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15.10.07
Poet'astri [1.]
ovvero, della rapida ascesa e della fulminea caduta di un giovane poeta metropolitano
di Giuseppe Braga
[quello che comincio a pubblicare oggi, è il mio primo romanzo, scritto ormai la bellezza di nove anni fa, mese più mese meno. Lo pubblicherò a puntate e alla fine, per chi volesse, lo metterò a disposizione in formato pdf]
Capitolo Uno
I Countin’ Crows cantavano “Mr. Jones” e parlavano di Picasso, di rossi e di grigi, lui - il signor Jones - guardava il futuro attraverso un video e si colorava la vita con gli azzurri, i viola e i verdi: beata innocenza. Io invece avevo la marmitta dell’auto ridotta male, o meglio, la marmitta godeva di ottima salute, era il tubo di scappamento che mi dondolava penzoloni minaccioso da una settimana, con effetti disastrosi all’udito mio e dei passanti che incrociavo. Ero stato costretto da queste circostanze a porre un rimedio alla situazione e, con mio grande disappunto - disappunto per non dire di peggio - avevo scoperto che c’era da cambiare anche la marmitta. A quel punto mi erano girate di brutto, i costi e i tempi si allungavano. Era importante che me la riparassero in fretta e non per altro: l’auto in quel periodo rimaneva un punto fondamentale della mia esistenza, pensate un po' il resto.
Pensai quindi che non c’era un attimo da perdere e così, decisi di andare a far visita a un esperto in materia. Come succede sempre in questi casi, la sera in cui andai lui aveva già chiuso l’officina. Ero tornato fiducioso il giorno dopo (un bel quarto d’ora prima del giorno precedente) e avevo trovato il cancello in ferro ancora chiuso con lo stesso lucchetto argentato. Effettuando un’ispezione più accurata mi ero accorto che c’era un foglietto, attaccato con lo scotch alla colonna che sosteneva il cancello, che recitava pressappoco così:
L’autofficina Meani si è trasferita dal giorno
7 marzo al civico 65 di via Ripamonti
Era aprile inoltrato e io c’ero rimasto male. Probabilmente avevo troppe pretese, ma avrei molto apprezzato se il meccanico mi avesse avvisato il giorno del trasloco, e magari sarebbe bastata una semplice telefonata, niente più. Probabilmente, appunto. Forse però, pensandoci meglio, ne avrebbe dovute fare troppe - di telefonate - e credo che anche lui non avesse tutti i torti. Ma via Ripamonti? Quella stupida via - non me ne vogliano i residenti - per me era troppo lontana. Proprio laggiù doveva trasferirsi? C’erano forse più automobili da riparare? Era più alto il numero di incidenti? Perché preferiva quella zona della città alla mia? Amare domande senza risposta. Suvvia, se mi sentivo in quel modo solo per il fatto che un meccanico aveva cambiato indirizzo senza comunicarmelo per tempo, cosa avrei provato nel caso se ne fosse andato il mio fruttivendolo di fiducia? O il giornalaio? Per non parlare della panettiera, che mi teneva da parte le focacce. Ero fermo con lo sguardo interrogativo sulle due righe di quel foglietto e mi ero accorto che mi stavo davvero facendo delle domande da pirla, ma forse - rivelazione copernicana - lo ero realmente ed era per quello che mi venivano così irrefrenabili e spontanee. Improvvisamente e senza alcun segnale di preavviso, arrivò la tanto attesa illuminazione: avrei cambiato meccanico, semplice. Ora non vedevo problemi, avrei dovuto solo dedicarmi alla ricerca (del meccanico e non dei problemi, perché quelli non mancavano mai). Mi sarei fatto consigliare da qualche amico più addentro di me alle faccende di motori e il gioco sarebbe riuscito con estrema facilità. Il mondo non era forse pieno di meccanici cazzoni pronti a cambiarmi la marmitta? Sì, il mondo era pieno di meccanici!
Quella sera dopo aver fatto un paio di telefonate perlustrative, mi ascoltai un po' di radio e verso le undici andai a letto. Riuscii a dormire senza troppi pensieri. Sognai un animale stranissimo, lungo, grosso e peloso, tutto nero e con una coda da far spavento. Cercava, senza riuscirvi, di scavare una fossa. Dondolava convulso la coda su e giù, come se fosse in preda a una crisi isterica. Era terribile. Non era un topo, non era una talpa, insomma non so che cazzo fosse. So solo che faceva proprio schifo. Il mattino seguente m’ero già scordato della marmitta, dei tubi e del meccanico, mentre invece mi aspettavo di vedere sbucare fuori da sotto il letto o da dietro un armadio quell’animale strano del sogno. Forse potrei chiamarlo topalpa, ma non so se rende l’idea. Schifotalpa è senz’altro meglio.
