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30.04.07

il fascino maledetto dello scrittore (part XXIII)

cronache frammentarie da un ponte

di Giuseppe Braga

è lunedì mattina. sono le nove. uno dice. è il trenta di aprile, domani è festa, primo maggio, chi cazzo verrà in ufficio? perlomeno, io mi dicevo questa cosa qui, ecco. baldanzoso. e mi facevo i miei bei conti. fantasticavo. il capo non ci sarà, i colleghi di stanza non ci saranno, il collega dell’ufficio attiguo comunicante, men che meno, che viene da bergamo, lui, e figurati se non si fa il ponte chi viene da bergamo.

sul piano, in buona sostanza, non ci sarà nessuno, potrei concedere qualcosa alle segretarie, che stanno lontanissime in fondo al corridoio, e io allora, sapete che faccio?, mi metto qui bello sereno e conscio dei miei mezzi creativi, accendo a palla lifegate e scrivo tranquillo e pacifico e produttivo. e invece. porcaccio giuda infame, altro che ponte, qui ci sta mezzo piano, ci sta. compreso il capo, naturalmente. però, sapete che c’è, io un bel file word me lo apro e lo tengo lì. facciamo che, strategicamente, apro anche le tavole del piano regolatore e le distribuisco un po’ qua e un po’ là, sul tavolo luminoso, mi sparpaglio pure i materiali da lavoro, scotch, taglierini e rapido graph. giusto per dare una parvenza. ecco fatto. oplà. ora sì che ci siamo.

be’, sapete che vi dico? buona festa del lavoro a tutti i lavoratori. me compreso, sì.

Posted by Giuseppe Braga at 14:04 | Comments (4)

24.04.07

il fascino maledetto dello scrittore (part XXII)

corsi e ricorsi

di Giuseppe Braga


Il corso di computer com’è andato?
Bene, direi.
Credi ti sia servito? Sai, a noi interessa la crescita professionale dei nostri nuovi collaboratori.
Certo, certo…
Allora, è stato utile?

Sì, insomma, direi…
Parla chiaro, t’è servito oppure no?
Come dire…
Non fare il reticente, dai.

Ecco, come fare a spiegare, senza urtarne la suscettibilità, al tuo nuovo capo (questo dovrebbe essere quello buono e definitivo, almeno fino alla prossima settimana...) che il corso che hai frequentato e che loro, i tuoi responsabili, c’hanno tenuto molto che tu frequentassi, non ti servirà per il semplice fatto che finora hai usato un altro programma e che da quando entrerai effettivamente nel nuovo gruppo, ne dovrai usare un altro ancora, completamente diverso?

Posted by Giuseppe Braga at 14:49 | Comments (1)

16.04.07

viva virginia!

Virginia e la luna blog.jpg

precisamente alle 19.49 di giovedì 12 aprile... benvenuta!

Posted by Giuseppe Braga at 21:03

11.04.07

il fascino maledetto dello scrittore (part XXI)

già, è vero!

di Giuseppe Braga

Scusa, capo…
Non sono più il tuo capo.
Già, è vero. Come ti devo chiamare, allora?
Col mio nome, no?
Già, è vero.
Senti A***, volevo darti una grande notizia.
Sentiamola.
Ho finito l’aggiornamento!
Sicuro?

Be’, sì. Tutte le varianti che ci stavano sull’elenco le ho fatte, quindi…
Ma non è mica terminato, il lavoro.
Ah, no?
Il bello viene adesso.
Intendi dire?
Che adesso devi andare giù in laboratorio eliografico e farti fare tutte le copie, ricontrollare una per una le varianti che hai inserito, staccare da ogni tavola del Piano Regolatore – e ti ricordo che sono trentadue tavole – l’adesivo con i dati e i riferimenti ormai superati, riscrivere e riattaccare quelli nuovi.
Già, è vero…
E non è tutto.
Ah, no?
Ci sta da sistemare la Legenda con le nuove simbologie e da ordinare le tavole dei Verdi Privati…
Già, è vero.
Buon lavoro, allora.
Grazie, capo.
E smettila una buona volta di chiamarmi capo che non lo sono più da un pezzo, ormai, il tuo capo…
Già, è vero.

