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25.10.07
Il Locale dei giovani (ma famosi)
Raccontino post-moderno
di Giuseppe Braga
[questo racconto è del 2004, ed è stato pubblicato sulla rivista Fam]
Qualche tempo fa sono andato a Roma. Ci sono andato, dopo aver vagliato una serie di possibilità (che non mi sembra il caso di star qui a raccontare), con l’Eurostar.
L’Eurostar è un treno silenzioso molto veloce che ferma soltanto a Bologna e Firenze e questo è un bel vantaggio. Sono ridotte le probabilità che ti si siedano vicino dei rompicolgioni. Solo due possibilità (escludendo il fatto che tu non li abbia già di fianco, a Milano, alla partenza). Ma qui va a culo, c’è poco da fare.
L’Eurostar non ha solo pregi, meglio che lo dica subito. L’ho potuto constatare in prima persona. Se sei piuttosto alto (si da il caso che io sia alto uno e ottanta, per essere precisi un metro, ottanta centimetri e mezzo), stai scomodo. Strano a dirsi ma è così. Le gambe, assicuro, non sai più dove cazzo metterle. Quando ti fanno vedere il treno alla pubblicità in tele, mica si capisce che se sei troppo alto, ci stai stretto. Se provavo ad allungarmi pestavo i piedi del dirimpettaio, se mi mettevo in diagonale pure, col rischio aggiuntivo di far inciampare quelli che passavano per il corridoio. Molto stretto anche il corridoio, vorrei aggiungere. Forse l’unica soluzione sarebbe stata ripiegarmele sopra il sedile nella posizione del fiore di loto e se avessi fatto il corso di yoga che mia cugina m’aveva consigliato, forse mi sarei risparmiato quel viaggio disagevole. Alle ferrovie italiane (adesso si chiamano TrenItalia e non più FS) l’hanno studiata davvero bene la faccenda. Ottimizzazione degli spazi, si chiama. Il controllore, al mio primo accenno di lamentela, m’ha invitato a visitare il loro rinnovato sito Internet (www.trenitalia.it) per qualsiasi delucidazione, reclamo o domanda. Molto gentile da parte sua. Una volta o l’altra mi collego e me lo guardo.
Il pomeriggio a Roma l’ho trascorso per monumenti, la cosa più logica da fare per uno che, come me, si trovava a Roma per la prima volta. Cartina alla mano, ho visitato il Colosseo, San Pietro, la fontana di Trevi (c’ho lasciato un paio di Euro, speriamo portino bene), Castel Sant’Angelo, Piazza del Popolo e il Circo Massimo. Dopo la doccia rigenerante in albergo e un paio di telefonate non derogabili, la sera ho cenato a Trastevere, in una simpatica trattoria. Poi, verso le undici, m’ha raggiunto la persona che aspettavo. Non pensate male, non era uno spacciatore colombiano. Era semplicemente un’amica autoctona, conosciuta in una vacanza in Grecia alcuni anni prima. C’eravamo dati appuntamento per trascorrere la serata insieme. Poi, il giorno seguente, io avrei sbrigato l’impegno che dovevo sbrigare e, al più tardi nel pomeriggio, me ne sarei tornato a Milano. Naturalmente con l’Eurostar.
Lei, la mia amica Raffaella, si è presentata con un’altra sua amica, dal nome in rima col suo: Antonella. Entrambe molto eccitate, m’hanno detto di non preoccuparmi. Ti portiamo in un bel locale, vedrai. Ci pensiamo noi a farti trascorrere una bella serata. La notte romana, ormai primaverile, mi stava aprendo le sua braccia. Io ho fatto di sì, certo che sì, non avevo dubbi e sono salito sulla Twingo bianca senza esitazione. Pronto a tuffarmi nella Dolce Vita.