Andai al lavoro senza l’entusiasmo necessario anche quel giorno. Bevvi un caffè al solito bar sotto la metropolitana. Mi servì, come sempre, il barista del turno mattutino. Somigliava in modo sconcertante a Mino Reitano, ma era innamorato pazzo di Amedeo Minghi (contento lui) e ogni volta che mi vedeva entrare accennava a una canzone del “maestro”, pretendendo che io continuassi a canticchiarla, tra una cucchiaiata di zucchero e un sorso di caffè. Non m’ero mai fatto corrompere, nemmeno quella volta in cui mi offrì un cappuccino gratis. Non ce n’era, Minghi mi faceva proprio cagare. Non conoscevo il nome del barista, perciò lo chiamavo trottolino amoroso. Lui era contento e mi salutava con un “dududu dadada” di prammatica. Dopo il consueto caffè nel solito bar, me ne bevevo un altro in ufficio, ma rimanevo comunque assonnato almeno fino a mezzogiorno o giù di lì. Ero architetto, ma ero stato assunto dall’amministrazione comunale come disegnatore e i miei compiti all’interno del settore nel quale soggiornavo (una specie di colonia penale, visti i ceffi che si aggiravano per gli uffici), erano piuttosto noiosi: ridisegnare alcuni tracciati stradali, riscrivere alcune informazioni urbanistiche su tavole vecchie e impolverate che tendevano a scollarsi. Le lettere si staccavano o rimanevano incollate alle mani, le forbici non tagliavano, i tavoli luminosi emanavano zero luce. Una vergogna, per dirla in modo politicamente corretto. Tutto regolare, quindi si poteva lavorare. Io non ne avevo voglia mai e lo dicevo senza reticenze a chiunque me lo venisse a chiedere. L’amministrazione comunale in quegli anni era gestita da un gruppo di incompetenti, stupidi e maldestri burocrati e io, ex-giovane ribelle, nel mio piccolo cercavo di fare loro ostruzionismo. Passavo ore intere a leggere John Fante e Bukowski nei cessi o sulle scale di sicurezza del palazzo, portavo avanti lentamente lavori per settimane o mesi, fino a quando il funzionario di turno non arrivava disperato e, implorante, mi chiedeva di terminarglielo. Io in quei casi ascoltavo serio e disponibile, inventavo scuse assurde e cervellotiche e generalmente mi guardavo bene dall’accelerare i miei ritmi. Non era elegante da dire, ma i cazzi erano esclusivamente loro. Da parte mia, tiravo avanti cercando di sopravvivere in mezzo a quella marea montante di merda che tendeva a soverchiarmi. Ogni giorno era una piccola impresa. Di schizzi comunque ne prendevo. Altro che. Avevo poche amicizie all’interno di quel misero luogo di non-lavoro e di abbrutimento psico-fisico, poche e selezionate e fortunatamente al di sopra del livello di mediocrità generale: grazie al cielo c’erano loro. A giorni alterni si intavolavano spesse discussioni futili su argomenti inutili, ma così almeno passava il tempo. Strano a dirsi, ma rinascevo quando veniva il momento di uscire. Mi accendevo una sigaretta appena fuori e respiravo a pieni polmoni: era allora che iniziava la mia vera giornata. Tornavo al bar della metropolitana e ordinavo una birra, solitamente me la bevevo in piedi davanti al bancone e mentre mi guardavo gli impiegati merdosi e sconfitti e le segretarie con il trucco sfatto tornare a casa, cercavo di riordinarmi le poche idee che mi circolavano con difficoltà in testa. A quell’ora al posto di trottolino al bar a servire c’era una biondina con un culo niente male: ogni tanto buttavo l’occhio e mi tiravo su il morale, qualcosa di decente in quel mondo sdrucito c’era ancora. Salutavo sempre con un gran sorriso e mi infilavo in metrò. Facce tristi, preoccupate, come se il mondo fosse un’infernale macchina mangia cuori. Forse avevano ragione loro, non c’era scampo. Quel pomeriggio, guarda il caso, anch’io mi sentivo piuttosto depresso, avevo il sentore che il mio pessimismo cosmi-cronico stesse avendo il sopravvento sul resto. Mi stavo perdendo dentro personalissimi labirinti perversi. Vere autostrade infangate senza alcuna fine. Ero come una vecchia bottiglia di liquore vuota, con l’aroma