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22.10.07
L’incerto colore della felicità
di Giuseppe Braga
Ripropongo qui, con qualche breve taglio, questo racconto che scrissi nel 2002 e che venne pubblicato sulla rivista Inchiostro (numero 6, dic. 02/feb 03).
Sono sdraiato, le braccia dietro la testa e un gelo artico sotto le lenzuola. Una luce gialla, fredda e antipatica, irradia la camera da letto. Il sole s’è levato da parecchie ore, ma resta algido e distante, in perfetta sintonia con la sua essenza invernale. Mi alzo dal letto e sono già stanco. Non ho praticamente chiuso occhio, un po’ per la televisione rimasta accesa, ma quello sarebbe il meno, un po’ per il lampione dall’altra parte del marciapiede che mi ha sparato attraverso la finestra la sua luce malata.
Dovrei decidermi ad aggiustarla, quella dannata tapparella, ma la stanchezza che mi ha preso m’impedisce di compiere anche le faccende più banali. Credo di non avere speranze, tutto qui. Quello che possiedo si sta deteriorando o s’è allontanato. L’irreparabile è avvenuto e ogni elemento che mi circonda sta procedendo verso una rapida e irreversibile dissolvenza. Cambio canale, che ormai su MTV passano i soliti video. Mi preparo un caffè e pasticcio col telecomando.
È trascorso appena un mese, ma sembra una vita. Mi guardo attorno: l’appartamento in qualche modo sono riuscito a mantenerlo in ordine. Il caos, semmai, sta nella mia testa. È l’una e venti del pomeriggio, il mio stomaco reclama cibo. Il limone rancido e la mezza patata che alloggiano nel frigo credo non potranno bastare. Sono fuori.
Gli occhi pazzi della gente riescono ancora a ferirmi.
Fingo di non vederli, ma le occhiate che mi rivolgono sono inequivocabili. Sono uscito di casa senza nemmeno guardarmi allo specchio (sarà per questo?) infilandomi le prime cose che trovavo. Cammino lentamente scortato dal peso di quegli occhi, calcolo un passo dietro l’altro, misuro distanze che mi paiono assurde. Mi soffermo, affaticato, davanti alla vetrina d’un negozio d’animali. Tra due cuccioli di cane e un pappagallo, intravedo la mia faccia. Stravolta e vuota. Sfatta. I capelli aderiscono alla fronte come fossero incollati. Disordinati e sporchi, mi lambiscono gli occhi. La barba ispida è di almeno due settimane. Ho i lineamenti tirati, sofferenti. Per un istante mi fanno pensare a quelli che potrebbe avere qualcuno che si sente in pericolo. O che forse, il pericolo non l’ha visto e dunque nemmeno scampato. Investito in pieno.
Entro nel supermercato. È un lavoro anche fare la spesa e quelle pubblicità piene di famigliole felici che volteggiano tra le corsie, coi carrelli pieni straripanti, non mi hanno mai convinto. Al reparto degli elettrodomestici rallento, catturato da una dozzina di televisori che trasmettono le previsioni del tempo. Manca l’audio, ma una perturbazione è in arrivo, lo si capisce anche senza sforzarsi di leggere il labiale del colonnello. Abbassamento di temperatura su tutta la penisola e piogge sparse al nord. È l’ora dell’appuntamento con la Signora in giallo. Peccato, stavolta me la perdo, anzi no. Cerco i tasti per alzare il volume, ci sono quasi riuscito, ma un commesso mi fa capire, e poche parole sono sufficienti, che non è il caso. E va bene, non insisto. Tanto è una replica. Prendo a muovermi in direzione dell’uscita. Arrivo alla cassa. Mi fermo a tre passi dalla fila. M’appoggio coi gomiti alla sbarra del carrello. Mi guardo in giro. Di fianco ho una vecchia malferma sulle gambe. Si regge al bastone. La osservo. Nel cestello ha solo un cartone di vino da mezzo litro e un pacchetto di biscotti secchi. Vengo assalito, senza alcun preavviso, da un dolore assoluto. Quella vecchia somiglia maledettamente a mia nonna. E il ricordo che ho di lei ora (stesa sul letto col rosario tra le mani giunte e il vestito di quando s’era sposata addosso) si sovrappone a quello della donna che mi sta di fianco. La pelle del viso è raggrinzita, solcata da rughe profondissime. Gli occhi scavati dentro le orbite. Adesso alzo lo sguardo e ho attorno a me solo vecchie che si reggono al bastone. Tremolanti e rassegnate. Torno indietro e rimetto tutto sugli scaffali. Non posso far altro che abbandonare il carrello in mezzo alla corsia. Ansia, panico. Devo andarmene da lì. Subito. Una coppia di mezza età mi guarda perplessa e non appena volto loro le spalle, prende a commentare sarcastica. Esco correndo, con un senso di sollievo e di vittoria che scaccia la paura. Forse, adesso sì, di scampato pericolo.
