« Indovina indovinello | Main | il fascino maledetto dello scrittore (part XX) »
07.04.07
Cose che non ti chiedono più, cose che non smettono un attimo di chiederti, cose che, presumibilmente, cominceranno a chiederti molto presto…
di Giuseppe Braga
[post molto parecchio disordinato, ispiratomi da un’importante ricorrenza prettamente personale. Ovvero, non Pasqua, ma la prima copia di Ma tu lo conosci Joyce? che ho potuto prendere tra le mani, esattamente un anno fa]
Pubblichi un libro. Hai una fortuna, trovi qualcuno che te lo pubblica. Inizi a dare un senso a tutto quel tempo che hai passato chiuso in casa, quando tutti te lo chiedevano (anche il vicino di casa che ti bracca sempre con la bolletta dell’acqua da pagare, in mano), col tono di chi si sta rivolgendo a qualcuno a cui manca qualche rotella.
Cazzo fai tutto quel tempo quando non lavori?
Ah, ma dai, scrivi? Pensa, anche mio cugino… comunque è bello come hobby!
Sì, ok, scrivi, ma poi?
Ah, complimenti, sei un poeta?
Caspita, scrittore… però! Ti avevo lasciato che facevi il pittore! Non dipingi più, allora?
Bravo, però. Nello specifico che cosa scrivi, fumetti?
Lavorare niente, eh? Beato te!
Mi dai quindici euro e venti per la bolletta dell’acqua?
Il libro viene pubblicato, esce nelle librerie, una gran bella soddisfazione, già. Non ti chiedono più che cazzo fai a casa, da mattina a sera con le lattine di birra nello stomaco e lo stereo a palla. Meno male. Un passo in avanti, già. Il libro è un deterrente a domande del genere. Ne cominciano a fioccare di altre, però.
Quanto tempo ci hai messo a scriverlo?
Ma l’hai scritto tutto tu, cioè, tutto da solo? (questa, meravigliosa e insuperabile, nel dettaglio, la trovate qui)
Ma di cosa parla, esattamente?
Hai dovuto pagare qualcosa?
Ti pagano? Quanto ti pagano?
Quanto hai venduto? (questa, già solo dopo una settimana dalla pubblicazione…)
La copertina l’hai scelta tu?
Il titolo?
Quante pagine sono?
Delle ultime tre ci metto pure i commenti ricorrenti, alle mie risposte, più o meno standard:
Originale come copertina…
Originale come titolo…
Ah, però… sono tante duecentotrenta pagine…
E qui scattava il dubbio (lo percepivo negli occhi e nelle espressioni fin troppo eloquenti): ma va là, mica l’hai scritto tutto tu, a chi cazzo vuoi darla a bere! Duecentotrenta pagine sono troppe, dai…
C’era anche chi il libro lo acquistava, lo leggeva e poi le domande me le faceva dopo averlo acquistato e letto. Coloro li apprezzavo (e li apprezzo) decisamente di più. Questione di empatia, ecco.
Ci sei andato giù pesante, però… e la bambina già vecchia come l’ha presa?
E la signora dettaglio?
E la simpatica ragazza che legge sempre lei?
(Nota: io rispondevo, rispondo e risponderò sempre diplomaticamente, lusingato, diplomatico… ma senza peli sulla lingua, come insegnano nei Reality!)
La bambina non l’ho più sentita. So che non c’è rimasta bene anche se credo che non l’abbia nemmeno aperto, il libro (e poi come avrebbe fatto ad apirlo, se lei ci sta dentro?). Quindi. Le auguro una carriera fulgida, fulminante e splendente. Nel campo artistico (e non) che preferisce. Lunga vita a lei e a tutte le bambine prodigio invecchiate precocemente che circolano per il globo terracqueo.
Parentesi televisiva esplicativa ed emblematica.
Ad Amici, trasmissione cult di MariaDeFilippi, di cui ho visto pressoché tutte le puntate, sia quelle del sabato pomeriggio che quelle della domenica sera (con un misto di riluttanza, attrazione, ripulsione, odio fisico, amore trascendente, prurito alle mani, incredulità, ansia crescente – nei momenti del televoto e delle eliminazioni andavo in trance, soffrivo o gioivo, dipendeva dai casi, m’immedesimavo coi ragazzi, ma anche coi professori, soprattutto coi ragazzi però, che tra di loro erano tutto fuorché amici…), un giorno, ho assistito a questa scena. Lo giuro sull’Ulisse. La trascrivo a braccio come meglio mi riesce.