intrappolato sotto il tappo. Senza più contenuto liquido e senza senso, uno zero logico dell’esistenza, una bestemmia rimasta in gola. Inutile all’umanità (astemia e non) credo, buono al più per la raccolta differenziata. Soltanto una vocina sottile, un insetto esile e impaurito, mi teneva vivo e mi faceva stare a galla. Mi diceva di dover fare qualcosa, mi imponeva di reagire in qualche maniera a quello stato d’animo contagioso e mortale, altrimenti sarei scivolato senza speranza nell’apatia obliqua che ben conoscevo (che quotidianamente, con risultati alterni, cercavo di sfuggire). Ero saltato sul primo metro’ che avevo visto arrivare, con destinazione imprecisata. Le forze mi stavano venendo meno, la birra era in circolo, ma stavolta l’effetto sembrava contrario alle aspettative, invece d’essere un elemento additivo era diventato un sottrattivo. Meno energie, meno forze, meno di tutto, meno di meno. Il vagone era semivuoto e un vecchio zingaro stava suonando con un violino scassato melodie zoppe dai toni troppo acuti, in pratica uno strazio, visto che stonava due note e mezzo su tre. Gli altri passeggeri tenevano gli occhi bassi e lo guardavano di tanto in tanto di traverso, aspettavano con nervosismo solo la conclusione della triste esibizione, che poi esibizione non era, semmai tortura alle vie uditive rende meglio. Io m’ero seduto e lo fissavo senza pensare a niente. Era vestito con degli stracci ed emanava un olezzo fastidioso, probabilmente erano trascorse alcune settimane dall’ultima volta in cui s’era fatto un bagno decente. Aveva in testa un cappello troppo piccolo rispetto alla sua testa. A guardarla bene era enorme quella testa. Un capoccione fuori misura con al centro i due occhi, ossia due grossi buchi scavati nella carne, vispi e molto ispirati, quasi sognanti. Con la bocca invece, seguiva le note del violino e muovendola impercettibilmente rifaceva le melodie dello strumento, stonando così due volte in una. Qualcosa in lui, comunque, mi attirava. Lo guardavo con un mezzo sorriso, lo fissavo e poi giravo il mio sguardo verso gli altri passeggeri, poi riguardandolo ancora mi era venuto un pensiero minimo: al di là del rumore che emetteva con quel suo violino del cazzo, quel pover’uomo senza una casa, senza un posto dove poter mangiare, forse senza speranze concrete, non mi faceva pena. Anzi mi piaceva, per il semplice fatto che notavo in lui una certa tensione, un trasporto emotivo che era infinitamente lontano e più intenso, rispetto a quello degli altri passeggeri presenti, così apparentemente morti e senza gioia. Questa piccola intuizione mi aveva prodotto un corto circuito interno e aveva permesso alle mie energie nascoste di uscire allo scoperto. Stavo ritornando alla vita. Il sangue rifluiva lento e caldo e io riacquistavo le forze. Tutt’intorno vedevo poveri stronzi mortinculo con valigette di cuoio e tailleur color crema. Il vecchio aveva finito lo strazio, ma aveva cominciato una litania sconclusionata: “Vengo da lontanooo, grassie, qualcossa per manciare... grassie. Buona fortunna attutti!”
Nessuno di loro sembrava intenzionato a dargli dei soldi e anch’io pensavo che probabilmente sarebbe toccato a lui, piuttosto, pagare noi. Alla fine però, quando me l’ero ritrovato a tu per tu col suo cazzo di violino in mano, gli avevo dato mille lire in monete che avevo nelle tasche. Quel gesto m’aveva sollevato, a volte basta poco. Ero sceso con lui alla prima fermata e avevo deciso di andare a trovare zia Amanda. Non abitava poi così lontano da dove mi trovavo. Avrei dovuto camminare per una mezz’oretta circa, attraversare due isolati, infilare un lungo viale trafficato, ma alberato, e indovinare la via esatta. Ci sarei arrivato comodamente, non avevo premura e poi era da tanto tempo che non l’andavo a trovare. La zia Amanda era la cugina di primo grado di mio padre e fin da quando ero bambino era stata la mia parente preferita. Inutile dire che questo amore era corrisposto felicemente. Lei era una bella