Ancora gli occhi pazzi della gente addosso.
Sembra che (per loro) esista solo io. Provo a ignorarli e tiro dritto. Il cielo con quegli squarci d’azzurro là in alto mi fa sentire meglio, quasi vivo, e tra il vuoto che mi deforma i pensieri, comincia a farsi largo qualcosa. Un soffio, un respiro lieve che allenta il carico - peso astratto e immateriale - che mi porto appresso da un mese, ormai. E allora penso che oggi, ma sì proprio oggi perché no?, sarà il giorno. Del resto non m’ero prefissato alcun piano particolare (e vorrei anche vedere) e un giorno, almeno credo, può benissimo valere l’altro.
Apro la porta di casa. Suoni e rumori dall’interno. Ho dimenticato ancora di spegnere il televisore. Resto ipnotizzato per qualche istante, poi afferro il telecomando che a me dei pannoloni assorbi tutto non interessa granché. Su MTV pubblicità, anzi no, è un video. Alzo il volume al massimo. Il pregio dei video che passa MTV è legato al fatto che durano al massimo tre minuti, tre minuti e mezzo. Dunque tra poco finisce. Il suono esce distorto e sgraziato, fa schifo anche la televisione, in questa casa. Butto il telecomando con un senso di nausea, sul divano. Tolgo il cappotto e lo lascio cadere per terra. Mi cavo le scarpe facendo leva con le punte sui talloni, senza abbassarmi. Le lascio lì, ora ho bisogno di lavarmi.
Ho quasi trentanove anni e la vita è corsa via troppo in fretta, troppo, almeno per me. Tornerò indietro. Ho deciso. Riporterò ogni cosa dov’era.
Il getto d’acqua calda mi libera da tensioni che stavano diventando insopportabili. Cerco di rilasciare i muscoli del corpo, partendo da quelli del collo. Provo sollievo, muovo il capo e sento schioccare le prime vertebre. Una lieve fitta si espande dalla nuca alla testa. È un sottile dolore che provoca un impalpabile piacere. Penso che la prima tappa del mio percorso di sola andata non potrà che essere mio padre. Ma poi, il mio pensiero viene catturato dai ricordi.
Quand’ero ragazzino avevo inventato un gioco. A ogni sentimento assegnavo un colore, provando ad abbinare alle emozioni, tinte e gradazioni diverse. Le sfumature mi servivano a identificare uno stato d’animo. La tavolozza (o l’arcobaleno?) come cartina di tornasole.
Paura: rosso, ma anche il grigio (come il video spento).
Desiderio: verde, arancione, rosa, indaco, turchese e blu. E chissà quanti altri.
Rabbia: viola e il grigio del cemento.
Amore: azzurro, il cielo senza nuvole.
Compassione: bianco. In tutta la sua candida purezza.
Odio: rosso, come la paura.
Vergogna: giallo. Il sole di mezzogiorno. La luce diretta in faccia.
Indifferenza: ma non è un sentimento, quello!
Misericordia: la misericordia ha lo stesso colore della compassione, dunque è bianca.
La Felicità, invece, mi è sempre stata difficile da definire. Si trattasse di colori, immagini o parole, faceva lo stesso. E perciò lasciavo sempre lo spazio vuoto (che fosse trasparente?).
Sono nell’atrio dell’ospedale, conosco la strada. Mio padre aspetta (non ha alternative del resto) nel letto, con la flebo al braccio. Parla a fatica. Continua a passarsi la lingua sulle labbra crepate. Le sue guance sono scavate, non c’è quasi più carne attaccata e i due zigomi sono rocce sporgenti dal mare, acuminati promontori che trasudano paura.
