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23.10.07
Poet'astri [3.]
di Giuseppe Braga
[le prime due puntate, qui e qui]
Capitolo Due
Mercoledì sera, interno pizzeria: io e Amina al tavolo. Una margherita mangiuzzata ai bordi e una al prosciutto lasciata nel piatto per metà. Nervosismo serpeggiante. Posacenere pieno di mozziconi. Nessuno che parla. La tensione del giorno prima iniziava a farsi sentire e, pur cercando di rimanere calmo e distaccato, in realtà mi cagavo sotto. Amina d’altro canto la sentiva tutta questa mia tensione e si cagava sotto pure lei. Ruppi il ghiaccio quando ormai le pizze erano gelate e il pacchetto di Camel quasi vuoto.
“Vedrai che andrà per il verso giusto, adesso mi sento l’ansia da debutto, ma tu lo sai, io sono un animale da palcoscenico. Quando sono lì e vedo le luci e il pubblico, io mi trasformo... vedrai che performance.”
“Sai Marco non è di questo che mi preoccupo, o meglio non proprio di questo.”
“E allora cosa c’è? Perché sei così strana stasera? Bucherò lo schermo, vedrai... avrete bisogno degli occhiali da sole, cazzo!”
“Ascolta mi devi promettere una cosa.”
“Prego..?”
“Sì, in qualche modo è una preghiera, mi assicuri di una cosa?”
“Avanti forza, non lasciarmi sulle spine.”
“Tu inizia a promettere.”
“Cazzo Amina, come ti posso promettere qualcosa se non so cos’è ?”
“Per favore non alzare la voce. Ascoltami per favore.”
“E va bene te lo prometto, ti ascolto...”, stavo tenendo dita e gambe incrociate, ero pronto al peggio, che puntualmente stava arrivando.
“Non più di una birra, giuralo!”
“...”
Cazzo mi aveva concesso una birra, che generosità d’animo il mio amore.
“Allora cosa ne dici? Io lo dico per te, lo sai vero?”
“Lo so, lo so... e va bene non berrò, non preoccuparti: te lo prometto.”
Sospirò e disse flebile: “Speriamo.”
A quel punto le dissi, con una voce troppo ruvida per sembrare vera: “Ma se poi sembrerò un pesce lesso sul punto di morte, non venirmi a dire niente eh?”
“Vedrai che sarai bravissimo, non fare la vittima.”
“Ah... come è difficile sopravvivere per noi poveri geni incompresi. Tutti che vogliono spiegarti come comportarti, cosa fare, cosa dire, come vestirti... a proposito, cazzo!, cosa mi metto domani?”
“Io un’idea l’avrei. Ti ricordi quel bel completino...”
“Fermati! Non voglio sentire. Mi metterò le prime cose che troverò nell’armadio, lo sai che sono bravo negli abbinamenti.”
“Come no, sei un fenomeno!”
Chiedemmo il conto e ce ne andammo. Accompagnai a casa Amina e per tutto il tragitto, mentre lei mi ricopriva di raccomandazioni esaltando alla massima potenza il suo lato materno, io mi ripetevo mentalmente la poesia che avrei dovuto recitare la sera successiva. Ogni volta la intonavo in maniera diversa, ma ogni modo arrivavo sempre alla fine con discreto agio. La mia memoria teneva bene. Era un bel sollievo saperlo. Sentivo battere le mani. Al termine sarei stato sommerso dagli applausi del pubblico che forse, mi avrebbe anche chiesto il bis. Io lo avrei concesso, naturalmente.
Oh dolce piccolo infelice
l’acqua gelida ti lambisce
sfiora appena l’ala spezzata
che nell’impura sabbia è affondata
L’arto vitale duole e pesa
nel mentre s’avvicina l’ora della resa
oh terra sporca terra infame
terra infetta di catrame
Lei l’ha preso e catturato
quando dal cielo è scivolato
piccolo volatile triste e solo
non spiccherai mai più il volo
E’ questo il canto disperato
del gabbiano malandato e insabbiato
Che poverin non volerà
e tra gli stenti morirà.
