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31.10.07

il fascino maledetto dello scrittore (part XLII)

passatempo

di Giuseppe Braga

oggi, a tavola. Un pranzo quasi completo come era da settimane che non ne facevo più (petto di pollo impanato, tocco di pizza fatta in casa, insalata, caffè)

mio padre: ma cosa dici.
mia madre: gli chiedevo se oltre al lavoro in ufficio avesse altre attività. Qualche altro lavoretto in ballo, insomma.
io: be', no. Non proprio.
mio padre: di tempo ne avresti, però. Lavori tre giorni a settimana, dai.
io: ...
mia madre: be', ma almeno stai scrivendo?
io: sì, qualcosina, sì.
mia madre: dai, meno male, almeno quello.
mio padre: ma cosa dici.
mia madre: ..?
io: ..?
mio padre: scrivere...
mia madre: ..?
io: ..?
mio padre: ma cosa dici. Quello è un passatempo, dai.

Già, il prezzo da pagare per un buon pasto.

Posted by Giuseppe Braga at 15:56 | Comments (2)

Poet'astri [4.]

di Giuseppe Braga

[qui le prime tre parti]

Ero io! Io mi sentivo così, con l’energia compressa nei polmoni e nelle gambe pronta per essere sprigionata, preparato a sorprendere, a spaccare. Pronto a correre fino a innalzarmi in volo. Sulla spinta della musica mi provai tre o quattro camice e altrettanti pantaloni e verso la fine del cd trovai gli accostamenti perfetti.
“Così può andare”, mi sorrisi da solo davanti allo specchio. Controllai l’elenco di amici e parenti a cui avevo telefonato, ma solo per scrupolo, poiché li avevo avvisati tutti. Avevo persino lasciato messaggi in segreteria a persone che non vedevo da anni e di cui non mi importava più nulla. Ma la celebrità ha i suoi prezzi, pensavo.

Mi rilassai sul divano sfogliando una rivista, mi feci una doccia e mi vestii. Erano le quattro e venti, ma non ci stavo più dentro. La casa mi andava stretta. Uscii bello come il sole, salii in auto, misi in moto e partii. All’altezza del primo semaforo mi fermai, ma non perché segnava rosso, bensì per il fatto che la macchina non andava più. Non persi la calma e riprovai con la chiavetta d’accensione, ma niente da fare, non ne voleva sapere di ripartire. Non riuscivo a immaginare cosa fosse successo. Scesi, aprii il cofano e guardai, non ne capivo nulla di auto, ma sembrava ci fosse ogni cosa, ogni pezzo pareva al posto giusto. L’auto per fortuna era al bordo della strada, vicino al marciapiede e non intralciava il traffico, peraltro scarso in quel momento. Mi allontanai per guardarla meglio da lontano, si sa che in certi casi cambiando punti di vista e prospettiva, si può vedere con maggior chiarezza... forse non era questo il caso più appropriato, ma feci così. E purtroppo feci bene. Camminai per circa dieci, dodici metri, passai l’incrocio, mi rivoltai e m’accorsi con raccapriccio di un particolare sconvolgente: avevo lasciato le luci accese. Erano rimaste inserite dalla notte precedente e la batteria si era scaricata. Avevo gli occhi sbarrati e le mani stavano sudando appiccicose. Ritornai verso l’auto non curandomi delle altre vetture che transitavano, spensi i fanali e fu in quell’istante che ebbi uno scatto di rabbia. Scagliai un forte calcio contro il parafango posteriore. Non fu una buona idea. Sentii immediatamente un dolore al piede (questo ci poteva pure stare a ben vedere), poi da sotto l’auto giunse un suono sinistro (è qui che rimasi sorpreso), come di un pezzo che si staccava. Mi abbassai per osservare da vicino e vidi la marmitta che pendeva, dondolava libera come fosse un arto spezzato e indipendente dal resto del corpo. La toccai e l’unica cosa che ottenni fu quella di staccarla completamente dalla pancia del veicolo. Un tonfo sordo sottolineò impietoso il distacco. Ero scosso. Senza parole. Non avevo più il mio mezzo. Erano quasi le cinque ed ero rimasto a piedi. Ero un pirla. Avevo commesso una leggerezza imperdonabile (anzi due), ma dovevo reagire. Assolutamente non dovevo abbattermi. Così iniziai una corsa contro il tempo. Tornai di gran carriera a casa, presi l’agendina telefonica, mi stappai una birra, mi sedetti e iniziai la ricerca. Non avevo più di mezz’ora per trovare un’auto (funzionante) e perciò non c’era un istante da perdere. Scartai alcuni nomi fin da principio. Ad esempio. Cisco e Mimmo con quel loro cazzo di meccanico li avrei sistemati dopo, ora non avevo tempo per litigi o cose del genere. Tra l’altro, ripensandoci, non avevano nemmeno l’auto quei due sciagurati. Cominciai a chiamare. Ero un povero postulante che chiedeva, anzi supplicava, un aiuto.
“Ciao Alfredo come va? Scusa se ti disturbo, ma si tratta di un’emergenza. Ti ricordi che ti avevo detto che stasera, ah non te lo ricordi...”.
Era un continuo domandare o meglio implorare. Feci una decina di telefonate: la metà delle persone non era in casa, ma io lasciavo comunque un laconico messaggio in segreteria, gli altri o non potevano assolutamente privarsi del proprio mezzo, mi dispiace moltissimo, ma stasera proprio non posso... fosse stato domani non avrei avuto problemi te l’assicuro, ma stasera proprio no, oppure l’avevano dal meccanico. Guarda un po' il caso. La birra l’avevo scolata nervosamente tra un rifiuto e l’altro, ora me ne stavo bevendo una seconda per disperazione, alla faccia della promessa fatta ad Amina. Avesse avuto almeno lei l’auto... invece possedeva solo una bicicletta e non era il caso di chiamarla, si sarebbe preoccupata inutilmente. Bastavo io. Sentivo dei brividi lungo la schiena. Ebbi un lampo. Come sull’orlo di un abisso feci un passetto indietro e pensai che non necessariamente sarei dovuto andarci in auto a Como. Per esempio c’era il treno. Chiamai in stazione. Non partivano treni fino al giorno successivo, era stato proclamato uno sciopero dei macchinisti. Allora il bus? La stazione dei pullman era dall’altra parte della città e non avrei mai fatto in tempo a raggiungerla, a salire sul bus e ad arrivare in orario per la trasmissione. Erano le cinque e mezza passate e stavo affogando. Andarci in taxi non mi sembrava il caso e l’aereo non lo possedevo... AAALT FERMI TUTTI! Si era accesa la lampadina. Fede. Non dovevo disperare, ma dovevo aver fede. E in effetti io ce l’avevo. Il mio amico Federico! Perché non ci avevo pensato prima? Il carissimo fratello di mille battaglie pseudo alcoliche s’era da poco comprato una motoretta, non vedevo il perché non avrebbe potuto prestarmela. Anzi, avrebbe dovuto farlo. Io ero il suo amico e questa era un’emergenza. Con qualche birra ce l’avrei fatta. Lo chiamai, ma in casa non c’era, quindi provai a cercarlo sul telefono cellulare. Il segnale dava libero. Era da un mese che non ci sentivamo, ma faceva lo stesso. Noi due insieme avevamo trascorso intere estati gironzolando come vagabondi per la Grecia e la Turchia e insomma, ne avevamo fatte di cose... con lui andavo sul sicuro.
“Pronto Fede, come stai? Co... come chi sono... ma sono io, sono Marco!”
Credo che lo impietosii, gli dissi che ero all’ultima spiaggia (se state pensando a Santorini od Antiparos vi assicuro che non c’entrano), che gli sarei stato grato per sempre e che quando sarei diventato famoso non mi sarei scordato certo di lui, ma penso che alla fine accettò solo perché gli promisi birra gratis per il resto dell’anno. Ce l’avevo fatta. Corsi nel suo ufficio che distava un paio di isolati da casa, arrivai bello sudato e zoppicante, ma adesso l’importante era arrivare negli studi televisivi. Non avevo mai guidato una moto con le marce, ma questo non lo avevo certo detto al Fede, il quale non è che si fidasse ciecamente di me, ma tant’è. Delle volte nella vita si commettono piccoli errori qua e là. Era una bella motoretta rossa, prodotta in Albania una decina di anni prima e con un nome impronunciabile. Non mi interessava nulla, doveva solo portarmi a Como. Il serbatoio era vuoto, ovviamente, e Fede mi indicò il benzinaio più vicino nel mentre mi illustrava il cambio manuale e i freni e le luci. Iniziai a offrirgli una media chiara nel bar di fronte, così, tanto per ringraziarlo. Me la ingurgitai in un lampo e lui fece più o meno lo stesso. Ne avrebbe bevuta subito un’altra (tanto offrivo io), ma gli dissi che dovevo proprio andare. Mi diede le chiavi e mi pregò di non superare i settanta, io lo rassicurai con ampi sorrisi. Ero già quasi ubriaco, tre birre a stomaco vuoto si facevano sentire anche per uno come me. Chiesi l’ora a un passante. Un quarto dopo le sei. Forse ce l’avrei fatta. Aspettai che Fede rientrasse in ufficio e poi misi in moto. Dopo tre tentativi ci riuscii. Partii piano. Ero in marcia. Prima, seconda, terza... sì, si poteva fare. Sbandavo solo un po’ in curva, ma per il resto andavo che era un piacere. Qualche sgasata ogni tanto nei cambi di marcia, ma quella motoretta era fenomenale. Era come l’avessi sempre guidata. Attraversai la città seguendo le indicazioni e imboccai la statale per la città lacustre. L’aria fresca mi pizzicava la faccia. Tenevo un’andatura che oscillava tra i settanta e gli ottanta, se cercavo di toccare i novanta all’ora il motore gridava disperato e quindi tornavo alla velocità consigliatami. Le automobili e i camion sfrecciavano rapidi alla mia sinistra congestionando l’aria di smog, io mantenevo una velocità di crociera dignitosa. Vidi il cartello e fu un sollievo. Chiesi un paio di indicazioni e arrivai negli studi, che si trovavano in una palazzina anni sessanta di due piani, appena fuori la città. La motoretta era stata all’altezza. Ero felice. Scesi e la carezzai in vari punti. Iniziai persino a baciarla sul manubrio, sul sedile, sul serbatoio e sugli specchietti, ma poi mi accorsi che due ragazzi stavano osservando la scena e quindi mi diedi un tono, facendo finta di controllare un finto guasto. Mi sistemai la giacca di velluto marrone, mi sbottonai il primo bottone della camicia grigia, mi diedi una leggera spolverata ai jeans neri e alle scarpe impolverate e tirai fuori dal portafogli il foglietto con le informazioni, che ormai sapevo a memoria. Entrai nell’atrio, un salone con le pareti di finto marmo e specchi anticati a tutta altezza, sedie e poltroncine sparse, manifesti di attori hollywoodiani appesi ai muri, alcune porte chiuse senza indicazioni o targhette e una scala che portava al piano di sopra. Mi guardai in uno specchio e mi accorsi che ero spettinato: mi passai una mano tra i capelli che così tornarono a posto. Non c’era gran movimento in quella sala. Si sentiva un gran vociare proveniente dal piano di sopra e da dietro alcune delle porte chiuse, ma nell’ingresso dove mi trovavo c’era una strana calma. Chiesi allora a un tale che stava leggendo un libro seduto su una sedia di fianco alle scale. In quel momento c’era solo lui nell’atrio di finto marmo.
“Mi scusi, saprebbe dirmi dove posso trovare il signor Buzziconi?”
L’uomo mi guardò di sbieco, come lo avessi risvegliato da un sogno bellissimo e con un accento dialettale, marcatamente comasco, mi disse.
“Sta forse cercando il Dottor Butteroni?”
Attimo di silenzio. Riguardai meglio il bigliettino.
“Ah, ah, ma certo. Butteroni, esatto!”
“Lei è qui per CASI QUOTIDIANI, il settimanale di arte/spettacolo/cultura/politica e varietà, condotto dal Dottor Achille Butteroni, giusto?”
Avevo il mio bel bigliettino davanti.
“Sì, sì, proprio quello. Sa, io sono un invitato, deve sapere che io sono un poe...”
Mi interruppe bruscamente a metà. Con voce netta e per niente amichevole, disse.
“Ascolti, deve salire le scale e andare fino in fondo al corridoio. L’ultima porta a destra. Arrivederci.”
Come accoglienza non c’era male. Prima di salire gli chiesi l’ora.
L’uomo sempre più scocciato guardò l’orologio e mi disse che avrei fatto meglio a sbrigarmi… lo mandai a cagare a bassa voce e salii le scale. Qui l’atmosfera era completamente diversa. Al piano di sopra, persone agitate uscivano ed entravano da porte, dietro le quali provenivano suoni e voci che tendevano a sovrapporsi e a sovrastarsi. Arrivai alla stanza in fondo al corridoio. Entrai e fui investito da uno sciame di parole. Rimasi immobile, nella speranza di uscirne illeso.
“Ecco finalmente il nostro Poeta! Tu sei Marco Tosoni vero? Molto, molto piacere. Io sono Achille Butteroni, ma puoi chiamarmi tranquillamente Achille. Anzi guarda, facciamo Achi!, e che non ti venga in mente di darmi del lei capito? Io sono per i rapporti diretti, espliciti e belli freschi. Cool... per usare un termine che a voi giovani piace tanto. Indipendentemente dall’età, io fuori trasmissione esigo il tu, d’accordo? Durante il programma, s’intende, è un’altro paio di maniche... ma piuttosto, dimmi caro Marco, hai avuto problemi ad arrivare negli studi? Non credo, eh? Eccola qua la nostra TELE CANTONE URBANO. L’abbiamo tirata su noi con le nostre mani... Cosa ne dici, ti piace? Non la trovi bellissima? A proposito, hai già incontrato gli altri ospiti? O magari vuoi rinfrescarti un attimino? Hai fame? Sete? Come ti senti ragasso mio, sei emozionato? Non dirmi che è la tua prima volta in televisione? Ah, sììì? Non preoccuparti perché andrà tutto benissimo, vedrai che...”
Sarebbe andato avanti fino alle nove di sera, come un carro armato che abbatte ogni ostacolo, senza pietà per nessuno, ma per fortuna intervenne una ragazza. Fu lei che mi salvò da quella valanga di domande idiote. Era l’assistente di studio che mi chiamava. Doveva spiegarmi alcuni dettagli legati alla trasmissione. Colsi al volo l’occasione e sgattaiolai via. Butteroni andò avanti a parlare ancora per un attimo da solo e quando si accorse che io non c’ero più, non si scompose e disse a gran voce: “Forza ragassi che tra mezz’ora s’inizia e vi voglio belli carichi!”
Nessuno dei presenti sembrò dargli retta.
Elvira era una graziosa ventenne di Bellinzona, una bambolina bionda tutta sorrisi e frasi fatte, un continuo: “Cioè devi sapere che... cioé devi ricordarti di guardare in camera... cioè mettiti il microfono... cioè sulla giacca... cioè fai attenzione ai tempi... cioè cioè cioè...”
Era piuttosto agitata, ma probabilmente era il suo modo di fare naturale. Parlava veloce come una macchinetta e si mangiava qualche parola, ma i concetti, cioè!, le uscivano fuori piuttosto chiari. In una mano teneva una cartellina con la scaletta della trasmissione, mentre con l’altra si toccava meccanicamente i lunghi capelli biondi. A guardarla bene era una finta bionda, ma era carina lo stesso. Aveva un corpicino rinchiuso in un abito di due taglie più piccolo del dovuto e dal quale sbocciavano i due seni, sodi come meloni acerbi. Il culo era piccolino, ma ben fatto e i fianchi erano talmente stretti che li avrei potuti abbracciare completamente con le mani. Mi invitò a entrare in una stanza attigua dove avrei potuto trovare un piccolo rinfresco prima del programma. Sono ben organizzati, pensai. Una volta dentro cambiai immediatamente idea. Il tavolo sul quale erano poste le cibarie sembrava un campo di battaglia e le vittime erano resti di tramezzini mangiucchiati e risputati nei piatti di carta, bottiglie di vino e bibite semivuote, una mezza tartina al burro e prosciutto, mezzo cannolo alla crema e un babbà al liquore (quelli restano sempre, chissà perché). Gli autori dello sterminio non potevano che essere stati gli altri ospiti di CASI QUOTIDIANI. Che bella compagnia. Iniziavano a incuriosirmi. Comunque, visto che ero lì, mi mangiai controvoglia il babbà e mi bevvi i fondi di bottiglia avanzati. Ne vennero fuori due bei bicchieri di bianco frizzante. Meglio che un calcio nel culo, insomma. Ero pronto. Avevo fame e avrei abbattuto ogni steccato. Era la fama e non la fame che mi attendeva famelica a braccia aperte. Uscii e intercettai la biondina in corridoio, era sempre più agitata e sincopata. Le sorrisi malizioso, ma lei mi oppose un sorriso strettamente professionale e mi accompagnò nello studio. Capii che stavamo per cominciare. Ero eccitatissimo. Avrei immediatamente ammaliato il pubblico con uno dei miei sguardi magnetici, subito seguito da un sorriso contagioso e da una frase a effetto delle mie. Li avrei avuti tutti dalla mia parte.