Figuriamoci se lo fosse stato. M’avrebbe dato da ramazzare pure i cessi, magari…

Posted by Giuseppe Braga at 20:00 | Comments (1)

10.04.07

il fascino maledetto dello scrittore (part XX)

pausa pranzo alla milanese

di Giuseppe Braga

Ho incontrato il mio amico Lapo (che non c’entra nulla con quell’altro Lapo, sia ben chiaro!) sotto i portici di fronte alla Stazione Centrale, era in giacca di velluto pure lui, ma la sua beige. Fumava una sigarettina delle sue, solo tabacco però. Ci siamo salutati e avviati al selfservice Antares, che dovrebbe essere una costellazione, se non mi sbaglio. Ma questo Antares sta per terra (c’ha anche una sala sotterranea), in via Vittor Pisani, tutta cemento e palazzoni perlopiù anonimi, e non nel cielo stellato.

Mentre andavamo, sempre sotto ‘sti portici alti alti, direi piuttosto imponenti, vagamente fascisti, ho girato la testa di novanta gradi verso sinistra, non so perché, sarà stato il mio fluido e infallibile intuito magico che mi guida sempre verso i vips d’ogni razza modalità e specie, e chi t’ho visto, di grazia? No, dico, chi t’ho visto? Be’, insieme al barista – stavamo attraversando i tavolini di un bar all’aperto, cioè, all’aperto ma sempre sotto gli imponenti portici – e con la sua, immagino, fidanzata, un tipino morettino grazioso, ma non l’ho vista bene e quindi non ci posso giurare, be’, lì, insieme a loro due, che si salutavano, c’era nientedimeno che Lorenzo (il cognome non lo so e non voglio saperlo), Lorenzo, come Lorenzo chi? Ma Lorenzo, cazzo, Lorenzo, già!, Lorenzo del Primo Grande Fratello…! Cazzo, Lorenzo, era davvero proprio lui, già… mannaggia che emozione, ragazzi!

All’Antares, riacquistata la necessaria calma, ma ancora un poco scosso, ho fatto la fila ordinato col vassoio in mano e quando è arrivato il mio turno ho chiesto un piatto tris, che poi sarebbe l’unica tipologia di piatto che in quel precipuo selfservice, tu, cioè io, ovvero noi, dipendenti dell’amministrazione comunale, possiamo permetterci di prendere (usufruendo del badge).

Il piatto tris è siffatto: è un piatto regolarmente circolare come quasi tutti i piatti, ma al suo interno suddiviso in tre settori. Non valicabili, i settori.

Fatta la fila, presi il vassoio, le posate, un panino piccolo piccolo, un bicchiere di plastica e una bottiglietta d’acqua da mezzo litro, tutto consentito, mi son messo in coda al banco delle pietanze. Avevo già le idee piuttosto chiare. Io all’Antares ci son già andato un po’ di volte e più o meno quando son lì mi mangio sempre le stesse cose.

Ovvero.

un settore del piatto tris me lo faccio riempire col roast beef.
un altro con un contorno a scelta, di solito patate arrosto, stavolta mi son lasciato andare e le ho prese fritte.
e poi con un primo che solitamente però non mangio mai. Troppi intingoli nei primi piatti che fanno all’Antares.

Capitemi però, è disdicevole prendere un primo (ma anche un secondo o un contorno, s’è per quello) e lasciarlo lì nel piatto, capitemi. Non che io non ci avessi tentato. Ma loro, gli addetti alle pietanze dell’Antares, sono sempre stati irremovibili. Il piatto tris va riempito in ogni suo settore. Non importa se tu li implori e dici loro che avanzerai tutto quel settore (specificatamente quello dedicato al primo) e quindi è inutile che te lo riempiano, a loro non frega una beata mazza. Loro i tre settori li devono riempire per forza, da contratto, insomma.