Location: il bellissimo studio di Amici in Cinecittà, Roma.
Personaggi:
Federico (aspirante cantante umbro, poi vincitore del programma)
Garrison (ex ballerino, coreografo, insegnante della scuola di Amici)
Maria (De Filippi)
Maria (con la sua erre arrotata che noi tutti amiamo): ora vediamo l’errevuemme relativo all’episodio…
Si vede un filmato registrato, nel quale Federico l’aspirante cantante umbro si scaglia, un po’ istericamente, contro Garrison, colpevole di non averlo preso in simpatia e di averlo maltrattato durante le prove di danza.
Altra parentesi (se voi l’aveste visto, sto cavolo di Federico vincitore di Amici, l’avreste pensata come Garrison, date retta al pirla che sta scrivendo).
Federico (rivolto ad alcuni suoi compagni di classe, la paciosa e pacifica classe degli Amici di Maria): ma io con quello lì, con Garrison, non ci voglio più avere a che fare… non capisce niente, quello lì. È un cretino… fa i capricci, c’ha le preferenze, mi tratta male, ed è… è un bambino invecchiato!
Termina il filmato. L’inquadratura si sposta rapidamente su Federico che mormora: erano solo pensieri a caldo, fatti dopo una lezione di ballo pesante…
Poi la telecamera si ferma su Garrison. Visibilmente irritato. Rosso, più che rosso, paonazzo.
Maria, che non può lasciarsela mica scappare, un’occasione così: be’, Garrison, hai sentito cosa t’ha detto? Be’… che gli dici? Come la vivi? (come la vivi? è la tipica domanda mariadefilippiana).
Garrison, con il suo italiano storpiato e mezzo americano (perché magari non lo sapete ma Garrison è americano): cretino non lo accetto e lo trovo una mancanza di rispetto, io c’ho cinquant’anni e da un ragazzino di venti non mi faccio dire certe cose! Mentre invece… bambino invecchiato sì, l’accetto, ti dirò di più Maria, bambino invecchiato lo trovo quasi un complimento simpatico e divertente…
Che classe, ragazzi!, altro che la bellicosa e ipersensibile classe di Amici (e alcune classi di scrittura creativa frequentate da aspiranti scrittori che io conosco… ahah!).
Avete capito? Federico l’aspirante cantante umbro, gli aveva dato del Bambino Invecchiato, al grande Garrison!, proprio bella questa…
Ma ora, da quel giorno, qualche domanda sono io a pormela.
Eccole, le mie domande che mi frullano per la testa da quel giorno, son queste le domande che mi frullano per la testa. Eccole qui.
Ditemi voi, dovrei chiedere le Royalties?
Querelarli per plagio? Per evidente furto di idea?
Chiamare Woodkock e fargli aprire un fascicolo per appropriazione indebita?
Fine parentesi televisiva.
La signora dettaglio l’ho rivista solo in sogno. E non erano bei sogni. Fidatevi. Una volta mi voleva far fuori con un coltello, un’altra cercava di investirmi con un camion contro mano.
La simpatica ragazza che legge sempre (leggerà ancora? Chissà!) l’ho sentita solo via mail, un paio di volte. Ammetto che sento la sua mancanza e lo dico seriamente. Non scherzo affatto. Mi manca quella ragazza mi manca.
E le domando, ammesso sia in ascolto: dove sei?