[4.segue]

Posted by Giuseppe Braga at 09:18 | Comments (0)

30.10.07

La grazia di Santa Maria Francesca

di Giuseppe Braga

Bisogna avere fede.
Bisogna pregare.
Bisogna avere fede e bisogna pregare.

Io ho pregato tanto con il cuore, cioè, ho pregato con tutta me stessa. E mia nipote, che non poteva avere figli, dopo un mese è rimasta incinta.

(messa a fuoco su signora anziana, circondata da una ventina di persone che si spingono per entrare in camera. Alle spalle, chiesa napoletana non ben identificata)

Grazie alla grazia.
Di Santa Maria Francesca.

Che emozione quel giorno. (mezza lacrimuccia, mezzo primo piano)

Davvero toccante. (voce del conduttore)

Del resto, come diceva. (ancora la sua voce)

Bisogna avere fede.
Bisogna pregare.

Ma ci dica, piuttosto. (stacco sulla nipote, quasi soffocata dalla folla smaniosa)

Ho avuto molti problemi mi avevano detto che non avrei potuto avere figli ma io non ho creduto ai medici e allora mia zia Rosa mi ha detto che c’era la Chiesa di Santa Maria Francesca a Napoli e lei mi poteva fare la grazia e io che piangevo tutte le sere perché volevo avere un figlio e mi avevano detto di no allora mi sono decisa e ho preso il treno e da Battipaglia sono andata dalla Santa a Napoli a chiederle la grazia. Dopo un anno è nata questa splendida creatura. (primo piano della neonata)

L’ho chiamata Maria Francesca, come la Santa. (applauso)

Ma ho pregato tanto tanto e tanto con il cuore. Ogni mattina venivo a portare un cero e pregavo in ginocchio davanti alla statua della Santa. (primo piano della statua)

Guardi com’è bella. (primissimo piano su zia Rosa)

È proprio una Santa. (voce fuori campo)

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Raiuno, ore 17.25, venerdì 13 ottobre 2000
Collegamento esterno de “La vita in diretta”

Posted by Giuseppe Braga at 10:54 | Comments (0)

concetti basilari

Noi siamo come siamo, non abbiamo altra scelta, così disse Glenn una volta. L'insensatezza che sopportiamo è totale, disse inoltre...
[Thomas Bernhard]

Il segreto dell'essere artisti, ragazzi miei, sta nel rimanere se stessi per tutta la vita.
[Paul Verlaine]

qualcosa mi induce a cominciare davvero a riflettere seriamente sulla mia vita, già...

Posted by Giuseppe Braga at 10:10 | Comments (0)

29.10.07

Milanoanthology

se volete leggere il resoconto alfa-numerico della serata di Cassinetta, potete andar qui.

Posted by Giuseppe Braga at 09:54 | Comments (0)

28.10.07

introspettivo

tre lattine di birra, una di cocacola, sette patate, un limone, due yogurt, un vasetto di marmellata di arance, mezzo litro di latte, tre uova.

frigo.jpg

se noi siamo quel che mangiamo, io sono ben poca cosa.

Posted by Giuseppe Braga at 19:06 | Comments (0)

27.10.07

Vinile

di Giuseppe Braga

Quel giorno ero a casa e voglio raccontarvi cosa accadde.

Fuori pioveva da tre settimane, ormai. Ne parlarono anche giornali e tv, all’epoca. Erano le sei del pomeriggio ed ero appena rientrato in casa. Mentre mi asciugavo la testa con una salvietta (l’avevo presa tutta, non amavo gli ombrelli), soprappensiero, estrassi un disco dallo scaffale. Era un vecchio vinile uscito quindici anni prima. Non voglio dire che disco fosse e del resto credo non interessi. Ma ecco ciò che avvenne.
Fin dalla prima canzone sentii crescermi dentro qualcosa d’insolito. Un impulso poco definibile, una sorta d’inquieta affezione, che si trasformò in una fitta dolorosa e violenta allo stomaco. Un martello in pancia m’avrebbe procurato meno sconquassi. Mi sedetti in poltrona e alzai il volume. Al secondo pezzo, meccanicamente, sentii la necessità di bere. Così mi alzai, presi una birra dal frigo, la stappai e cominciai. Non m’accorsi neppure, ma al termine di quella canzone l’avevo già finita. Mi vidi costretto ad alzarmi di nuovo e a prenderne un’altra. Questa riuscì a durarmi per un paio di brani. Mancava un pezzo al termine della facciata, quindi feci in tempo a stapparne una terza. Quando la puntina si levò e il disco smise di girare, mi avvicinai allo stereo per voltarlo e fu allora che mi resi conto. Quello che avevo appena ascoltato era il lato B e non il lato A del disco. Nulla, a ben vedere, di straordinario.
Al contrario, questo piccolo episodio mi sconvolse in maniera inammissibile. Rimasi scosso e stordito, con le mani che mi tremavano. Cercai di capire, ma non riuscii a darmene ragione. Mi fermai per qualche minuto col cartone della copertina tra le mani, torturandolo senza motivo. Poi lo riposi, girai il disco e tornai sul divano. Una volta seduto mi dovetti rialzare subito, poiché la birra era terminata. Ne presi un’altra che finii in un solo sorso. A quel punto ne tirai fuori due dal frigo, tanto lo sapevo. All’inizio del terzo pezzo avevo attaccato a bermi la seconda. Con l’ultima canzone avevo terminato la scorta di lattine. Presi la bottiglia di Porto - la tenevo sulla mensola della cucina per le occasioni - e la stappai. Me la bevvi a collo, il bicchiere non mi serviva.
Risentii quel disco per tutta la notte. Di continuo, senza interruzioni o ripensamenti, come la pioggia che là fuori, continuava a scendere. Sentivo che dovevo farlo.
Dopo il Porto mi scolai un cartone di rosso del supermercato e mezza bottiglia di gin.
Sbronzo e privo di forze, caddi sul pavimento. Diedi di stomaco e cominciai a rotolarmi nel mio stesso vomito. I singhiozzi si confusero ben presto con la musica.

Solo allora ricordai che quel disco l’avevo comprato il giorno in cui mia moglie morì.

Posted by Giuseppe Braga at 18:48 | Comments (0)

26.10.07

Largo ai giovani

[questo racconto, scritto qualche anno fa, lo inivai a un concorso indetto dall'ATM (Azienda Trasporti Milanesi), e ancora son qui a chiedermi il perché non fu selezionato... mah, valla a capire, la gente]

di Giuseppe Braga

Io non provo nessun sentimento ostile nei confronti degli anziani. Quando stanno al loro posto nessuno dice niente, io per primo.

Ho sedici anni, frequento la terza ragioneria e vivo a Milano. Preferisco non dirvi come mi chiamo, sapete, i miei nonni sono ancora vivi, tutti e quattro, e sotto le feste mi tornano utili. Anche quei lontani prozii di Vercelli, adesso che ci penso.

Di anziani (cercherò di chiamarli così, mi hanno insegnato che i vecchi meritano rispetto) a Milano ce ne sono una cifra. Li vedi dappertutto, ma in particolare sui mezzi pubblici. E qui sta la fregatura. Perché, fin quando i miei non mi comprano il motorino - forse m’arriva per Natale -, anch’io devo prenderli, i mezzi pubblici.

Che poi, tram e autobus (anche la filovia, s’è per questo) li preferisco decisamente alla metropolitana, su questo non ho dubbi. Sarà per via della superficie, suppongo. La metropolitana corre sottoterra, viaggia sotto case, strade, semafori, negozi, incroci e mercati rionali. E laggiù il buio è totale, le stazioni fredde e le scale per risalire, troppo lunghe e ripide (anche per il sottoscritto, figurarsi per un ottantenne). Quelle mobili poi, non funzionano mai. Dai finestrini del metrò non vedi niente e la gente non si guarda, legge il giornale o fissa il pavimento.

Dunque, autobus!

E quando sei seduto, tranquillo e rilassato col tuo giornaletto o stai semplicemente guardando fuori (sull’autobus puoi guardare fuori quanto vuoi), eccoli lì che arrivano. Ti si piazzano a pochi centimetri di distanza e sospirano, cioè tu non li vedi se non alzi la testa, ma li senti sospirare. Un lamento continuo. Che poi hanno, fateci caso, soprattutto le donne, sempre delle borse esagerate. Più grosse di loro, per la miseria! Borsoni, sacchi della spesa, non so che. Ma per forza l’autobus devono prendere per andare a fare le compere?

Ma io lo so. Sostanzialmente giocano a farti sentire in colpa.
Sei seduto, sei giovane, ti devi alzare.
Sono vecchio, sono in piedi, mi devo sedere.

A ogni ora del giorno loro sono lì. In piedi. Alle fermate, pronti a salire. Per sedersi. Andranno a trovare qualcuno all’ospedale o magari al cimitero.
Chi lo sa, forse salgono solo per rompere.

Beh, ora vado, che se no rimango in piedi anche oggi.
E speriamo che a Natale i miei vecchi me lo regalino, ‘sto cavolo di motorino.

Posted by Giuseppe Braga at 13:48 | Comments (2)

ultime notizie

cassinetta e milanoanthology sul tgcom

Posted by Giuseppe Braga at 12:59

25.10.07

presentazione di Milanoanthology

sabato 27 ottobre alle ore 20.30, nell'ambito della rassegna Parole sull'acqua, nella sala consiliare di Cassinetta di Lugagnano, presentazione dell'antologia Milanoanthology. Seguiranno: musiche spettacoli spettacolari e degustazioni locali...

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per info: editoria@liblab.org e www.liblab.org

Posted by Giuseppe Braga at 10:19 | Comments (0)

Il Locale dei giovani (ma famosi)

Raccontino post-moderno

di Giuseppe Braga

[questo racconto è del 2004, ed è stato pubblicato sulla rivista Fam]


Qualche tempo fa sono andato a Roma. Ci sono andato, dopo aver vagliato una serie di possibilità (che non mi sembra il caso di star qui a raccontare), con l’Eurostar.
L’Eurostar è un treno silenzioso molto veloce che ferma soltanto a Bologna e Firenze e questo è un bel vantaggio. Sono ridotte le probabilità che ti si siedano vicino dei rompicolgioni. Solo due possibilità (escludendo il fatto che tu non li abbia già di fianco, a Milano, alla partenza). Ma qui va a culo, c’è poco da fare.

L’Eurostar non ha solo pregi, meglio che lo dica subito. L’ho potuto constatare in prima persona. Se sei piuttosto alto (si da il caso che io sia alto uno e ottanta, per essere precisi un metro, ottanta centimetri e mezzo), stai scomodo. Strano a dirsi ma è così. Le gambe, assicuro, non sai più dove cazzo metterle. Quando ti fanno vedere il treno alla pubblicità in tele, mica si capisce che se sei troppo alto, ci stai stretto. Se provavo ad allungarmi pestavo i piedi del dirimpettaio, se mi mettevo in diagonale pure, col rischio aggiuntivo di far inciampare quelli che passavano per il corridoio. Molto stretto anche il corridoio, vorrei aggiungere. Forse l’unica soluzione sarebbe stata ripiegarmele sopra il sedile nella posizione del fiore di loto e se avessi fatto il corso di yoga che mia cugina m’aveva consigliato, forse mi sarei risparmiato quel viaggio disagevole. Alle ferrovie italiane (adesso si chiamano TrenItalia e non più FS) l’hanno studiata davvero bene la faccenda. Ottimizzazione degli spazi, si chiama. Il controllore, al mio primo accenno di lamentela, m’ha invitato a visitare il loro rinnovato sito Internet (www.trenitalia.it) per qualsiasi delucidazione, reclamo o domanda. Molto gentile da parte sua. Una volta o l’altra mi collego e me lo guardo.

Il pomeriggio a Roma l’ho trascorso per monumenti, la cosa più logica da fare per uno che, come me, si trovava a Roma per la prima volta. Cartina alla mano, ho visitato il Colosseo, San Pietro, la fontana di Trevi (c’ho lasciato un paio di Euro, speriamo portino bene), Castel Sant’Angelo, Piazza del Popolo e il Circo Massimo. Dopo la doccia rigenerante in albergo e un paio di telefonate non derogabili, la sera ho cenato a Trastevere, in una simpatica trattoria. Poi, verso le undici, m’ha raggiunto la persona che aspettavo. Non pensate male, non era uno spacciatore colombiano. Era semplicemente un’amica autoctona, conosciuta in una vacanza in Grecia alcuni anni prima. C’eravamo dati appuntamento per trascorrere la serata insieme. Poi, il giorno seguente, io avrei sbrigato l’impegno che dovevo sbrigare e, al più tardi nel pomeriggio, me ne sarei tornato a Milano. Naturalmente con l’Eurostar.

Lei, la mia amica Raffaella, si è presentata con un’altra sua amica, dal nome in rima col suo: Antonella. Entrambe molto eccitate, m’hanno detto di non preoccuparmi. Ti portiamo in un bel locale, vedrai. Ci pensiamo noi a farti trascorrere una bella serata. La notte romana, ormai primaverile, mi stava aprendo le sua braccia. Io ho fatto di sì, certo che sì, non avevo dubbi e sono salito sulla Twingo bianca senza esitazione. Pronto a tuffarmi nella Dolce Vita.

Il locale era allungato e stretto, un budello fumoso e congestionato. La compressione dei suoni, impressionante. Saturazione concentrata in pochissimi metri quadrati. Sudore, frastuono e pareti scrostate. Incroci di sguardi, fulminee eccitazioni notturne. Alcol e telefonini. Ammiccamenti. Voci sovrapposte. E dentro, sopra tutto, a riempire l’aria, la musica. Sul palchetto stavano in tre, imbracciavano una chitarra ciascuno ed erano seduti su tre sgabelli, posizionati dietro ai loro microfoni. Cantavano a turno. Prima uno, poi l’altro. Erano canzoni scritte da loro, mi aveva prontamente detto Raffaella, che le conosceva quasi a memoria, così come tutte le altre persone che si trovavano nel locale. I tre giovani cantautori erano piccole celebrità. Sulla strada, fuori all’ingresso, s’era formata la fila per vederli e noi eravamo riusciti a entrare solo in virtù del fatto che Raffaella e Antonella conoscevano Niccolò Fabi. Il caso aveva voluto che anche lui fosse in coda, in attesa.