Ciao figliolo, e mentre lo dice si vede che lo sforzo che sta compiendo è smisurato. Io precipito indietro nel tempo, una forza mi spinge indietro di dieci, venti, trent’anni. Così velocemente che quasi non me ne accorgo. Con una rapidità che m’inquieta. Sono davanti a mio nonno (il padre di mio padre) e anche lui sta per morire. Ma lui non dice niente e si limita a guardarmi. Mi fissa con due occhi che sono gli occhi di un bambino. Un bambino che osserva l’orrore prendere forma davanti a sé. Paura. Rossa, fiammeggiante, diabolica, grigia e tetra. Il panico della morte. E io, che sono il vero bambino, non posso fare altro che piangere, impotente e smarrito. Stringere i pugni e serrare le mandibole, tutt’al più. E quello che riesco a provare (oggi come ieri) è solo dolore. Dolore e stanchezza.
A mio padre hanno diagnosticato un cancro ai polmoni. Il primario ha detto che resta ben poco da fare. Io, che di pregare non ne sono mai stato capace, non riesco a immaginarmi cos’altro potrei. Resto silenzioso e imbarazzato. Mi accosto al letto e le suole di gomma delle mie scarpe stridono sul pavimento lucido. Le tende sono tirate e la luce del pomeriggio filtra smorzata. Mio padre ha gli occhi socchiusi, gli occhi di un vecchio che s’è stancato di combattere. Ma è ancora lui a parlare, visto che io rimango zitto. Come va il lavoro?, mi fa biascicando e traendo un respiro profondissimo. Non posso certo dirgli che è da parecchio che io, in ufficio, non metto piede. Un mese ieri. E a casa come va?, continua lui con un filo di voce, come se sapesse ogni cosa. Ma perché, ed è un pensiero che mi si piega nel petto, perché sono riuscito a cogliere solo il lato deludente della vita?
Perché non riesco a dare un colore alla Felicità?
L’impulso è quello. Scappare, scendere le scale del reparto, sbattere la porta e tornare a respirare. Ancora non rispondo, stringo i pugni e trattengo il fiato. Mio padre mi fissa con un’espressione che somiglia al sorriso di un carcerato. È a lui che hanno inflitto la condanna, ma da come mi guarda, parrebbe il contrario.
Il desiderio sono quelle dannate labbra rosa che non potrò mai più baciare. Quelle di mio padre invece, sono violacee (rabbiose, nella loro conclamata impotenza), crepate, solcate da rughe che non hanno fine, per nulla seducenti. La labbra che non smettevo mai di sfiorare erano fresche e dolci. Ali profumate. Giovani petali di un fiore.
Come vuoi che mi vada… come al solito, e finalmente gli rispondo, ma senza alcuna convinzione. I miei pensieri hanno ripreso a muoversi, rimasti accantonati per troppo tempo, ora hanno necessità di viaggiare. Anzitutto, rifletto, sono le mie prime parole della giornata. E sentire di nuovo la mia voce (dopo interi giorni soffocati dal silenzio) mi fa uno strano effetto. Come se a parlare fosse un'altra persona o come se la mia voce provenisse da una regione lontana e remota. Ma, come dicevo, i miei pensieri erano stati catturati da altro. Potrei forse confidare a mio padre la vera natura dei miei sentimenti? Come mi sento, cosa provo, come sto? Potrei forse dirgli che questa è l’ultima volta in cui mi vedrà? Meglio omettere alcuni particolari e non aprire certe pagine. Superarne, a piedi uniti, altre e lasciare, per una volta, i colori nella tavolozza.
Tutto procede come deve procedere. Non ti devi certo stare a preoccupare per me. Sai che me la so cavare. E il lavoro poi, va davvero a meraviglia. Anche a casa… ma certo che te la saluto, certo che sì. Ora però, ti devo lasciare, devo proprio andar via. Ed è proprio il massimo che riesco a dire, e già questo mi pare una sforzo esagerato. Cerca, almeno tu, di star bene, figliolo, mi fa lui con l’ultimo soffio di voce rimastogli.
Fuori ha iniziato a piovere. La gente, per lo più sprovvista di ombrelli, cammina veloce sotto i cornicioni maledicendo le nuvole. Sono quasi le sei, e il mio stomaco ormai s’è aggrovigliato. Entro in una panetteria e compro una focaccia. I bocconi faticano a scendere e si depositano pesanti come pietre sul fondo del mio stomaco. Cammino incurante dell’acqua, alzandomi il bavero e masticando piano. Le gocce schizzano sul cappotto e sulla testa, mi scivolano sul viso. La carta oleosa che avvolge la focaccia si bagna e perde consistenza. Mi pare di mangiare pane inzuppato. Ma ho una gran fame e dunque non m’importa.