Fatti mettere due secondi, allora, no? Potreste dirmi voi.
Fosse così facile, dico io…

Be’, a sto punto dovete sapere ogni cosa, a questo punto, sì, non voglio che ci siano segreti o fraintendimenti tra noi. A questo punto me la canto. Allora. Non è che il piatto tris si può riempire a proprio piacimento, così, a cazzo, un settore di roast beef, un altro di arrosto e magari una fetta di torta al cioccolato. Eh no, il piatto tris va riempito con un preciso e studiato criterio. Ovvero. Con un primo, con un secondo e con un contorno. L’unica deroga consentita è: un secondo e due contorni. Che è poi quello che ho fatto io oggi. Già. Alla fine mi son preso quattro fette di melanzane, belle asciutte senza sughi e brodaglie strane, fatte alla griglia… tiè!

Un’altra possibilità che qualche volta ho visto fare al mio amico Michele, una scappatoia alla regola fissa del piatto tris, comunale pure lui e dunque condannato al tris, è quella di prendersi due primi e un secondo. O due primi e un contorno. Ma a me par esagerato, dai, tutta quella pasta, e poi i primi sono troppo incasinati di sugo e condimento e non mi attirano manco un po’.

Lapo invece non è comunale, beato lui, e può spaziare come meglio crede. E infatti ha spaziato. S’è preso un bel piatto unico (oblungo e non tondo, attenzione!) con mezzo pollo arrosto abbondante e una gran montagnola di patatine fritte. Pure la maionese s’è preso, due bustine! E ce le ha sparate sopra, a casaccio, sia sul pollo che sulle patate… per non parlare dei cinque, dico cinque panini!, che s’è sbafato, quel porco.

Sia quel che sia, abbiam mangiato, tutto bene, all’aperto, sotto il tendone dell’Antares che sta sotto i portici larghi e imponenti e un po’ fascisti di via Vittor Pisani. Parlato un po’ di tutto, con Lapo. Pollo arrosto incluso. Alla fine tutto bene, già, mangiato quasi tutto (avanzata solo una fettina di melanzana). Ci siamo alzati sazi e felici e siamo andati a berci un caffè nel primo bar che stava sulla strada. Poi Lapo s’è arrotolato un’altra sigarettina delle sue, se l’è accesa e, sotto il sole davanti alla Stazione Centrale, fuori dai portici imponenti e fascisti, all’aria aperta insomma, con un cielo azzurro stinto tipicamente milanese, la gente frettolosa e le auto che fremevano in attesa del verde, ci siamo dati appuntamento alla prossima pausa pranzo.

Che ormai era giunta l’ora. Che io c’avevo il mio bellissimo ufficio che m’aspettava, a me. Che già quasi ne sentivo la nostalgia, già...

Posted by Giuseppe Braga at 14:32 | Comments (2)

07.04.07

Cose che non ti chiedono più, cose che non smettono un attimo di chiederti, cose che, presumibilmente, cominceranno a chiederti molto presto…

di Giuseppe Braga

[post molto parecchio disordinato, ispiratomi da un’importante ricorrenza prettamente personale. Ovvero, non Pasqua, ma la prima copia di Ma tu lo conosci Joyce? che ho potuto prendere tra le mani, esattamente un anno fa]

Pubblichi un libro. Hai una fortuna, trovi qualcuno che te lo pubblica. Inizi a dare un senso a tutto quel tempo che hai passato chiuso in casa, quando tutti te lo chiedevano (anche il vicino di casa che ti bracca sempre con la bolletta dell’acqua da pagare, in mano), col tono di chi si sta rivolgendo a qualcuno a cui manca qualche rotella.

