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18.10.07

Poet'astri [2.]

di Giuseppe Braga

Ero di nuovo in strada e l’unica differenza era che avevo un litro di birra al doppio malto nello stomaco vuoto. M’accorsi d’avere fame. Entrai in una panetteria e mi comprai un trancio di focaccia. Non era una focaccia qualsiasi. Era una di quelle alle cipolle. Vai a capire tu, ma le cipolle a me facevano cagare. Le trovavo assolutamente immangiabili. In qualsiasi contesto, intendo. Purtroppo le era rimasto solo quel pezzo e quindi mi vidi costretto a prenderla. Mi feci coraggio e la mangiai, avendo cura di buttare lo strato superficiale (quello con le cipolle) ai piccioni gaudenti del parchetto. Stavo seduto su una panchina e meditavo sulla vita.

Mi sembrava che fosse come quella focaccia: bella a vedersi, ma pur sempre con quelle stronze di cipolle sopra. Che volete che vi dica, saranno buone, faranno magari bene al fegato, ma se a te non piacciono sei fottuto. Bella fregatura, cazzo. In quel caso infatti - era il mio - rimane solo il resto della focaccia nuda e cruda (meglio se cotta). La pasta è gustosa, niente da dire, ma è come se fosse incompleta e mancante di qualcosa di fondamentale. Guardando un piccione ingordo e antipatico, avevo concluso che avrei dovuto farmi piacere le cipolle. Ma questo, lo sapevo bene, non era possibile. Avrei forse dovuto adattarmi alla merda che ricopre le gemme della vita? Mai e poi mai. Giammai! Ah, ah, ma una soluzione c’era. Sarei potuto andare dal panettiere in un orario migliore o magari trovarne uno più fornito o... ancora mi ero perso in un labirinto di cazzate. Accidenti, la vita era una focaccia? Bene, io me la stavo mangiando. Eccoci: dovevo mangiare la vita, aggredirla, afferrarla e bando alle cipolle, bando ai problemi e ‘fanculo alle difficoltà. Io ero in grado di sopravvivere alle intemperie più burrascose e me la sarei cavata sempre e comunque. Del resto, come diceva quel proverbio? Ah sì, aiutati che il ciel ti aiuta, e la prossima volta una bella focaccia con le patate, e che cazzo!
S’erano fatte le sette di sera e, come uscito da un coma profondo inatteso, mi ero ricordato improvvisamente d’aver dato un appuntamento telefonico ad Amina alle sette e mezza. Mi diressi quindi, verso la stazione del metrò e mi avviai, sbandando, verso casa. Il sole si stava nascondendo dietro gli edifici della città e il traffico stava concludendo vittorioso anche quella giornata.