Accadde in un giorno di pioggia, ora mi rivedo. Avevo appena compiuto dodici anni. Ci conoscemmo a scuola. Di lei ho un’immagine fissa, legata a quei tempi. Un nastro turchese tra i capelli. Un fiume di riccioli neri, cascate irregolari e profumate. Le dichiarai il mio amore, o forse le chiesi (più modestamente) che ora fosse. Quel che ricordo perfettamente è la pioggia. L’acqua battente, gli schizzi sui vetri e le auto che facevano andare i tergicristalli, gli ombrelli colorati. Lei che non mi risponde e che si allontana silenziosa. Io che non mi ci metto neppure ad andarle dietro. Rosso come la paura. Odore d’erba bagnata, le fronde degli alberi che ondeggiano pericolosamente. I marciapiedi, le pozzanghere e gli stivali di plastica. Gialli, come la vergogna. Al contrario. Tutto andò al contrario. Mi sposai proprio con lei. Con la donna ch’era stata bambina e alla quale chiesi l’ora (o forse le dichiarai il mio amore?) quel giorno di pioggia.
Scendo in metropolitana e trattengo il respiro. Sette fermate. So che ce la posso fare. Non un pensiero fisso, ma qualcosa che appare e poi scompare, affiora dalle onde e poi affonda nel blu profondo (ancora desiderio, cieco e opprimente) del mare. Il mare è come la mia vita. Senza confini evidenti o margini visibili. Privo di direzioni verosimili. Sprovvisto del colore della felicità. Scorrono le immagini sui grandi video della stazione. Le repliche dei gol della domenica. Non ho fretta, posso starmene seduto sulla panchina e guardare. Peccato per questi treni che vanno avanti e indietro e interrompono la visione. Mi basta rivedere il gol del centravanti calvo, chiedo solo questo, quello in rovesciata. Poi salirò.
Il vagone è piuttosto pieno. L’aria è viziata e claustrofobica. Solo sette, ma ecco che ora già si ferma. E siamo a sei, sei fermate. Posso farcela, dai. Cinque e poi quattro. Più facile di quel che pensavo. Ma ora alzo la testa e li vedo.
Gli occhi pazzi della gente addosso.
Mi chiedono, m’implorano di non farlo. Li ignoro, devo ignorarli. È un obbligo morale che ho contratto con me stesso. Tre, due. Un tizio mi chiede se mi sento bene. Lo intuisco da come muove le labbra. Emana un alito terribile e solo per questo meriterebbe che non gli rispondessi. Ha una sciarpa viola e un cappotto scuro. Un’assurda montatura degli occhiali rossa. Sento crescermi dentro una tale rabbia, che quasi sto per sferrargli un cazzotto in faccia. Poi intravedo un lampo bianco attraversarmi la visuale, come uno squarcio di luce. E il bianco è misericordia, e io provo solo pietà per questo tizio che mi urla in faccia. Che io stia male o meno, a lui (e a chiunque altro) non deve riguardare. Faccio di no con la testa, anche se non ho capito nulla di quel che sta dicendo. Faccio: no, no, no! Dico di no e sento il sudore colarmi dalle tempie, rigarmi le guance e bagnarmi il collo. Dico di no, e quasi lo sto supplicando, quando per fortuna le porte si aprono sulla mia fermata.
Ho sete. La focaccia che ho divorato prima, m’ha messo un gran desiderio di bere. E qui, di colori, ne ho quanti ne voglio. Il verde dei suoi occhi o il verde del fondo di una bottiglia, usato come lente deformante. Fondali marini. Alghe e sabbie smosse dalle code dei pesci. Ricci e meduse, velieri affondati. Felicità spezzate. Vuoto.
Al bar chiedo un’aranciata. Qualsiasi, purché non sia amara. Arancione. Perché no? Mi dia anche una cannuccia, se possibile blu. Oppure rosa. È l’ora dei quiz, ma la televisione è collocata troppo in alto, sopra il bancone. Roba che ti viene il torcicollo se solo ti metti a… ma questa la sapevo anch’io. Non l’avrò più tra le mie braccia. Non la stringerò. Non le sussurrerò più le parole che tanto le piacevano. Ma, l’avrei dovuto sapere, dietro la curva dei suoi occhi si nascondeva qualcosa.