Il locale era allungato e stretto, un budello fumoso e congestionato. La compressione dei suoni, impressionante. Saturazione concentrata in pochissimi metri quadrati. Sudore, frastuono e pareti scrostate. Incroci di sguardi, fulminee eccitazioni notturne. Alcol e telefonini. Ammiccamenti. Voci sovrapposte. E dentro, sopra tutto, a riempire l’aria, la musica. Sul palchetto stavano in tre, imbracciavano una chitarra ciascuno ed erano seduti su tre sgabelli, posizionati dietro ai loro microfoni. Cantavano a turno. Prima uno, poi l’altro. Erano canzoni scritte da loro, mi aveva prontamente detto Raffaella, che le conosceva quasi a memoria, così come tutte le altre persone che si trovavano nel locale. I tre giovani cantautori erano piccole celebrità. Sulla strada, fuori all’ingresso, s’era formata la fila per vederli e noi eravamo riusciti a entrare solo in virtù del fatto che Raffaella e Antonella conoscevano Niccolò Fabi. Il caso aveva voluto che anche lui fosse in coda, in attesa.
Niccolò Fabi, forse lo conoscete già, è un cantante piuttosto giovane e, credo sia per quello, abbastanza conosciuto tra noi giovani. È uno di quelli che non grida quando canta e questo depone a suo favore. In più cerca di dire cose intelligenti e questo è un altro dato di fatto sostanziale. È andato anche a San Remo un po’ d’anni fa, ma non ricordo il suo piazzamento finale. È da lì in poi che è diventato famoso. Nel senso che, dopo, da quella sera in avanti intendo dire, lo riconoscevano per strada anche i meno giovani. Quelli, insomma, che si guardano San Remo alla tele. Lui, il Niccolò Fabi, conosceva le mie amiche (quando si dice la fortuna) e quindi siamo potuti entrare aggirando la coda. Quando sei abbastanza famoso ti riesce più facile entrare nei posti. E se non sei famoso conviene almeno avere amici che lo siano. Non puoi mai dire, nella vita. Il locale si chiamava, semplicemente, Il Locale, ed era pieno zeppo di gente e di fumo e di musica e di odori e di bicchieri e di voci e di risate e di tutte queste cose qua mischiate tra di loro.
Niccolò Fabi era vestito di nero. Io sono uno che certe cose le nota immediatamente. Sono molti i musicisti e i cantanti che si vestono di nero. Col nero ci puoi abbinare qualsiasi colore e sarà per quel motivo. Uno dei tre che suonava la chitarra e cantava le canzoni che tutti sapevano a memoria, era il cugino di Niccolò Fabi. Pur essendo parenti non si somigliavano per niente. Durante la serata, nel locale che si chiamava Il Locale, continuavano ad arrivare persone. Sembrava di stare sulla metropolitana, schiacciati e presi a sgomitate, ma a noi giovai più gente c’è, più ci piace. Dunque, la gente continuava a pigiarsi e a entrare e il resto andava di conseguenza. Io però stavo cominciando ad annoiarmi. I tre sul palco (non avevano un nome e venivano chiamati Il Trio – che forse allora, m’era venuto il dubbio, era una mania chiamarsi in maniera uguale a quello che si è!), loro stavano larghi e non avevano problemi di spazio, proseguivano a cantare. La gente da sotto (anch’io, anch’io…) applaudiva. Niccolò Fabi, nei pressi del bar, era attorniato da belle ragazze e le mie amiche s’erano sedute a un tavolino con altri (giovani) ragazzi. Alle mie amiche Il Trio piaceva ma fino a un certo punto, avendoli già visti un fracco di volte, le potevo capire. Io m’ero bevuto un paio di birre, ma un po’ per i prezzi e un po’ perché evidentemente non era serata (pur impegnandomi), non stavo riuscendo nell’intento di scacciare la noia che mi stava accerchiando. Poi finalmente, una novità. D’un tratto vedo che di fronte a Niccolò Fabi, anziché lo sciame di ragazze, ci sta un ragazzo. Un tizio solitario e giovanile che mi sembra di conoscere. La cosa mi sa di strano e allora allungo la vista. E’ proprio lui, accipicchia, non m’ero sbagliato. Di nero vestito (visto che ho ragione?) c’era Morgan. Prima che ve lo chiediate. Morgan è il cantante di un gruppo giovane che piace un casino ai giovani. I Bluvertigo. Che vengono dalla Brianza, ma nonostante ciò sono forti lo stesso. Anche loro sono andati al Festival di San Remo, vedi le coincidenze.
