è uno di quei giorni, come cantava la Vanoni, è uno di quei giorni in cui senti la necessità di mettere puntini e virgolette, riordinare, aprire e chiudere parentesi, circoscrivere, sottolineare vecchie cose, cose apparentemente insignificanti, ma che per te hanno un preciso valore, cose che hanno voluto dirti altre cose, cose che ti sono servite, cose che non sei riuscito a buttare via, cose che ti sono restate appiccicate, cose molto cose intimamente solo tue cose. Piccole svolte, avanzamenti e arretramenti (di cui avresti fatto anche a meno), azioni e movimenti che t’hanno segnato (spesso inconsapevolmente) e indirizzato – piccole stelle trancianti – la strada successiva da percorrere.
Allora comincio. Cerco nel gran casino del mio tavolo da disegno, che sono circa dieci anni che non lo è più, intendo, non è più né un tavolo, tanto meno da disegno, e ormai è un semplice appoggio per fogli, cartacce, ritagli di giornale, quaderni, libri, scatole, appunti sparsi. Una sconnessa e sbilenca catena alpina di cellulosa. Trovo vecchi ritagli, quaderni e foto sommersi da anni e la nostalgia mi colpisce tremenda e feroce come solo la nostalgia può esserlo. Nostalgia, nostalgia canaglia, avrebbero detto Al Bano e Romina Power. Tremendamente feroce e impietosa, si fa largo fino a trovare la strada. È il momento di guardare indietro. Allora sia, son qui apposta. Mi ci butto a pesce.
Posted by Giuseppe Braga at 22.11.07 16:25