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18.05.07
il fascino maledetto dello scrittore (part XXV)
area 51
di Giuseppe Braga
Ieri è andata così. Sono arrivato dove dovevo arrivare e non c’era nessuno, troppo presto m’ha detto il ragazzo che mi ha aperto il portone, poco prima di richiudermelo in faccia. Sono tornato in auto e per ingannare l’attesa mi sono ascoltato gli Afterhours. Dopo mezz’ora sono uscito di nuovo dall’auto. Un poco più speranzoso, l’ammetto. Nel frattempo era scesa la nebbia. Ho fatto cento metri a piedi, brancolando nella foschia. Loro erano arrivati, li ho visti, tra la fitta nebbia fitta, erano loro, sì.
Ci siamo salutati, siamo entrati, stavolta il portone era aperto, abbiamo mostrato la tessera, ci siamo avviati a un tavolo. Un capannone grosso grosso piuttosto spoglio, luci basse e arredamento spartano, con musica a palla (e se dico a palla, credetemi, la musica era davvero fortissimamente a palla, la musica, sparata così per tutta la serata). Una roba da spaccarti i timpani, le palle e la testa, più o meno in quest’ordine. Ci siamo accomodati al tavolo, in ordine sparso. Eravamo in sette, come i cavalieri pistoleri del film western. Siamo partiti col Valpolicella, rosso dignitoso, tanto lo dico ma io di vini non ci capisco un cavolo, e poi, continuando a bere, abbiamo cominciato a mangiare. All’area 51 funziona tipo self-service, ti alzi e vai a prenderti la carne fatta alla brace dai ragazzi del locale. Salsiccia, costolette e cosce di pollo in abbondanza. Io ho mangiato una salsiccia e due costolette piccole piccole, un pezzo di pane e svariati bicchieri di vino. Per tutto il tempo ho cercato di memorizzare i compagni di tavolo. In qualche maniera ci sono riuscito, ma molto a grandi linee, ecco, non saprei dire se ci sono riuscito completamente. La nostra variegata tavolata a ogni buon conto era composta da:
Zeta, un ragazzo alquanto sopra le righe che beve e fuma come un turco e la sua fidanzata Beta (una ragazza con una vocina acutissima che con tutto quel frastuono veniva schiacciata e non si riusciva mai sentire, nemmeno quando urlava).
Eta, uno scrittore importante (di cui lessi un libro che mi piacque alquanto, anni addietro), accompagnato da un amico attore, Meta.
Un certo Pilo, fotografo veneto che lavora a Milano ma che vive in provincia di Mantova e che, molto casualmente, è amico di uno scrittore che ha pubblicato per la stessa casa editrice con la quale è uscito il mio libro (qui onestamente, ci voleva la De Filippi o la Carrà!). Con lui ho parlato di Leon Battista Alberti, di mezzi di trasporto extraurbani e di gusti letterari (va matto per Irwin Welsh!). Pilo mi sta simpatico, inutile che lo nasconda, e simpatico è dir poco! Sapete perché? Ora ve lo dico subito, ve lo dico. Perché a un certo punto mi fa: senti te lo devo proprio dire, sai a chi somigli tu?, e io già che mi pensavo, anzi, mestamente, non gliel’ho fatto nemmeno dire e gliel’ho detto io stesso: a Renato Zero ultima maniera… tutt’al più a Gianni Togni, quando cantava Luna, è vero?
Eh no! Ma cosa dici! Tu sei identico a Jeff Bridges!
(inciso: Jeff è quel grandioso immaginifico superlativo attore che ha interpretato il Grande Lebowski!)
Cazzo, l’ho ringraziato con le lacrime agli occhi, Jeff/Drugo (insieme a Gianni Morandi, Xavier Zanetti, John Mc Enroe e pochi altri) è uno dei miei miti!
(inciso numero due: che poi, guardandolo bene, ci somigliava molto di più lui che non io, ma vabbè…)
Al tavolo c’era anche Seta. Quel ragazzo lì, fatemelo dire, è un gran cervellone, sì, e ha tutta la mia incondizionata ammirazione. Seta sta preparando una tesi su Edgar Allan Poe. Era seduto a fianco di Eta e così, la cosa è stata del tutto naturale e spontanea, si sono messi a parlare fitti fitti di Poe, di poetiche anglosassoni, di traduttori italiani, di traduzioni in francese, ecc.
Io ascoltavo, come mi è solito fare (ascoltare è una delle cose che mi riescono meglio). Due bei cervelloni. Poco altro da aggiungere.
Dopo la carne alla brace (con l’ordine delle pietanze curiosamente invertito) è arrivata la pasta e Poe, per forza di cose, è passato in secondo piano. Pennette al sugo fumanti. Buone buone buone.
Poi, dopo le pennette e svariati bicchieri di rosso (sempre Valpolicella), insieme a Zeta, a Eta e al suo amico Meta, ce ne siamo usciti e ci siamo fumati una canna nella nebbia. Sì, anch’io, a dir la verità ho fatto solo tre tiri, giusto per star in compagnia, ecco.
Il grande Pilo, il fotografo veneto che lavora a Milano e abita vicino a Mantova, nel frattempo se n’era andato (assicurandomi che avrebbe comprato il mio libro, grazie Pilo, troppo buono, Pilo!).
Alfine, dopo essere rientrato ed essermi bevuto altri tre bicchieri di Valpolicella, saranno state l’una e mezza circa, anch’io ho salutato l’alquanto eterogenea e bislacca e variegata e alcolica compagnia (sul tavolo c’erano i vuoti di almeno otto bottiglie di Valpolicella) e mi sono avviato zigzagante verso l’hinterland basso milanese, non prima d’aver smadonnato e imprecato contro molte cose, inanimate e non, per via di un’incresciosa circostanza. Ovvero, un paio di buontemponi m’avevano incastrato l’auto con le loro due e ho dovuto impegnarmi oltre il limite per uscir fuori dal parcheggio (alquanto sopra le righe, il parcheggio, inteso nella sua complessità e varietà e demenzialità e insulsaggine: auto messe proprio a cazzo senza nessuna logica, né apparente, né metafisica).
Ieri è andata così. Ecco, e oggi, sapete che c’è, oggi c’ho proprio un bel mal di testa.
[dicembre 06]
Posted by Giuseppe Braga at 18.05.07 15:42