Intanto i ragazzi sul palco (il famoso Il Trio) proseguivano il loro show. Interpretavano canzoni che riguardavano temi importanti, problematiche da non sottovalutare. Tematiche interessanti, credo, anche per i non più giovani. La fine del mondo, il traffico, i panini imbottiti di Mc Donald’s, le metro tranvie suburbane, le sigarette, l’imperialismo americano, il caffè corretto. Concetti distinti tra loro, ma fino a un certo punto.
Poi, e a me non pareva vero, è arrivato un altro personaggio giovane moltissimo amato dai giovani. Ero alla terza birra. Le mie amiche ridevano coi loro nuovi amici, Niccolò Fabi e Morgan dei Bluvertigo avevano intorno un numero considerevole di belle ragazze estasiate, e io non riuscivo a ubriacarmi. In talune situazioni, capita spesso quando sei giovane, molto di più se oltrepassi una certa età, ubriacarsi resta una valida alternativa alla fuga, alle droghe pesanti o all’analista. Fatto sta che, a un certo momento, chi ti entra? Non ci si crederebbe mai, ma l’ho visto coi miei occhi e lo posso dire. Era lui. Pierluigi Diaco. Ecco che l’ho detto! Che se lo dico, cioè se dico che l’ho visto, e che ero come da qui a lì, nessuno mi crede. Ma non solo. Succede che se dico che ho visto Pierluigi Diaco, tutti mi rispondono: ma chi cazzo è Pierluigi Diaco? Dico questo perché ho già fatto alcune prove. Ma di certo non può essere colpa mia se loro (quegl’ignorantoni delle prove) non guardano mai i programmi giusti che trasmettono alla tele. La tele bisogna saperla guardare! Io che non mi perdo mai una puntata del Costanzo, so bene di che parlo. Pierluigi Diaco è un giovane giornalista, opinionista, disk jockey (e non solo) molto amatissimo dai giovani. L’avevo riconosciuto subito, per la miseria, nonostante si fosse tagliato i capelli. Ora voi potreste dirmi, ma come fai a sapere che s’era appena tagliato i capelli? Se me lo chiedete io vi rispondo. Lo so perché i suoi amici, che gli si erano fatti incontro (lo confesso: piacerebbe anche a me avere come amico Pierluigi Diaco), lo stavano pigliando per il culo. C’hai un taglio modaiolo, c’hai un taglio modaiolo… continuavano a ripetergli a due centimetri dalla faccia. Lui non la stava prendendo con ironia, anzi. La cosa si vedeva che gli rodeva abbastanza. Però aveva abbozzato un sorriso e aveva offerto da bere a tutti loro. L’ho appena detto che mi piacerebbe avere un amico come lui. Strano, ma non era vestito di nero. Aveva una camiciola chiara e un foulard rosso. A me il taglio dei capelli che aveva Diaco non dispiaceva. Gli conferiva un tono più sbarazzino e più giovanile.
Diaco io me lo ricordo soprattutto per due cose. Quella volta che Benigni era andato a San Remo (gira e rigira si torna sempre lì) e lui, insieme a quel ciccione di Giuliano Ferrara, gli voleva tirare le torte in faccia. E se non lo prendevano con le torte, gli avrebbero tirato le arance, i pomodori e altri ortaggi sparsi, avevano dichiarato. Però poi (l’avevano trasmesso su Striscia la Notizia e, a ripetizione per un mese filato, su Blob), era andata a finire che la torta gliela avevano tirata gli altri, addosso a lui. Era stato il sosia di Benigni, se non sbaglio, a tirargliela. O meglio, uno sfigato che si veste come Benigni. Anche in quell’occasione Diaco non l’aveva presa bene.