Arrivai a casa alle otto passate e controllai la segreteria che lampeggiava intermittente: c’erano tre messaggi ed erano tutti di Amina, che mi pregava di richiamarla al più presto. Si trattava di una faccenda importante, la sua voce tradiva una certa emozione, si sentiva che era agitata, ma al tempo stesso pareva anche euforica. Non riuscivo a immaginare perché. Per quale motivo mi aveva lasciato tre, dico tre, messaggi nello spazio di poche ore? Perché la sua voce era così concitata? Perché? Perché? Perché? Non avrei dovuto far altro che alzare la cornetta e chiamarla... ma non volevo. Almeno non subito. Aprii il frigorifero e presi una lattina di birra, erano appena passate le otto ed era presto, stabilii che indipendentemente da qualsiasi cosa fosse accaduta, o stesse per accadere, io avrei dovuto prendermi del tempo. Bevvi un sorso e accesi lo stereo. Feci girare un nastro di Van Morrison e mi rilassai sdraiandomi sul pavimento. Il tempo stava dalla mia parte. Volevo gustarmi l’attesa, prolungandola il più a lungo possibile. Chiusi gli occhi e mi lasciai condurre dal suono che diffondevano le casse. I fiati solcavano la terra, neanche fossero le grosse ruote di un carro trainato da un cavallo, gli spazi e i righi dello spartito erano invasi dalle sue orme. Era un susseguirsi ripetuto di battiti e sensazioni, di battute e sentimenti, di legature e di pause che prendevano forma e, come un grande uccello volavano nell’aria pura d’Irlanda. Le nuvole seguivano le onde della musica, si rincorrevano e scomparivano dietro l’orizzonte e la voce arrochita di Van the Man bruciava di birra e di whisky. I violini si arrampicavano sulle colline verdi, fresche d’umidità e ricolme di gioia, le chitarre erano barche ferme in piccoli moli, pronte a salpare verso il mare aperto. La batteria risuonava come un tuono indefinito e immortale, il basso era il contraltare dei violini, come dire, le radici di un albero che toccano e accarezzano le fronde giovani e libere nel cielo. Il piano era uno stormo di rondini che giocavano a inseguirsi disegnando immagini istantanee e stupefacenti. Io mi ritrovavo esattamente nel mezzo dello spettacolo, un’entità immaginifica, una sorta di superuomo che poteva permettersi di decidere il tempo, lo spazio e la vita delle cose. Sinceramente stavo esagerando, e lo sapevo, ma la birra stava producendo il suo effetto: oh, come avrei voluto poter inventare un marchingegno che mi permettesse di catturare e fermare su di un foglio tutte quelle sensazioni. Come sarebbe stato magico poter vedere coi miei occhi e poter far vedere a chiunque avesse voluto, ciò che stavo vedendo io in quel momento. La fantasia era l’unica possibile via d’uscita. L’estraniamento, il grimaldello per raggiungerla. Ma i problemi tendevano ad accumularsi, impilati rigorosamente in ordine alfabetico. Crudeli e intrisi di veleno. Non c’è che dire, le nostre esistenze sono alquanto bizzarre. Il più delle volte viviamo di sogni e restiamo aggrappati a essi, senza accorgerci minimamente che la vita, nel frattempo, sta andando avanti per un’altra strada mentre noi, furbi solo all’apparenza, siamo fermi al semaforo. Imbecilli in coda davanti a un lucetta rossa. Rischiamo di diventare malinconici coglioni ammuffiti, buoni se ci va bene per le cantine di qualche museo delle cere o per gli sgabuzzini di qualche gerontocomio di periferia. Se ci va bene. Stronzi fumanti inchiodati dall’ingorgo di turno.
Mi stavo cullando o, per meglio dire, contorcendo in questi pensieri, quando bussarono. Mi trovavo steso al piano di sopra del mio monolocale a due piani. Con lo stereo sparato al massimo, inizialmente, faticai a sentire i pugni che battevano sulla porta, ma quando iniziarono a gridare il mio nome non ebbi dubbi. Qualcuno mi stava cercando. Mi alzai barcollante. Incerto sulle gambe, scesi le scale a chiocciola. La casa era uno schifo, nel senso che nulla era al posto giusto, sempre ammesso che ci sia un posto giusto per le cose e per gli oggetti. Avevo vestiti buttati sulle sedie, giornali mai letti buttati per terra, scarpe con relativi calzini buttati qua e là, piatti sporchi che sbordavano dal lavandino. E il resto lo risparmio perché ho un cuore anch’io. Aprii cercando di darmi un tono, ma quando vidi che alla porta c’erano Cisco e Mimmo, mi venne spontaneo grattarmi le palle e mandarli a cagare subito.