Al termine della trasmissione avrei firmato diversi autografi e ammiccato a qualche bella ragazza che mi allungava la mano ammirata. Non vedevo l’ora, ma intravedevo la casa di Amina, eravamo arrivati. Fermai l’auto sotto il portone, tirammo giù i finestrini e nella calma solo apparente di quella notte d’attesa ci fumammo l’ultima sigaretta. La fiamma dell’accendino fece risplendere il viso di Amina. La guardai obliqua nell’istante in cui compiva quel gesto così normale. La luce le illuminava di taglio i capelli che le scendevano lievemente mossi fino a sfiorarle le spalle. Il viso era una pellicola traslucida, aveva delle labbra fini e sensuali che somigliavano a quelle di una bambina viziosa. Gli occhi erano due pietre blu fluorescenti che sbucavano da sotto le sopracciglia appena accennate. Mi ricordò una di quelle donne del Caravaggio, sempre a metà tra la luce e l’oscurità, tra il bene e il male, tra la santità e la perversione, sospese tra la vita e la morte. Tutto si svolse nel breve attimo di quell’azione, poi il fumo delle sigarette prese il sopravvento. Aspiravamo e buttavamo fuori in silenzio, ascoltando i rumori della via, con le poche auto che transitavano e qualche cane che abbaiava. Al momento di salutarci ci baciammo teneramente.
“Allora mi raccomando, chiamami quando arrivi negli studi. Mi spiace proprio non poter venire, ma lo sai, non sono davvero riuscita a spostare il turno.”
“Non preoccuparti amore mio, so che mi sarai vicina e comunque mi vedrai in differita come se fossi una partita di calcio. Il risultato non te lo dico però, almeno così hai la sorpresa, eh? ”
“D’accordo, vado subito a programmare il videoregistratore. Ciao Marco.”
“Ciao bella e a presto.”
Mi abbracciò forte e, conoscendomi piuttosto bene, mi ricordò nuovamente di arrivare puntuale. Feci di sì con la testa e ripartii. L’auto adesso andava che era una meraviglia, il meccanico che mi aveva consigliato Mimmo aveva fatto un bel lavoro. Aveva anche dato un’occhiata ai freni e alle gomme, all’olio e all’acqua del radiatore. Aveva persino dato una sbirciatina al motore. Potevo andare a Como con l’assoluta certezza di arrivarci, il che non era roba da poco. Mentre guidavo, il sonno mi era del tutto passato e quindi decisi di passare al pub a vedere se c’era qualcuno. Male che fosse, una birra l’avrei trovata comunque. Entrai nel locale, era semivuoto come al solito. A servire le birre c’era Bruno, il proprietario, che nonostante il nome era albino. Era alto un metro e sessanta e pesava centoventi chili. Aveva una pancia da fare invidia, tonda come un pallone, pareva un Budda di periferia sempre sudaticcio e con la sigaretta appiccicata alla bocca. Ti fissava con uno sguardo morbido e ironico al tempo stesso, tenendo gli occhi sempre socchiusi. La sua bocca era storta e formava sul lato destro una smorfia all’insù. Pareva sorridesse in continuazione, anche quando parlava di tragedie o di sciagure. Questo lo rendeva, suo malgrado, un personaggio surreale. Beveva più birre di quante ne vendesse, ma con il suo ghigno ti guardava di sbieco e sosteneva sicuro che gli affari giravano mica male. Le verità con lui andavano filtrate con cura. Quel cazzo di pub era sempre deserto e forse per quel motivo era anche il mio preferito. Quella sera era più vuoto che mai. C’era un tizio in un angolino che si stava sorseggiando una pinta di rossa e un trio di ragazzi che bevevano in silenzio senza scambiarsi una parola. Le luci erano basse e la radio mal sintonizzata mandava un pezzo insipido di Phil Collins. Sulla musica avrei avuto da ridire, ma visto che ero in buona non feci alcun commento. Mi diressi verso il bancone e chiesi una birra chiara, poi scambiai qualche parola con Bruno. Alla radio stava iniziando una canzone di una nera americana, di cui non ricordo il nome, tutta
“Love me / love me / love me / Together and ever / you and me / Together forever / love me / love me / love me babe...”, e a quel punto non resistetti. Alzai le braccia al cielo con un gesto solenne e mossi le due mani avanti e indietro roteandole come fossero lame pronte ad abbattersi sulla radio o peggio sulla testa del barista albino. Poi feci una vocina stridula con accento inglese e dissi: “Senti Bruno, perché non metti su un bel cd dei tuoi?”
