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31.10.07

Poet'astri [4.]

di Giuseppe Braga

[qui le prime tre parti]

Ero io! Io mi sentivo così, con l’energia compressa nei polmoni e nelle gambe pronta per essere sprigionata, preparato a sorprendere, a spaccare. Pronto a correre fino a innalzarmi in volo. Sulla spinta della musica mi provai tre o quattro camice e altrettanti pantaloni e verso la fine del cd trovai gli accostamenti perfetti.
“Così può andare”, mi sorrisi da solo davanti allo specchio. Controllai l’elenco di amici e parenti a cui avevo telefonato, ma solo per scrupolo, poiché li avevo avvisati tutti. Avevo persino lasciato messaggi in segreteria a persone che non vedevo da anni e di cui non mi importava più nulla. Ma la celebrità ha i suoi prezzi, pensavo.

Mi rilassai sul divano sfogliando una rivista, mi feci una doccia e mi vestii. Erano le quattro e venti, ma non ci stavo più dentro. La casa mi andava stretta. Uscii bello come il sole, salii in auto, misi in moto e partii. All’altezza del primo semaforo mi fermai, ma non perché segnava rosso, bensì per il fatto che la macchina non andava più. Non persi la calma e riprovai con la chiavetta d’accensione, ma niente da fare, non ne voleva sapere di ripartire. Non riuscivo a immaginare cosa fosse successo. Scesi, aprii il cofano e guardai, non ne capivo nulla di auto, ma sembrava ci fosse ogni cosa, ogni pezzo pareva al posto giusto. L’auto per fortuna era al bordo della strada, vicino al marciapiede e non intralciava il traffico, peraltro scarso in quel momento. Mi allontanai per guardarla meglio da lontano, si sa che in certi casi cambiando punti di vista e prospettiva, si può vedere con maggior chiarezza... forse non era questo il caso più appropriato, ma feci così. E purtroppo feci bene. Camminai per circa dieci, dodici metri, passai l’incrocio, mi rivoltai e m’accorsi con raccapriccio di un particolare sconvolgente: avevo lasciato le luci accese. Erano rimaste inserite dalla notte precedente e la batteria si era scaricata. Avevo gli occhi sbarrati e le mani stavano sudando appiccicose. Ritornai verso l’auto non curandomi delle altre vetture che transitavano, spensi i fanali e fu in quell’istante che ebbi uno scatto di rabbia. Scagliai un forte calcio contro il parafango posteriore. Non fu una buona idea. Sentii immediatamente un dolore al piede (questo ci poteva pure stare a ben vedere), poi da sotto l’auto giunse un suono sinistro (è qui che rimasi sorpreso), come di un pezzo che si staccava. Mi abbassai per osservare da vicino e vidi la marmitta che pendeva, dondolava libera come fosse un arto spezzato e indipendente dal resto del corpo. La toccai e l’unica cosa che ottenni fu quella di staccarla completamente dalla pancia del veicolo. Un tonfo sordo sottolineò impietoso il distacco. Ero scosso. Senza parole. Non avevo più il mio mezzo. Erano quasi le cinque ed ero rimasto a piedi. Ero un pirla. Avevo commesso una leggerezza imperdonabile (anzi due), ma dovevo reagire. Assolutamente non dovevo abbattermi. Così iniziai una corsa contro il tempo. Tornai di gran carriera a casa, presi l’agendina telefonica, mi stappai una birra, mi sedetti e iniziai la ricerca. Non avevo più di mezz’ora per trovare un’auto (funzionante) e perciò non c’era un istante da perdere. Scartai alcuni nomi fin da principio. Ad esempio. Cisco e Mimmo con quel loro cazzo di meccanico li avrei sistemati dopo, ora non avevo tempo per litigi o cose del genere. Tra l’altro, ripensandoci, non avevano nemmeno l’auto quei due sciagurati. Cominciai a chiamare. Ero un povero postulante che chiedeva, anzi supplicava, un aiuto.
“Ciao Alfredo come va? Scusa se ti disturbo, ma si tratta di un’emergenza. Ti ricordi che ti avevo detto che stasera, ah non te lo ricordi...”.