Niccolò Fabi, forse lo conoscete già, è un cantante piuttosto giovane e, credo sia per quello, abbastanza conosciuto tra noi giovani. È uno di quelli che non grida quando canta e questo depone a suo favore. In più cerca di dire cose intelligenti e questo è un altro dato di fatto sostanziale. È andato anche a San Remo un po’ d’anni fa, ma non ricordo il suo piazzamento finale. È da lì in poi che è diventato famoso. Nel senso che, dopo, da quella sera in avanti intendo dire, lo riconoscevano per strada anche i meno giovani. Quelli, insomma, che si guardano San Remo alla tele. Lui, il Niccolò Fabi, conosceva le mie amiche (quando si dice la fortuna) e quindi siamo potuti entrare aggirando la coda. Quando sei abbastanza famoso ti riesce più facile entrare nei posti. E se non sei famoso conviene almeno avere amici che lo siano. Non puoi mai dire, nella vita. Il locale si chiamava, semplicemente, Il Locale, ed era pieno zeppo di gente e di fumo e di musica e di odori e di bicchieri e di voci e di risate e di tutte queste cose qua mischiate tra di loro.
Niccolò Fabi era vestito di nero. Io sono uno che certe cose le nota immediatamente. Sono molti i musicisti e i cantanti che si vestono di nero. Col nero ci puoi abbinare qualsiasi colore e sarà per quel motivo. Uno dei tre che suonava la chitarra e cantava le canzoni che tutti sapevano a memoria, era il cugino di Niccolò Fabi. Pur essendo parenti non si somigliavano per niente. Durante la serata, nel locale che si chiamava Il Locale, continuavano ad arrivare persone. Sembrava di stare sulla metropolitana, schiacciati e presi a sgomitate, ma a noi giovai più gente c’è, più ci piace. Dunque, la gente continuava a pigiarsi e a entrare e il resto andava di conseguenza. Io però stavo cominciando ad annoiarmi. I tre sul palco (non avevano un nome e venivano chiamati Il Trio – che forse allora, m’era venuto il dubbio, era una mania chiamarsi in maniera uguale a quello che si è!), loro stavano larghi e non avevano problemi di spazio, proseguivano a cantare. La gente da sotto (anch’io, anch’io…) applaudiva. Niccolò Fabi, nei pressi del bar, era attorniato da belle ragazze e le mie amiche s’erano sedute a un tavolino con altri (giovani) ragazzi. Alle mie amiche Il Trio piaceva ma fino a un certo punto, avendoli già visti un fracco di volte, le potevo capire. Io m’ero bevuto un paio di birre, ma un po’ per i prezzi e un po’ perché evidentemente non era serata (pur impegnandomi), non stavo riuscendo nell’intento di scacciare la noia che mi stava accerchiando. Poi finalmente, una novità. D’un tratto vedo che di fronte a Niccolò Fabi, anziché lo sciame di ragazze, ci sta un ragazzo. Un tizio solitario e giovanile che mi sembra di conoscere. La cosa mi sa di strano e allora allungo la vista. E’ proprio lui, accipicchia, non m’ero sbagliato. Di nero vestito (visto che ho ragione?) c’era Morgan. Prima che ve lo chiediate. Morgan è il cantante di un gruppo giovane che piace un casino ai giovani. I Bluvertigo. Che vengono dalla Brianza, ma nonostante ciò sono forti lo stesso. Anche loro sono andati al Festival di San Remo, vedi le coincidenze.

Intanto i ragazzi sul palco (il famoso Il Trio) proseguivano il loro show. Interpretavano canzoni che riguardavano temi importanti, problematiche da non sottovalutare. Tematiche interessanti, credo, anche per i non più giovani. La fine del mondo, il traffico, i panini imbottiti di Mc Donald’s, le metro tranvie suburbane, le sigarette, l’imperialismo americano, il caffè corretto. Concetti distinti tra loro, ma fino a un certo punto.

Poi, e a me non pareva vero, è arrivato un altro personaggio giovane moltissimo amato dai giovani. Ero alla terza birra. Le mie amiche ridevano coi loro nuovi amici, Niccolò Fabi e Morgan dei Bluvertigo avevano intorno un numero considerevole di belle ragazze estasiate, e io non riuscivo a ubriacarmi. In talune situazioni, capita spesso quando sei giovane, molto di più se oltrepassi una certa età, ubriacarsi resta una valida alternativa alla fuga, alle droghe pesanti o all’analista. Fatto sta che, a un certo momento, chi ti entra? Non ci si crederebbe mai, ma l’ho visto coi miei occhi e lo posso dire. Era lui. Pierluigi Diaco. Ecco che l’ho detto! Che se lo dico, cioè se dico che l’ho visto, e che ero come da qui a lì, nessuno mi crede. Ma non solo. Succede che se dico che ho visto Pierluigi Diaco, tutti mi rispondono: ma chi cazzo è Pierluigi Diaco? Dico questo perché ho già fatto alcune prove. Ma di certo non può essere colpa mia se loro (quegl’ignorantoni delle prove) non guardano mai i programmi giusti che trasmettono alla tele. La tele bisogna saperla guardare! Io che non mi perdo mai una puntata del Costanzo, so bene di che parlo. Pierluigi Diaco è un giovane giornalista, opinionista, disk jockey (e non solo) molto amatissimo dai giovani. L’avevo riconosciuto subito, per la miseria, nonostante si fosse tagliato i capelli. Ora voi potreste dirmi, ma come fai a sapere che s’era appena tagliato i capelli? Se me lo chiedete io vi rispondo. Lo so perché i suoi amici, che gli si erano fatti incontro (lo confesso: piacerebbe anche a me avere come amico Pierluigi Diaco), lo stavano pigliando per il culo. C’hai un taglio modaiolo, c’hai un taglio modaiolo… continuavano a ripetergli a due centimetri dalla faccia. Lui non la stava prendendo con ironia, anzi. La cosa si vedeva che gli rodeva abbastanza. Però aveva abbozzato un sorriso e aveva offerto da bere a tutti loro. L’ho appena detto che mi piacerebbe avere un amico come lui. Strano, ma non era vestito di nero. Aveva una camiciola chiara e un foulard rosso. A me il taglio dei capelli che aveva Diaco non dispiaceva. Gli conferiva un tono più sbarazzino e più giovanile.

Diaco io me lo ricordo soprattutto per due cose. Quella volta che Benigni era andato a San Remo (gira e rigira si torna sempre lì) e lui, insieme a quel ciccione di Giuliano Ferrara, gli voleva tirare le torte in faccia. E se non lo prendevano con le torte, gli avrebbero tirato le arance, i pomodori e altri ortaggi sparsi, avevano dichiarato. Però poi (l’avevano trasmesso su Striscia la Notizia e, a ripetizione per un mese filato, su Blob), era andata a finire che la torta gliela avevano tirata gli altri, addosso a lui. Era stato il sosia di Benigni, se non sbaglio, a tirargliela. O meglio, uno sfigato che si veste come Benigni. Anche in quell’occasione Diaco non l’aveva presa bene.
Quest’anno invece, pochi mesi fa, l’avevo visto da Chiambretti, una sera su Rai2. In collegamento c’era Mino Reitano, il cantante diventato famoso negli anni sessanta, che però canta ancora adesso. E allora, quando Chiambretti l’ha interpellato, Pierluigi Diaco gli ha detto, al Reitano, senza peli sulla lingua, proprio come piace a noi giovani, che avrebbe fatto meglio a ritirarsi, il Reitano, che ormai lui, il Reitano, non aveva più nulla da dire, e che era finito. Punto e stop. Il Mino Reitano. E quella volta a rimanerci male non era stato lui, il Diaco, ma Reitano, il cantante degli anni sessanta che canta anche ai giorni adesso. Prima l’ha mandato affanculo, il Reitano, senza troppi giri di parole, ma intanto Diaco, che era come non avesse sentito, andava avanti, come nulla fosse. Chissà in quanti, ho pensato, l’avranno mandato affanculo, al Diaco, e ormai ci sarà abituato. Di fianco poi, tanto per dire, aveva D’Agostino, quello di Dagospia (il sito dei vip), che senza farsi vedere da Chiambretti – che in tutto quel casino continuava a dire: io mi dissocio, io mi dissocio, mi dissocio… – lo spalleggiava. Dopo alla fine Reitano s’è incazzato definitivamente e ha detto che lui non era uno qualsiasi e che non lo si poteva mica trattare in quel modo. Lui, il Reitano che s’era esibito persino coi Beatles (negli anni sessanta), a farsi prendere per il culo da un giovane che non vale un cazzo non ci stava mica. E così s’era alzato e il collegamento era stato interrotto. Diaco si vedeva a occhio nudo che era felice di aver fatto incazzare Reitano. A lui, al Diaco, piace fare incazzare la gente, quando va in tele. Li vorrebbe fare incazzare tutti. Per il Diaco, la musica italiana deve dare più spazio ai giovani. I giovani come lui. E come me, aggiungo io. O come Niccolò Fabi, Morgan dei Bluvertigo e i tre, Il Trio, che cantavano sul palchetto, avvolti dai faretti alogeni colorati. Credo che Diaco sotto questo punto di vista non abbia proprio tutti i torti.

Alla fine della quarta birra avevo provato a fare un giro per il locale, volevo vedere se era arrivato qualcun altro d’importante. A quel punto mi sarei accontentato anche di uno dei ragazzi di Amici di Maria De Filippi o, persino, di Operazione Trionfo. Qualche altro giovane, insomma. Giovane, ma famoso. Della tele possibilmente. Ma non ho visto più nessuno. Solo fumo, grida, applausi e risate.
Io ormai ero annoiatissimo e sull’orlo del suicidio, non scherzo. Quando sei così giovane, ce li hai improvvisi questi sbalzi d’umore negativi. Le mie amiche sempre lì, al tavolino coi loro nuovi amici. Morgan dei Bluvertigo, Niccolò Fabi e Pierluigi Diaco, sommersi da ragazze inebetite e vogliose. E io che li osservavo senza forze, come un sacco svuotato. Dire che non avevo fatto praticamente un cazzo, oltre che stare a guardare la gente, le luci e il fumo del locale. Ma a volte basta così poco per stancarsi. Noi giovani lo sappiamo bene. Che cazzo.

E mentre guardavo per la milionesima volta i muri scrostati del Locale mi rendevo conto che non m’era riuscito neanche d’ubriacarmi. E domani, per chiudere in bellezza, m’aspettava l’Eurostar.


p.s. i quasi famosi giovani del famoso Il Trio erano: Simone Cristicchi, Pier Cortese e Marco Fabi

Posted by Giuseppe Braga at 10:08 | Comments (1)

24.10.07

il fascino maledetto dello scrittore (part XLI)

appetibile


il mercoledì io lavoro mezza giornata. non lo dico per mettere invidia a nessuno, ma solo per dire come stanno le cose, ecco. che le cose però stanno anche in un altro modo.

che alcuni colleghi non vedono l'ora che io me ne vada. già. fanno il conto alla rovescia, partendo intorno alle dieci, dieci e mezza della mattina. intendiamoci. non è che stia così sul culo ai miei colleghi, tanto da meritarmi il conto alla rovescia. sono una persona a modo che non rompe il cazzo a nessuno, tendenzialmente. anzi, tutti a chiedermi ancora come sto e come sono smagrito e poi cazzo è quella roba che c’hai lì, che adesso m'è appunto uscita una crosta schifosa inguardabile sul naso, una roba che ho provato a scrostare stamattina ma con risultati pessimi. che adesso s'è già riformata peggio di prima. crosta a parte. il mercoledì a quest'ora di solito io non ci sono, qui, in ufficio. oggi è un caso che sia ancora qui. e sto vedendo e sentendo e capendo parecchie molte cose. che già sapevo però, dai. che qui l'ufficio si trasforma in sala ristorante. che oggi sono in quattro, un paio per tavolo, tutte colleghe provenienti da svariati piani che si danno appuntamento qui. che due di loro hanno dovuto cambiare piano, che c'ero io. il guastafeste. che il mio tavolo è appetibile, spazioso luminoso vista strada. che adesso mi sento davvero a disagio, a sentire i profumi delle tagliatelle e dell'arrosto e delle patatine. anche le zucchine gratinate. ma non è per questo che mi sento a disagio. piuttosto. le vedo sacrificate, strette strette. ecco. che di solito, come da orario, dal mercoledì al venerdì, il mio posto è libero, appetibilissimo, e loro c'hanno a disposizione un tavolo in più. che mi dispiaccio davvero a vederle mangiare così tutte strette strette sacrificate. che adesso mi hanno offerto anche mezza mela e un panino. che dai. che mi sento proprio fuori posto. che quasi quasi me ne esco, prendo mezz'ora di permesso, esco e le lascio pranzare in santa pace. che guastafeste del cazzo che sono. fanno bene a fare il conto alla rovescia. che dai. buon appetito e scusate per il disturbo.

Posted by Giuseppe Braga at 13:20 | Comments (5)

il fascino maledetto dello scrittore (part XL)

che stamattina ho preso il metrò che era stracolmo che si faceva a cazzotti per salirci e per riuscire a restarci sopra che ci si sgomitava e calpestava i piedi che poi c’ho pensato però che più o meno un giorno sì e l’altro pure che la mattina capita sempre così che però oggi ho invidiato tanto molto parecchio quei cavolo di commissari dell’Expo…

Posted by Giuseppe Braga at 09:23 | Comments (0)

23.10.07

il fascino maledetto dello scrittore (part XXXIX)

che secondo me ce la facciamo, sì

di Giuseppe Braga

che qui voi forse non sapete ma noi stiamo in pieno marasma Expo. Che sono le giornate decisive. Che ci sono da spezzare le reni a quei turchi di Smirne. Che poi adesso in Turchia ci stanno i curdi incazzati neri, dai. Che secondo me ce la facciamo alla grande.

Che ci saremmo potuti anche risparmiare qualche effetto speciale. Che la sindachessa l’ho vista sui giornali di oggi, che stava tutta in ghingheri con la fascia tricolore e sorrideva col suo sorriso molto aperto e sorridente. Che stanno facendo le cose in grande e che non si può dire il contrario certo che no. Che ieri hanno sparato in cinque aree strategiche della città cinque fasci di luce luminosi che ci hanno illuminato la notte. Che la luna a un certo punto non si vedeva più. Che i raggi luminosi azzurrognoli hanno perforato anche le nuvole. Che prima, tutta la delegazione che però non so in quanti fossero esattamente, hanno tutti mangiato panoramicamente all’ultimo piano del grattacielo Pirelli. Che c’era da far colpo sui commissari. Che secondo me, chissà che prelibatezze han mangiato. Che secondo me ce la facciamo, dai che ce la facciamo. Che c’è da far colpo sui commissari perché alla fine saranno i commissari a decidere. Che prima ancora, sempre con l’intento di far colpo, hanno sorvolato la città sopra due elicotteroni della madonna. Che c’è stato un collega che m’ha raccontato che a lui ieri gli è sembrato di sentire partire le note della Cavalcata delle Walkirie, ma forse era solo suggestione. Che comunque, Wagner a parte, secondo me ce la facciamo, sì. Che prima ancora sempre ieri credo nel pomeriggio sono saliti sul metrò (stranamente deserto e pulito, pare abbia detto sorpreso un certo commissario non tanto coglione come forse speravano certi dei nostri) e si sono diretti verso l’area preposta all’esposizione universale del duemilaquindici. Che nel frattempo i nostri hanno ripulito nottetempo la piazza davanti alla Stazione Centrale e non solo quella. Che i nostri (per dirla tutta: gli spazzini che lavorano per i nostri) hanno ripulito i muri dai graffiti, le sporcizie e le schifezze e le cartacce per terra, ma solo i muri e le strade che incidentalmente rientravano nel tragitto che avrebbero percorso insieme ai commissari. Che mi sembra del tutto ovvia come cosa. Che certo non sono andati in periferia. Che in periferia sinceramente ci stanno gli straccioni, dai. Che tra l’altro se fossero andati in periferia, i nostri e i commissari, avrebbero pure rischiato di incrociare quei cinquanta ospiti del CPT di via Corelli, per lo più algerini, che nel tentativo di fuga, hanno spaccato devastato ogni cosa che si sono trovati davanti. Che non sarebbe stato proprio il biglietto da visita ideale da mostrare ai commissari. Che secondo me, anche grazie a questi astuti accorgimenti di percorso stradali, secondo me ce la facciamo, sì. Che io adesso voglio dirlo che io mica sono contrario all’Expo 2015 che non vorrei si travisassero i miei pensieri. Che diavolo.

