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22.09.07

la cura

(parte prima)


di Giuseppe Braga

Il primo dottore mi aveva prescritto un certo antibiotico in pastiglie, piuttosto generico, in quanto aveva riscontrato, dopo una visita piuttosto accurata di circa due minuti e qualcosa, un certo arrossamento alla gola. Prenda questo due volte al dì e la tachipirina per la febbre. Aveva anche voluto quindici euro per la visita. Così c’era scritto su un foglio appeso alla porta e così avevo fatto. I non residenti dovevano lasciare quindici euro. E va bene. Casa mia stava a seicento chilometri, il discorso non faceva una piega. La farmacia invece era di fianco allo studio del medico, attraversata la sala d’aspetto, avevo preso l’antibiotico e avevo cominciato la cura.

Era l’ultimo martedì di agosto. A me la febbre era cominciata a salire dal sabato precedente, mai oltre il trentotto. Però, insomma, era una cosa fastidiosa. Oltre alla febbre, forti dolori alle ossa, spossatezza, brividi di freddo nonostante i trenta e rotti gradi, mancanza di energie, inappetenza, una certa emicrania. Ma il dottore mi aveva dato la cura e io ero sereno. Con l’antibiotico passa sempre tutto e anche questa cavolo di influenza fuori stagione se ne sarebbe andata via presto. Io gli antibiotici non li prendo quasi mai, appena posso li evito come la peste li evito, ma per l’antibiotico in quanto tale, compreso nella sua accezione più generale, nutrivo una certa fiducia. Che poi, mi ero chiesto mentre trangugiavo la prima pasticca, alla fin fine le medicine se ci stanno andranno pur prese, o no?

Dopo quattro giorni di antibiotico il malessere e la febbre invece, non se ne erano per niente andati. Anzi, la febbre aveva cominciato a salire ben oltre i trentotto. E io non mi reggevo quasi più in piedi. Ne prenda anche quattro al giorno, se la febbre non passa, mi aveva detto per telefono (gratis, stavolta) il dottore, che avevo chiamato, un po’ allarmato lo devo ammettere, per mancanza di miglioramenti apprezzabili. A dirla tutta stavo molto peggio di prima. Il problema poi era un altro. La febbre saliva e scendeva a suo piacimento, la tachipirina non sortiva effetto. Anche se ne avessi prese due all’ora, non sarebbe cambiato nulla. Così, il giorno seguente la telefonata, cinque giorni dopo la visita in ambulatorio, avevo cambiato strategia e avevo chiamato la guardia medica del paese vicino. Venga qui che la visito subito, mi aveva risposto la dottoressa dall’altra parte del filo. M’ero faticosamente vestito ed ero andato lì. La febbre sempre oscillante intorno ai trentotto e mezzo. La dottoressa guardia medica, dopo avermi scambiato per un altro paziente che le aveva telefonato pochi minuti prima (ma lei scusi, non è quello del problema cardiaco che ha bisogno delle ricette?), aveva cominciato a domandarmi come mi sentivo, che cosa avevo di preciso, ecc., e io le avevo detto, precisamente, come stavano le cose. Al che, aveva cominciato a visitarmi. Prima la gola, che per lei andava bene, poi il torace. È stato lì. Mentre io stavo tossendo e respirando profondamente, è stato in quel momento che avevo scoperto che il problema era un altro. Ho sentito dei rumorini, mi aveva detto, da dietro, con lo stetoscopio appiccicato sulla mia schiena. Prego? Sì, ho sentito dei rumorini, potrei sbagliarmi ma credo si tratti di bronchite. Ah, però. Bene, direi di sospendere l’antibiotico che sta prendendo e di cominciare un’altra cura. Va bene, se lo dice lei, di che si tratta? Di qualcosa di più forte. Ah, bene. Punture. Ah, ah... Lei è allergico alla penicillina? Non credo, no… Bene, allora ne prenda sei, un’iniezione al giorno, ma se dopo due iniezioni la situazione non migliora, allora bisogna cominciare a preoccuparsi un po’ e converrà fare una lastra al torace.
La stavo per salutare, un po’ preoccupato, quando la dottoressa guardia medica mi aveva chiesto una specie di offerta libera, sì, un contributo economico, insomma. Avevo riaperto il portafogli e le avevo sganciato altri euro. Dieci andavano bene. La sanità italiana funziona così. Coi contributi più o meno liberi dei contribuenti. Però adesso avevo per le mani una nuova ricetta e una nuova cura.

Forse era quella buona, finalmente.

[segue]

Posted by Giuseppe Braga at 22.09.07 14:18

Comments

Ecco allora spiegato il senso della tua mancanza.

Posted by: matteo at 24.09.07 14:41

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