Cazzo fai tutto quel tempo quando non lavori?
Ah, ma dai, scrivi? Pensa, anche mio cugino… comunque è bello come hobby!
Sì, ok, scrivi, ma poi?
Ah, complimenti, sei un poeta?
Caspita, scrittore… però! Ti avevo lasciato che facevi il pittore! Non dipingi più, allora?
Bravo, però. Nello specifico che cosa scrivi, fumetti?
Lavorare niente, eh? Beato te!
Mi dai quindici euro e venti per la bolletta dell’acqua?

Il libro viene pubblicato, esce nelle librerie, una gran bella soddisfazione, già. Non ti chiedono più che cazzo fai a casa, da mattina a sera con le lattine di birra nello stomaco e lo stereo a palla. Meno male. Un passo in avanti, già. Il libro è un deterrente a domande del genere. Ne cominciano a fioccare di altre, però.

Quanto tempo ci hai messo a scriverlo?
Ma l’hai scritto tutto tu, cioè, tutto da solo? (questa, meravigliosa e insuperabile, nel dettaglio, la trovate qui)
Ma di cosa parla, esattamente?
Hai dovuto pagare qualcosa?
Ti pagano? Quanto ti pagano?
Quanto hai venduto? (questa, già solo dopo una settimana dalla pubblicazione…)
La copertina l’hai scelta tu?
Il titolo?
Quante pagine sono?

Delle ultime tre ci metto pure i commenti ricorrenti, alle mie risposte, più o meno standard:

Originale come copertina…
Originale come titolo…
Ah, però… sono tante duecentotrenta pagine…

E qui scattava il dubbio (lo percepivo negli occhi e nelle espressioni fin troppo eloquenti): ma va là, mica l’hai scritto tutto tu, a chi cazzo vuoi darla a bere! Duecentotrenta pagine sono troppe, dai…

C’era anche chi il libro lo acquistava, lo leggeva e poi le domande me le faceva dopo averlo acquistato e letto. Coloro li apprezzavo (e li apprezzo) decisamente di più. Questione di empatia, ecco.

Ci sei andato giù pesante, però… e la bambina già vecchia come l’ha presa?
E la signora dettaglio?
E la simpatica ragazza che legge sempre lei?

(Nota: io rispondevo, rispondo e risponderò sempre diplomaticamente, lusingato, diplomatico… ma senza peli sulla lingua, come insegnano nei Reality!)

La bambina non l’ho più sentita. So che non c’è rimasta bene anche se credo che non l’abbia nemmeno aperto, il libro (e poi come avrebbe fatto ad apirlo, se lei ci sta dentro?). Quindi. Le auguro una carriera fulgida, fulminante e splendente. Nel campo artistico (e non) che preferisce. Lunga vita a lei e a tutte le bambine prodigio invecchiate precocemente che circolano per il globo terracqueo.

Parentesi televisiva esplicativa ed emblematica.

Ad Amici, trasmissione cult di MariaDeFilippi, di cui ho visto pressoché tutte le puntate, sia quelle del sabato pomeriggio che quelle della domenica sera (con un misto di riluttanza, attrazione, ripulsione, odio fisico, amore trascendente, prurito alle mani, incredulità, ansia crescente – nei momenti del televoto e delle eliminazioni andavo in trance, soffrivo o gioivo, dipendeva dai casi, m’immedesimavo coi ragazzi, ma anche coi professori, soprattutto coi ragazzi però, che tra di loro erano tutto fuorché amici…), un giorno, ho assistito a questa scena. Lo giuro sull’Ulisse. La trascrivo a braccio come meglio mi riesce.

Location: il bellissimo studio di Amici in Cinecittà, Roma.

Personaggi:

Federico (aspirante cantante umbro, poi vincitore del programma)
Garrison (ex ballerino, coreografo, insegnante della scuola di Amici)
Maria (De Filippi)

Maria (con la sua erre arrotata che noi tutti amiamo): ora vediamo l’errevuemme relativo all’episodio…

Si vede un filmato registrato, nel quale Federico l’aspirante cantante umbro si scaglia, un po’ istericamente, contro Garrison, colpevole di non averlo preso in simpatia e di averlo maltrattato durante le prove di danza.