“Ciao Marco”, fecero in coro.
“Che cazzo volete?”, risposi biascicando.
Poi Cisco disse, rivolgendosi a Mimmo: “Simpatico come al solito lo stronzo”, e poi diretto a me: “Non ti ricordi che mi hai chiamato ieri sera per la marmitta?”
Cazzo la marmitta, e chi se la ricordava più? In quale angolo della mia testa si era andata a ficcare? Forse nella Nuova Zelanda della mia materia grigia, ammesso che ne avessi così in abbondanza. Insomma, ai miei antipodi cerebrali.
“Ah, ah, esatto la marmitta. Bravo, che problema ha la tua marmitta?”
Cisco, sempre rivolto verso l’amico: “Ma quanto cazzo ha bevuto ‘sto qui?”
In quel momento intervenne Mimmo. Era un mio vecchio amico del liceo, uno che basava ogni suo discorso sulla logica. Più ferrea era, più ero contento. La classica persona che quando parla deve capire (legittimo) - e far capire (un po' meno) - ogni minimo dettaglio. E non importa se questo è insignificante o meno, l’indispensabile è approfondire. Anche le sfumature. Anche le inutilità. Lui era un artista del cavillo. In pratica un bel rompicoglioni. Mimmo manteneva questa sua filosofia di vita in ogni circostanza, qualsiasi fosse l’interlocutore che aveva di fronte. L’avevo visto fare così anche con suo nonno novantenne. Quello era il mio turno.
Attaccò con un tono didattico: “Ascolta Marco, cerca di ragionare. Anzi ragioniamoci insieme. Tu hai una macchina, fin qui ci sei? Fammi di sì con la testa... ecco così, bravo. Riepiloghiamo, la tua macchina ha la marmitta messa male. Ascolta, non me lo sono inventato, ci hai chiamato tu ieri, ricordi? Il tuo meccanico non c’è più, si è trasferito, dai, forza che ci arrivi...”
Cisco nel mentre, mi guardava compassionevole e si guardava in giro. Era un omone alto e robusto e la sua ombra ingombrava mezzo appartamento. Stava ridacchiando, ma senza scomporsi più di tanto. Un suo stile, dopotutto, ce l’aveva anche lui.
Non avevo alcun dubbio, mi stavano prendendo per il culo, ma al contempo avevano perfettamente ragione. Tutto ciò che avevano detto non faceva una grinza.
“Ora mi sembra di ricordare, la marmitta, sì…”, convenni, tirando su col naso.
Erano entrati e si erano seduti sopra ai vestiti che avevo appoggiato sulle sedie, non avevo detto loro nulla perché tanto non erano stirati. Avevo aperto il frigo e avevo porto loro una lattina di birra, Cisco aveva parecchio gradito e mi aveva chiesto anche delle patatine. Io avevo un sacchetto proprio lì sul tavolo, aperto un mese prima e così avevo fatto un figurone. Vedevo l’unto che gli rimaneva attaccato alle mani e pensavo al suo colesterolo, ma lui andava ghiotto di schifezze del genere e non ci faceva caso per un cazzo. Mentre Cisco finiva il sacchetto, Mimmo mi spiegava, con dovizia di particolari, che me la sarei cavata con duecento carte, lira più lira meno, e che il suo meccanico era uno buono e che nel giro di un pomeriggio avrebbe svolto il lavoro. Se volevo avrei potuto lasciargli la macchina anche domani. Io gli avevo risposto che volevo. Cisco dopo le patatine invece, avrebbe voluto anche un piatto di pasta, ma io non ero dell’umore di avere ospiti a cena e quindi senza troppi giri di parole li avevo invitati a togliersi dai coglioni. Prima di andarsene riuscirono a fottermi un pacco di biscotti che tenevo sul ripiano della cucina. Quando richiusi la porta guardai l’orologio appeso alla parete della cucina-soggiorno e scoprii che s’erano fatte le nove e venti. Fu a quel punto che vidi distintamente Amina. Incazzata davanti al telefono. Che mi stava maledicendo per il fatto che non l’avessi ancora chiamata. Deglutii, avvicinandomi all’apparecchio, pensando alla piazzata che avrei dovuto sorbirmi. Composi il numero in scioltezza, impostai la voce e attesi la risposta dall’altro capo del filo.
“Pronto?”, disse lei dopo un paio di squilli.
Io, tutto d’un fiato: “Ciao Amina sono rientrato adesso sai oggi sono andato a trovare la zia capisci era da un po' di tempo che non la vedevo e poi so...”
