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05.10.07

la cura

(parte terza)


di Giuseppe Braga

Col pensiero fisso sul come e quando e dove avrei potuto beccarmi un’epatite, me ne ero uscito sulle mie gambe, con un’altra prescrizione medica. Un’altra cura, sì. Altri antibiotici in pasticche. Due al dì per una settimana. Al solo pensiero di appesantire di nuovo il fegato con altri cazzo di antibiotici, epatite o non epatite, ero ben deciso a non prendere un bel cazzo. Avevo altresì deciso di tornarmene a casa, non che confidassi ciecamente nella sanità lombarda, tutt’altro, ma almeno, stando a casa, fatti due conti, avrei avuto qualche disagio in meno.

Due giorni dopo, verso sera, dopo un viaggio allucinante durato nove ore, sempre con la febbre alta (ma con la simpatica variante di una simpaticissima irresistibile dissenteria che mi avrebbe simpaticamente accompagnato per i seguenti cinque giorni), ormai mi ero abituato e se non saliva oltre i trentotto era come non avessi nulla, ero a Milano. Appena a casa, scaricati i bagagli, ero andato, di nuovo, al pronto soccorso. Tutta un’altra organizzazione effettivamente, braccialettino colorato al polso e codice verde. Gente ordinatamente seduta nella sala d’aspetto. Codice verde, ero andato a vedere nella gerarchia dei codici, sul foglio che mi avevano dato. Non ero in pericolo di vita, ecco. Ma non dovevo pagare nemmeno il ticket. All’infermiera avevo rispiegato tutto per filo e per segno (e lei aveva preso nota di tutto), coscienzioso, cosa che avevo dovuto rifare un’ora dopo, al dottore che si stava apprestando a visitarmi. Il dottore, un giovane internista piuttosto allegro e cordiale, dagli occhi vispi e chiari, rassicurante fin quasi da insospettirti, ascoltato il mio pistolotto e vistomi in quelle condizioni, m’aveva detto di restare calmo, di non preoccuparmi e di restare calmo. Non avevo nulla, ne era sicuro, e non c’era di che preoccuparsi. Addirittura, per lui avrei pure potuto evitare di andar lì, ma visto che c’ero, suvvia, le analisi del sangue e un’altra radiografia al torace me l’avrebbero fatte, sì. Che cuore d’oro.

Ora mi fermo un momento. Devo fare un passo indietro. Fondamentale in questa ricostruzione postuma. Entra in scena mio fratello. Poco prima di arrivare nel primo pronto soccorso, mio fratello, mi aveva cominciato a inviare una serie di sms molto dettagliati. A suo dire lui sapeva esattamente la causa del mio malessere. Ne era assolutamente certo. Fatti fare quel tipo di analisi specifiche, digli che potrebbe essere quel tale virus. Sai perché, ti dico così? Non lo sapevo, dico la verità. Ti dico così perché ce l’ho avuto anch’io un paio di anni fa. Stessi sintomi. Precisi precisi. Insomma, m’aveva messo una piccola pulce e io avevo provato a dirla al dottore.

Lui, il dottore, aveva prima strabuzzato gli occhi, poi si era rifatto ripetere il nome del presunto virus che stava attentando alla mia salute e poi aveva fato spallucce. No, non credo proprio. Molto lapidario. Ora, anche mio fratello è dottore, ma in economia e commercio e quindi, capitemi bene, io ho dovuto credere di più al dottore vero. Stessa scena col secondo dottorino, nel secondo pronto soccorso, il brillante e rassicurante internista. No, è assolutamente da escludere. Va bene, l’avevo escluso. Allora è epatite? Non tragga conclusioni affrettate, aspettiamo le analisi, poi vediamo. Ma non si deve preoccupare, lei non ha nulla, si fidi. Poi mi avevano prelevato il sangue, poi mi avevano rifatto la radiografia al torace. Poi ero tornato a fatica in sala d’aspetto (quell’ospedale era deserto, pareva un labirinto e aveva tutte le porte chiuse), col mio braccialettino verde al polso, un po’ così, tra il depresso e l’incompreso. E m’ero messo a fare l’unica cosa che potevo. Aspettare. Dopo un’oretta mi avevano chiamato. Ero entrato quasi di corsa, non ne potevo più di quell’attesa. Una buona volta avrei saputo. Mi avrebbero dato una cura efficace e mi sarei tolto dalla testa quella cazzo di febbre che mi stava macinando il cervello. Undici giorni ininterrotti, puliti puliti. Si segga pure. M’ero seduto. Allora dottore? Lui, guardando i referti, sempre più disincantato e rassicurante, aveva cercato di tranquillizzarmi, non si deve preoccupare, come immaginavo, lei non ha nulla. Ovvero? Ovvero lei ha uno screzio epatico. Ne vedo parecchi, m’è già capitato, insomma. non deve preoccuparsi, davvero. Non è nulla. Inutili le sue rassicurazioni, mi spiace, ma lo devo proprio dire. Dentro di me mi stavo arrovellando. E che cazzo mai era sto screzio epatico? Da dove minchia saltava fuori? Scusi, dottore, e sarebbe a dire? Nulla di grave, può succedere, ne ho già visti di casi come il suo, sa? Mi fregava assai di quanti casi avesse visto. Le transaminasi impazziscono, ma per un certo limitato periodo, e poi torna tutto come prima. Vede qui? Vedevo bene, nonostante la febbre a trentotto e mezzo, le transaminasi erano sempre il triplo di quel che avrebbero dovuto essere. E quindi? Nulla. Lei non deve fare nulla di particolare. Riposo assoluto, buona alimentazione e, come cura, questi antibiotici qui. No, ancora loro… sì, questi antibiotici che ho visto che le avevano prescritto e che lei non ha preso, vero? Era vero e adesso dovevo pure giustificarmi. E per la febbre? Nulla, tachipirina solo quando supera i trentanove, altrimenti niente. Va bene? Cazzo dovevo dirgli, andava bene per forza, andava bene. Facciamo così, comunque. Avevo drizzato le orecchie. Le prescrivo questi esami che lei farà tra una decina di giorni, e vedrà che saranno tutti buoni, vedrà se non è vero quel che le sto dicendo, e poi le consiglio di fare anche un’ecografia all’addome, giusto per vedere un po’ come siamo messi da quelle parti. Poi, col malloppone, lei mi chiama, le do il mio cellulare, guardi, eccolo qui, torna qua e controlliamo tutto. D’accordo? Sì, molto febbricitante, parecchio dubbioso e ormai senza più un briciolo di energie, gli avevo detto un sì stentato e sottovoce. Ero d’accordo con lui. Decisamente d’accordo. In quel momento non avevo molte alternative, del resto. A qualcosa dovevo pur aggrapparmi.

[segue]

Posted by Giuseppe Braga at 05.10.07 12:48

Comments

Giuse, io a questo punto sarei morto, ma non di malattia, di ansia!

Posted by: matteo at 06.10.07 08:59

Matteo, puoi ben dirlo... ci sono andato molto vicino. Più che ansia, vera strizza...!

Posted by: giuse at 07.10.07 12:00

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