Quest’anno invece, pochi mesi fa, l’avevo visto da Chiambretti, una sera su Rai2. In collegamento c’era Mino Reitano, il cantante diventato famoso negli anni sessanta, che però canta ancora adesso. E allora, quando Chiambretti l’ha interpellato, Pierluigi Diaco gli ha detto, al Reitano, senza peli sulla lingua, proprio come piace a noi giovani, che avrebbe fatto meglio a ritirarsi, il Reitano, che ormai lui, il Reitano, non aveva più nulla da dire, e che era finito. Punto e stop. Il Mino Reitano. E quella volta a rimanerci male non era stato lui, il Diaco, ma Reitano, il cantante degli anni sessanta che canta anche ai giorni adesso. Prima l’ha mandato affanculo, il Reitano, senza troppi giri di parole, ma intanto Diaco, che era come non avesse sentito, andava avanti, come nulla fosse. Chissà in quanti, ho pensato, l’avranno mandato affanculo, al Diaco, e ormai ci sarà abituato. Di fianco poi, tanto per dire, aveva D’Agostino, quello di Dagospia (il sito dei vip), che senza farsi vedere da Chiambretti – che in tutto quel casino continuava a dire: io mi dissocio, io mi dissocio, mi dissocio… – lo spalleggiava. Dopo alla fine Reitano s’è incazzato definitivamente e ha detto che lui non era uno qualsiasi e che non lo si poteva mica trattare in quel modo. Lui, il Reitano che s’era esibito persino coi Beatles (negli anni sessanta), a farsi prendere per il culo da un giovane che non vale un cazzo non ci stava mica. E così s’era alzato e il collegamento era stato interrotto. Diaco si vedeva a occhio nudo che era felice di aver fatto incazzare Reitano. A lui, al Diaco, piace fare incazzare la gente, quando va in tele. Li vorrebbe fare incazzare tutti. Per il Diaco, la musica italiana deve dare più spazio ai giovani. I giovani come lui. E come me, aggiungo io. O come Niccolò Fabi, Morgan dei Bluvertigo e i tre, Il Trio, che cantavano sul palchetto, avvolti dai faretti alogeni colorati. Credo che Diaco sotto questo punto di vista non abbia proprio tutti i torti.
Alla fine della quarta birra avevo provato a fare un giro per il locale, volevo vedere se era arrivato qualcun altro d’importante. A quel punto mi sarei accontentato anche di uno dei ragazzi di Amici di Maria De Filippi o, persino, di Operazione Trionfo. Qualche altro giovane, insomma. Giovane, ma famoso. Della tele possibilmente. Ma non ho visto più nessuno. Solo fumo, grida, applausi e risate.
Io ormai ero annoiatissimo e sull’orlo del suicidio, non scherzo. Quando sei così giovane, ce li hai improvvisi questi sbalzi d’umore negativi. Le mie amiche sempre lì, al tavolino coi loro nuovi amici. Morgan dei Bluvertigo, Niccolò Fabi e Pierluigi Diaco, sommersi da ragazze inebetite e vogliose. E io che li osservavo senza forze, come un sacco svuotato. Dire che non avevo fatto praticamente un cazzo, oltre che stare a guardare la gente, le luci e il fumo del locale. Ma a volte basta così poco per stancarsi. Noi giovani lo sappiamo bene. Che cazzo.
E mentre guardavo per la milionesima volta i muri scrostati del Locale mi rendevo conto che non m’era riuscito neanche d’ubriacarmi. E domani, per chiudere in bellezza, m’aspettava l’Eurostar.
p.s. i quasi famosi giovani del famoso Il Trio erano: Simone Cristicchi, Pier Cortese e Marco Fabi
Posted by Giuseppe Braga at 25.10.07 10:08
Comments
Già letto, appunto su FAM :-)
Giuse, ti spio in segreto...eheheh
Cià
Matteo
Posted by: matteo at 25.10.07 15:36