Che poi stasera per chiudere tutti in gloria tutte queste giornate febbrili e tutte itineranti, che poi tutti in allegria stanchi ma felici andranno tutti a cena nella villa di Silvio. Che poi mi sono chiesto, appena letta la notizia, va bene tutto, ma che cazzo c'entra Silvio?

Posted by Giuseppe Braga at 15:32 | Comments (1)

tetris domestico

tetris domestico_blog.jpg


questioni di gravità

Posted by Giuseppe Braga at 14:10 | Comments (0)

Poet'astri [3.]

di Giuseppe Braga

[le prime due puntate, qui e qui]

Capitolo Due

Mercoledì sera, interno pizzeria: io e Amina al tavolo. Una margherita mangiuzzata ai bordi e una al prosciutto lasciata nel piatto per metà. Nervosismo serpeggiante. Posacenere pieno di mozziconi. Nessuno che parla. La tensione del giorno prima iniziava a farsi sentire e, pur cercando di rimanere calmo e distaccato, in realtà mi cagavo sotto. Amina d’altro canto la sentiva tutta questa mia tensione e si cagava sotto pure lei. Ruppi il ghiaccio quando ormai le pizze erano gelate e il pacchetto di Camel quasi vuoto.

“Vedrai che andrà per il verso giusto, adesso mi sento l’ansia da debutto, ma tu lo sai, io sono un animale da palcoscenico. Quando sono lì e vedo le luci e il pubblico, io mi trasformo... vedrai che performance.”
“Sai Marco non è di questo che mi preoccupo, o meglio non proprio di questo.”
“E allora cosa c’è? Perché sei così strana stasera? Bucherò lo schermo, vedrai... avrete bisogno degli occhiali da sole, cazzo!”
“Ascolta mi devi promettere una cosa.”
“Prego..?”
“Sì, in qualche modo è una preghiera, mi assicuri di una cosa?”
“Avanti forza, non lasciarmi sulle spine.”
“Tu inizia a promettere.”
“Cazzo Amina, come ti posso promettere qualcosa se non so cos’è ?”
“Per favore non alzare la voce. Ascoltami per favore.”
“E va bene te lo prometto, ti ascolto...”, stavo tenendo dita e gambe incrociate, ero pronto al peggio, che puntualmente stava arrivando.
“Non più di una birra, giuralo!”
“...”
Cazzo mi aveva concesso una birra, che generosità d’animo il mio amore.
“Allora cosa ne dici? Io lo dico per te, lo sai vero?”
“Lo so, lo so... e va bene non berrò, non preoccuparti: te lo prometto.”
Sospirò e disse flebile: “Speriamo.”
A quel punto le dissi, con una voce troppo ruvida per sembrare vera: “Ma se poi sembrerò un pesce lesso sul punto di morte, non venirmi a dire niente eh?”
“Vedrai che sarai bravissimo, non fare la vittima.”
“Ah... come è difficile sopravvivere per noi poveri geni incompresi. Tutti che vogliono spiegarti come comportarti, cosa fare, cosa dire, come vestirti... a proposito, cazzo!, cosa mi metto domani?”
“Io un’idea l’avrei. Ti ricordi quel bel completino...”
“Fermati! Non voglio sentire. Mi metterò le prime cose che troverò nell’armadio, lo sai che sono bravo negli abbinamenti.”
“Come no, sei un fenomeno!”
Chiedemmo il conto e ce ne andammo. Accompagnai a casa Amina e per tutto il tragitto, mentre lei mi ricopriva di raccomandazioni esaltando alla massima potenza il suo lato materno, io mi ripetevo mentalmente la poesia che avrei dovuto recitare la sera successiva. Ogni volta la intonavo in maniera diversa, ma ogni modo arrivavo sempre alla fine con discreto agio. La mia memoria teneva bene. Era un bel sollievo saperlo. Sentivo battere le mani. Al termine sarei stato sommerso dagli applausi del pubblico che forse, mi avrebbe anche chiesto il bis. Io lo avrei concesso, naturalmente.

Oh dolce piccolo infelice
l’acqua gelida ti lambisce
sfiora appena l’ala spezzata
che nell’impura sabbia è affondata

L’arto vitale duole e pesa
nel mentre s’avvicina l’ora della resa
oh terra sporca terra infame
terra infetta di catrame

Lei l’ha preso e catturato
quando dal cielo è scivolato
piccolo volatile triste e solo
non spiccherai mai più il volo

E’ questo il canto disperato
del gabbiano malandato e insabbiato
Che poverin non volerà
e tra gli stenti morirà.

Al termine della trasmissione avrei firmato diversi autografi e ammiccato a qualche bella ragazza che mi allungava la mano ammirata. Non vedevo l’ora, ma intravedevo la casa di Amina, eravamo arrivati. Fermai l’auto sotto il portone, tirammo giù i finestrini e nella calma solo apparente di quella notte d’attesa ci fumammo l’ultima sigaretta. La fiamma dell’accendino fece risplendere il viso di Amina. La guardai obliqua nell’istante in cui compiva quel gesto così normale. La luce le illuminava di taglio i capelli che le scendevano lievemente mossi fino a sfiorarle le spalle. Il viso era una pellicola traslucida, aveva delle labbra fini e sensuali che somigliavano a quelle di una bambina viziosa. Gli occhi erano due pietre blu fluorescenti che sbucavano da sotto le sopracciglia appena accennate. Mi ricordò una di quelle donne del Caravaggio, sempre a metà tra la luce e l’oscurità, tra il bene e il male, tra la santità e la perversione, sospese tra la vita e la morte. Tutto si svolse nel breve attimo di quell’azione, poi il fumo delle sigarette prese il sopravvento. Aspiravamo e buttavamo fuori in silenzio, ascoltando i rumori della via, con le poche auto che transitavano e qualche cane che abbaiava. Al momento di salutarci ci baciammo teneramente.
“Allora mi raccomando, chiamami quando arrivi negli studi. Mi spiace proprio non poter venire, ma lo sai, non sono davvero riuscita a spostare il turno.”
“Non preoccuparti amore mio, so che mi sarai vicina e comunque mi vedrai in differita come se fossi una partita di calcio. Il risultato non te lo dico però, almeno così hai la sorpresa, eh? ”
“D’accordo, vado subito a programmare il videoregistratore. Ciao Marco.”
“Ciao bella e a presto.”
Mi abbracciò forte e, conoscendomi piuttosto bene, mi ricordò nuovamente di arrivare puntuale. Feci di sì con la testa e ripartii. L’auto adesso andava che era una meraviglia, il meccanico che mi aveva consigliato Mimmo aveva fatto un bel lavoro. Aveva anche dato un’occhiata ai freni e alle gomme, all’olio e all’acqua del radiatore. Aveva persino dato una sbirciatina al motore. Potevo andare a Como con l’assoluta certezza di arrivarci, il che non era roba da poco. Mentre guidavo, il sonno mi era del tutto passato e quindi decisi di passare al pub a vedere se c’era qualcuno. Male che fosse, una birra l’avrei trovata comunque. Entrai nel locale, era semivuoto come al solito. A servire le birre c’era Bruno, il proprietario, che nonostante il nome era albino. Era alto un metro e sessanta e pesava centoventi chili. Aveva una pancia da fare invidia, tonda come un pallone, pareva un Budda di periferia sempre sudaticcio e con la sigaretta appiccicata alla bocca. Ti fissava con uno sguardo morbido e ironico al tempo stesso, tenendo gli occhi sempre socchiusi. La sua bocca era storta e formava sul lato destro una smorfia all’insù. Pareva sorridesse in continuazione, anche quando parlava di tragedie o di sciagure. Questo lo rendeva, suo malgrado, un personaggio surreale. Beveva più birre di quante ne vendesse, ma con il suo ghigno ti guardava di sbieco e sosteneva sicuro che gli affari giravano mica male. Le verità con lui andavano filtrate con cura. Quel cazzo di pub era sempre deserto e forse per quel motivo era anche il mio preferito. Quella sera era più vuoto che mai. C’era un tizio in un angolino che si stava sorseggiando una pinta di rossa e un trio di ragazzi che bevevano in silenzio senza scambiarsi una parola. Le luci erano basse e la radio mal sintonizzata mandava un pezzo insipido di Phil Collins. Sulla musica avrei avuto da ridire, ma visto che ero in buona non feci alcun commento. Mi diressi verso il bancone e chiesi una birra chiara, poi scambiai qualche parola con Bruno. Alla radio stava iniziando una canzone di una nera americana, di cui non ricordo il nome, tutta
“Love me / love me / love me / Together and ever / you and me / Together forever / love me / love me / love me babe...”, e a quel punto non resistetti. Alzai le braccia al cielo con un gesto solenne e mossi le due mani avanti e indietro roteandole come fossero lame pronte ad abbattersi sulla radio o peggio sulla testa del barista albino. Poi feci una vocina stridula con accento inglese e dissi: “Senti Bruno, perché non metti su un bel cd dei tuoi?”
Lui stava spinando le birre e senza alzare lo sguardo mi rispose lapidario.
“Il cd s’è rotto ieri, ma se me lo vuoi aggiustare, accomodati pure.”
“Mmh... non dirmi che ti piace ‘sta robaccia. Piuttosto tira fuori quella cassettina dei Police, ce l’hai presente “Reggata de blanc”? Dove l’hai nascosta? O forse ti si è rotto anche il mangianastri... a proposito, la spina delle birre funziona, almeno quella?”
Bruno mi guardò con quel suo sguardo trasversale e inclinando la testa disse con un tono svogliato: “Ti vedo su di giri Marco, sei più brillante del solito stasera. Cos’è successo? Un’eredità improvvisa? Un prozio d’America? Un giacimento in Australia? T’hanno licenziato e non vedi l’ora di spenderti la liquidazione? Un colpo di sole. No, no, forse hai sbattuto la testa... comunque ascoltami bene: le cassette le ho portate giù in cantina, quindi se vuoi, puoi andarle a prendere. Le chiavi sono proprio lì, vicino allo stereo.”
“E tu sai cosa potresti andare a prendere? Va bene, va bene, se ti piace ‘sta lagna non ci sono problemi, come vuoi. Il locale è tuo e ci mancherebbe, ma se perdi clienti non lamentarti dopo. Stracciamoci pure l’anima con ‘ste cacate americane.”
Col ghigno sempre stampato in faccia come fosse una decalcomania tagliò corto con un tono che difficilmente avrebbe permesso repliche.
“Suvvia non farti il sangue amaro oggi va così, beviti la birra piuttosto, che ti fa bene alla circolazione. Alla tua, caro rompicoglioni dell’accidente…”
Mi porse la pinta gelata e io, accennando una smorfia, ne bevvi d’un fiato metà. Lui fece altrettanto, con la differenza che in un solo sorso finì la sua. Alla fine emise un rutto che sovrastò la musica e che risuonò sulle pareti, dando l’impressione di farle tremare. Ridemmo entrambi e lui mi porse subito un’altra birra.
“Questa te la offro io, oggi sei così simpatico... mai pensato di darti al cabaret?”
Feci di no con la testa, ma non era vero.
Bruno invece della birra si fece un bicchiere di rum. Bevve pure quello in un sorso e poi se ne versò un altro: “Questo me lo voglio gustare piano piano”, disse a mezza voce. Meno male, pensai. Io ero ancora alla prima birra, ma di tempo ne avevo. Sentivo il bisogno di raccontare a qualcuno della serata che aspettava, mi frullava l’adrenalina nello stomaco e quindi, dopo aver parlato di alcune faccende senza importanza, gli dissi della trasmissione. Alla radio trasmettevano un pezzo degli anni ottanta di Gianni Togni, mi sembrava il momento adatto. Bruno all’istante non capì. Sapeva di trovarsi di fronte una persona stravagante e un po' sopra le righe, ma addirittura un poeta! Invitato alla televisione per di più! Mi chiese di ripetergli bene tutto. Aveva sempre il ghigno sul viso e magari mi stava anche prendendo per il culo, ma io gli ripetei per filo e per segno ogni minimo particolare. Ero sempre meglio calato nella parte e a un certo punto, come fosse la cosa più naturale che potessi fare, mi alzai sullo sgabello e iniziai a recitare la poesia del gabbiano ferito a voce alta. Le poche persone che erano sedute ai tavoli si voltarono di scatto incuriosite, poi al termine della mia esibizione scoppiarono a ridere e applaudirono scompostamente. I tre ragazzi seduti al tavolo, che fino a quel momento erano rimasti in silenzio senza scambiarsi una parola, sembravano essersi risvegliati improvvisamente dal loro torpore metropolitano e ora stavano lì, a darsi di gomito e a fare battute pesanti e imbecilli. Non avevano capito la drammaticità del testo, non ne avevano capito la tensione alta e disperata, in sostanza non avevano capito un cazzo. Non ne feci una malattia. Tanto, mi dissi, sono poveri ubriachi che non capiscono niente e quindi non c’è di che preoccuparsi, anzi credo sia un buon segno. Scesi dallo sgabello quasi sollevato e finii le birre, Bruno me ne diede immediatamente un’altra e mi fece i complimenti, ma con quel suo ghigno permanente non si poteva mai dire. Rimasi sino alla chiusura del pub e mi bevvi altre quattro birre. Prima di andare gli chiesi di avvisare gli amici e dir loro di sintonizzarsi l’indomani su Tele Cantone Urbano. Lui ghignando, ma con tono estremamente serio, mi rassicurò e mi disse che avrebbe addirittura portato la televisione nel locale, per non perdersi lui stesso la trasmissione. “Sei un amico Bruno”, lo salutai con una pacca sulla spalla e mi avviai all’uscita. L’orologio del pub segnava le due di notte e dalle frequenze della radio riconobbi una canzone di Venditti. Ero sull’uscio. Il primo pensiero fu di sollievo. Infatti chiusi la porta dietro di me e non lo sentii più.
Il programma del giorno successivo era ben preciso. L’avevo stilato mentalmente decine e decine di volte limandolo e affinandolo in continuazione. Mi sarei alzato verso le undici, al lavoro non sarei andato ovviamente, avrei consumato una ricca e abbondante colazione, ascoltato della buona musica – finalmente -, letto qualcosina - a letto -, fatto un riposino - magari sul divano -, una doccetta tonificante e verso le cinque, cinque e mezza del pomeriggio, mi sarei avviato a Como con la mia splendida automobilina. L’appuntamento con il presentatore era stato fissato per le sette e mezza e io volevo arrivare con un certo anticipo per evitare sorprese. Con questi pensieri circolari arrivai a casa, mi lavai i denti, mi buttai sul letto e m’addormentai di schianto, abbandonandomi alla notte. Mi risvegliai intorno alle undici come da programma, ma non mi alzai subito. Rimasi steso a guardare il soffitto e a grattarmi un po' il culo con gusto. Ogni tanto mi davo una tastatina alle palle, oh, come adoravo trastullarmi così! Nel dormiveglia mi assopii di nuovo e feci un sogno premonitore.