Lei mi interruppe dolcemente, poi sfoderò un tono fin troppo carico d’ironia: “Eccolo qua il mio artista. E sentiamolo, quanto avrà bevuto oggi?”
“Ma nooo... che cosa dici! Appena una birretta, tutto qua. Giusto per non offendere la zietta.”
“Va bene, va bene”, la sua voce si stava facendo, se possibile, ancora più ironica. “Ascoltami Marco ho una grande notizia da darti, ma adesso che ti sento con questa voce stonata non so, non so proprio se ti meriti di sentirla.”
“Come sarebbe a dire stonata? Ma se ho un’ottima voce! Tutte le serenate che ti ho dedicato? E tutte le volte che ti scioglievi se solo intonavo “Heroes” del tuo David Bowie? Non te lo ricordi più? Cos’è questa, un’amnesia fulminante? Problemi di fosforo ragazza mia? E poi sarei io quello senza memoria...”
Amina non interruppe il mio monologo bislacco - sapeva che sarebbe stato inutile - ma poi riprese e questa volta senza ironia di sorta.
“Lasciamo stare che è meglio, lo sai fin troppo bene a cosa mi riferisco, ma questo è un altro discorso. Ora ascoltami bene piuttosto, perché quello che ho da dirti è davvero importante.”
A quel punto mi zittii e ascoltai quello che aveva da dirmi Amina.
“Ti ricordi che avevo dato da leggere alcune delle tue poesie a mio fratello Michele? Ti sto parlando di qualche mese fa.”
Io rimasi in silenzio. Poesie... Pensavo svagato alla gobba di Leopardi e me lo immaginavo chino in uno stanzino buio e con un lume di candela a illuminargli i versi. Poi mi venne in mente Pascoli sulla cavallina, ma Amina ricominciò.
“Be’, se non ti ricordi non ha molta importanza. Michele lavora, come ben sai, in un’agenzia pubblicitaria, questo te lo ricordi vero? Bene. Settimana scorsa gli è capitato d’avere a che fare con un presentatore di una TV privata locale, Tele Cantone Urbano. Non so se hai mai avuto modo di sentirla.”
Stavolta la interruppi: “Scusa, ma a me che cazzo me ne frega del Telecazzone padano? Chi cazzo sono questi? Cosa vogliono da me? Io la tele non la guardo, anzi non ce l’ho neppure! Che cosa cercano? Guarda che ‘sti qua li faccio a pezzi se m’incazzo e tu lo sai!”
Amina, facendo ricorso a tutta la sua calma e scandendo bene le parole cercò di riprendere il filo.
“Vedi Marco, la TV si chiama Tele Cantone Urbano e si trova quasi al confine con la Svizzera, vicino Como. Poi se mi fai proseguire forse riesco a dirti che questo presentatore ha letto le tue poesie, gli sono piaciute e ha deciso di invitarti nella sua trasmissione che si tiene giovedì prossimo. Ecco, è tutto qui.”
Sfinita, sospirò. Ne era seguita una pausa. Silenzio imbarazzato. Poi la mia voce, a tutto volume, inespressiva e quasi meccanica, corse sul filo:
“Amina vuoi forse dirmi che mi hanno invitato in tv a leggere le mie poesie?”
Amina voleva esattamente dirmi quello. Ero stato invitato al talk-show settimanale di Tele Cantone Urbano, un’emittente privata del comasco con ripetitore a Milano. Se ti andava di culo, nelle giornate ventose e limpide, riuscivi anche a vederla fino a Lodi. Ero eccitato come un bambino al primo giorno di scuola. Non aspettavo altro che arrivasse quella sera. La mia occasione. La svolta desiderata nei sogni. Stavo per mettere la freccia e iniziare il sorpasso. Largo ragazzi, fatemi passare stronzetti da quattro soldi!
Il programma si svolgeva in diretta intorno alle nove di sera, in prima serata dunque, e durava un’ora e mezza compresi gli stacchi pubblicitari. Dopo la telefonata avevo girovagato un po' per la casa senza costrutto, mi ero fatto un panino con degli avanzi di pollo freddo e non mi sembrava vero. Quella notte poi, non avevo chiuso occhio e m’ero bevuto un’altro paio di birre, cullandomi nei miei pensieri e ascoltando Tom Waits fino all’alba. La mattina avevo telefonato subito al numero di cellulare che mi aveva dato Amina, svegliando alle sette in punto il presentatore che stava dormendo beato. M’ero scusato e avevo subito riattaccato. Richiamai verso le dieci e mi rispose con una voce squillante, quasi urlata. Sembrava un altro. Stava dirigendosi in auto verso gli studi televisivi e si mostrò molto gentile nonostante l’avessi svegliato presto. Mi spiegò tutto con estrema chiarezza. I temi della serata sarebbero stati principalmente due: “L’amore con la A maiuscola, riletto attraverso la cultura New Age” e la “Salvaguardia del Nostro Pianeta al cospetto del Nuovo Millennio.”