Sono ai piedi del palazzo. A vederlo da qui, dal di sotto, mi fa uno strano effetto. Somiglia a una strada lastricata da centinaia di finestre. Socchiudo gli occhi. Le finestre sembrano tasti, taluni accesi altri spenti. Un grosso gioco, una grande scacchiera elettronica. A ogni risposta esatta ecco che s’accende una finestra. Ma, mi pare chiaro, non è più tempo per le domande. Entro, che se no rischio di non trovarla.
Ci siamo amati, su questo non posso avere dubbi. Ma il nostro amore (voglio ostinarmi a definirlo così) ha sempre avuto un lato oscuro, una parentesi malata. Assetata di disperazione. Senza forma né colore. Indefinibile. Ancora paura. Ancora rosso. L’ascensore rallenta e si ferma al diciottesimo.
Eccomi arrivato.
Azzurro, finalmente.
Sento la mente sempre più sgombra, liberata da inutili pensieri. Stonature, manco a parlarne. La musica riesce a diffondersi lieve e pungente, solleticante. I monitor degli uffici sono per lo più spenti, è tardi e ormai molte stanze sono vuote. Svolto e non ho difficoltà a trovare l’ufficio.
Negli ultimi tempi tornava sempre tardi a casa. La scusa del lavoro, a cui non davo peso. Tanto la felicità, se mai c’era stata, era già svanita da un pezzo. Due volte perdemmo un figlio ancora prima che nascesse. La rabbia e la disperazione si fecero largo, prepotenti, come solo loro. Ancora viola, e poi grigi, in infinite insulse tonalità. E poi il distacco, continuo, progressivo. Così devastante che rinunciammo a sperarci. Abdicammo. E fu una resa senza condizioni.
La porta è socchiusa. Lei è lì, alla scrivania. La riesco a intravedere appena di scorcio. Da quando m’ha lasciato (un mese e un giorno esatti) non ci siamo più visti. Solo qualche telefonata che sarebbe stato meglio non fare. Castigo ed espiazione che correvano lungo il filo. Ha ancora i capelli neri e ricci, lunghi, mossi che le sfiorano le spalle. Il bel volto dalla pelle chiara. Ora capisco senza intendimenti alcuni che è dal primo giorno in cui l’incontrai che l’amo. Come fosse una condanna. E non vuole essere un’ode all’imperfezione dell’amore. E nemmeno un inno all’infelicità. Ma ciò che era, è. E credo, sempre lo sarà.
Sono dentro e non faccio altro che traversare la stanza. Lei sbianca e la sua pelle diafana sembra quella di chi ha visto un fantasma. Misericordia di dio, mi dice, cos’hai intenzione di fare? Io ho aperto la finestra. Fuori solo il rumore della strada, le auto e i clacson. Nel cielo le nuvole non si vedono più. Il buio della sera le ha inghiottite. Nei miei occhi solo azzurro. Terso e profondo, che quasi lo posso toccare.
Lei adesso sta gridando. Mi volto e il terrore che traspare dai suoi occhi verdi (speranza o desiderio?) si riflette nel mio sguardo. Neutro. Vuoto. Trasparente. Non sono mai riuscito a dare un colore alla felicità, le dico con una calma assurda, di cui credevo non disporre. Lei mi prende per pazzo (forse non potrebbe fare altrimenti) e comincia a piangere. Sei tu che ho amato da sempre, le dico piano, quasi con la voce di mio padre. E mentre le pronuncio, m’accorgo che saranno le ultime mie parole.
L’aria è dura, fredda, invernale, le luci dei lampioni sono gialle, antipatiche. Ribattono verso l’alto il cemento grigio bagnato dalla pioggia.
Le pozzanghere sono poco più che acqua sporca. Il mio azzurro è ben altra cosa.
Poi solo il vuoto (ancora, come una maledizione che mi perseguita).
E in dissolvenza, il mio nome.
Posted by Giuseppe Braga at 22.10.07 08:11
Comments
Bè Giuse, complimenti! L'ho letto tutto d'un fiato e mi ha ricordato alcune parentesi avute nella mia infanzia, soprattutto con le visioni dei nonni morti. Bello e struggente, forse una delle cose migliori che ho letto di te. Ho poche altre parole, se non che mi ha colpito davvero, a parte la storia dei colori, ma questo è un mero dettaglio da non appassionato di pittura. Il resto, per me, vale molto più di tanti racconti scritti da autori molto, ma molto, più conosciuti di te.
Saluti
Matteo
Posted by: matteo at 23.10.07 16:11
grazie per le belle parole, Matteo.
Posted by: giuse at 23.10.07 16:41