C’era un vaso con una piantina di gerani rossi sul davanzale di una finestra. Io osservavo la scena dall’alto. Improvvisamente si alzava un vento asfissiante e un petalo si staccava dalla pianticella. Dapprima si fermava sul davanzale, ma dopo un istante sospinto da un’altra folata si lasciava cadere verso il suolo. Ma contrariamente alle attese era una caduta che non aveva fine, una discesa che non voleva compiersi. Quel petalo rosso volteggiava nel cielo, libero e privo di pesi, fragile e incosciente e non ne voleva sapere di toccare terra. Seguiva le correnti e sorvolava le strade e le strade divenivano città e le città diventavano fiumi e i fiumi diventavano uccelli di fuoco e gli uccelli si mutavano in mari e i mari si trasformavano in oceani e gli oceani erano deserti e i deserti scomparivano inghiottiti da una aspirapolvere, imponente come una montagna. Dall’aspirapolvere sbocciava una foresta e la foresta era un’enorme tigre addormentata e la tigre diventava un lampo e poi un tuono e un temporale e l’acqua scrosciava intensa dalle nuvole. Immanenti, intangibili, vivide, eteree. L’acqua lavava via ogni cosa. Ogni elemento svaniva. Ogni singolo oggetto lentamente sbiadiva, sopraffatto dal vuoto cosmico. Tutto evaporava, tutto tranne il petalo che si dissolveva piano nell’orizzonte, ma che si rigenerava di continuo, dando origine ad altri petali rossi che andavano a punteggiare il cielo. Giovani stelle di una nuova galassia incandescente…

A quel punto si staccò una tra le tante cartoline che tappezzavano la parete di fronte al letto. Fu un rumore lieve, ma io lo sentii comunque e mi svegliai. Erano le undici e mezza. Un bell’orario per alzarsi. Feci ogni cosa con estrema calma, andai in bagno in mutande e mi lavai la faccia e le ascelle, poi mi feci con la massima cura la barba, di certo non volevo rischiare di tagliarmi, misi un goccio di dopobarba (era una lozione consigliatami dalla zia Amanda e io la usavo con parsimoniosa attenzione) e mi sciacquai le mani, infine mi lavai i denti. Ero in forma, in perfetta forma. Feci anche un paio di gargarismi per schiarirmi la voce, la impostai e canticchiai “Hey Jude” dei Beatles. Avevo una voce bellissima, non c’era altro da dire. Mi sarei potuto cantare tutto il doppio bianco, se solo avessi saputo le parole a memoria, ma erano altre le parole che dovevo ricordare oggi e non erano certo parole qualsiasi: erano le MIE PAROLE, signori, e non le avrei scordate per nulla al mondo. C’era da giurarlo. Uscii dal bagno, m’infilai una maglietta e un paio di pantaloni corti e preparai la colazione. Mangiai con appetito un’intera scatola di biscotti secchi immersi in una tazzona di latte, due uova sode, una banana troppo acerba, un panino col prosciutto e una schiacciatina spalmata di miele. Accompagnai il cibo con dell’acqua del rubinetto e conclusi con un triplo caffè. Avevo la finestra aperta e da fuori potevo sentire il cinguettare degli uccelli. Pur essendo là fuori, la città mi pareva lontana. Fortunatamente abitavo in una via di periferia in cui transitavano poche automobili. Inoltre proprio di fronte alla mia finestra (ne avevo solo una al piano di sotto, ma ben posizionata) c’era un piccolo parchetto, all’interno del quale si trovava un albero secolare. Era un gelso con una grande e folta chioma e un robusto tronco in parte cavo. Alcuni pomeriggi li passavo osservandolo stando seduto alla finestra, intere ore così, lasciandomi trasportare dolcemente verso di lui. Entravo nel suo universo incantato. Dalle foglie e dai rami mossi dal vento, dalle nodosità ruvide della corteccia e dalle profonde radici ben piantate nell’erba, dai suoi frutti bianchi e gioiosi e dall’incanto del suo profumo. E così, questo miracolo della natura, questo antico eroe che resisteva al tempo, all’incuria, all’inciviltà dell’uomo e a tutto il resto, mi infondeva sempre un’immensa calma, una tranquillità indescrivibile. Quasi sempre mi rilassavo così tanto, quando lo guardavo, che mi addormentavo sulla sedia.
Finito di mangiare mi accesi una sigaretta e la fumai stando al davanzale, non dovevo pensare al gelso, ma al vestito da mettermi. Richiusi la finestra, accesi lo stereo e mi sentii gli U2. Nei momenti difficili mi rivolgevo sempre a loro. L’organo attaccava ieratico e cresceva come un’onda lunga, poi come la lama di un coltello, come una scossa elettrica, irrompeva la chitarra di The Edge e sopra a essa, come un uragano volava alta la voce di Bono.

I want to run I want to hide
I want to tear down the walls
That hold me inside
I want to reach out
And touch the flame
Where the streets have no name...


[3.segue]

Posted by Giuseppe Braga at 08:23 | Comments (0)

22.10.07

ineccepibile

“Ecco il problema di chi beve, pensai versandomi da bere. Se succede qualcosa di brutto si beve per dimenticare; se succede qualcosa di bello si beve per festeggiare; e se non succede niente si beve per far succedere qualcosa”

Henry Charles Bukowski

Posted by Giuseppe Braga at 12:30 | Comments (0)

L’incerto colore della felicità

di Giuseppe Braga

Ripropongo qui, con qualche breve taglio, questo racconto che scrissi nel 2002 e che venne pubblicato sulla rivista Inchiostro (numero 6, dic. 02/feb 03).

Sono sdraiato, le braccia dietro la testa e un gelo artico sotto le lenzuola. Una luce gialla, fredda e antipatica, irradia la camera da letto. Il sole s’è levato da parecchie ore, ma resta algido e distante, in perfetta sintonia con la sua essenza invernale. Mi alzo dal letto e sono già stanco. Non ho praticamente chiuso occhio, un po’ per la televisione rimasta accesa, ma quello sarebbe il meno, un po’ per il lampione dall’altra parte del marciapiede che mi ha sparato attraverso la finestra la sua luce malata.

Dovrei decidermi ad aggiustarla, quella dannata tapparella, ma la stanchezza che mi ha preso m’impedisce di compiere anche le faccende più banali. Credo di non avere speranze, tutto qui. Quello che possiedo si sta deteriorando o s’è allontanato. L’irreparabile è avvenuto e ogni elemento che mi circonda sta procedendo verso una rapida e irreversibile dissolvenza. Cambio canale, che ormai su MTV passano i soliti video. Mi preparo un caffè e pasticcio col telecomando.
È trascorso appena un mese, ma sembra una vita. Mi guardo attorno: l’appartamento in qualche modo sono riuscito a mantenerlo in ordine. Il caos, semmai, sta nella mia testa. È l’una e venti del pomeriggio, il mio stomaco reclama cibo. Il limone rancido e la mezza patata che alloggiano nel frigo credo non potranno bastare. Sono fuori.

Gli occhi pazzi della gente riescono ancora a ferirmi.

Fingo di non vederli, ma le occhiate che mi rivolgono sono inequivocabili. Sono uscito di casa senza nemmeno guardarmi allo specchio (sarà per questo?) infilandomi le prime cose che trovavo. Cammino lentamente scortato dal peso di quegli occhi, calcolo un passo dietro l’altro, misuro distanze che mi paiono assurde. Mi soffermo, affaticato, davanti alla vetrina d’un negozio d’animali. Tra due cuccioli di cane e un pappagallo, intravedo la mia faccia. Stravolta e vuota. Sfatta. I capelli aderiscono alla fronte come fossero incollati. Disordinati e sporchi, mi lambiscono gli occhi. La barba ispida è di almeno due settimane. Ho i lineamenti tirati, sofferenti. Per un istante mi fanno pensare a quelli che potrebbe avere qualcuno che si sente in pericolo. O che forse, il pericolo non l’ha visto e dunque nemmeno scampato. Investito in pieno.
Entro nel supermercato. È un lavoro anche fare la spesa e quelle pubblicità piene di famigliole felici che volteggiano tra le corsie, coi carrelli pieni straripanti, non mi hanno mai convinto. Al reparto degli elettrodomestici rallento, catturato da una dozzina di televisori che trasmettono le previsioni del tempo. Manca l’audio, ma una perturbazione è in arrivo, lo si capisce anche senza sforzarsi di leggere il labiale del colonnello. Abbassamento di temperatura su tutta la penisola e piogge sparse al nord. È l’ora dell’appuntamento con la Signora in giallo. Peccato, stavolta me la perdo, anzi no. Cerco i tasti per alzare il volume, ci sono quasi riuscito, ma un commesso mi fa capire, e poche parole sono sufficienti, che non è il caso. E va bene, non insisto. Tanto è una replica. Prendo a muovermi in direzione dell’uscita. Arrivo alla cassa. Mi fermo a tre passi dalla fila. M’appoggio coi gomiti alla sbarra del carrello. Mi guardo in giro. Di fianco ho una vecchia malferma sulle gambe. Si regge al bastone. La osservo. Nel cestello ha solo un cartone di vino da mezzo litro e un pacchetto di biscotti secchi. Vengo assalito, senza alcun preavviso, da un dolore assoluto. Quella vecchia somiglia maledettamente a mia nonna. E il ricordo che ho di lei ora (stesa sul letto col rosario tra le mani giunte e il vestito di quando s’era sposata addosso) si sovrappone a quello della donna che mi sta di fianco. La pelle del viso è raggrinzita, solcata da rughe profondissime. Gli occhi scavati dentro le orbite. Adesso alzo lo sguardo e ho attorno a me solo vecchie che si reggono al bastone. Tremolanti e rassegnate. Torno indietro e rimetto tutto sugli scaffali. Non posso far altro che abbandonare il carrello in mezzo alla corsia. Ansia, panico. Devo andarmene da lì. Subito. Una coppia di mezza età mi guarda perplessa e non appena volto loro le spalle, prende a commentare sarcastica. Esco correndo, con un senso di sollievo e di vittoria che scaccia la paura. Forse, adesso sì, di scampato pericolo.

Ancora gli occhi pazzi della gente addosso.

Sembra che (per loro) esista solo io. Provo a ignorarli e tiro dritto. Il cielo con quegli squarci d’azzurro là in alto mi fa sentire meglio, quasi vivo, e tra il vuoto che mi deforma i pensieri, comincia a farsi largo qualcosa. Un soffio, un respiro lieve che allenta il carico - peso astratto e immateriale - che mi porto appresso da un mese, ormai. E allora penso che oggi, ma sì proprio oggi perché no?, sarà il giorno. Del resto non m’ero prefissato alcun piano particolare (e vorrei anche vedere) e un giorno, almeno credo, può benissimo valere l’altro.
Apro la porta di casa. Suoni e rumori dall’interno. Ho dimenticato ancora di spegnere il televisore. Resto ipnotizzato per qualche istante, poi afferro il telecomando che a me dei pannoloni assorbi tutto non interessa granché. Su MTV pubblicità, anzi no, è un video. Alzo il volume al massimo. Il pregio dei video che passa MTV è legato al fatto che durano al massimo tre minuti, tre minuti e mezzo. Dunque tra poco finisce. Il suono esce distorto e sgraziato, fa schifo anche la televisione, in questa casa. Butto il telecomando con un senso di nausea, sul divano. Tolgo il cappotto e lo lascio cadere per terra. Mi cavo le scarpe facendo leva con le punte sui talloni, senza abbassarmi. Le lascio lì, ora ho bisogno di lavarmi.
Ho quasi trentanove anni e la vita è corsa via troppo in fretta, troppo, almeno per me. Tornerò indietro. Ho deciso. Riporterò ogni cosa dov’era.
Il getto d’acqua calda mi libera da tensioni che stavano diventando insopportabili. Cerco di rilasciare i muscoli del corpo, partendo da quelli del collo. Provo sollievo, muovo il capo e sento schioccare le prime vertebre. Una lieve fitta si espande dalla nuca alla testa. È un sottile dolore che provoca un impalpabile piacere. Penso che la prima tappa del mio percorso di sola andata non potrà che essere mio padre. Ma poi, il mio pensiero viene catturato dai ricordi.

Quand’ero ragazzino avevo inventato un gioco. A ogni sentimento assegnavo un colore, provando ad abbinare alle emozioni, tinte e gradazioni diverse. Le sfumature mi servivano a identificare uno stato d’animo. La tavolozza (o l’arcobaleno?) come cartina di tornasole.
Paura: rosso, ma anche il grigio (come il video spento).
Desiderio: verde, arancione, rosa, indaco, turchese e blu. E chissà quanti altri.
Rabbia: viola e il grigio del cemento.
Amore: azzurro, il cielo senza nuvole.
Compassione: bianco. In tutta la sua candida purezza.
Odio: rosso, come la paura.
Vergogna: giallo. Il sole di mezzogiorno. La luce diretta in faccia.
Indifferenza: ma non è un sentimento, quello!
Misericordia: la misericordia ha lo stesso colore della compassione, dunque è bianca.
La Felicità, invece, mi è sempre stata difficile da definire. Si trattasse di colori, immagini o parole, faceva lo stesso. E perciò lasciavo sempre lo spazio vuoto (che fosse trasparente?).

Sono nell’atrio dell’ospedale, conosco la strada. Mio padre aspetta (non ha alternative del resto) nel letto, con la flebo al braccio. Parla a fatica. Continua a passarsi la lingua sulle labbra crepate. Le sue guance sono scavate, non c’è quasi più carne attaccata e i due zigomi sono rocce sporgenti dal mare, acuminati promontori che trasudano paura.
Ciao figliolo, e mentre lo dice si vede che lo sforzo che sta compiendo è smisurato. Io precipito indietro nel tempo, una forza mi spinge indietro di dieci, venti, trent’anni. Così velocemente che quasi non me ne accorgo. Con una rapidità che m’inquieta. Sono davanti a mio nonno (il padre di mio padre) e anche lui sta per morire. Ma lui non dice niente e si limita a guardarmi. Mi fissa con due occhi che sono gli occhi di un bambino. Un bambino che osserva l’orrore prendere forma davanti a sé. Paura. Rossa, fiammeggiante, diabolica, grigia e tetra. Il panico della morte. E io, che sono il vero bambino, non posso fare altro che piangere, impotente e smarrito. Stringere i pugni e serrare le mandibole, tutt’al più. E quello che riesco a provare (oggi come ieri) è solo dolore. Dolore e stanchezza.

A mio padre hanno diagnosticato un cancro ai polmoni. Il primario ha detto che resta ben poco da fare. Io, che di pregare non ne sono mai stato capace, non riesco a immaginarmi cos’altro potrei. Resto silenzioso e imbarazzato. Mi accosto al letto e le suole di gomma delle mie scarpe stridono sul pavimento lucido. Le tende sono tirate e la luce del pomeriggio filtra smorzata. Mio padre ha gli occhi socchiusi, gli occhi di un vecchio che s’è stancato di combattere. Ma è ancora lui a parlare, visto che io rimango zitto. Come va il lavoro?, mi fa biascicando e traendo un respiro profondissimo. Non posso certo dirgli che è da parecchio che io, in ufficio, non metto piede. Un mese ieri. E a casa come va?, continua lui con un filo di voce, come se sapesse ogni cosa. Ma perché, ed è un pensiero che mi si piega nel petto, perché sono riuscito a cogliere solo il lato deludente della vita?

Perché non riesco a dare un colore alla Felicità?