Io ascoltavo e mi domandavo che cazzo c’entrassi in tutto ciò, ma verso il termine della chiacchierata (in realtà aveva parlato e soprattutto gridato, solo lui) mi delucidò. Era stato colpito da una mia poesia vagamente filo ecologista, un inno a un gabbiano ferito su una spiaggia nei mari del nord, e avrebbe voluto che io la recitassi durante lo spettacolo. Poi nel corso della trasmissione, mi aveva assicurato, avrei potuto leggere altre mie opere (le aveva chiamate così, opere) e avrei dovuto rispondere ad alcune domande più o meno generiche, relative alla mia attività di poeta (mi aveva chiamato così, poeta). Salutandomi, mi raccomandò di essere puntuale (già, quelli erano quasi svizzeri) e di appuntarmi ora, luogo e soprattutto giorno (era molto preciso). Eseguii scrupolosamente. Ci salutammo e ci demmo appuntamento per il giovedì successivo. Strabiliante! Mirabolante! Elettrizzante! Impressionante!
Sarei diventato famoso. Non vedevo altre eventualità. Non ero nessuno e da lì a pochi giorni sarei diventato famoso! Una vocina mi sussurrava all’orecchio, ma io non mi curai di risponderle. Non ero un vero poeta? E chissenefrega, lo sarei diventato prestissimo. Trasecolavo. M’avrebbero chiamato maestro con la M maiuscola! E poi la poesia era sempre stata la mia passione fin da ragazzo. Ineccepibile come l’algebra. Ricordavo chiaramente i tempi della scuola in cui scrivevo sui bordi dei quaderni, durante le ore di matematica e di chimica, le mie preferite insieme a quelle di religione. E poi c’era il mio diario segreto. L’amico del cuore, la prima fidanzatina lentigginosa, gli incontri clandestini dietro casa, il primo bacio con e senza lingua, la figlia del vicino, le battaglie coi bussolotti, le delusioni d’amore, le biglie, le partite a calcio coi palloni sgonfi, qualche leggera bruciatura al cuore... esperienze più o meno importanti che mi erano servite da ispirazione. Ero già un poeta, altro che cazzi! Ah, che giorni quei giorni! Crescendo ero passato al liceo e con esso, ineluttabilmente, alla poesia di protesta, densamente intrisa e grondante di contenuti sociali, politici e culturali e poi... Poi a dire il vero mi ero perso. Riflettendo, non scrivevo una poesia da mesi, forse era trascorso addirittura un anno intero dall’ultima mia composizione, una mezza schifezza tra l’altro. Una cosa era certa però: le mie vecchie poesie ce le avevo tutte lì, appuntate sul mio vecchio quadernetto. E quel giorno che Amina mi chiese una fotocopia delle poesie da dare al fratello, lo avevo addirittura rimosso, lo avevo cancellato dalla mia testa. Del resto non ci può stare ogni cosa là dentro, no? Ma adesso era incredibilmente arrivata la mia chance. Quando non lo immaginavo, quando non ci credevo, quando stavo pensando alla marmitta della mia auto e quando la fiammella della speranza si era quasi completamente consumata. Che botta di culo ragazzi! Di nuovo la vita m’aveva sorpreso. Stavolta in senso buono e contro ogni previsione. Mi sentivo in sella a una bestia alata che galoppava una spanna sopra le nuvole. Mi sarei lasciato guidare senza difese, sapendo che m’avrebbe condotto molto, molto lontano.

[2.segue]

Posted by Giuseppe Braga at 18.10.07 08:52

Comments

Molto bella tutta questa seconda parte. Intanto soldarietà piena sulle cipolle in genere, anch'io le odio, tranne quelle cipolline piccole dolci, lessate all'olio(?)che a volte fanno da contorno, sempre che siano poco acidule. Ma, a parte ciò, di questa seconda parte m'è piaciuto e soprattutto divertito, oltre al resto, il pezzo di Cisco e Mimmo in casa di Marco; quando ingurgitano birra e s'abbuffano di patatine stantie(in particolare ad abbuffarsi è Cisco) e alla fine, entrambi, non essendosi saziati, non vogliomo andarsene senza cena, o almeno rimediare una pastasciutta. Ciao.

Posted by: giuseras at 18.10.07 18:13

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