Detto ciò, dico che non è vero niente. O meglio, ritratto subito: è tutto vero. Anzi no, lo è solo per metà. O forse per trequarti. E chiudo il siparietto. Loro, insieme agli altri (Rinaldo, Mr. E.P., Paraz’, ecc.), mio merito o malgrado, mi appartengono, sì, loro sono i miei personaggi, tutti usciti da qui (disponessi di YouTube o altre robe del genere, allegherei il link di un filmatino – ehi, ehi non allarmatevi, niente zoomate su slip di pizzo di professoresse distratte o mazzate in testa a giovani bulli – dicevo, di un filmatino dove si vedrebbero le mie dita che battono sulla tastiera del computer e poi, risalendo, le riprese si fermerebbero sull’emisfero destro del mio capoccione, che pare che provengano da lì, le idee cosiddette creative). Insomma, parlando terra terra come ci piace a noi, i personaggi del libro non c’entrano molto con le persone reali che mi hanno fornito l’ispirazione. I primi son fatti d’inchiostro e godono di tutte le libertà concesse dalla fantasia, i secondi sono, appunto, reali. E godono, più o meno, di ciò che fanno, o meno. Ai primi ho, modestamente, dato io loro virtualmente vita, ai secondi, mi par proprio di no. Che dite? Ma pare sia difficile capirla, sta cosa qui (lo dico in senso ampio, allargando il discorso e non riferendomi solo alla mia piccola opera). E l’ambiente letterario – e ciò che ruota intorno a esso – così come molti altri (calcio, mondo dello spettacolo, teatro di posa, ecc.), non spicca certo per ironia (e auto ironia).
Torno alla cronologia degli eventi.
Apro il blog, escono articoli, faccio qualche presentazione, arriva settembre e mi suona il cellulare.
Lei è il signor Braga?
Sì.
Sono *** del Corriere della Sera. Lei è disposto a lasciarci un’intervista telefonica?
Sì.
Non è che per caso ha qualche sua foto sotto mano?
Sì.
Non è che ce le può spedire?
Sì.
Senta…
Sì?
Nel caso non andassero bene per il giornale, è disposto a farsi fare delle foto?
Sì.
Ottimo allora. Lei stia lì, che poi la richiamo io.
Io ero al lavoro, era lunedì, e dove cazzo sarei dovuto andare?
Dopo mezz’ora mi chiama.
Braga?
Sì.
Guardi che le foto che ci ha spedito non vanno bene, fanno schifo.
Sì?
Sì. Ce ne vogliono altre. Le dobbiamo fare subito, che devono andare in stampa per il quotidiano di domani. Lei è disposto a farsi fare delle foto?
Sì, sì…
Bene, bene… ma senta una cosa, però.
Sì?
Com’è vestito?
In che senso, scusi…
Sì, cioè, non è che magari mi viene in cappotto, eh? Che non le salti in mente di venire con un cappotto, dico. Ci vuole qualcosa di giovane, un po’ casual. Una roba che evochi uno scrittore metropolitano…
Già.
Braga?
Sì?
Com’è vestito, allora?
Sono in camicia e jeans.
Colore della camicia?
Marrone.
Mmhh… direi che potrebbe andare, sì.
Una cosa che non mi toglierò mai dalla testa e che non ho avuto il coraggio di chiedere al signor *** del Corriere della Sera è la seguente: il dodici di settembre, a Milano, chi cazzo va in giro col cappotto? Il signor *** che cazzo di genere di persone conosce?
Sia quel che sia, mi fanno l’intervista al telefono, e mi fanno pure le foto. E il giorno seguente esce un articolo/intervista sul Corriere della Sera. Mezza pagina, pulita pulita. Io, in primo piano (seduto sul bordo del cavedio posto nel mezzo della piazza Duca D’Aosta, antistante la Stazione Centrale), con dietro il grattacielo Pirelli di Giò Ponti. Più metropolitano di così, si muore. I colleghi si fotocopiano la pagina (comprare il giornale sarebbe stato troppo) e se la girano tra di loro. Li vedo orgogliosi, i miei colleghi, più sorpresi che orgogliosi, ma per me fa all’incirca lo stesso. Il mio super capo, il direttore di settore, comincia a chiamarmi Maestro. Tutte le volte che mi incrocia in corridoio o che viene a fare le fotocopie nell’ufficio comunicante col mio.
Ehi, Maestro, come va?
Ma il libro mica lo compra. Già.
Ma intanto, sull’onda entusiastica dell’articolo, fioccano i complimenti.
Ah, be’, ma lo sai chi è quello lì? È un nostro collega! Ma va là, davvero?
Ma poi, tanto per non smentire le statistiche nazionali di settore (settore editoriale, non urbanistico), nessuno che si va a comprare il libro. Quello no. Leggere un libro? Non scherziamo ragazzi! Sarebbe davvero troppo, già. Nemmeno le fotocopie, nemmeno. Ma qui, perlomeno, la casa editrice sarà felice.