L’impulso è quello. Scappare, scendere le scale del reparto, sbattere la porta e tornare a respirare. Ancora non rispondo, stringo i pugni e trattengo il fiato. Mio padre mi fissa con un’espressione che somiglia al sorriso di un carcerato. È a lui che hanno inflitto la condanna, ma da come mi guarda, parrebbe il contrario.
Il desiderio sono quelle dannate labbra rosa che non potrò mai più baciare. Quelle di mio padre invece, sono violacee (rabbiose, nella loro conclamata impotenza), crepate, solcate da rughe che non hanno fine, per nulla seducenti. La labbra che non smettevo mai di sfiorare erano fresche e dolci. Ali profumate. Giovani petali di un fiore.
Come vuoi che mi vada… come al solito, e finalmente gli rispondo, ma senza alcuna convinzione. I miei pensieri hanno ripreso a muoversi, rimasti accantonati per troppo tempo, ora hanno necessità di viaggiare. Anzitutto, rifletto, sono le mie prime parole della giornata. E sentire di nuovo la mia voce (dopo interi giorni soffocati dal silenzio) mi fa uno strano effetto. Come se a parlare fosse un'altra persona o come se la mia voce provenisse da una regione lontana e remota. Ma, come dicevo, i miei pensieri erano stati catturati da altro. Potrei forse confidare a mio padre la vera natura dei miei sentimenti? Come mi sento, cosa provo, come sto? Potrei forse dirgli che questa è l’ultima volta in cui mi vedrà? Meglio omettere alcuni particolari e non aprire certe pagine. Superarne, a piedi uniti, altre e lasciare, per una volta, i colori nella tavolozza.
Tutto procede come deve procedere. Non ti devi certo stare a preoccupare per me. Sai che me la so cavare. E il lavoro poi, va davvero a meraviglia. Anche a casa… ma certo che te la saluto, certo che sì. Ora però, ti devo lasciare, devo proprio andar via. Ed è proprio il massimo che riesco a dire, e già questo mi pare una sforzo esagerato. Cerca, almeno tu, di star bene, figliolo, mi fa lui con l’ultimo soffio di voce rimastogli.

Fuori ha iniziato a piovere. La gente, per lo più sprovvista di ombrelli, cammina veloce sotto i cornicioni maledicendo le nuvole. Sono quasi le sei, e il mio stomaco ormai s’è aggrovigliato. Entro in una panetteria e compro una focaccia. I bocconi faticano a scendere e si depositano pesanti come pietre sul fondo del mio stomaco. Cammino incurante dell’acqua, alzandomi il bavero e masticando piano. Le gocce schizzano sul cappotto e sulla testa, mi scivolano sul viso. La carta oleosa che avvolge la focaccia si bagna e perde consistenza. Mi pare di mangiare pane inzuppato. Ma ho una gran fame e dunque non m’importa.

Accadde in un giorno di pioggia, ora mi rivedo. Avevo appena compiuto dodici anni. Ci conoscemmo a scuola. Di lei ho un’immagine fissa, legata a quei tempi. Un nastro turchese tra i capelli. Un fiume di riccioli neri, cascate irregolari e profumate. Le dichiarai il mio amore, o forse le chiesi (più modestamente) che ora fosse. Quel che ricordo perfettamente è la pioggia. L’acqua battente, gli schizzi sui vetri e le auto che facevano andare i tergicristalli, gli ombrelli colorati. Lei che non mi risponde e che si allontana silenziosa. Io che non mi ci metto neppure ad andarle dietro. Rosso come la paura. Odore d’erba bagnata, le fronde degli alberi che ondeggiano pericolosamente. I marciapiedi, le pozzanghere e gli stivali di plastica. Gialli, come la vergogna. Al contrario. Tutto andò al contrario. Mi sposai proprio con lei. Con la donna ch’era stata bambina e alla quale chiesi l’ora (o forse le dichiarai il mio amore?) quel giorno di pioggia.

Scendo in metropolitana e trattengo il respiro. Sette fermate. So che ce la posso fare. Non un pensiero fisso, ma qualcosa che appare e poi scompare, affiora dalle onde e poi affonda nel blu profondo (ancora desiderio, cieco e opprimente) del mare. Il mare è come la mia vita. Senza confini evidenti o margini visibili. Privo di direzioni verosimili. Sprovvisto del colore della felicità. Scorrono le immagini sui grandi video della stazione. Le repliche dei gol della domenica. Non ho fretta, posso starmene seduto sulla panchina e guardare. Peccato per questi treni che vanno avanti e indietro e interrompono la visione. Mi basta rivedere il gol del centravanti calvo, chiedo solo questo, quello in rovesciata. Poi salirò.
Il vagone è piuttosto pieno. L’aria è viziata e claustrofobica. Solo sette, ma ecco che ora già si ferma. E siamo a sei, sei fermate. Posso farcela, dai. Cinque e poi quattro. Più facile di quel che pensavo. Ma ora alzo la testa e li vedo.

Gli occhi pazzi della gente addosso.

Mi chiedono, m’implorano di non farlo. Li ignoro, devo ignorarli. È un obbligo morale che ho contratto con me stesso. Tre, due. Un tizio mi chiede se mi sento bene. Lo intuisco da come muove le labbra. Emana un alito terribile e solo per questo meriterebbe che non gli rispondessi. Ha una sciarpa viola e un cappotto scuro. Un’assurda montatura degli occhiali rossa. Sento crescermi dentro una tale rabbia, che quasi sto per sferrargli un cazzotto in faccia. Poi intravedo un lampo bianco attraversarmi la visuale, come uno squarcio di luce. E il bianco è misericordia, e io provo solo pietà per questo tizio che mi urla in faccia. Che io stia male o meno, a lui (e a chiunque altro) non deve riguardare. Faccio di no con la testa, anche se non ho capito nulla di quel che sta dicendo. Faccio: no, no, no! Dico di no e sento il sudore colarmi dalle tempie, rigarmi le guance e bagnarmi il collo. Dico di no, e quasi lo sto supplicando, quando per fortuna le porte si aprono sulla mia fermata.

Ho sete. La focaccia che ho divorato prima, m’ha messo un gran desiderio di bere. E qui, di colori, ne ho quanti ne voglio. Il verde dei suoi occhi o il verde del fondo di una bottiglia, usato come lente deformante. Fondali marini. Alghe e sabbie smosse dalle code dei pesci. Ricci e meduse, velieri affondati. Felicità spezzate. Vuoto.
Al bar chiedo un’aranciata. Qualsiasi, purché non sia amara. Arancione. Perché no? Mi dia anche una cannuccia, se possibile blu. Oppure rosa. È l’ora dei quiz, ma la televisione è collocata troppo in alto, sopra il bancone. Roba che ti viene il torcicollo se solo ti metti a… ma questa la sapevo anch’io. Non l’avrò più tra le mie braccia. Non la stringerò. Non le sussurrerò più le parole che tanto le piacevano. Ma, l’avrei dovuto sapere, dietro la curva dei suoi occhi si nascondeva qualcosa.

Sono ai piedi del palazzo. A vederlo da qui, dal di sotto, mi fa uno strano effetto. Somiglia a una strada lastricata da centinaia di finestre. Socchiudo gli occhi. Le finestre sembrano tasti, taluni accesi altri spenti. Un grosso gioco, una grande scacchiera elettronica. A ogni risposta esatta ecco che s’accende una finestra. Ma, mi pare chiaro, non è più tempo per le domande. Entro, che se no rischio di non trovarla.
Ci siamo amati, su questo non posso avere dubbi. Ma il nostro amore (voglio ostinarmi a definirlo così) ha sempre avuto un lato oscuro, una parentesi malata. Assetata di disperazione. Senza forma né colore. Indefinibile. Ancora paura. Ancora rosso. L’ascensore rallenta e si ferma al diciottesimo.
Eccomi arrivato.

Azzurro, finalmente.

Sento la mente sempre più sgombra, liberata da inutili pensieri. Stonature, manco a parlarne. La musica riesce a diffondersi lieve e pungente, solleticante. I monitor degli uffici sono per lo più spenti, è tardi e ormai molte stanze sono vuote. Svolto e non ho difficoltà a trovare l’ufficio.
Negli ultimi tempi tornava sempre tardi a casa. La scusa del lavoro, a cui non davo peso. Tanto la felicità, se mai c’era stata, era già svanita da un pezzo. Due volte perdemmo un figlio ancora prima che nascesse. La rabbia e la disperazione si fecero largo, prepotenti, come solo loro. Ancora viola, e poi grigi, in infinite insulse tonalità. E poi il distacco, continuo, progressivo. Così devastante che rinunciammo a sperarci. Abdicammo. E fu una resa senza condizioni.

La porta è socchiusa. Lei è lì, alla scrivania. La riesco a intravedere appena di scorcio. Da quando m’ha lasciato (un mese e un giorno esatti) non ci siamo più visti. Solo qualche telefonata che sarebbe stato meglio non fare. Castigo ed espiazione che correvano lungo il filo. Ha ancora i capelli neri e ricci, lunghi, mossi che le sfiorano le spalle. Il bel volto dalla pelle chiara. Ora capisco senza intendimenti alcuni che è dal primo giorno in cui l’incontrai che l’amo. Come fosse una condanna. E non vuole essere un’ode all’imperfezione dell’amore. E nemmeno un inno all’infelicità. Ma ciò che era, è. E credo, sempre lo sarà.

Sono dentro e non faccio altro che traversare la stanza. Lei sbianca e la sua pelle diafana sembra quella di chi ha visto un fantasma. Misericordia di dio, mi dice, cos’hai intenzione di fare? Io ho aperto la finestra. Fuori solo il rumore della strada, le auto e i clacson. Nel cielo le nuvole non si vedono più. Il buio della sera le ha inghiottite. Nei miei occhi solo azzurro. Terso e profondo, che quasi lo posso toccare.

Lei adesso sta gridando. Mi volto e il terrore che traspare dai suoi occhi verdi (speranza o desiderio?) si riflette nel mio sguardo. Neutro. Vuoto. Trasparente. Non sono mai riuscito a dare un colore alla felicità, le dico con una calma assurda, di cui credevo non disporre. Lei mi prende per pazzo (forse non potrebbe fare altrimenti) e comincia a piangere. Sei tu che ho amato da sempre, le dico piano, quasi con la voce di mio padre. E mentre le pronuncio, m’accorgo che saranno le ultime mie parole.

L’aria è dura, fredda, invernale, le luci dei lampioni sono gialle, antipatiche. Ribattono verso l’alto il cemento grigio bagnato dalla pioggia.

Le pozzanghere sono poco più che acqua sporca. Il mio azzurro è ben altra cosa.

Poi solo il vuoto (ancora, come una maledizione che mi perseguita).

E in dissolvenza, il mio nome.

Posted by Giuseppe Braga at 08:11 | Comments (2)

19.10.07

Nelle azzurre sere d’estate, me n’andrò per i sentieri,
punto dalle spighe, calpestando l’erba tenera:
sognando, ne sentirò ai miei piedi la freschezza.
Lascerò che il vento bagni la mia testa nuda.

Non parlerò, non penserò a nulla:
ma l’amore infinito mi salirà nell’anima,
e andrò lontano, molto lontano, come un vagabondo,
attraverso la Natura, - felice come con una donna.

Arthur Rimbaud

Posted by Giuseppe Braga at 07:07

18.10.07

Poet'astri [2.]

di Giuseppe Braga

Ero di nuovo in strada e l’unica differenza era che avevo un litro di birra al doppio malto nello stomaco vuoto. M’accorsi d’avere fame. Entrai in una panetteria e mi comprai un trancio di focaccia. Non era una focaccia qualsiasi. Era una di quelle alle cipolle. Vai a capire tu, ma le cipolle a me facevano cagare. Le trovavo assolutamente immangiabili. In qualsiasi contesto, intendo. Purtroppo le era rimasto solo quel pezzo e quindi mi vidi costretto a prenderla. Mi feci coraggio e la mangiai, avendo cura di buttare lo strato superficiale (quello con le cipolle) ai piccioni gaudenti del parchetto. Stavo seduto su una panchina e meditavo sulla vita.

Mi sembrava che fosse come quella focaccia: bella a vedersi, ma pur sempre con quelle stronze di cipolle sopra. Che volete che vi dica, saranno buone, faranno magari bene al fegato, ma se a te non piacciono sei fottuto. Bella fregatura, cazzo. In quel caso infatti - era il mio - rimane solo il resto della focaccia nuda e cruda (meglio se cotta). La pasta è gustosa, niente da dire, ma è come se fosse incompleta e mancante di qualcosa di fondamentale. Guardando un piccione ingordo e antipatico, avevo concluso che avrei dovuto farmi piacere le cipolle. Ma questo, lo sapevo bene, non era possibile. Avrei forse dovuto adattarmi alla merda che ricopre le gemme della vita? Mai e poi mai. Giammai! Ah, ah, ma una soluzione c’era. Sarei potuto andare dal panettiere in un orario migliore o magari trovarne uno più fornito o... ancora mi ero perso in un labirinto di cazzate. Accidenti, la vita era una focaccia? Bene, io me la stavo mangiando. Eccoci: dovevo mangiare la vita, aggredirla, afferrarla e bando alle cipolle, bando ai problemi e ‘fanculo alle difficoltà. Io ero in grado di sopravvivere alle intemperie più burrascose e me la sarei cavata sempre e comunque. Del resto, come diceva quel proverbio? Ah sì, aiutati che il ciel ti aiuta, e la prossima volta una bella focaccia con le patate, e che cazzo!
S’erano fatte le sette di sera e, come uscito da un coma profondo inatteso, mi ero ricordato improvvisamente d’aver dato un appuntamento telefonico ad Amina alle sette e mezza. Mi diressi quindi, verso la stazione del metrò e mi avviai, sbandando, verso casa. Il sole si stava nascondendo dietro gli edifici della città e il traffico stava concludendo vittorioso anche quella giornata.