Altra parentesi (se voi l’aveste visto, sto cavolo di Federico vincitore di Amici, l’avreste pensata come Garrison, date retta al pirla che sta scrivendo).

Federico (rivolto ad alcuni suoi compagni di classe, la paciosa e pacifica classe degli Amici di Maria): ma io con quello lì, con Garrison, non ci voglio più avere a che fare… non capisce niente, quello lì. È un cretino… fa i capricci, c’ha le preferenze, mi tratta male, ed è… è un bambino invecchiato!

Termina il filmato. L’inquadratura si sposta rapidamente su Federico che mormora: erano solo pensieri a caldo, fatti dopo una lezione di ballo pesante…

Poi la telecamera si ferma su Garrison. Visibilmente irritato. Rosso, più che rosso, paonazzo.

Maria, che non può lasciarsela mica scappare, un’occasione così: be’, Garrison, hai sentito cosa t’ha detto? Be’… che gli dici? Come la vivi? (come la vivi? è la tipica domanda mariadefilippiana).

Garrison, con il suo italiano storpiato e mezzo americano (perché magari non lo sapete ma Garrison è americano): cretino non lo accetto e lo trovo una mancanza di rispetto, io c’ho cinquant’anni e da un ragazzino di venti non mi faccio dire certe cose! Mentre invece… bambino invecchiato sì, l’accetto, ti dirò di più Maria, bambino invecchiato lo trovo quasi un complimento simpatico e divertente…

Che classe, ragazzi!, altro che la bellicosa e ipersensibile classe di Amici (e alcune classi di scrittura creativa frequentate da aspiranti scrittori che io conosco… ahah!).

Avete capito? Federico l’aspirante cantante umbro, gli aveva dato del Bambino Invecchiato, al grande Garrison!, proprio bella questa…

Ma ora, da quel giorno, qualche domanda sono io a pormela.

Eccole, le mie domande che mi frullano per la testa da quel giorno, son queste le domande che mi frullano per la testa. Eccole qui.

Ditemi voi, dovrei chiedere le Royalties?
Querelarli per plagio? Per evidente furto di idea?
Chiamare Woodkock e fargli aprire un fascicolo per appropriazione indebita?

Fine parentesi televisiva.

La signora dettaglio l’ho rivista solo in sogno. E non erano bei sogni. Fidatevi. Una volta mi voleva far fuori con un coltello, un’altra cercava di investirmi con un camion contro mano.

La simpatica ragazza che legge sempre (leggerà ancora? Chissà!) l’ho sentita solo via mail, un paio di volte. Ammetto che sento la sua mancanza e lo dico seriamente. Non scherzo affatto. Mi manca quella ragazza mi manca.

E le domando, ammesso sia in ascolto: dove sei?

Detto ciò, dico che non è vero niente. O meglio, ritratto subito: è tutto vero. Anzi no, lo è solo per metà. O forse per trequarti. E chiudo il siparietto. Loro, insieme agli altri (Rinaldo, Mr. E.P., Paraz’, ecc.), mio merito o malgrado, mi appartengono, sì, loro sono i miei personaggi, tutti usciti da qui (disponessi di YouTube o altre robe del genere, allegherei il link di un filmatino – ehi, ehi non allarmatevi, niente zoomate su slip di pizzo di professoresse distratte o mazzate in testa a giovani bulli – dicevo, di un filmatino dove si vedrebbero le mie dita che battono sulla tastiera del computer e poi, risalendo, le riprese si fermerebbero sull’emisfero destro del mio capoccione, che pare che provengano da lì, le idee cosiddette creative). Insomma, parlando terra terra come ci piace a noi, i personaggi del libro non c’entrano molto con le persone reali che mi hanno fornito l’ispirazione. I primi son fatti d’inchiostro e godono di tutte le libertà concesse dalla fantasia, i secondi sono, appunto, reali. E godono, più o meno, di ciò che fanno, o meno. Ai primi ho, modestamente, dato io loro virtualmente vita, ai secondi, mi par proprio di no. Che dite? Ma pare sia difficile capirla, sta cosa qui (lo dico in senso ampio, allargando il discorso e non riferendomi solo alla mia piccola opera). E l’ambiente letterario – e ciò che ruota intorno a esso – così come molti altri (calcio, mondo dello spettacolo, teatro di posa, ecc.), non spicca certo per ironia (e auto ironia).