e florida signora di sessanta e passa anni, con una criniera leonina rosso fuoco da far invidia a Gilda la rossa. Assolutamente mai una tinta!, ci teneva spesso a precisare. Io prendevo nota educatamente. Dedicava buona parte delle sue giornate alla cura dei capelli. Comprava lozioni, shampoo e balsami in quantità industriale e poi li mischiava in modo da creare una miscela segreta anti-invecchiamento e, sosteneva lei, formidabile. In effetti, la sua chioma rossa non solo non si era stinta, ma quasi s’era rinvigorita col passare degli anni. Quei capelli, amava ricordare, le avevano permesso di sedurre un numero imprecisato di uomini: “Comunque senza dubbio più di cento”, ci teneva a ricordare ogni volta che la vedevo. La sua casa era tappezzata di fotografie. In ognuna di esse, lei e la sua criniera stavano in primo piano. E, di volta in volta, erano accompagnate dall’uomo di turno. Tanto per capirci: la zia con il primo marito (ne aveva avuti tre, fate voi), la zia con gli altri due mariti (stessa foto, perché erano due fratelli) e la zia con una serie di amanti vari e improbabili, un campionario comprendente le varie tipologie di maschio. C’era il marinaio muscoloso e sudaticcio, c’era l’intellettuale smunto, dotato di occhialetti tondi e un po’ ingobbito, c’era l’industrialotto brianzolo un po' coglione ma pieno di soldi, c’era lo squattrinato artista fallito (che lei manteneva coi soldi dell’industrialotto coglione), c’era lo sportivo che aveva partecipato alle Olimpiadi di Roma (come riserva della staffetta, 4x100 ma va bene lo stesso), c’era l’amante tedesco, quello americano, quello spagnolo, il cinese... ogni uomo o quasi, era stato immortalato dal suo obiettivo. Lei sorrideva sempre, loro un po' meno, chissà perché poi. La zia Amanda, se non s’è ancora capito, andava terribilmente fiera dei suoi capelli. Molto più che dei suoi uomini. Quando li teneva lunghi e sciolti le arrivavano fino a mezza schiena, e una cosa che diceva sempre, era che quei capelli erano stati una manna piovuta dal cielo e che lei, di quella manna ne aveva fatto un buon uso. Concordavo pienamente. Con un semplice ondeggiamento del capo sprigionava un devastante profumo alla vaniglia misto cocco, misto prugna, misto lavanda, misto peperone al forno che ti perforava le narici. Mi ricordava sovente che anche adesso c’erano maschi, spesso molto più giovani di lei, che le cadevano tra le braccia. C’era da crederle, sì. Era una splendida sessantenne godereccia! Ci avrei fatto un pensierino anch’io, non fosse stata mia parente. Scherzo, ma non ci giurerei, né scommetterei, su quel che ho appena detto.
Suonai il campanello e rimasi ad aspettare per una decina di minuti. Ero abituato perché faceva sempre così. Mi fece salire e mi venne ad aprire la porta in vestaglia semitrasparente: sembrava in ottima forma e in tenuta da battaglia. Era una bella donna, alta e ben mantenuta, con un seno abbondante e un sedere di tutto rispetto. Una di quelle matrone generose che Fellini usava per i suoi film. Non a caso anche lei era di lontane origini emiliane. Alle mani portava un paio d’anelli per dito, e al collo aveva una collana che le arrivava fino all’ombelico. Il viso era truccato in modo pesante, aveva esagerato col rossetto e il fondo tinta era spesso un paio di centimetri. I capelli invece, erano sciolti e vaporosi. Emanava un’aura da mangiatrice di uomini professionista. Forse aveva anche il patentino, da qualche parte. Al momento in cui aprì la porta rimase sorpresa, come se si aspettasse di vedere qualcun altro. Si ravvivò i capelli con un gesto a me famigliare e mi sorrise.
“Ciao zietta”, le dissi con un tono giovanile.
“Oh caro Marco, qual buon vento, che ci fai da queste parti?”
“Be’ sai, passavo di qua e mi sono detto: perché non vado a trovare la zia Amanda?”
“Oh, come sei carino piccolino mio. Entra caro, entra, non stare sulla porta.”
“Sei sicura che non disturbo?”
“Oh piccolino, non scherzare. Suvvia entra, lo sai che tu non disturbi mai.”