Era un continuo domandare o meglio implorare. Feci una decina di telefonate: la metà delle persone non era in casa, ma io lasciavo comunque un laconico messaggio in segreteria, gli altri o non potevano assolutamente privarsi del proprio mezzo, mi dispiace moltissimo, ma stasera proprio non posso... fosse stato domani non avrei avuto problemi te l’assicuro, ma stasera proprio no, oppure l’avevano dal meccanico. Guarda un po' il caso. La birra l’avevo scolata nervosamente tra un rifiuto e l’altro, ora me ne stavo bevendo una seconda per disperazione, alla faccia della promessa fatta ad Amina. Avesse avuto almeno lei l’auto... invece possedeva solo una bicicletta e non era il caso di chiamarla, si sarebbe preoccupata inutilmente. Bastavo io. Sentivo dei brividi lungo la schiena. Ebbi un lampo. Come sull’orlo di un abisso feci un passetto indietro e pensai che non necessariamente sarei dovuto andarci in auto a Como. Per esempio c’era il treno. Chiamai in stazione. Non partivano treni fino al giorno successivo, era stato proclamato uno sciopero dei macchinisti. Allora il bus? La stazione dei pullman era dall’altra parte della città e non avrei mai fatto in tempo a raggiungerla, a salire sul bus e ad arrivare in orario per la trasmissione. Erano le cinque e mezza passate e stavo affogando. Andarci in taxi non mi sembrava il caso e l’aereo non lo possedevo... AAALT FERMI TUTTI! Si era accesa la lampadina. Fede. Non dovevo disperare, ma dovevo aver fede. E in effetti io ce l’avevo. Il mio amico Federico! Perché non ci avevo pensato prima? Il carissimo fratello di mille battaglie pseudo alcoliche s’era da poco comprato una motoretta, non vedevo il perché non avrebbe potuto prestarmela. Anzi, avrebbe dovuto farlo. Io ero il suo amico e questa era un’emergenza. Con qualche birra ce l’avrei fatta. Lo chiamai, ma in casa non c’era, quindi provai a cercarlo sul telefono cellulare. Il segnale dava libero. Era da un mese che non ci sentivamo, ma faceva lo stesso. Noi due insieme avevamo trascorso intere estati gironzolando come vagabondi per la Grecia e la Turchia e insomma, ne avevamo fatte di cose... con lui andavo sul sicuro.
“Pronto Fede, come stai? Co... come chi sono... ma sono io, sono Marco!”
Credo che lo impietosii, gli dissi che ero all’ultima spiaggia (se state pensando a Santorini od Antiparos vi assicuro che non c’entrano), che gli sarei stato grato per sempre e che quando sarei diventato famoso non mi sarei scordato certo di lui, ma penso che alla fine accettò solo perché gli promisi birra gratis per il resto dell’anno. Ce l’avevo fatta. Corsi nel suo ufficio che distava un paio di isolati da casa, arrivai bello sudato e zoppicante, ma adesso l’importante era arrivare negli studi televisivi. Non avevo mai guidato una moto con le marce, ma questo non lo avevo certo detto al Fede, il quale non è che si fidasse ciecamente di me, ma tant’è. Delle volte nella vita si commettono piccoli errori qua e là. Era una bella motoretta rossa, prodotta in Albania una decina di anni prima e con un nome impronunciabile. Non mi interessava nulla, doveva solo portarmi a Como. Il serbatoio era vuoto, ovviamente, e Fede mi indicò il benzinaio più vicino nel mentre mi illustrava il cambio manuale e i freni e le luci. Iniziai a offrirgli una media chiara nel bar di fronte, così, tanto per ringraziarlo. Me la ingurgitai in un lampo e lui fece più o meno lo stesso. Ne avrebbe bevuta subito un’altra (tanto offrivo io), ma gli dissi che dovevo proprio andare. Mi diede le chiavi e mi pregò di non superare i settanta, io lo rassicurai con ampi sorrisi. Ero già quasi ubriaco, tre birre a stomaco vuoto si facevano sentire anche per uno come me. Chiesi l’ora a un passante. Un quarto dopo le sei. Forse ce l’avrei fatta. Aspettai che Fede rientrasse in ufficio e poi misi in moto. Dopo tre tentativi ci