Lui stava spinando le birre e senza alzare lo sguardo mi rispose lapidario.
“Il cd s’è rotto ieri, ma se me lo vuoi aggiustare, accomodati pure.”
“Mmh... non dirmi che ti piace ‘sta robaccia. Piuttosto tira fuori quella cassettina dei Police, ce l’hai presente “Reggata de blanc”? Dove l’hai nascosta? O forse ti si è rotto anche il mangianastri... a proposito, la spina delle birre funziona, almeno quella?”
Bruno mi guardò con quel suo sguardo trasversale e inclinando la testa disse con un tono svogliato: “Ti vedo su di giri Marco, sei più brillante del solito stasera. Cos’è successo? Un’eredità improvvisa? Un prozio d’America? Un giacimento in Australia? T’hanno licenziato e non vedi l’ora di spenderti la liquidazione? Un colpo di sole. No, no, forse hai sbattuto la testa... comunque ascoltami bene: le cassette le ho portate giù in cantina, quindi se vuoi, puoi andarle a prendere. Le chiavi sono proprio lì, vicino allo stereo.”
“E tu sai cosa potresti andare a prendere? Va bene, va bene, se ti piace ‘sta lagna non ci sono problemi, come vuoi. Il locale è tuo e ci mancherebbe, ma se perdi clienti non lamentarti dopo. Stracciamoci pure l’anima con ‘ste cacate americane.”
Col ghigno sempre stampato in faccia come fosse una decalcomania tagliò corto con un tono che difficilmente avrebbe permesso repliche.
“Suvvia non farti il sangue amaro oggi va così, beviti la birra piuttosto, che ti fa bene alla circolazione. Alla tua, caro rompicoglioni dell’accidente…”
Mi porse la pinta gelata e io, accennando una smorfia, ne bevvi d’un fiato metà. Lui fece altrettanto, con la differenza che in un solo sorso finì la sua. Alla fine emise un rutto che sovrastò la musica e che risuonò sulle pareti, dando l’impressione di farle tremare. Ridemmo entrambi e lui mi porse subito un’altra birra.
“Questa te la offro io, oggi sei così simpatico... mai pensato di darti al cabaret?”
Feci di no con la testa, ma non era vero.