Mi prese il braccio con forza e mi trascinò in casa. Chiuse dietro a sé la porta e mi abbracciò con la solita affettuosità. Sentii il calore del suo corpo espandersi velocemente nel mio, poi mi baciò sul mento e mi carezzò con vigore la testa. Mi tirò un pizzicotto sul culo e mi diede un altro bacio. Entrai nel corridoio e l’odore del balsamo miracoloso irruppe nel mio naso e scese fino in gola. Posai la giacca sull’attaccapanni in corridoio trattenendo il respiro e seguii la zia in soggiorno. Mi sedetti sulla poltrona vicino alla finestra e aspettai che lei si distraesse, per aprirla di un dito. Ripresi a respirare. La casa era tenuta in ordine, la zia era un’accanita igienista e ci teneva parecchio alla pulizia. Affinché i suoi ospiti ne potessero ricevere una migliore impressione, aveva anche assunto un giovane ragazzo senegalese, tale Omar, che, una volta a settimana, l’aiutava nei mestieri domestici. E forse anche in altre faccende. Non chiedetemi come veniva pagato, però. La zia mi teneva sempre da parte una scorta di birra al doppio malto. Mi conosceva bene. Anche quel pomeriggio me ne offrì una bella gelata. Le mie visite dalla zia seguivano dei percorsi ben precisi. Per prima cosa, voleva che le raccontassi della fidanzata e, sia che ce l’avessi, sia che no, si complimentava con me e mi schioccava sempre un bacio, di solito sulla fronte. Successivamente, mi chiedeva del lavoro e di tutto il resto. Io rispondevo brevemente, perché non vedevo l’ora di sapere le ultime novità riguardo ai suoi amanti. Così lei, si andava a riempire un bicchierino di liquore e cominciava. Era come andare al cinema per me. Adesso stava con un avvocato di Novara che era letteralmente impazzito per lei. Le mandava fiori tutti i giorni e la veniva a trovare una volta alla settimana con regali da capogiro. Di fiori per la casa non se ne vedevano, ma lei mi disse subito che li teneva sul balcone. “Vieni, che te li mostro”. Ci alzammo e andammo sul balcone. Non si poteva camminare, i vasi e i cesti di fiori occupavano ogni angolo.
“Vedi caro Marcolino mio, non so più dove metterli. Gliel’ho detto al Vittorio, ma lui niente. E’ come uscito di testa. Tutte le mattine mi suonano alla porta e sai chi è? È quel bel figliolo del fioraio che mi consegna i vasi: begonie, rose, gigli, violette, tulipani, girasoli, orchidee, ortensie... potrei riempire un orto botanico. Lo vuoi quel mazzo di iris per la tua fidanzata?”
Non accettai gli iris, ma presi una piantina di gerani rossi per Amina. Rientrammo e mi offrì un’altra birra, visto che la prima l’avevo finita da un po’. A quel punto mi raccontò anche di Luigi, un tipo strano che l’aveva corteggiata un pomeriggio al supermercato e che da quel giorno immancabilmente faceva la spesa con lei. Non era male, aveva aggiunto, un po' rude, ma tenero e molto sensibile. Era tornitore in una ditta che fabbricava forni a legna per pizzerie. Amava gli impressionisti, precisò, non senza una punta di civetteria, la zietta. Era proprio lui che stava aspettando, mi disse, quand’ero arrivato. Come se ci avessero sentito, suonarono al citofono. Era per l’appunto il signor Luigi. Lei si alzò di scatto. Io avevo quasi terminato la seconda birra e mi alzai con lei. Le dissi di non preoccuparsi (tanto lo sapevo che non si preoccupava) e le assicurai che sarei tornato a farle visita nei prossimi giorni. Lei si scusò, mi sorrise complice e mi consigliò, per la prossima volta, di telefonarle preventivamente. Mossi il capo in segno di approvazione. Mi riabbracciò e sentii il peso del suo grosso e molle seno strofinarsi sul mio petto, mi ripizzicò il culo e mi baciò sul lembo del labbro. Non feci in tempo a baciarla, che mi aveva già spinto fuori sulle scale. Al portone d’ingresso m’imbattei in Luigi, che se ne stava buono, buono, ad aspettare che la zia gli desse il permesso di salire. Lo guardai, curioso di vedere da vicino uno degli uomini di zia Amanda. Era sulla cinquantina, basso e tarchiato, spelacchiato in testa e con una corporatura robusta, le due mani da lavoratore tozze e ruvide. La testa era tonda e solcata da qualche ruga profonda, le mascelle sporgenti e il naso schiacciato, forse era stato un pugile in gioventù. No, non era proprio quella che si può definire una bellezza. Sentii la voce della zia dirgli perentoria di salire. Lui balbettò un: “Sì... sto arrivando”, e scomparve dietro la porta a vetri.
[1.segue]
Posted by Giuseppe Braga at 15.10.07 08:54
Comments
Bello, aò (immaginalo come lo direbbe Sordi)
Ma sembra attuale e non scritto 9 anni fa.
Quasi,quasi mi piace di più degli altri(ma devo dire che non ho ancora letto quello del corpo celeste in Abruzzo,che leggerò adesso, nè sono riuscito a trovare il modo d'entrare in Milanoanthology, ma forse potrai darmi una dritta tu).
Posted by: giuseras at 15.10.07 21:25