Torno alla cronologia degli eventi.

Apro il blog, escono articoli, faccio qualche presentazione, arriva settembre e mi suona il cellulare.

Lei è il signor Braga?
Sì.
Sono *** del Corriere della Sera. Lei è disposto a lasciarci un’intervista telefonica?
Sì.
Non è che per caso ha qualche sua foto sotto mano?
Sì.
Non è che ce le può spedire?
Sì.
Senta…
Sì?
Nel caso non andassero bene per il giornale, è disposto a farsi fare delle foto?
Sì.
Ottimo allora. Lei stia lì, che poi la richiamo io.

Io ero al lavoro, era lunedì, e dove cazzo sarei dovuto andare?

Dopo mezz’ora mi chiama.

Braga?
Sì.
Guardi che le foto che ci ha spedito non vanno bene, fanno schifo.
Sì?
Sì. Ce ne vogliono altre. Le dobbiamo fare subito, che devono andare in stampa per il quotidiano di domani. Lei è disposto a farsi fare delle foto?
Sì, sì…
Bene, bene… ma senta una cosa, però.
Sì?
Com’è vestito?
In che senso, scusi…
Sì, cioè, non è che magari mi viene in cappotto, eh? Che non le salti in mente di venire con un cappotto, dico. Ci vuole qualcosa di giovane, un po’ casual. Una roba che evochi uno scrittore metropolitano…
Già.
Braga?
Sì?
Com’è vestito, allora?
Sono in camicia e jeans.
Colore della camicia?
Marrone.
Mmhh… direi che potrebbe andare, sì.

Una cosa che non mi toglierò mai dalla testa e che non ho avuto il coraggio di chiedere al signor *** del Corriere della Sera è la seguente: il dodici di settembre, a Milano, chi cazzo va in giro col cappotto? Il signor *** che cazzo di genere di persone conosce?

Sia quel che sia, mi fanno l’intervista al telefono, e mi fanno pure le foto. E il giorno seguente esce un articolo/intervista sul Corriere della Sera. Mezza pagina, pulita pulita. Io, in primo piano (seduto sul bordo del cavedio posto nel mezzo della piazza Duca D’Aosta, antistante la Stazione Centrale), con dietro il grattacielo Pirelli di Giò Ponti. Più metropolitano di così, si muore. I colleghi si fotocopiano la pagina (comprare il giornale sarebbe stato troppo) e se la girano tra di loro. Li vedo orgogliosi, i miei colleghi, più sorpresi che orgogliosi, ma per me fa all’incirca lo stesso. Il mio super capo, il direttore di settore, comincia a chiamarmi Maestro. Tutte le volte che mi incrocia in corridoio o che viene a fare le fotocopie nell’ufficio comunicante col mio.

Ehi, Maestro, come va?

Ma il libro mica lo compra. Già.

Ma intanto, sull’onda entusiastica dell’articolo, fioccano i complimenti.

Ah, be’, ma lo sai chi è quello lì? È un nostro collega! Ma va là, davvero?

Ma poi, tanto per non smentire le statistiche nazionali di settore (settore editoriale, non urbanistico), nessuno che si va a comprare il libro. Quello no. Leggere un libro? Non scherziamo ragazzi! Sarebbe davvero troppo, già. Nemmeno le fotocopie, nemmeno. Ma qui, perlomeno, la casa editrice sarà felice.