Bruno invece della birra si fece un bicchiere di rum. Bevve pure quello in un sorso e poi se ne versò un altro: “Questo me lo voglio gustare piano piano”, disse a mezza voce. Meno male, pensai. Io ero ancora alla prima birra, ma di tempo ne avevo. Sentivo il bisogno di raccontare a qualcuno della serata che aspettava, mi frullava l’adrenalina nello stomaco e quindi, dopo aver parlato di alcune faccende senza importanza, gli dissi della trasmissione. Alla radio trasmettevano un pezzo degli anni ottanta di Gianni Togni, mi sembrava il momento adatto. Bruno all’istante non capì. Sapeva di trovarsi di fronte una persona stravagante e un po' sopra le righe, ma addirittura un poeta! Invitato alla televisione per di più! Mi chiese di ripetergli bene tutto. Aveva sempre il ghigno sul viso e magari mi stava anche prendendo per il culo, ma io gli ripetei per filo e per segno ogni minimo particolare. Ero sempre meglio calato nella parte e a un certo punto, come fosse la cosa più naturale che potessi fare, mi alzai sullo sgabello e iniziai a recitare la poesia del gabbiano ferito a voce alta. Le poche persone che erano sedute ai tavoli si voltarono di scatto incuriosite, poi al termine della mia esibizione scoppiarono a ridere e applaudirono scompostamente. I tre ragazzi seduti al tavolo, che fino a quel momento erano rimasti in silenzio senza scambiarsi una parola, sembravano essersi risvegliati improvvisamente dal loro torpore metropolitano e ora stavano lì, a darsi di gomito e a fare battute pesanti e imbecilli. Non avevano capito la drammaticità del testo, non ne avevano capito la tensione alta e disperata, in sostanza non avevano capito un cazzo. Non ne feci una malattia. Tanto, mi dissi, sono poveri ubriachi che non capiscono niente e quindi non c’è di che preoccuparsi, anzi credo sia un buon segno. Scesi dallo sgabello quasi sollevato e finii le birre, Bruno me ne diede immediatamente un’altra e mi fece i complimenti, ma con quel suo ghigno permanente non si poteva mai dire. Rimasi sino alla chiusura del pub e mi bevvi altre quattro birre. Prima di andare gli chiesi di avvisare gli amici e dir loro di sintonizzarsi l’indomani su Tele Cantone Urbano. Lui ghignando, ma con tono estremamente serio, mi rassicurò e mi disse che avrebbe addirittura portato la televisione nel locale, per non perdersi lui stesso la trasmissione. “Sei un amico Bruno”, lo salutai con una pacca sulla spalla e mi avviai all’uscita. L’orologio del pub segnava le due di notte e dalle frequenze della radio riconobbi una canzone di Venditti. Ero sull’uscio. Il primo pensiero fu di sollievo. Infatti chiusi la porta dietro di me e non lo sentii più.
Il programma del giorno successivo era ben preciso. L’avevo stilato mentalmente decine e decine di volte limandolo e affinandolo in continuazione. Mi sarei alzato verso le undici, al lavoro non sarei andato ovviamente, avrei consumato una ricca e abbondante colazione, ascoltato della buona musica – finalmente -, letto qualcosina - a letto -, fatto un riposino - magari sul divano -, una doccetta tonificante e verso le cinque, cinque e mezza del pomeriggio, mi sarei avviato a Como con la mia splendida automobilina. L’appuntamento con il presentatore era stato fissato per le sette e mezza e io volevo arrivare con un certo anticipo per evitare sorprese. Con questi pensieri circolari arrivai a casa, mi lavai i denti, mi buttai sul letto e m’addormentai di schianto, abbandonandomi alla notte. Mi risvegliai intorno alle undici come da programma, ma non mi alzai subito. Rimasi steso a guardare il soffitto e a grattarmi un po' il culo con gusto. Ogni tanto mi davo una tastatina alle palle, oh, come adoravo trastullarmi così! Nel dormiveglia mi assopii di nuovo e feci un sogno premonitore.