Arrivai a casa alle otto passate e controllai la segreteria che lampeggiava intermittente: c’erano tre messaggi ed erano tutti di Amina, che mi pregava di richiamarla al più presto. Si trattava di una faccenda importante, la sua voce tradiva una certa emozione, si sentiva che era agitata, ma al tempo stesso pareva anche euforica. Non riuscivo a immaginare perché. Per quale motivo mi aveva lasciato tre, dico tre, messaggi nello spazio di poche ore? Perché la sua voce era così concitata? Perché? Perché? Perché? Non avrei dovuto far altro che alzare la cornetta e chiamarla... ma non volevo. Almeno non subito. Aprii il frigorifero e presi una lattina di birra, erano appena passate le otto ed era presto, stabilii che indipendentemente da qualsiasi cosa fosse accaduta, o stesse per accadere, io avrei dovuto prendermi del tempo. Bevvi un sorso e accesi lo stereo. Feci girare un nastro di Van Morrison e mi rilassai sdraiandomi sul pavimento. Il tempo stava dalla mia parte. Volevo gustarmi l’attesa, prolungandola il più a lungo possibile. Chiusi gli occhi e mi lasciai condurre dal suono che diffondevano le casse. I fiati solcavano la terra, neanche fossero le grosse ruote di un carro trainato da un cavallo, gli spazi e i righi dello spartito erano invasi dalle sue orme. Era un susseguirsi ripetuto di battiti e sensazioni, di battute e sentimenti, di legature e di pause che prendevano forma e, come un grande uccello volavano nell’aria pura d’Irlanda. Le nuvole seguivano le onde della musica, si rincorrevano e scomparivano dietro l’orizzonte e la voce arrochita di Van the Man bruciava di birra e di whisky. I violini si arrampicavano sulle colline verdi, fresche d’umidità e ricolme di gioia, le chitarre erano barche ferme in piccoli moli, pronte a salpare verso il mare aperto. La batteria risuonava come un tuono indefinito e immortale, il basso era il contraltare dei violini, come dire, le radici di un albero che toccano e accarezzano le fronde giovani e libere nel cielo. Il piano era uno stormo di rondini che giocavano a inseguirsi disegnando immagini istantanee e stupefacenti. Io mi ritrovavo esattamente nel mezzo dello spettacolo, un’entità immaginifica, una sorta di superuomo che poteva permettersi di decidere il tempo, lo spazio e la vita delle cose. Sinceramente stavo esagerando, e lo sapevo, ma la birra stava producendo il suo effetto: oh, come avrei voluto poter inventare un marchingegno che mi permettesse di catturare e fermare su di un foglio tutte quelle sensazioni. Come sarebbe stato magico poter vedere coi miei occhi e poter far vedere a chiunque avesse voluto, ciò che stavo vedendo io in quel momento. La fantasia era l’unica possibile via d’uscita. L’estraniamento, il grimaldello per raggiungerla. Ma i problemi tendevano ad accumularsi, impilati rigorosamente in ordine alfabetico. Crudeli e intrisi di veleno. Non c’è che dire, le nostre esistenze sono alquanto bizzarre. Il più delle volte viviamo di sogni e restiamo aggrappati a essi, senza accorgerci minimamente che la vita, nel frattempo, sta andando avanti per un’altra strada mentre noi, furbi solo all’apparenza, siamo fermi al semaforo. Imbecilli in coda davanti a un lucetta rossa. Rischiamo di diventare malinconici coglioni ammuffiti, buoni se ci va bene per le cantine di qualche museo delle cere o per gli sgabuzzini di qualche gerontocomio di periferia. Se ci va bene. Stronzi fumanti inchiodati dall’ingorgo di turno.
Mi stavo cullando o, per meglio dire, contorcendo in questi pensieri, quando bussarono. Mi trovavo steso al piano di sopra del mio monolocale a due piani. Con lo stereo sparato al massimo, inizialmente, faticai a sentire i pugni che battevano sulla porta, ma quando iniziarono a gridare il mio nome non ebbi dubbi. Qualcuno mi stava cercando. Mi alzai barcollante. Incerto sulle gambe, scesi le scale a chiocciola. La casa era uno schifo, nel senso che nulla era al posto giusto, sempre ammesso che ci sia un posto giusto per le cose e per gli oggetti. Avevo vestiti buttati sulle sedie, giornali mai letti buttati per terra, scarpe con relativi calzini buttati qua e là, piatti sporchi che sbordavano dal lavandino. E il resto lo risparmio perché ho un cuore anch’io. Aprii cercando di darmi un tono, ma quando vidi che alla porta c’erano Cisco e Mimmo, mi venne spontaneo grattarmi le palle e mandarli a cagare subito.
“Ciao Marco”, fecero in coro.
“Che cazzo volete?”, risposi biascicando.
Poi Cisco disse, rivolgendosi a Mimmo: “Simpatico come al solito lo stronzo”, e poi diretto a me: “Non ti ricordi che mi hai chiamato ieri sera per la marmitta?”
Cazzo la marmitta, e chi se la ricordava più? In quale angolo della mia testa si era andata a ficcare? Forse nella Nuova Zelanda della mia materia grigia, ammesso che ne avessi così in abbondanza. Insomma, ai miei antipodi cerebrali.
“Ah, ah, esatto la marmitta. Bravo, che problema ha la tua marmitta?”
Cisco, sempre rivolto verso l’amico: “Ma quanto cazzo ha bevuto ‘sto qui?”
In quel momento intervenne Mimmo. Era un mio vecchio amico del liceo, uno che basava ogni suo discorso sulla logica. Più ferrea era, più ero contento. La classica persona che quando parla deve capire (legittimo) - e far capire (un po' meno) - ogni minimo dettaglio. E non importa se questo è insignificante o meno, l’indispensabile è approfondire. Anche le sfumature. Anche le inutilità. Lui era un artista del cavillo. In pratica un bel rompicoglioni. Mimmo manteneva questa sua filosofia di vita in ogni circostanza, qualsiasi fosse l’interlocutore che aveva di fronte. L’avevo visto fare così anche con suo nonno novantenne. Quello era il mio turno.
Attaccò con un tono didattico: “Ascolta Marco, cerca di ragionare. Anzi ragioniamoci insieme. Tu hai una macchina, fin qui ci sei? Fammi di sì con la testa... ecco così, bravo. Riepiloghiamo, la tua macchina ha la marmitta messa male. Ascolta, non me lo sono inventato, ci hai chiamato tu ieri, ricordi? Il tuo meccanico non c’è più, si è trasferito, dai, forza che ci arrivi...”
Cisco nel mentre, mi guardava compassionevole e si guardava in giro. Era un omone alto e robusto e la sua ombra ingombrava mezzo appartamento. Stava ridacchiando, ma senza scomporsi più di tanto. Un suo stile, dopotutto, ce l’aveva anche lui.
Non avevo alcun dubbio, mi stavano prendendo per il culo, ma al contempo avevano perfettamente ragione. Tutto ciò che avevano detto non faceva una grinza.
“Ora mi sembra di ricordare, la marmitta, sì…”, convenni, tirando su col naso.
Erano entrati e si erano seduti sopra ai vestiti che avevo appoggiato sulle sedie, non avevo detto loro nulla perché tanto non erano stirati. Avevo aperto il frigo e avevo porto loro una lattina di birra, Cisco aveva parecchio gradito e mi aveva chiesto anche delle patatine. Io avevo un sacchetto proprio lì sul tavolo, aperto un mese prima e così avevo fatto un figurone. Vedevo l’unto che gli rimaneva attaccato alle mani e pensavo al suo colesterolo, ma lui andava ghiotto di schifezze del genere e non ci faceva caso per un cazzo. Mentre Cisco finiva il sacchetto, Mimmo mi spiegava, con dovizia di particolari, che me la sarei cavata con duecento carte, lira più lira meno, e che il suo meccanico era uno buono e che nel giro di un pomeriggio avrebbe svolto il lavoro. Se volevo avrei potuto lasciargli la macchina anche domani. Io gli avevo risposto che volevo. Cisco dopo le patatine invece, avrebbe voluto anche un piatto di pasta, ma io non ero dell’umore di avere ospiti a cena e quindi senza troppi giri di parole li avevo invitati a togliersi dai coglioni. Prima di andarsene riuscirono a fottermi un pacco di biscotti che tenevo sul ripiano della cucina. Quando richiusi la porta guardai l’orologio appeso alla parete della cucina-soggiorno e scoprii che s’erano fatte le nove e venti. Fu a quel punto che vidi distintamente Amina. Incazzata davanti al telefono. Che mi stava maledicendo per il fatto che non l’avessi ancora chiamata. Deglutii, avvicinandomi all’apparecchio, pensando alla piazzata che avrei dovuto sorbirmi. Composi il numero in scioltezza, impostai la voce e attesi la risposta dall’altro capo del filo.
“Pronto?”, disse lei dopo un paio di squilli.
Io, tutto d’un fiato: “Ciao Amina sono rientrato adesso sai oggi sono andato a trovare la zia capisci era da un po' di tempo che non la vedevo e poi so...”
Lei mi interruppe dolcemente, poi sfoderò un tono fin troppo carico d’ironia: “Eccolo qua il mio artista. E sentiamolo, quanto avrà bevuto oggi?”
“Ma nooo... che cosa dici! Appena una birretta, tutto qua. Giusto per non offendere la zietta.”
“Va bene, va bene”, la sua voce si stava facendo, se possibile, ancora più ironica. “Ascoltami Marco ho una grande notizia da darti, ma adesso che ti sento con questa voce stonata non so, non so proprio se ti meriti di sentirla.”
“Come sarebbe a dire stonata? Ma se ho un’ottima voce! Tutte le serenate che ti ho dedicato? E tutte le volte che ti scioglievi se solo intonavo “Heroes” del tuo David Bowie? Non te lo ricordi più? Cos’è questa, un’amnesia fulminante? Problemi di fosforo ragazza mia? E poi sarei io quello senza memoria...”
Amina non interruppe il mio monologo bislacco - sapeva che sarebbe stato inutile - ma poi riprese e questa volta senza ironia di sorta.
“Lasciamo stare che è meglio, lo sai fin troppo bene a cosa mi riferisco, ma questo è un altro discorso. Ora ascoltami bene piuttosto, perché quello che ho da dirti è davvero importante.”
A quel punto mi zittii e ascoltai quello che aveva da dirmi Amina.
“Ti ricordi che avevo dato da leggere alcune delle tue poesie a mio fratello Michele? Ti sto parlando di qualche mese fa.”
Io rimasi in silenzio. Poesie... Pensavo svagato alla gobba di Leopardi e me lo immaginavo chino in uno stanzino buio e con un lume di candela a illuminargli i versi. Poi mi venne in mente Pascoli sulla cavallina, ma Amina ricominciò.
“Be’, se non ti ricordi non ha molta importanza. Michele lavora, come ben sai, in un’agenzia pubblicitaria, questo te lo ricordi vero? Bene. Settimana scorsa gli è capitato d’avere a che fare con un presentatore di una TV privata locale, Tele Cantone Urbano. Non so se hai mai avuto modo di sentirla.”
Stavolta la interruppi: “Scusa, ma a me che cazzo me ne frega del Telecazzone padano? Chi cazzo sono questi? Cosa vogliono da me? Io la tele non la guardo, anzi non ce l’ho neppure! Che cosa cercano? Guarda che ‘sti qua li faccio a pezzi se m’incazzo e tu lo sai!”
Amina, facendo ricorso a tutta la sua calma e scandendo bene le parole cercò di riprendere il filo.
“Vedi Marco, la TV si chiama Tele Cantone Urbano e si trova quasi al confine con la Svizzera, vicino Como. Poi se mi fai proseguire forse riesco a dirti che questo presentatore ha letto le tue poesie, gli sono piaciute e ha deciso di invitarti nella sua trasmissione che si tiene giovedì prossimo. Ecco, è tutto qui.”
Sfinita, sospirò. Ne era seguita una pausa. Silenzio imbarazzato. Poi la mia voce, a tutto volume, inespressiva e quasi meccanica, corse sul filo:
“Amina vuoi forse dirmi che mi hanno invitato in tv a leggere le mie poesie?”
Amina voleva esattamente dirmi quello. Ero stato invitato al talk-show settimanale di Tele Cantone Urbano, un’emittente privata del comasco con ripetitore a Milano. Se ti andava di culo, nelle giornate ventose e limpide, riuscivi anche a vederla fino a Lodi. Ero eccitato come un bambino al primo giorno di scuola. Non aspettavo altro che arrivasse quella sera. La mia occasione. La svolta desiderata nei sogni. Stavo per mettere la freccia e iniziare il sorpasso. Largo ragazzi, fatemi passare stronzetti da quattro soldi!
Il programma si svolgeva in diretta intorno alle nove di sera, in prima serata dunque, e durava un’ora e mezza compresi gli stacchi pubblicitari. Dopo la telefonata avevo girovagato un po' per la casa senza costrutto, mi ero fatto un panino con degli avanzi di pollo freddo e non mi sembrava vero. Quella notte poi, non avevo chiuso occhio e m’ero bevuto un’altro paio di birre, cullandomi nei miei pensieri e ascoltando Tom Waits fino all’alba. La mattina avevo telefonato subito al numero di cellulare che mi aveva dato Amina, svegliando alle sette in punto il presentatore che stava dormendo beato. M’ero scusato e avevo subito riattaccato. Richiamai verso le dieci e mi rispose con una voce squillante, quasi urlata. Sembrava un altro. Stava dirigendosi in auto verso gli studi televisivi e si mostrò molto gentile nonostante l’avessi svegliato presto. Mi spiegò tutto con estrema chiarezza. I temi della serata sarebbero stati principalmente due: “L’amore con la A maiuscola, riletto attraverso la cultura New Age” e la “Salvaguardia del Nostro Pianeta al cospetto del Nuovo Millennio.”
Io ascoltavo e mi domandavo che cazzo c’entrassi in tutto ciò, ma verso il termine della chiacchierata (in realtà aveva parlato e soprattutto gridato, solo lui) mi delucidò. Era stato colpito da una mia poesia vagamente filo ecologista, un inno a un gabbiano ferito su una spiaggia nei mari del nord, e avrebbe voluto che io la recitassi durante lo spettacolo. Poi nel corso della trasmissione, mi aveva assicurato, avrei potuto leggere altre mie opere (le aveva chiamate così, opere) e avrei dovuto rispondere ad alcune domande più o meno generiche, relative alla mia attività di poeta (mi aveva chiamato così, poeta). Salutandomi, mi raccomandò di essere puntuale (già, quelli erano quasi svizzeri) e di appuntarmi ora, luogo e soprattutto giorno (era molto preciso). Eseguii scrupolosamente. Ci salutammo e ci demmo appuntamento per il giovedì successivo. Strabiliante! Mirabolante! Elettrizzante! Impressionante!
Sarei diventato famoso. Non vedevo altre eventualità. Non ero nessuno e da lì a pochi giorni sarei diventato famoso! Una vocina mi sussurrava all’orecchio, ma io non mi curai di risponderle. Non ero un vero poeta? E chissenefrega, lo sarei diventato prestissimo. Trasecolavo. M’avrebbero chiamato maestro con la M maiuscola! E poi la poesia era sempre stata la mia passione fin da ragazzo. Ineccepibile come l’algebra. Ricordavo chiaramente i tempi della scuola in cui scrivevo sui bordi dei quaderni, durante le ore di matematica e di chimica, le mie preferite insieme a quelle di religione. E poi c’era il mio diario segreto. L’amico del cuore, la prima fidanzatina lentigginosa, gli incontri clandestini dietro casa, il primo bacio con e senza lingua, la figlia del vicino, le battaglie coi bussolotti, le delusioni d’amore, le biglie, le partite a calcio coi palloni sgonfi, qualche leggera bruciatura al cuore... esperienze più o meno importanti che mi erano servite da ispirazione. Ero già un poeta, altro che cazzi! Ah, che giorni quei giorni! Crescendo ero passato al liceo e con esso, ineluttabilmente, alla poesia di protesta, densamente intrisa e grondante di contenuti sociali, politici e culturali e poi... Poi a dire il vero mi ero perso. Riflettendo, non scrivevo una poesia da mesi, forse era trascorso addirittura un anno intero dall’ultima mia composizione, una mezza schifezza tra l’altro. Una cosa era certa però: le mie vecchie poesie ce le avevo tutte lì, appuntate sul mio vecchio quadernetto. E quel giorno che Amina mi chiese una fotocopia delle poesie da dare al fratello, lo avevo addirittura rimosso, lo avevo cancellato dalla mia testa. Del resto non ci può stare ogni cosa là dentro, no? Ma adesso era incredibilmente arrivata la mia chance. Quando non lo immaginavo, quando non ci credevo, quando stavo pensando alla marmitta della mia auto e quando la fiammella della speranza si era quasi completamente consumata. Che botta di culo ragazzi! Di nuovo la vita m’aveva sorpreso. Stavolta in senso buono e contro ogni previsione. Mi sentivo in sella a una bestia alata che galoppava una spanna sopra le nuvole. Mi sarei lasciato guidare senza difese, sapendo che m’avrebbe condotto molto, molto lontano.

[2.segue]

Posted by Giuseppe Braga at 08:52 | Comments (1)

17.10.07

Quando si dice cantar chiaro

di Giuseppe Braga

Ieri sera, insieme ai ragazzi del gruppo, ci siamo ritrovati in pizzeria. Era da quasi tre mesi che non li vedevo. Li ho trovati bene. Affamati e con le idee chiare. Io mi sono mangiato un trancio (normale, non abbondante) col crudo rucola e grana. Sono riuscito a finirlo. E già questa è una notizia. Due birre medie e un caffè. Al tavolo, rilassati ma consapevoli che i nodi stavano per arrivare al pettine, abbiamo parlato di un sacco di cose, vaghe e inessenziali, persino di politica. Poi ci siamo infilati in saletta e ce le siamo cantate. C’erano da chiarire alcune faccende. Che in realtà quasi subito è diventata una sola.