riuscii. Partii piano. Ero in marcia. Prima, seconda, terza... sì, si poteva fare. Sbandavo solo un po’ in curva, ma per il resto andavo che era un piacere. Qualche sgasata ogni tanto nei cambi di marcia, ma quella motoretta era fenomenale. Era come l’avessi sempre guidata. Attraversai la città seguendo le indicazioni e imboccai la statale per la città lacustre. L’aria fresca mi pizzicava la faccia. Tenevo un’andatura che oscillava tra i settanta e gli ottanta, se cercavo di toccare i novanta all’ora il motore gridava disperato e quindi tornavo alla velocità consigliatami. Le automobili e i camion sfrecciavano rapidi alla mia sinistra congestionando l’aria di smog, io mantenevo una velocità di crociera dignitosa. Vidi il cartello e fu un sollievo. Chiesi un paio di indicazioni e arrivai negli studi, che si trovavano in una palazzina anni sessanta di due piani, appena fuori la città. La motoretta era stata all’altezza. Ero felice. Scesi e la carezzai in vari punti. Iniziai persino a baciarla sul manubrio, sul sedile, sul serbatoio e sugli specchietti, ma poi mi accorsi che due ragazzi stavano osservando la scena e quindi mi diedi un tono, facendo finta di controllare un finto guasto. Mi sistemai la giacca di velluto marrone, mi sbottonai il primo bottone della camicia grigia, mi diedi una leggera spolverata ai jeans neri e alle scarpe impolverate e tirai fuori dal portafogli il foglietto con le informazioni, che ormai sapevo a memoria. Entrai nell’atrio, un salone con le pareti di finto marmo e specchi anticati a tutta altezza, sedie e poltroncine sparse, manifesti di attori hollywoodiani appesi ai muri, alcune porte chiuse senza indicazioni o targhette e una scala che portava al piano di sopra. Mi guardai in uno specchio e mi accorsi che ero spettinato: mi passai una mano tra i capelli che così tornarono a posto. Non c’era gran movimento in quella sala. Si sentiva un gran vociare proveniente dal piano di sopra e da dietro alcune delle porte chiuse, ma nell’ingresso dove mi trovavo c’era una strana calma. Chiesi allora a un tale che stava leggendo un libro seduto su una sedia di fianco alle scale. In quel momento c’era solo lui nell’atrio di finto marmo.
“Mi scusi, saprebbe dirmi dove posso trovare il signor Buzziconi?”
L’uomo mi guardò di sbieco, come lo avessi risvegliato da un sogno bellissimo e con un accento dialettale, marcatamente comasco, mi disse.
“Sta forse cercando il Dottor Butteroni?”
Attimo di silenzio. Riguardai meglio il bigliettino.
“Ah, ah, ma certo. Butteroni, esatto!”
“Lei è qui per CASI QUOTIDIANI, il settimanale di arte/spettacolo/cultura/politica e varietà, condotto dal Dottor Achille Butteroni, giusto?”
Avevo il mio bel bigliettino davanti.
“Sì, sì, proprio quello. Sa, io sono un invitato, deve sapere che io sono un poe...”
Mi interruppe bruscamente a metà. Con voce netta e per niente amichevole, disse.
“Ascolti, deve salire le scale e andare fino in fondo al corridoio. L’ultima porta a destra. Arrivederci.”
Come accoglienza non c’era male. Prima di salire gli chiesi l’ora.
L’uomo sempre più scocciato guardò l’orologio e mi disse che avrei fatto meglio a sbrigarmi… lo mandai a cagare a bassa voce e salii le scale. Qui l’atmosfera era completamente diversa. Al piano di sopra, persone agitate uscivano ed entravano da porte, dietro le quali provenivano suoni e voci che tendevano a sovrapporsi e a sovrastarsi. Arrivai alla stanza in fondo al corridoio. Entrai e fui investito da uno sciame di parole. Rimasi immobile, nella speranza di uscirne illeso.