C’era un vaso con una piantina di gerani rossi sul davanzale di una finestra. Io osservavo la scena dall’alto. Improvvisamente si alzava un vento asfissiante e un petalo si staccava dalla pianticella. Dapprima si fermava sul davanzale, ma dopo un istante sospinto da un’altra folata si lasciava cadere verso il suolo. Ma contrariamente alle attese era una caduta che non aveva fine, una discesa che non voleva compiersi. Quel petalo rosso volteggiava nel cielo, libero e privo di pesi, fragile e incosciente e non ne voleva sapere di toccare terra. Seguiva le correnti e sorvolava le strade e le strade divenivano città e le città diventavano fiumi e i fiumi diventavano uccelli di fuoco e gli uccelli si mutavano in mari e i mari si trasformavano in oceani e gli oceani erano deserti e i deserti scomparivano inghiottiti da una aspirapolvere, imponente come una montagna. Dall’aspirapolvere sbocciava una foresta e la foresta era un’enorme tigre addormentata e la tigre diventava un lampo e poi un tuono e un temporale e l’acqua scrosciava intensa dalle nuvole. Immanenti, intangibili, vivide, eteree. L’acqua lavava via ogni cosa. Ogni elemento svaniva. Ogni singolo oggetto lentamente sbiadiva, sopraffatto dal vuoto cosmico. Tutto evaporava, tutto tranne il petalo che si dissolveva piano nell’orizzonte, ma che si rigenerava di continuo, dando origine ad altri petali rossi che andavano a punteggiare il cielo. Giovani stelle di una nuova galassia incandescente…
A quel punto si staccò una tra le tante cartoline che tappezzavano la parete di fronte al letto. Fu un rumore lieve, ma io lo sentii comunque e mi svegliai. Erano le undici e mezza. Un bell’orario per alzarsi. Feci ogni cosa con estrema calma, andai in bagno in mutande e mi lavai la faccia e le ascelle, poi mi feci con la massima cura la barba, di certo non volevo rischiare di tagliarmi, misi un goccio di dopobarba (era una lozione consigliatami dalla zia Amanda e io la usavo con parsimoniosa attenzione) e mi sciacquai le mani, infine mi lavai i denti. Ero in forma, in perfetta forma. Feci anche un paio di gargarismi per schiarirmi la voce, la impostai e canticchiai “Hey Jude” dei Beatles. Avevo una voce bellissima, non c’era altro da dire. Mi sarei potuto cantare tutto il doppio bianco, se solo avessi saputo le parole a memoria, ma erano altre le parole che dovevo ricordare oggi e non erano certo parole qualsiasi: erano le MIE PAROLE, signori, e non le avrei scordate per nulla al mondo. C’era da giurarlo. Uscii dal bagno, m’infilai una maglietta e un paio di pantaloni corti e preparai la colazione. Mangiai con appetito un’intera scatola di biscotti secchi immersi in una tazzona di latte, due uova sode, una banana troppo acerba, un panino col prosciutto e una schiacciatina spalmata di miele. Accompagnai il cibo con dell’acqua del rubinetto e conclusi con un triplo caffè. Avevo la finestra aperta e da fuori potevo sentire il cinguettare degli uccelli. Pur essendo là fuori, la città mi pareva lontana. Fortunatamente abitavo in una via di periferia in cui transitavano poche automobili. Inoltre proprio di fronte alla mia finestra (ne avevo solo una al piano di sotto, ma ben posizionata) c’era un piccolo parchetto, all’interno del quale si trovava un albero secolare. Era un gelso con una grande e folta chioma e un robusto tronco in parte cavo. Alcuni pomeriggi li passavo osservandolo stando seduto alla finestra, intere ore così, lasciandomi trasportare dolcemente verso di lui. Entravo nel suo universo incantato. Dalle foglie e dai rami mossi dal vento, dalle nodosità ruvide della corteccia e dalle profonde radici ben piantate nell’erba, dai suoi frutti bianchi e gioiosi e dall’incanto del suo profumo. E così, questo miracolo della natura, questo antico eroe che resisteva al tempo, all’incuria, all’inciviltà dell’uomo e a tutto il resto, mi infondeva sempre un’immensa calma, una tranquillità indescrivibile. Quasi sempre mi rilassavo così tanto, quando lo guardavo, che mi addormentavo sulla sedia.
Finito di mangiare mi accesi una sigaretta e la fumai stando al davanzale, non dovevo pensare al gelso, ma al vestito da mettermi. Richiusi la finestra, accesi lo stereo e mi sentii gli U2. Nei momenti difficili mi rivolgevo sempre a loro. L’organo attaccava ieratico e cresceva come un’onda lunga, poi come la lama di un coltello, come una scossa elettrica, irrompeva la chitarra di The Edge e sopra a essa, come un uragano volava alta la voce di Bono.
I want to run I want to hide
I want to tear down the walls
That hold me inside
I want to reach out
And touch the flame
Where the streets have no name...
[3.segue]
Posted by Giuseppe Braga at 23.10.07 08:23