Poi a Baggio, specificatamente nella mia via, specificatamente nei civici prossimi a casa mia, divento, in un amen, una piccola celebrità. Vengo additato come i vip, cazzo!
Nota dolce amara: alcuni miei familiari erano molto più orgogliosi di me dopo l’articolo con foto che non dopo l’uscita del libro. Anche perché leggere l’articolo ci han messo due minuti, leggere il libro un po’ di più. E magari manco gli è piaciuto.
Altre domande.
Hai pagato per farti intervistare?
Ma come hai fatto?
Conosci qualcuno nel giornale? Dai, dì la verità!
Lo sai che c’hai un bel culo? (metaforica, questa, che nella foto ero ripreso frontale)
Un’altra bella domanda che mi è stata posta, una volta, in una libreria, è stata questa qui:
Ma chi è Joyce?
Altre due, non mi ricordo dove:
Lo sai che è proprio difficile come libro, il tuo?
Ma il tuo libro è facilissimo, ma lo sai che è semplice semplice il tuo libro?
In entrambi i casi:
Te l’ha già detto qualcuno… è vero?
Proseguiamo. Scritto un libro ci sta da pensare al futuro. E se non ci pensi tu…
E adesso?
Cioè, e adesso stai scrivendo qualcos’altro?
Cosa stai scrivendo adesso?
Stai pensando al prossimo libro?
Sì?
E di cosa parla il prossimo libro?
Lo puoi dire o è un segreto?
Chiudo in maniera zen, ovvero in maniera circolare, dando un colpo al cerchio, uno alla bicicletta e uno alla botte. Quindi torno da dov’ero partito, al principio (ovvero a un anno fa).
Due e mezza del pomeriggio di un venerdì dei primi di aprile. Suona il cellulare. Io sono al piano di sopra e cazzeggio amabilmente al computer (dando evidentemente ampiamente ragione ai dubbiosi che insistentemente mi facevano le domande relative ai miei passatempi casalinghi).
Mozzi: è arrivato!
io: ciao Giulio.
Mozzi: ce l’ho qui in mano!
io: scusa Giulio, cosa…
Mozzi: il libro, è arrivato e lo sto sfogliando adesso…
io: e com’è, com’è…
Mozzi: be’, è bellissimo, no?
io: già certo, che domanda scema… è ovvio che è bellissimo!
Mozzi: riesci a fare un salto qui, così lo vedi e prendi le tue copie o hai da fare?
io (che da fare, cazzeggio a parte, non ne avevo proprio): vengo subito!
E così andai in casa editrice. E così presi in mano il mio libro per la prima volta, lo sfogliai e mi sentii incredibilmente leggero, persin quasi felice, per qualche fuggevole attimo. Era, lo è tutt’ora, già, una cosa importante, una cosa davvero bella. Salutai tutti, ci complimentammo a vicenda, festeggiammo un po’, poi mi diedero le copie che mi spettavano, le misi in un sacchetto e tornai a casa in metropolitana. Faceva caldo, parecchio. Sudavo ma ero contento. Trovai il mio amico Fede che cazzeggiava in piazzetta (io gli amici me li scelgo bene, per affinità elettive) e brindai subito con lui. Poi rientrai a casa, mi stappai un’altra birra e nell’intimità del mio monolocale su due piani, stavolta seduto al tavolo della cucina a piano terra, scelsi la copia che mi sarei tenuto. Ne trovai una con due minuscole imperfezioni sul dorso e sul risvolto di copertina, decisi che sarebbe stata quella. Ci scrissi, in seconda pagina, in basso a sinistra, la data.
7 aprile ‘06
Era la mia copia. Una piccola parte che mi apparteneva. E che da quel giorno porto sempre con me.
Buon (primo) compleanno, mio piccolo Joyce!
Posted by Giuseppe Braga at 07.04.07 20:11
Comments
Capitato qui un po' per caso...
Bello il racconto! Complimenti e in bocca al lupo!
Un saluto :-)
N.
Posted by: Nevio at 04.05.07 16:29
Grazie Nevio! un saluto e in bocca al lupo anche a te...
g.
Posted by: giuseppe at 07.05.07 13:37
bello, ma se lo dico io...
Posted by: giuseras at 14.05.07 17:57