Poi a Baggio, specificatamente nella mia via, specificatamente nei civici prossimi a casa mia, divento, in un amen, una piccola celebrità. Vengo additato come i vip, cazzo!

Nota dolce amara: alcuni miei familiari erano molto più orgogliosi di me dopo l’articolo con foto che non dopo l’uscita del libro. Anche perché leggere l’articolo ci han messo due minuti, leggere il libro un po’ di più. E magari manco gli è piaciuto.

Altre domande.

Hai pagato per farti intervistare?
Ma come hai fatto?
Conosci qualcuno nel giornale? Dai, dì la verità!
Lo sai che c’hai un bel culo? (metaforica, questa, che nella foto ero ripreso frontale)

Un’altra bella domanda che mi è stata posta, una volta, in una libreria, è stata questa qui:

Ma chi è Joyce?

Altre due, non mi ricordo dove:

Lo sai che è proprio difficile come libro, il tuo?
Ma il tuo libro è facilissimo, ma lo sai che è semplice semplice il tuo libro?

In entrambi i casi:

Te l’ha già detto qualcuno… è vero?

Proseguiamo. Scritto un libro ci sta da pensare al futuro. E se non ci pensi tu…

E adesso?
Cioè, e adesso stai scrivendo qualcos’altro?
Cosa stai scrivendo adesso?
Stai pensando al prossimo libro?
Sì?
E di cosa parla il prossimo libro?
Lo puoi dire o è un segreto?

Chiudo in maniera zen, ovvero in maniera circolare, dando un colpo al cerchio, uno alla bicicletta e uno alla botte. Quindi torno da dov’ero partito, al principio (ovvero a un anno fa).

Due e mezza del pomeriggio di un venerdì dei primi di aprile. Suona il cellulare. Io sono al piano di sopra e cazzeggio amabilmente al computer (dando evidentemente ampiamente ragione ai dubbiosi che insistentemente mi facevano le domande relative ai miei passatempi casalinghi).

Mozzi: è arrivato!
io: ciao Giulio.
Mozzi: ce l’ho qui in mano!
io: scusa Giulio, cosa…
Mozzi: il libro, è arrivato e lo sto sfogliando adesso…
io: e com’è, com’è…
Mozzi: be’, è bellissimo, no?
io: già certo, che domanda scema… è ovvio che è bellissimo!
Mozzi: riesci a fare un salto qui, così lo vedi e prendi le tue copie o hai da fare?
io (che da fare, cazzeggio a parte, non ne avevo proprio): vengo subito!

E così andai in casa editrice. E così presi in mano il mio libro per la prima volta, lo sfogliai e mi sentii incredibilmente leggero, persin quasi felice, per qualche fuggevole attimo. Era, lo è tutt’ora, già, una cosa importante, una cosa davvero bella. Salutai tutti, ci complimentammo a vicenda, festeggiammo un po’, poi mi diedero le copie che mi spettavano, le misi in un sacchetto e tornai a casa in metropolitana. Faceva caldo, parecchio. Sudavo ma ero contento. Trovai il mio amico Fede che cazzeggiava in piazzetta (io gli amici me li scelgo bene, per affinità elettive) e brindai subito con lui. Poi rientrai a casa, mi stappai un’altra birra e nell’intimità del mio monolocale su due piani, stavolta seduto al tavolo della cucina a piano terra, scelsi la copia che mi sarei tenuto. Ne trovai una con due minuscole imperfezioni sul dorso e sul risvolto di copertina, decisi che sarebbe stata quella. Ci scrissi, in seconda pagina, in basso a sinistra, la data.

7 aprile ‘06

Era la mia copia. Una piccola parte che mi apparteneva. E che da quel giorno porto sempre con me.

Buon (primo) compleanno, mio piccolo Joyce!

Posted by Giuseppe Braga at 20:11 | Comments (3)