Ieri, per farla breve, molto – sottolineo e relativizzo molto il molto – in piccolo rispetto ai drammi veri della vita, ho vissuto una serata molto parecchio difficile, imbarazzante, per certi versi piuttosto penosa. Ma siccome non sono nato ieri, siccome non mi ritengo uno stinco di santo, siccome penso di non essere esente da colpe, sia nello specifico che in generale, siccome tante e tante altre cose, ecco, io un po’ me l’aspettavo, di viverla, una serata del genere. Me l’aspettavo e un po’ forse non vedevo proprio l’ora che arrivasse. E infatti avevo già deciso. Ciò non toglie che è stata una serata penosa.

Quando all’improvviso, dopo un tot di anni nei quali credi di essere stato, non dico il perno centrale, ma come minimo uno dei punti fermi della band, scopri che, per una metà abbondante della band stessa, sei tutto l’opposto, dico, scopri tutto l’opposto in una botta sola, il minimo che ti possa prendere è una gran botta allo stomaco. A me poi, mentre tornavo a casa, m’è venuta anche un po’ di malinconia, ma questo rientra nella mia natura molto parecchio malinconica, sapete come siamo fatti, noi, fascinosi scrittori maledetti.

Non sei centrato per il progetto.

No, non prenderla così. Non è un aut-aut. Ma noi pensiamo che tu sei tagliato più per altre cose.

Non ti piacerebbe fare altre cose? Ad esempio cambiare genere? Noi potremmo pensare di tenere in piedi un progetto parallelo. È un peccato che tu te ne vada, dai. Ma perché te ne vuoi andare?

C’è pure da dire che non sei mai stato presente come avresti dovuto alle prove.

Hai preso il gruppo quasi come fosse un hobby. Il gruppo non è un hobby!

Noi la viviamo in maniera viscerale. Noi ci abbiamo perso le notti. Noi ci crediamo nel progetto.

Ci abbiamo speso dei bei soldi in strumentazione.

Tu non ti sei comprato nemmeno il leggio.

Non hai mai imparato a memoria i pezzi.

Facevi fatica a cantare i Coldplay, ammettilo. Non dire che non te ne sei mai accorto.

Ah, non te ne sei mai accorto?

Abbiamo ricevuto critiche al riguardo. Il punto debole eri tu.

Forse abbiamo sbagliato a non dirtelo subito, ecco.

Però io, già due anni e mezzo fa, l’avevo capito. Tu coi Coldplay non c’entravi un cazzo.

Forse ho sbagliato, ecco forse ho aspettato un po’ troppo a dirtelo.

Poi è arrivato L., tu eri ammalato, noi avevamo due date e non potevamo farcele scappare.

L. è stata la manna dal cielo.

E poi abbiamo visto che con lui va molto meglio. Non è mica una colpa di nessuno, questa.

Quindi il progetto Coldplay, dal mio punto di vista, può proseguire solo con lui.

Anche dal mio. Lui mi da tanti stimoli nuovi.

Con L. vedo grandi prospettive.

L. ha grosse potenzialità vocali.

Oh, intendiamoci, non è un obbligo proseguirlo, eh!, il progetto Coldplay, si capisce.

Che se tu ci dici che vuoi restare… ecco, potremmo provare a fare altre cose.

Tu canti meglio gli U2, dai che lo sai anche tu.

Certo che con tutti i soldi che abbiamo speso per la strumentazione, per fare le basi perfette, per ricreare i suoni originali, sarebbe un peccato mortale abbandonare il progetto Coldplay.

Dai, non prenderla così. Noi stiamo parlando di progetto, non di gruppo, parliamo di due cose diverse, tu resti uno di noi. Il gruppo va oltre a queste cose. Anzi, per noi è quasi uno shock sapere che ti vuoi prendere una pausa di riflessione. Ma come mai, scusa?

Eh, già. Ci mancherai tanto.

Già mi manchi, a me.

Però, tornando a noi, sai che c’è?

C’è che tu li interpreti troppo i pezzi, noi abbiamo bisogno di uno che li canti in maniera più precisa e più simile all’originale.

L. è più affidabile. Non ha mai mancato a una prova. È volenteroso, studia canto. È molto più preciso e quadrato di te. Non sbaglia gli accenti. Si applica. Cerca di migliorarsi sempre, tu ti eri un po’ seduto, sembravi appagato. Non andava più bene. Ci stavano venendo a mancare gli stimoli. Ma un po’ le sai anche tu, ‘ste cose, è vero?

È la dura condanna di chi decide di essere una cover band.

Essere fedeli agli originali. A costo di perderci le notti e di sputare sangue.

Hai troppi impegni, poi.

Non ce la faresti a starci dietro. Una prova a settimana non è sufficiente. È vero che lo sai?

Adesso poi abbiamo un’agente. Le abbiamo chiesto bei soldini. Dobbiamo alzare il tiro. Aumentare il livello. Puntare in alto.

È una sfida con noi stessi.

Va bene la passione, va bene l’amicizia, ma adesso noi dobbiamo fare il salto di qualità.

A noi ci aspetta il semiprofessionismo.


Adios amigos, buona musica a tutti voi.

Posted by Giuseppe Braga at 09:40 | Comments (10)

le imperdibili avventure di mia cugina Piera

pacchi
[parte quindici]

di Giuseppe Braga

mia cugina Piera oggi è di ottimo umore. Ha appena ricevuto il pacco di sua madre.

io: cosa c’era dentro?
mia cugina Piera: oh, guarda, ma davvero di tutto!
io: ossia?

mia cugina Piera: due torte salate, tre salsicce, otto mozzarelle di bufala, un bottiglione da due litri d’olio extra vergine, una torta caprese, un salame, mezzo chilo di capocollo, una scatola di biscotti con le mandorle fatti in casa, un barattolo di melanzane sott’olio, cinque peperoni, un chilo di pasta all’uovo, due tavolette di cioccolato fondente, una pagnotta di pane casereccio, due pizze bianche, una al pomodoro, tre vasetti di marmellata di fichi, una forma di pecorino…
io: accidenti, che super scorta…
mia cugina Piera: sai che c’è?
io: …?
mia cugina Piera: c’è che non riesco a spiegarmi una cosa.
io: cosa.
mia cugina Piera: in mezzo a tutta quella roba da mangiare ci stava pure un rotolo di carta igienica, mah, vai a capirla mia madre…
io: ecco, io un’idea ce l’avrei…

mia cugina Piera ci pensa sopra un po’. Poi si corruccia e mi fa, tra lo sdegnato e il molto scocciato.

screanzato che sei!

Posted by Giuseppe Braga at 07:13 | Comments (3)

16.10.07

il fascino maledetto dello scrittore (part XXXVIII)

l’appetito vien mangiando

di Giuseppe Braga

oggi ho mangiato un piatto composito (me lo son fatto comporre io e non posso che prendermela con me stesso), composto da: quattro gamberetti, tre fettine di zucchine gratinate col pan grattato, tocchelli sparsi di patate e fagiolini, tranci di palmito qua e là che perlomeno davano un tocco esotico al tutto. poi, a parte, fuori dal piatto, due micro panini. una mezza naturale. ho lasciato metà roba nel piatto, ma i due micro panini li ho mangiati fino all’ultima briciola. poi mi sono rifatto, si fa per dire, con un fettino di torta tanto soffice con tanta panna e tanto cioccolato e tanto pan di spagna. E ci aggiungerei tanto pesante, visto che c’è l’ho ancora qui sullo stomaco, fermo in coda, tra i palmiti e i gamberetti, da tre ore e mezza abbondanti.

certe volte me le cerco proprio da solo, le rogne…

Posted by Giuseppe Braga at 16:05 | Comments (3)

il fascino maledetto dello scrittore (part XXXVII)

smagrito

di Giuseppe Braga

sono nel laboratorio eliografico, ho una tavola in mano e sto parlando con s., titolare dell’ufficio. poco distante, diciamo a non più di tre metri, due consulenti esterni, ormai da considerarsi interni, nel senso che lavorano qui dentro più o meno da quanto ci sto io, che consultano alcune tavole del piano regolatore.

di punto in bianco, una dei due, la intravedo appena, interrompe la sua occupazione, alza gli occhi su di me, comincia a squadrarmi. io faccio finta di nulla, ma me li sento, i suoi occhi addosso. e la cosa mi infastidisce un po’. manco il tempo di dirle qualcosa, che è lei che s’intromette. strabuzza le pupille, mi punta l’indice contro e fa, preoccupata, quasi urlando, oggettivamente isterica, quasi avesse visto un cazzo di fantasma.

“ma come sei dimagritooo! oddiooo!!! e come sei pallidooo! oh madonna! ma stai beneee? cosa t’è successooo?”

ho mollato la tavola nelle mani dell’imbarazzato s., l’ho fulminata con lo sguardo, ho girato i tacchi e me ne sono andato.

va bene tutto, ma era la decima persona, quel giorno che.

Posted by Giuseppe Braga at 07:50 | Comments (2)

15.10.07

Poet'astri [1.]

ovvero, della rapida ascesa e della fulminea caduta di un giovane poeta metropolitano

di Giuseppe Braga

[quello che comincio a pubblicare oggi, è il mio primo romanzo, scritto ormai la bellezza di nove anni fa, mese più mese meno. Lo pubblicherò a puntate e alla fine, per chi volesse, lo metterò a disposizione in formato pdf]

Capitolo Uno

I Countin’ Crows cantavano “Mr. Jones” e parlavano di Picasso, di rossi e di grigi, lui - il signor Jones - guardava il futuro attraverso un video e si colorava la vita con gli azzurri, i viola e i verdi: beata innocenza. Io invece avevo la marmitta dell’auto ridotta male, o meglio, la marmitta godeva di ottima salute, era il tubo di scappamento che mi dondolava penzoloni minaccioso da una settimana, con effetti disastrosi all’udito mio e dei passanti che incrociavo. Ero stato costretto da queste circostanze a porre un rimedio alla situazione e, con mio grande disappunto - disappunto per non dire di peggio - avevo scoperto che c’era da cambiare anche la marmitta. A quel punto mi erano girate di brutto, i costi e i tempi si allungavano. Era importante che me la riparassero in fretta e non per altro: l’auto in quel periodo rimaneva un punto fondamentale della mia esistenza, pensate un po' il resto.

Pensai quindi che non c’era un attimo da perdere e così, decisi di andare a far visita a un esperto in materia. Come succede sempre in questi casi, la sera in cui andai lui aveva già chiuso l’officina. Ero tornato fiducioso il giorno dopo (un bel quarto d’ora prima del giorno precedente) e avevo trovato il cancello in ferro ancora chiuso con lo stesso lucchetto argentato. Effettuando un’ispezione più accurata mi ero accorto che c’era un foglietto, attaccato con lo scotch alla colonna che sosteneva il cancello, che recitava pressappoco così:

L’autofficina Meani si è trasferita dal giorno
7 marzo al civico 65 di via Ripamonti

Era aprile inoltrato e io c’ero rimasto male. Probabilmente avevo troppe pretese, ma avrei molto apprezzato se il meccanico mi avesse avvisato il giorno del trasloco, e magari sarebbe bastata una semplice telefonata, niente più. Probabilmente, appunto. Forse però, pensandoci meglio, ne avrebbe dovute fare troppe - di telefonate - e credo che anche lui non avesse tutti i torti. Ma via Ripamonti? Quella stupida via - non me ne vogliano i residenti - per me era troppo lontana. Proprio laggiù doveva trasferirsi? C’erano forse più automobili da riparare? Era più alto il numero di incidenti? Perché preferiva quella zona della città alla mia? Amare domande senza risposta. Suvvia, se mi sentivo in quel modo solo per il fatto che un meccanico aveva cambiato indirizzo senza comunicarmelo per tempo, cosa avrei provato nel caso se ne fosse andato il mio fruttivendolo di fiducia? O il giornalaio? Per non parlare della panettiera, che mi teneva da parte le focacce. Ero fermo con lo sguardo interrogativo sulle due righe di quel foglietto e mi ero accorto che mi stavo davvero facendo delle domande da pirla, ma forse - rivelazione copernicana - lo ero realmente ed era per quello che mi venivano così irrefrenabili e spontanee. Improvvisamente e senza alcun segnale di preavviso, arrivò la tanto attesa illuminazione: avrei cambiato meccanico, semplice. Ora non vedevo problemi, avrei dovuto solo dedicarmi alla ricerca (del meccanico e non dei problemi, perché quelli non mancavano mai). Mi sarei fatto consigliare da qualche amico più addentro di me alle faccende di motori e il gioco sarebbe riuscito con estrema facilità. Il mondo non era forse pieno di meccanici cazzoni pronti a cambiarmi la marmitta? Sì, il mondo era pieno di meccanici!
Quella sera dopo aver fatto un paio di telefonate perlustrative, mi ascoltai un po' di radio e verso le undici andai a letto. Riuscii a dormire senza troppi pensieri. Sognai un animale stranissimo, lungo, grosso e peloso, tutto nero e con una coda da far spavento. Cercava, senza riuscirvi, di scavare una fossa. Dondolava convulso la coda su e giù, come se fosse in preda a una crisi isterica. Era terribile. Non era un topo, non era una talpa, insomma non so che cazzo fosse. So solo che faceva proprio schifo. Il mattino seguente m’ero già scordato della marmitta, dei tubi e del meccanico, mentre invece mi aspettavo di vedere sbucare fuori da sotto il letto o da dietro un armadio quell’animale strano del sogno. Forse potrei chiamarlo topalpa, ma non so se rende l’idea. Schifotalpa è senz’altro meglio.
Andai al lavoro senza l’entusiasmo necessario anche quel giorno. Bevvi un caffè al solito bar sotto la metropolitana. Mi servì, come sempre, il barista del turno mattutino. Somigliava in modo sconcertante a Mino Reitano, ma era innamorato pazzo di Amedeo Minghi (contento lui) e ogni volta che mi vedeva entrare accennava a una canzone del “maestro”, pretendendo che io continuassi a canticchiarla, tra una cucchiaiata di zucchero e un sorso di caffè. Non m’ero mai fatto corrompere, nemmeno quella volta in cui mi offrì un cappuccino gratis. Non ce n’era, Minghi mi faceva proprio cagare. Non conoscevo il nome del barista, perciò lo chiamavo trottolino amoroso. Lui era contento e mi salutava con un “dududu dadada” di prammatica. Dopo il consueto caffè nel solito bar, me ne bevevo un altro in ufficio, ma rimanevo comunque assonnato almeno fino a mezzogiorno o giù di lì. Ero architetto, ma ero stato assunto dall’amministrazione comunale come disegnatore e i miei compiti all’interno del settore nel quale soggiornavo (una specie di colonia penale, visti i ceffi che si aggiravano per gli uffici), erano piuttosto noiosi: ridisegnare alcuni tracciati stradali, riscrivere alcune informazioni urbanistiche su tavole vecchie e impolverate che tendevano a scollarsi. Le lettere si staccavano o rimanevano incollate alle mani, le forbici non tagliavano, i tavoli luminosi emanavano zero luce. Una vergogna, per dirla in modo politicamente corretto. Tutto regolare, quindi si poteva lavorare. Io non ne avevo voglia mai e lo dicevo senza reticenze a chiunque me lo venisse a chiedere. L’amministrazione comunale in quegli anni era gestita da un gruppo di incompetenti, stupidi e maldestri burocrati e io, ex-giovane ribelle, nel mio piccolo cercavo di fare loro ostruzionismo. Passavo ore intere a leggere John Fante e Bukowski nei cessi o sulle scale di sicurezza del palazzo, portavo avanti lentamente lavori per settimane o mesi, fino a quando il funzionario di turno non arrivava disperato e, implorante, mi chiedeva di ter