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07.10.07

la cura

(parte quarta)


di Giuseppe Braga

Ero tornato a casa e avevo provato a dormire. Difficile. La febbre di notte mi saliva parecchio e mi toglieva il sonno, mi svegliavo tre, quattro volte sempre più sudato e rincoglionito, al mattino ero più stanco della sera. Un’altra settimana così. Steso a letto stremato, col mal di testa e la febbre. Giorno e notte, senza sapere cazzo avessi. La farò breve ora, che non vorrei risultare stucchevole.

Ero andato dalla mia dottoressa curante per farmi prescrivere gli esami. La scena è stata, nel suo piccolo, piuttosto divertente. Avevo la barba di tre settimane, avevo perso all’incirca cinque chili, avevo un aspetto completamente disfatto. Lei mi ha visto così e ha trattenuto a fatica una smorfia. Poi, con molta onestà devo dire, dopo avermi chiesto cosa avevo, non ce l’aveva più fatta e me l’aveva detto: ma come ti sei ridotto! Ma lo sai che non ti ho mai visto così conciato? Ah, i dottori quando vogliono sanno tirarti su il morale. Sia come sia, mi aveva prescritto tutto il prescrivibile, adesso dobbiamo andare a fondo e capire cos’hai!, e alla fine sembrava pure sinceramente preoccupata. Fammi sapere subito come vanno le analisi, mi raccomando. Certo dottoressa. Arrivederci.

Il giorno dopo ero andato a farle, ste cazzo di analisi e con estremo piacere mi avevano detto che avrei potuto ritirare gli esiti tra dieci giorni. Dieci giorni, capite? Ero tornato a casa e avevo trascorso altri interminabili giorni a letto, depresso e sfiduciato. Mio fratello intanto, di tanto in tanto, mi chiamava e mi rassicurava: guarda che hai quel tal virus, lascia fare… io abbozzavo e gli davo ragione, ma non ero troppo convinto.

Poi c’era venuta un’idea, meglio tardi che mai, la situazione non migliorava, la cura inesistente, non c’era da stare troppo allegri e allora c’era venuta un’idea. L’idea era semplice nella sua semplicità di idea semplice. Così era venuta a casa una mia cugina dottoressa (fortunatamente appena rientrata dalle vacanze), dotata di siringa e laccio e mi aveva fatto un altro prelievo di sangue (il quarto in dieci giorni). Avrebbe portato tutto nell’ospedale in cui lavorava e mi avrebbe fatto sapere in giornata. Altro che dieci giorni. Finalmente avrei saputo.

Nel frattempo, fantasiosamente ma non troppo, io pensavo alle peggio cose di questo e di quell’altro mondo. Immaginavo di aver contratto qualche strano virus incurabile. Era ormai solo questione di tempo. Anzi, mi sarei dovuto sbrigare a scrivere le mie memorie perché il tempo non giocava a mio favore. E le morti di due personaggi eccellenti come Sabani e Pavarotti, avvenute in quei giorni, non aveva contribuito a rasserenarmi. Vedi mai che non ci sta il due senza il tre, mi dicevo, febbricitante e sull’orlo di una crisi di nervi, dal basso dei miei deliri.

Ti farò avere i referti via mail, aveva detto mia cugina. Ah, la tecnologia. Appena li ho te li mando. Fate conto che in quel giorno, nonostante la febbre, io abbia battuto il record mondiale di controllo di casella di posta elettronica. Ammesso esista un record. Ero sempre lì. Sempre più teso, sempre più preoccupato. Ero quasi sicuro, sì. Un male incurabile, un male incurabilissimo…

Poi era squillato il telefono. Era mia cugina. Aveva preferito una via più tradizionale. Poi te li mando anche via mail, aveva detto. Sì, sì, va bene, ma cosa c’ho?

Hai beccato un virus.
L’avevo intuito, sì.
E sai quale?
No che non lo so.

[segue]

Posted by Giuseppe Braga at 07.10.07 11:43

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