“Ecco finalmente il nostro Poeta! Tu sei Marco Tosoni vero? Molto, molto piacere. Io sono Achille Butteroni, ma puoi chiamarmi tranquillamente Achille. Anzi guarda, facciamo Achi!, e che non ti venga in mente di darmi del lei capito? Io sono per i rapporti diretti, espliciti e belli freschi. Cool... per usare un termine che a voi giovani piace tanto. Indipendentemente dall’età, io fuori trasmissione esigo il tu, d’accordo? Durante il programma, s’intende, è un’altro paio di maniche... ma piuttosto, dimmi caro Marco, hai avuto problemi ad arrivare negli studi? Non credo, eh? Eccola qua la nostra TELE CANTONE URBANO. L’abbiamo tirata su noi con le nostre mani... Cosa ne dici, ti piace? Non la trovi bellissima? A proposito, hai già incontrato gli altri ospiti? O magari vuoi rinfrescarti un attimino? Hai fame? Sete? Come ti senti ragasso mio, sei emozionato? Non dirmi che è la tua prima volta in televisione? Ah, sììì? Non preoccuparti perché andrà tutto benissimo, vedrai che...”
Sarebbe andato avanti fino alle nove di sera, come un carro armato che abbatte ogni ostacolo, senza pietà per nessuno, ma per fortuna intervenne una ragazza. Fu lei che mi salvò da quella valanga di domande idiote. Era l’assistente di studio che mi chiamava. Doveva spiegarmi alcuni dettagli legati alla trasmissione. Colsi al volo l’occasione e sgattaiolai via. Butteroni andò avanti a parlare ancora per un attimo da solo e quando si accorse che io non c’ero più, non si scompose e disse a gran voce: “Forza ragassi che tra mezz’ora s’inizia e vi voglio belli carichi!”
Nessuno dei presenti sembrò dargli retta.
Elvira era una graziosa ventenne di Bellinzona, una bambolina bionda tutta sorrisi e frasi fatte, un continuo: “Cioè devi sapere che... cioé devi ricordarti di guardare in camera... cioè mettiti il microfono... cioè sulla giacca... cioè fai attenzione ai tempi... cioè cioè cioè...”
Era piuttosto agitata, ma probabilmente era il suo modo di fare naturale. Parlava veloce come una macchinetta e si mangiava qualche parola, ma i concetti, cioè!, le uscivano fuori piuttosto chiari. In una mano teneva una cartellina con la scaletta della trasmissione, mentre con l’altra si toccava meccanicamente i lunghi capelli biondi. A guardarla bene era una finta bionda, ma era carina lo stesso. Aveva un corpicino rinchiuso in un abito di due taglie più piccolo del dovuto e dal quale sbocciavano i due seni, sodi come meloni acerbi. Il culo era piccolino, ma ben fatto e i fianchi erano talmente stretti che li avrei potuti abbracciare completamente con le mani. Mi invitò a entrare in una stanza attigua dove avrei potuto trovare un piccolo rinfresco prima del programma. Sono ben organizzati, pensai. Una volta dentro cambiai immediatamente idea. Il tavolo sul quale erano poste le cibarie sembrava un campo di battaglia e le vittime erano resti di tramezzini mangiucchiati e risputati nei piatti di carta, bottiglie di vino e bibite semivuote, una mezza tartina al burro e prosciutto, mezzo cannolo alla crema e un babbà al liquore (quelli restano sempre, chissà perché). Gli autori dello sterminio non potevano che essere stati gli altri ospiti di CASI QUOTIDIANI. Che bella compagnia. Iniziavano a incuriosirmi. Comunque, visto che ero lì, mi mangiai controvoglia il babbà e mi bevvi i fondi di bottiglia avanzati. Ne vennero fuori due bei bicchieri di bianco frizzante. Meglio che un calcio nel culo, insomma. Ero pronto. Avevo fame e avrei abbattuto ogni steccato. Era la fama e non la fame che mi attendeva famelica a braccia aperte. Uscii e intercettai la biondina in corridoio, era sempre più agitata e sincopata. Le sorrisi malizioso, ma lei mi oppose un sorriso strettamente professionale e mi accompagnò nello studio. Capii che stavamo per cominciare. Ero eccitatissimo. Avrei immediatamente ammaliato il pubblico con uno dei miei sguardi magnetici, subito seguito da un sorriso contagioso e da una frase a effetto delle mie. Li avrei avuti tutti dalla mia parte.


[4.segue]

Posted by Giuseppe Braga at 31.10.07 09:18

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